Lisa Corva

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Che libri leggi quest’estate?

Giovedì, 11 luglio 2019 @21:06

Me lo chiedono tutti, e (me) lo chiedo anch’io. Sto facendo un piccolo elenco di romanzi che vorrei portarmi in valigia. Intanto voi metteteci questi, e attenzione, non sono solo "novità in libreria". Perché i migliori consigli, secondo me, sono presi dagli scaffali (anche della memoria), e non dal banco delle ultime uscite. Con qualche eccezione: sto leggendo "La straniera" di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo), finalista allo Strega, che mi aveva molto incuriosito. Ma non l’ho finito, quindi non ve lo posso consigliare… Dunque:

Libri light. Libri per sorridere, o ridere. Rarissimi. Io regalo e consiglio sempre Gerald Durrell, "La mia famiglia e altri animali" (Adelphi), piccola cronaca esilarante e vera di una famiglia inglese che si trasferisce a Corfù negli anni Trenta. Mi è piaciuto così tanto che mi sono letta anche "Io e i lemuri" (sempre Adelphi), racconto di una spedizione in Madagascar, ma non chiedetemi di che animali si tratta (lui diventò un celebre zoologo), perché non l’ho capito… Tra i libri light, ironici, intelligenti, consiglio, a chi non l’ha letta, tutta Elizabeth von Arnim (Bollati Boringhieri, Fazi), e Jane Austen (of course!). E poi alcune delle mie amate scrittrici inglesi degli anni Trenta: Stella Gibbons ad esempio (tradotta in italiano da Astoria). Ma anche la superchic Nancy Mitford (Adelphi). E alcuni gioielli come "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew" di Winifred Watson (Neri Pozza) e "Diario di una lady di provincia" di Lady Delafield (sempre Neri Pozza), che ha le pagine consumate da quanto l’ho riletto. Più una scoperta di quest’anno: "Una bella giornata" di Mollie Panter -Downes (Elliot), una donna, una bici, una giornata di caldo nell’Inghilterra del 1946, subito dopo la guerra. Delicato e inaspettatamente moderno.Aggiungo una nuova perversione, Georgette Heyer, con i suoi romantici romanzi finto Regency, che finiscono sempre bene (tradotti da Astoria, ma quanto mi piace quella casa editrice dai piccoli libri rossi!). E confesso che nei momenti disperati rileggo P.G.Wodehouse… Non so perché, ma certa letteratura inglese, letta in inglese (lo so, sono snob!), ha sempre il potere di mettermi di buonumore. E visto che dopo questo post mi hanno chiesto di consigliare un Wodehouse, ecco la mia risposta: un libro di Wodehouse è difficile da consigliare, perché è davvero un mondo a sé. Non un pianeta, come Murakami. Ma un mondo ora scomparso: quello dei castelli e delle case avite in Inghilterra, dei baronetti, degli scapoli impenitenti che vanno al club, dei maggiordomi sapienti, dei piccoli grandi intrighi che finiscono sempre bene. Lui, Pelham Grenville Wodehouse, poi diventato Sir, era nato in Inghilterra nel 1881, quindi quel mondo l'ha conosciuto bene. E l'ha raccontato con una leggerezza incredibile, con un sense of humor, anche nella lingua, inarrivabile. Una specie di Downtown Abbey, dove la vita però è solo una commedia. Provate a scegliere a caso, anche se le serie più famose sono quelle di Jeeves e del Castello di Blandings.

Altri pianeti. L’anno scorso sono stata, per la prima volta in vita mia, in Giappone, e mi è sembrato di entrare dentro un libro di Murakami. Lo sto leggendo da anni, nella bella traduzione Einaudi, l’enigmatico e magnetico scrittore, e mi piace tutto, compreso il complicato 1Q84. Ora mi sono comprata dei suoi libri di racconti: e dire che in genere non mi piacciono le short stories, ma qui faccio un’eccezione, perché ogni racconto è un pianeta a sé. Se non avete mai letto nulla, cominciate con "Norwegian Wood", struggente storia d’amore, struggente come può esserlo solo a vent’anni.

Amore. Ho detto struggente storia d’amore? Sì, l’ho detto. Quindi, se quello che volete da un libro quest’estate è che vi rovisti dentro, vi commuova, vi faccia ricordare cose mai vissute (sembra una contraddizione ma non lo è: ci sono certi amori che vivono solo nel ricordo, o nell’attesa), un consiglio, uno solo: "Settembre 1972" (Edizioni Anfora), dell’ungherese Imre Oravecz. Pagine che sembrano di diario, o di poesia, che si possono leggere di seguito o solo a pezzetti. Ringrazio l’appassionata editrice, Monika, di avermelo mandato, e la ringrazio anche perché pubblica la magistrale Magda Szabó, e non è poco. Aggiungo "Il giorno uno di noi due", di Stefania Rossotti (Mondadori). E non solo perché ha un titolo bellissimo. Ma perché racconta un amore che fa (anche) pensare all’amore.

Gialli. Ah, qui vi voglio. Che estate è senza un giallo? E io amo le gialliste nordiche: Åsa Larsson (Marsilio), che purtroppo non scrive più, come vi invidio se non avete mai letto niente di suo; Anne Holt (Einaudi), l'improbabile, e bravissima, detective lesbo in carrozzella in Norvegia. Ultimamente mi sono appassionata a Jane Casey, detective riccioluta e irlandese a Londra: Astoria ha tradotto "In fiamme" e "Atti spietati". Consiglio! Invece sconsiglio assolutamente la Lackberg, soprattutto l’ultimo, che mi è sembrato così stupido e fastidioso da non meritare neppure un bookcrossing.

Voci di maschi. Non vi viene mai voglia di uno sguardo davvero maschile, di un libro che sia come una lunga chiacchierata con uno sconosciuto incontrato per caso? Allora due titoli: "Tutto quello che è un uomo", di David Szalay (Adelphi), giovane scrittore che ho conosciuto e ammirato per la sua destrezza nel raccontare i maschi, appunto; e "Sono corso verso il Nilo" (Feltrinelli) di ‘Ala al-Aswani, un libro, politico, duro, necessario, che racconta quello che fu la rivoluzione di piazza Tahrir nel 2011 e quello che sono tante rivoluzioni di piazza oggi.

Voci di donne. Finito da poco, "I racconti delle donne", a cura di Annalena Benini (Einaudi), per ricordare le donne prima di noi, anzi: le donne che hanno scritto prima di noi. Perché vivere è anche raccontarsi, e questo lo facciamo tutte, anche solo con un post su Instagram. Ma soprattutto la favolosa antologia "The Paris Review – Interviste, vol.5" (Fandango), una raccolta di interviste alle più grandi scrittrici del nostro tempo apparse sulla rivista americana, da Dorothy Parker a Margaret Atwood! Ho letto sottolineando ad ogni pagina: un modo per capire che cos’è la creatività al femminile, le sue pozze oscure, anzi, come diceva Natalia Ginzburg, "il" pozzo, il pozzo nel quale tutte cadiamo ogni tanto. La curatrice della Paris Review, tra l’altro, dal bizzarro nome di Ottessa Moshfegh, ha scritto uno dei romanzi più interessanti che ho letto l’anno scorso: "Il mio anno di riposo e oblio" (Feltrinelli). Storia di una ragazza a New York, una ragazza che ha tutto ma vuole soltanto… dormire. E ci riuscirà, stordendosi di psicofarmaci. Un anno in pigiama, un anno nel pozzo, e una rinascita.

Classici? Qui metto un punto di domanda perché non ho ancora scelto che classico leggere, o rileggere, quest’estate. Amo le riletture: Guerra e Pace, ma anche La montagna incantata, Il rosso e il nero, I Buddenbrook… C’è qualcosa nell’estate, nella controra, nelle cicale, nella brezza della sera, che rende meravigliosi i viaggi nei grandi romanzi del passato. Negli ultimi mesi, assolutamente per caso, ho letto Stefan Zweig: mi sono appassionata a quei piccoli libri Adelphi con i colori che sembrano quasi caramelle allo zucchero, quelle delle vecchie pasticcerie, o macarons. Pura Mitteleuropa. Ma adesso? Avete dei consigli?

(E infine, lo metto proprio tra parentesi, ma voi i miei libri li avete mai letti? Lo so, ne dovrei scrivere un altro, ma intanto…)

Il mio libro preferito non parla d’amore, ma di un giardino.

Martedì, 9 luglio 2019 @08:56

Il libro preferito della mia scrittrice preferita, Elizabeth von Arnim, non parla d’amore, ma di un giardino. Ha le pagine consumate, il prezzo ancora in lire, e mi sorride già dalla copertina. "Il giardino di Elizabeth", longseller che trovate in tre edizioni diverse (Bollati Boringhieri, Elliot, Fazi) è stato scritto nel 1898, quando Elizabeth era solo un’inglese di "down under", nata nella lontanissima Australia, che sposa un nobile tedesco e finisce in Pomerania: "Elizabeth and Her German Garden", appunto. Poi arrivarono i debiti, la casa venduta, le guerre: le catastrofi e la vita. Ma in quell’anno Elizabeth è semplicemente una giovane donna che ama il suo disordinato giardino, anche quando sa solo di terra bagnata. E libertà. Che cosa mi ha insegnato? A guardare il mondo con intelligenza e ironia, che è forse il modo migliore di sopravvivere. Ma anche a uscire, quando si è tristi, e cercare qualcosa di verde e vivo, fosse anche solo un basilico sul balcone.

Sì, a proposito di giardini, di viaggi, di libri, di mondo. Per D di Repubblica ho scritto di viaggi fioriti, due sabati fa: quattro pagine di foto e parole (le trovate qui sotto). Ma è stato tagliato fuori "Il giardino di Elizabeth". Così ho raccolto il ramo, e l’ho infilato qui, in questa mia pagina web, che a volte mi sembra davvero un salotto, o forse adesso una veranda in penombra. Metto dei cuscini, dell’acqua fresca con menta e limone, forse anche del tè. Metto le ombre e la controra dell’estate. Buona lettura!



GIARDINI TROPICALI per specialisti con budget
Tropical Modernism sotto forma di giardino: è quello di Bevis Bawa a Sri Lanka. Ce lo racconta Giovanna Silva, editrice di Humboldt Books e viaggiatrice, che l’ha amato e fotografato "Ho studiato architettura e sono sempre in cerca di scuse per i miei viaggi", dice. "Da tempo mi affascinava Geoffrey Bawa, che a 38 anni – l’età che ho io adesso – decide di cambiare vita: da avvocato ad architetto. Nel ’47 aiuta il fratello Bevis, un commerciante di tè, a progettare il suo giardino. E poi compra un appezzamento di terra lì vicino, a Lunuganga, dove costruirà la sua casa, e un giardino per sé. È stato il suo primo progetto: poi diventò davvero un grande architetto. Lì ora ci si può dormire, io l’ho fatto". Il lussureggiante Brief Garden, con statue antiche (ma anche italiane fake: Bawa adorava i giardini all’italiana), un po’ delabrè, è un bellissimo segreto. https://briefgarden.com e http://www.geoffreybawa.com/lunuganga-country-estate/
In Cina invece i Giardini del tè di Dazhangshan, che quest’anno hanno vinto la 30esima edizione del premio Carlo Scarpa per il giardino: più di 500 ettari di campi ondulati, dove viene coltivata, secondo le regole dell’agricoltura biologica, la pianta di uno speciale tè verde. Ci vivono e lavorano oltre 250 famiglie. http://www.fbsr.it/paesaggio/premio-carlo-scarpa/i-luoghi-premiati/giardini-del-dazhangshan/
E infine un giardino esagerato, quello dentro l’areoporto Changi di Singapore: una serra gigante a cinque piani, con la cascata d’acqua del Rain Vortex, (il progetto, appena terminato, è di Safdie Architects). E un Butterfly Garden nel terminal 3. Se non sapete cosa fare durante uno stop-over… http://www.changiairport.com/


GIARDINI D’AUTORE per millennial visionari
Un giardino solo di cactus (più di 4500, 450 specie diverse e 5 continenti) a Lanzarote, disegnato dall’architetto e artista César Manrique. Ce lo racconta la designer Cristina Celestino: "Sono andata sull’isola proprio per vedere da vicino tutto quello che aveva fatto Manrique negli anni Settanta. Il giardino di cactus, la casa museo del Campesino… E un ristorante, El Diablo, dove la carne alla brace è cotta con il calore della terra, visto che è una zona vulcanica". http://www.cactlanzarote.com/
Cristina Celestino, che confessa di amare il verde così tanto che farebbe la giardiniera se non progettasse design, ha un altro angolo green del cuore: l’Orto Botanico di Padova. Fondato nel 1545, è il più antico del mondo ancora nella sua collocazione originaria.
Tra i giardini visionari: il Jardin Cubiste di Villa Noailles, a Hyères, commissionato a Gabriel Guevrekian da una coppia di ricchi ed eccentrici nel 1925, per la loro villa modernista. www.villanoailles-hyeres.com
Un’altra coppia fuori dall’ordinario, quella dei galleristi celeb Hauser Wirth: per il loro spazio d’arte con residenza e ristorante nel Somerset hanno voluto un giardino minimalista di Piet Oudolf (che ha curato il verde della High Line). Lì hanno fatto "atterrare" uno strano oggetto a metà tra meteorite e astronave, disegnato da Smiljan Radić: era il Serpentine Pavilion del 2014, uno degli archi-padiglioni effimeri che si aprono ogni anno a Kensington Gardens a Londra. www.hauserwirth.com
E in Italia? Oasi Zegna, più che un giardino un’area montana protetta di 100 chilometri, in provincia di Biella. Il percorso "All’aperto" porta tra opere d’arte "site specific": da Daniel Buren a Dan Graham. L’ideale è andarci quando fioriscono i rododendri. http://www.oasizegna.com/it/

GIARDINI CLASSICI per absolute beginners
Versailles, che ha delle bellezze in ogni stagione, capolavoro di Le Nôtre. Che non era soltanto il giardiniere di Luigi XIV: è stato un grande paesaggista. Certo più abituato ad utilizzare matita e compasso, che zappa ed innaffiatoio, Le Nôtre va oltre: cattura l’orizzonte. Forse per questo affascina da anni la landscape architect Ana Kučan, docente all’università di Lubiana, che il parco di Versailles l’ha fotografato con delicatezza in bianco e nero (foto che sono diventate una mostra, "L’espace infini"). "Ma oggi il tema che mi interessa è il giardino come metafora, o se possa ancora essere una metafora", dice. "Ho invitato a ragionare su questo filosofi, artisti e paesaggisti da tutto il mondo, per un libro che uscirà a novembre". www.chateauversailles.fr/
Altri giardini classici: quello di Charleston House, del gruppo Bloomsbury, of course. www.charleston.org.uk
Quello toscano di Iris Origo, nata in Inghilterra all’inizio del Novecento, che poi sposò il marchese Origo. La Foce, in provincia di Siena, è la casa dove viveva e scriveva. www.lafoce.com
Più a Sud, Villa Lante e i suoi giochi d’acqua, a Bagnaia, in provincia di Viterbo: che è, insieme a Bomarzo e i suoi "mostri" in pietra, uno dei più famosi giardini manieristici del Cinquecento. polomusealelazio.beniculturali.it www.bomarzonet.it
Infine, Villa della Pergola in Liguria, dove fioriscono gli agapanti, introdotti alla fine dell’Ottocento dai primi proprietari inglesi. Oltre 430 varietà diverse, dal bianco al lilla, dall’azzurro al blu. www.giardinidivilladellapergola.com Un giardino con un orizzonte di mare.

Non nella vita di tutti c’è posto per un faro, ma nella mia sì.

Lunedì, 1 luglio 2019 @08:53

"Non nella vita di tutti c’è posto per un faro,
ma nella mia sì. Oggi su quest’altra isola
sono andato al faro, pioggia, gridi
di gabbiani. La notte ho potuto stare col guardiano.

Fingeva di esistere ancora. Se l’è annotato,
una nave diretta a Nord, la forza del vento. E ho visto
nel buio una luce contro le onde, e lì vicino
quel che aveva scritto nella sua grafia antiquata.

Morto da tanto, lui. Tutti i mari percorsi, tutti i porti visti,
Archangel’sk, Valparaíso, la poesia del medico di bordo.
Accendere, spegnere, una notte sul faro, brigantino verso Nord,
silenzio, fumare, scrivere, silenzio, la luce sulla duna,
il faro ora abbandonato".

(Cees Nooteboom)

Primo giorno di luglio, voglia di isole. Leggo a caso in uno dei piccoli libri Einaudi di poesie che mi piacciono tanto - questo è "L’occhio del monaco", di Cees Nooteboom - e trovo un faro.
(A proposito, il libro si chiama così perché le poesie sono state scritte quasi tutte su un’isola delle Frisoni Occidentali, in Olanda, Schiermonnikoog: l’isola dei monaci grigi. Ma nella vita del poeta olandese c’è un’altra isola: Minorca. Nord e Sud, venti e gabbiani: fortunato chi ha delle isole nella sua vita. O dei fari).

La mia (prima) estate marinière.

Lunedì, 24 giugno 2019 @09:33

Come sono arrivata alla mia non più verdissima età (che peraltro, come scrisse Goliarda Sapienza, è l’oro degli anni) senza avere una maglia a righe per l’estate?
Buona domanda.
Eppure, è successo.
Forse per lo stesso motivo per cui ho comprato il mio primo paio di jeans a 44 anni, ovvero esattamente dieci anni fa (la storia la trovate qui http://www.lisacorva.com/it/view/10/ ).
Perché i capi basic – la "petite robe noire", i jeans, la camicia bianca – sono facili da usare, ma difficili da scegliere. Ti scelgono subito, come un amore incontrato sui banchi di scuola che poi non lasci più; oppure vai avanti nella vita e conti sui colpi di fulmine. E io è da mesi che vorrei innamorarmi di una marinière. Ci sono arrivata per cerchi concentrici. Prima ne ho scritto: Coco Chanel, come lei nessuno mai. E la sua prima marinière ispirata a quella dei marinai bretoni, e lanciata a Deauville, che portava insieme a dei pantaloni larghi e quasi scandalosi (era comunque il 1917, le donne dovevano ancora fare tutto, anche conquistarsi il diritto al voto). Poi ho cominciato a vederla ovunque: di tutte le taglie, colori ed età (anche le maglie invecchiano), addosso a donne di tutte le taglie, colori ed età. Ma anche bambini e uomini: la portava Picasso, del resto, no? E poi ho cominciato a provarle: da Zara, H&M, Cos, e nelle boutique delle città dove sono passata in questi mesi. Ma nessuna andava bene.
Infine l’ho vista: sul profilo Instagram di un negozio di cui ho scritto per How To Spend It Italia/Sole24Ore, nella mia rubrica mensile sui topshop del mondo. Il negozio è a Milano, Chicchi Ginepri. E la marinière era lì, sapevo che era lei, anche da lontano: leggera, di lino sottile, a righe bianche e blu quasi annacquate. Francese: di Majestic Filatures. E il pacchetto (grazie Chicchi Ginepri!), mi è arrivato anche nel giorno giusto: il primo giorno dell’estate. L’ho indossata ieri, per la prima volta, al mare, il mio mare, uno dei miei mari. Benvenuta marinière, non vedo l’ora di viaggiare con te.

Un modo poetico per fare la valigia. (Non so se esiste, proviamoci).

Lunedì, 17 giugno 2019 @08:54

"Prima di un luogo c’è il suo nome. E anche

il viaggio fin là, che è un altro luogo

più discontinuo e innominabile".


(Maria do Rosario Pedreira)

Il viaggio comincia dal nome: quello del sogno, quello della destinazione.

Partire. Bello questo Buongiorno, vero? Era di una poetessa portoghese che amo molto, nella mia collezione 2013. Meno poetico, preparare la valigia. L’unico motivo per cui amo farla è perché, se ce l’ho davanti aperta e famelica, vuol dire che sto partendo. Per il resto, mi piacerebbe – a volte almeno – essere in quelle vite (e romanzi) inglesi di inizio Novecento, upstairs ovviamente, dove i bauli vengono magicamente fatti e disfatti dalle cameriere personali, arrivano in stanza prima di te, non bisogna trascinarli per i lunghi corridoi di areoporti (mi sono arresa al trolley, ma questo non cambia la pesantezza).
Il mio sogno è riuscire a partire, sempre, anche se non viaggio in aereo, con l’equivalente del bagaglio a mano. 10 chili massimo. Forse per questo mi ha affascinato scoprire che uno dei topshop che scopro e scrivo, ogni mese, per How To Spend It Italia, il mensile del Sole24Ore, aveva "ideato" la valigia perfetta. È il molto chic Bomba a Roma, in via dell’Oca. E aveva presentato "Sintesi", con una performance al Maxxi, durante la mostra Bellissima – L’Italia dell’alta moda 1945-1968. "No season wardrobe in a hand luggage", ovvero un guardaroba senza stagioni, che diventa un bagaglio a mano. 50 capi con cui creare più di 150 combinazioni, magari a strati: maglie e T-shirt peso piuma di cachemire e seta, finissime perché tessute su telai da calze, vestiti lunghi e corti, un soprabito imbottito, e una vestaglia di tulle di seta che diventa abito da sera… Peso totale? Poco più di 5 chili (a partire da 25mila euro, con variazioni "su misura"). Geniale, vero? "L’abbiamo chiamata Sintesi perché riassume un lungo studio su forme e materiali, intorno al concetto di leggerezza e movimento", mi aveva spiegato Cristina Bomba. "E l’abbiamo pensata per una donna che viaggia e lavora, pronta per passare da una colazione business, a una sera all’Opera, senza dover ritornare a casa o in albergo". Peccato per il prezzo, molto How To Spend It e quindi per me irraggiungibile.

Da lì comunque, e con qualche errore (partire per il mare con solo abitini e rabbrividire per varie serate di gelo inaspettato), ecco i miei must:
-Una pashmina. Non che io ne abbia una vera, intendiamoci, anche se la desidero molto (ma prima o poi…). Però viaggio sempre con una sciarpa lunga e morbida, che sia di cachemire o di cotone non importa. L’equivalente della coperta di Linus.
-Un paio di leggings. Non d’estate a 30 gradi, ovviamente. Ma in tutte le altre stagioni, sì. Perché se fa freddo si possono infilare strategicamente sotto i calzoni, i jeans largotti, o un abito. Io amo molto quelli di Uniqlo (che a settembre sbarca in Italia, a Milano: farò rifornimento).
-Un maglioncino sottile di cachemire: ne ho uno di blu peso-piuma che è stato un investimento, e lo adoro. E/o un piumottino: quelli di Uniqlo sono sottili e perfetti anche sotto le giacche, o da soli; occupano poco spazio; funzionano anche da cuscino in aereo; e ovviamente ci sono anche di altre marche.
-Nel beauty: Acqua di Rose Roberts, mia compagna inseparabile da sempre (per il bagaglio a mano travasata in un piccolo contenitore di Muji); profumo solido alle rose di Sabé Masson (perfetto per viaggiare: regalo di un’amica, e non ne posso più fare a meno); crema bio per il viso, alle rose anche questa, lo so, sono noiosa (Dr Hauschka); una crema per le mani (sempre alle rose, le trovo da Erbolario, ad esempio, o Bottega Verde); e un rossetto (mi piacciono molto quelli di Collistar).
-Scarpe per camminare comodamente nelle strade delle città: d’estate le Birkenstock (saranno anche brutte, ma sono comodissime, e le mie sono capricciosamente silver); in tutte le stagioni le mie inseparabili ballerine scamosciate Virreina1958; d’inverno un paio di stivaletti che se possibile non si disperino per la pioggia (requisito: devono avere la zip laterale per indossarli meglio).
-Mi sono divertita ad aggiungere gli essenziali per l’estate, in un articolo che ho scritto per il Corriere della Sera, nell’allegato Nord Est. Cos’ho scelto? Occhiali da sole ovviamente (quelli di Ottica Urbani a Venezia hanno persino le murrine incastonate dentro); un pareo che faccia anche da sciarpa (o da asciugamano, insomma un pareo multiuso); un costume, preferibilmente intero (ho trovato un brand inventato proprio da una ragazza a Venezia: l’ha chiamato Lido); un cappello di paglia…

E infine, nel mio bagaglio a mano, o preferibilmente in borsa, sempre con me:
Un libro. Una matita per sottolineare. Un piccolo notes per scrivere, annotare, ritrovare il piacere di scrivere a mano e staccarsi dalla dittatura dell’attimo (come la chiamava il filosofo Zygmunt Bauman) e del cellulare. Non lo diceva anche Oscar Wilde? "Non viaggio mai senza il mio diario. Si dovrebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno". Se non altro il notes ci servirà per scrivere tutto quello che ci siamo dimenticate di mettere in valigia.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.