Lisa Corva

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Tre vite. Il segreto è non lasciare mai quella più vera. Tenerla, di nascosto, per mano.

Martedì, 16 gennaio 2018 @09:21

"Abbiamo tre vite: una pubblica, una privata e una segreta."
(Gabriel García Marquez)
Tre vite. Il segreto è non lasciare mai quella più vera. Tenerla, di nascosto, per mano.

Ogni tanto incontro delle frasi in giro nel mondo. Nei libri, sui giornali, sui muri per strada, on line. Ogni tanto mi fermo a raccoglierle, come foglie, conchiglie, o sassi ruvidi che diventano quasi lisci se li tieni in mano. Questa frase, dello scrittore latinoamericano Nobel Letteratura nel 1982, è diventata lo #spillo della settimana su Gioia.

Talismano, portafortuna, promessa, protezione: quello che penso quando indosso un anello.

Domenica, 14 gennaio 2018 @15:45

Ho iniziato l’anno con un nuovo anello, di Monica Castiglioni. Un anello di bronzo, e non d’oro, che so cambierà colore con gli anni e con la mia pelle. Lo indosso – indossare un gioiello è per me sempre talismano, portafortuna, promessa, protezione – e ripenso all’articolo che ho scritto a novembre per How To Spend It Italia, dove ho intervistato donne che creano gioielli. E mi sono persa nella luce dei diamanti. Eh sì, come consigliano le signore della haute joaillerie, un sautoir di diamanti va bene sempre, anche di giorno con i jeans: e io che non sapevo neppure cosa fosse un sautoir! Ma se posso sognare, aggiungo l’anello Antifer di oro nero e diamanti, disegnato da Gaia Repossi (che costa molto, molto di più di quello che guadagno in un anno!). E poi penso a tutto quello che scintilla nella mia vita - le candele che accendo in questa grigia domenica di gennaio, i miei anelli che mi danno sicurezza, i miei desideri per il futuro - e penso che, diamanti o no, sono fortunata ad avere così tanti punti luce.

Certo, che i gioielli creati, immaginati, sognati dalle donne sono speciali. Perché portano l’impronta di chi li indosserà. E li indossa, ogni giorno. Per questo, ad esempio, è impossibile pensare a Monica Castiglioni senza i suoi anelli-pistillo. Anche perché non se ne separa mai: su una mano i Pistilli, sull’altra i Pino (da 600 euro). Nel suo atelier milanese (ma ne ha aperto uno a Brooklyn, e presto anche a Ortigia: http://monicacastiglioni.com ), i pistilli sono sia anelli, bracciali, pendenti, che sculture. E quindi, c’è un tocco femminile particolare nel creare gioielli? Per Monica Castiglioni sì: "Anche perché li creo pensando alle mie mani. E li indosso ogni giorno, certo. Sembrano ingombranti, invece sono comodissimi". Non oro, ma bronzo: "È il mio materiale. Mi piace anche perché è un metallo vivo, cambia a seconda del tempo e della pelle. Sono affascinata da questo suo mutare colore, un’ossidazione imprevedibile che lo rende speciale".
Donne e gioielli anche nelle grandi maison. Le ricorda un libro appena uscito, "Women Jewellery Designers" (ACC Publishing), di Juliet Weir-de la Rochefoucauld. E le ricordiamo anche noi. C’è la leggendaria Coco Chanel, con la spettacolare collezione Bijoux de Diamants che presentò nel 1935, nella sua residenza, a Parigi. Jeanne Toussaint per Cartier, con l’iconico "Panthère" del 1914: l’anello-pantera nato anche per amore, visto che era il nomignolo affettuoso con cui la chiamava Louis Cartier. Paloma Picasso ed Elsa Peretti, che iniziarono a disegnare, per Tiffany negli anni Settanta, gioielli senza tempo, e continuano con creazioni bestseller (da 550 euro in su). E poi, ci sono le donne nelle grandi maison adesso.
Lucia Silvestri è Jewellery Creative Director di Bulgari. "Da quasi 38 anni", sottolinea sorridendo, "come un lungo, fedele matrimonio". E sceglie proprio un gioiello disegnato da una donna: "Il bracciale B.Zero1, creato, anzi forse sarebbe meglio dire progettato, da Zaha Hadid. Grande architetto, una donna mitica. È stato un piacere averla conosciuta e lavorato con lei. Il suo bracciale ha una vestibilità perfetta, lo porto anche in questo momento" (da 15mila euro). Forse è proprio l’indossabilità, sottolinea Lucia Silvestri, quello che rende speciali i gioielli nati dalla creatività femminile. "Gioielli che si possono portare mattina e sera, come il sautoir Musa con una grande ametista". (da 70mila euro). Un gioiello che le è rimasto nel cuore? "Io ho una passione per le pietre: hanno qualcosa di magico. E quindi sono molto legata alla collezione Diva’s Dream, la mia prima, tra l’altro, come direttore creativo. In particolare penso a un bracciale con smeraldi, rubini e diamanti, un bracciale unico, irripetibile. Ci abbiamo lavorato per un anno intero". Chi lo indossa adesso? "Non posso dire il nome… È una signora asiatica, minuta, molto chic, e la prima volta che gliel’ho visto addosso mi ha stupito. Lo portava, semplicemente, con uno smoking".
E poi ancora, nelle grandi maison: Caroline Scheufele, a Chopard. "Certo che c’è un tocco femminile nel creare gioielli! Ma io vorrei che le donne sperimentassero di più. Io, ad esempio, porto spesso i diamanti con i jeans. E mi piacciono i lunghi sautoirs da portare al collo, come il nostro Happy Heart" (da 5.720 euro). Sperimentazione ed eleganza anche nella collaborazione con Livia Giuggioli Firth, la bella (e invidiata) moglie dell’attore Colin Firth, che si dedica da anni all’eco-moda con la Green Carpet Challenge, e il Green Carpet Fashion Award (con un evento lo scorso settembre alla Scala di Milano). La sfida, portata avanti insieme, è di presentare gioielli "etici"; con oro, ad esempio, "fairmined", estratto secondo condizioni di lavoro sostenibili.
La forza delle gemme anche chez Dior, dove Victoire de Castellane crea fiori preziosi. Il gioiello che porta nel cuore? "Tutti quelli che mi sono stati regalati: perché sono un simbolo". L’ultima collezione è ispirata ai giardini di Versailles: "Volevo che, in ogni spilla o anello, si riscoprisse il paradosso della natura che incontra la cultura, la caratteristica del lavoro di Le Nôtre nel Seicento nel parco di Versailles". E quindi zaffiri, smeraldi, diamanti, rubini che diventano petali da indossare. È a Parigi anche la torinese Gaia Repossi, che in Place Vendôme ha aperto la sua boutique, disegnata da un grande dell’architettura, Rem Koolhaas (http://www.repossi.com ) . Non è un caso tanto interesse per l’architettura: "Mi interessa proprio questo, l’architettura del gioiello; l’ergonomia, i volumi, la rilevanza sul corpo. Ad esempio, nella collezione "Serti sur Vide", i diamanti sospesi nel vuoto. Le donne sono cambiate e i gioielli anche, non devono soffocare" (anello e orecchini Serti sur Vide, da 10mila euro in su). Il suo pezzo preferito? Quello che indossa: un anello della collezione Antifer, in oro nero incastonato di diamanti bianchi. "Ma il mio è il prototipo, a 12 punte".
Ancora Parigi per una donna che crea gioielli quasi esagerati: Lydia Courteille. "Più sensualità, più colori, più volume: è questo il tocco femminile nella haute joaillerie, almeno secondo me. Forse per questo il gioiello che preferisco è il mio Big Sun, un bracciale con un sole arancione fiammeggiante, costruito intorno a un’opale messicana". (da 190mila euro). E Parigi per Valérie Messika, dove è appena stata presentata la capsule collection pensata insieme alla super-model Gigi Hadid: "Abbiamo unito le nostre comuni passioni per i diamanti e la moda". Anche un modo per celebrare i dieci anni della sua collezione Move: dentro, ci sono i ricordi di una bambina che giocava… con i diamanti. "Mio padre è stato uno dei più grandi dealer internazionali di diamanti, appunto, e li portava spesso a casa. Me li lasciava toccare, accarezzare… Ricordo ancora come li faceva scivolare tra le dita. È a questo che mi sono ispirata per Move, con i tre diamanti "in movimento"". Un pezzo preferito, che indossa spesso? "Il mio braccialetto Skinny. Perché lo posso portare sia con i jeans, che con un abito da sera" (da 4290 euro).
Luci orientali invece per Cindy Chao, che a Taipei (e Hong Kong, dov’è la sua seconda showroom) sogna e disegna gioielli. Ma quanto conta lo sguardo di una donna? "Moltissimo, anche perché se un tempo i monili preziosi – e i diademi, le corone - erano portati da re e regine, oggi sono quasi solo le donne ad indossarli. E femminilità, nel creare questi pezzi unici, per me vuol dire colori e texture setose, delicatezza e impalpabilità". Nipote di un architetto, figlia di uno scultore, forse per questo Cindy ha ripreso una tecnica particolare, quella dello "wax sculpting", modellando prima i gioielli in cera: "Una tecnica molto diffusa in Europa nel Settecento, che mi permette di lavorare sulla leggerezza. Così la mia Ribbon Collection, anche se composta dagli elementi più duri al mondo, metalli e diamanti, è morbidamente femminile, come modellata da un soffio di vento". (Ruby Ribbon Ring, da 100mila euro). Ma, sottolinea Cindy, femminilità per lei è anche ricerca cromatica: "I petali della mia Rose Collection sono freschi, vividi, grazie alle diverse sfumature dei rubini. La sensazione che danno è una sorta di tenerezza. Non solo. Cerco la leggerezza anche nei materiali: trovo importante che una donna possa indossare dei gioielli non pesanti. Per questo, nei miei Black Label Masterpieces, uso il titanio. E sono orgogliosa della mia Phoenix Feather Brooch, una piuma-spilla che si può anche usare come decorazione nei capelli, o agganciata in vita. Di diamanti gialli e titanio, è lunga 18 centimetri ma pesa appena 36 grammi". (Venduta da Christie’s per 955mila euro).
Femminilità per Silvia Damiani, terza generazione e ora vicepresidente del gruppo: sono stati da poco festeggiati i cent’anni, con una mostra a Palazzo Reale a Milano, che ora viaggia per il mondo (la seconda tappa è stata Mosca). Femminilità per Delfina Delettrez, della famiglia Fendi, che crea gioielli a Roma: "Per me è tutto al femminile. Dal pensiero al corpo che vesto. E pensare che è un mestiere nato al maschile: da Benvenuto Cellini in avanti". Un gioiello da lei disegnato che le è particolarmente caro? "Il primo anello che ho creato con la mia bimba in pancia. Anello talismano, protezione e omaggio alla sua nascita: ma non l’ho mai messo in produzione, è privato e personale. L’ultimo appartiene alla collezione Twins, appena presentata a Parigi, ispirata ai gemelli che aspetto. Ma forse il gioiello che indosso di più è il mio anello Dots in oro bianco e diamanti. Il diamante mi affascina enormemente, mi dà forza. Ha un lato ultra-poetico e romantico in contrasto con la sua durezza; non a caso lo si definiva "pietra dei guerrieri". (anello Dots, 6000 euro; orecchini Twins, 780 euro ciascuno).
E poi ecco le giovani donne che spesso presentano i loro gioielli con dei "trunk show" digitali, su modaoperandi.com, ad esempio, o net-a-porter.com: nomi nuovi, nuovi modi di appassionarsi alla bellezza. Anita Ko a Los Angeles, Neha Dani a New Delhi, ma anche Maria Tash, regina del "piercing ricco" a New York e Londra…
Infine, una voce dissonante. Quella di Lia Di Gregorio, che dice: "Non trovo che ci sia una specificità femminile nell’arte del gioiello. Non oggi, almeno, in tempi di fluid gender, di fluidità dei sensi e dei generi. Piuttosto trovo che sia importante la sensibilità del designer nel cogliere gli input del tempo, e tradurli in concetti e forme essenziali". Lia è un concentrato di italianità: pugliese, il suo atelier è a Milano (http://liadigregorio.com ), ma ha studiato a Firenze, con una formazione "classica" di cui va orgogliosa, all’Istituto d’arte e oreficeria. "Poi sono andata a scuola da Bino Bini, maestro orafo e scultore, una figura d’altri tempi, che continuava a ripeterci: dovete saper fare". Oggi i gioielli di Lia sono in vendita in tutti i super-luxury Dover Street Market del mondo. Tra i bestseller, l’anello Touch (2300 euro). "Che è anche il mio preferito. Nasce dall’idea di invertire la posizione classica della pietra preziosa: una perla è montata all’interno di una fascia d’oro che la contiene". Quasi una carezza nascosta. Metafora, forse, di tutto quello che è il gioiello per le donne.

Il lusso dell’amore: stare dentro, con l’inverno fuori.

Giovedì, 4 gennaio 2018 @08:09

"Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo."
(Dino Buzzati)
Il lusso dell’amore: stare dentro, con l’inverno fuori.

Quando ho scelto questa frase per il mio #spillo della settimana su Gioia (il primo del 2018!) pensavo proprio a giorni così. Giorni in cui fuori è freddo, magari nevica, e possiamo guardare il mondo gelido al riparo di un amore. (O almeno di una finestra e un calorifero! E, vero lusso anche questo, un camino acceso).

Chiudi gli occhi. Di cosa sa il tuo Natale?

Mercoledì, 20 dicembre 2017 @08:40

"L’odore che ricordo di mio padre era quello di un albero di Natale, misto di cera spenta e di aghi d’abete bruciacchiati, misto dell’odor di miele di certi dolci e della fragranza del tè e del panettone. Quel babbo, imperterrito fumatore di Capstan biondo e di trinciato moro, aveva un sapore antico e vegetale che riempiva i polmoni di forza quando lo abbracciavo".
(Paola Masino)
Chiudi gli occhi. Di cosa sa il tuo Natale?

Il mio Buongiorno di oggi, che è anche lo #spillo della settimana su Gioia, è tratto da "Album di vestiti" (Elliot), un libro molto particolare, scritto da Paola Masino, scrittrice ormai dimenticata degli anni Trenta, compagna di Massimo Bontempelli (direi molto dimenticato anche lui, io stessa non ho mai letto nulla), e ripubblicato qualche anno fa da Elliot Edizioni. Libro che ho letto con molta curiosità, perché è la storia di una vita raccontata attraverso i vestiti, attraverso i ricordi dei vestiti. Neppure un’immagine, solo ricordi e parole. E un pezzo di questo libro faceva parte delle letture/esercitazioni (in cattedra! che buffo) che ho scelto per il workshop di Fashion Writing tenuto al Naba, la Nuova accademia di belle arti di Milano.

E dunque, di che cosa sa il Natale? Il Natale di Paola Masino è di inizio Novecento; eppure anche il mio Natale, un secolo dopo, sa di panettone e di tè. E di candele: ho sempre ammirato gli alberi di Natale nordici, con le candele di vera cera d’api. Forse per questo in questi anni compro una corona di vero abete. E’ sul tavolo e rilascia un profumo sottile, che sa di bosco. E il vostro Natale, di che cosa sa?
Mentre ci pensate (e aspetto le vostre risposte!), leggete questo:


"Era il pomeriggio di Natale quando Ádám la portò in via Költö. Durante il tragitto si era scatenata una tempesta di neve… Una volta usciti dall’auto, non vedevano a due passi dal naso per via della tormenta. Annuska ancora in quel momento non conosceva la casa in cui entrava, non sapeva nulla di nulla. Era stato Ádám a trovare l’appartamento, ad affittarlo, arredarlo, ed era stata tutta una sorpresa, una sorpresa di Natale.
Dapprincipio non le fu permesso nemmeno di entrare nella stanza, rimase a sedere fuori, nella piccola anticamera dell’atelier, si soffiava sulle unghie, alitava sulla finestra, ma non riusciva a sciogliere gli arabeschi di ghiaccio. Faceva freddo. Ádám armeggiava nell’atelier, lei sentiva rassettare, si udì anche il crepitìo del fuoco, poi uno scoppiettio e Ádám cominciò a scuotere un campanello. Lei sapeva che quello era il segnale, che adesso poteva entrare, e in verità non se ne meravigliò. Aveva sempre sospettato che non sarebbe potuta andare diversamente: un giorno, all’improvviso, sarebbe arrivato l’angelo, avrebbe agitato un campanello e sarebbe arrivato il Natale, un Natale come ce n’erano dappertutto nel mondo, tranne che a Tarba.
Si precipitò dentro, avrebbe voluto urlare, come tanto tempo prima, quando aveva visto Jenö alla finestra, la pala d’altare, o il presepe di Anzsu, gridare e pestare i piedi per la gioia, ma dalla sua gola non uscì alcun suono. Perché lì, al centro dell’atelier, c’era un albero di Natale gigantesco, quali se ne addobbano solo nelle stazioni o negli ospedali, un albero enorme, con sprizzascintille, candele colorate, avvolto nel luccichío di nastri metallici e stelle filanti; dai suoi rami pendevano noci dorate e cuori di cioccolata, ghiaccioli d’argento, globi di vetro grossi quanto un pugno e sprizzascintille accesi, in cima era piazzata una stella cometa e sotto, dentro una cesta per il pane, avvolto in una realistica fasciatura da infante, con una cuffia sulla testa a una bianca camiciola, c’era Gusztáv, che guaiva spaventato a morte…
Annuska aveva ventisei anni. Questo era il suo primo Natale".

E’ il 1958 quando esce, in Ungheria, "Affresco" di Magda Szabó. Ora ripubblicato da Monika "con la kappa", l’editrice ungherese che porta i libri di Magda (ma non solo) in Italia, con Anfora Edizioni. Ve lo consiglio il libro, la storia di Annuska e della sua fuga da una famiglia infelice per diventare se stessa; e mi è piaciuto così tanto questo suo primo Natale, quest’albero gigantesco mentre fuori nevica e quest’amore che scalda tutto, un uomo che sa sorprenderla e un cucciolo di cane; mi è piaciuto così tanto, che ho voluto regalarvelo, per Natale.
Ma non basta. Ho appena cominciato a leggere "Christmas Pudding" (ripubblicato adesso da Fig Tree/Penguin Books), un breve romanzo scritto negli anni Trenta da una Nancy Mitford giovanissima (l’avete letto, vero, "L’amore in un clima freddo", Adelphi?). Sono già arrivata alla scena in cui la castellana, Lady Bobbin, passa di notte nelle stanze dei suoi ospiti (tutti di famiglia) per riempire di cianfrusaglie le calze, spaventandoli a morte. Ma fa parte della tradizione, no?
E dunque, buon Natale, ovunque siate, con il panettone o senza. Raccontatemi i vostri sapori e i vostri riti delle feste. Perché raccontare è celebrare.

Monica, professione editrice: di libri che sono come tazze di cioccolata calda.

Giovedì, 14 dicembre 2017 @15:57

Leggere un libro che è come una tazza di cioccolata calda. Anzi, di più: come fare un bagno in un’intera vasca di cioccolata calda. Quando Monica Randi, la fondatrice della piccola, essenziale (almeno per me!) casa editrice Astoria, ha usato questa metafora per descrivermi uno dei suoi romanzi preferiti, il deliziosamente vintage "Un matrimonio inglese", era quasi estate e l’idea della cioccolata calda lontanissima. Ci ripenso adesso, a dicembre, quando l’idea di stare a casa con un libro-cioccolata mi sembra la cosa più vicina alla felicità. Nel frattempo ho continuato a leggere i piccoli, lucidi, rossi Astoria, che creano dipendenza, come ciliegie o cioccolatini; e ho letto anche il libro consigliato, "Un matrimonio inglese". Scritto nel 1907 da Frances Hodgson Burnett (se qualcuno ha letto Piccolo Lord Fauntleroy, cult per bambini d’antan, alzi la mano!), è una storia molto romantica, certo. Ma non solo: è la storia di una ragazza forte, testarda e indipendente (che sia un’ereditiera americana fa parte della cioccolataggine del libro), che, partendo da New York per cercare, e cercare di salvare, la sorella sposata a un aristocratico ma brutale inglese, cerca anche altro. Anche se non lo sa. Cerca un amore forte come lei. E lo trova.
Spero solo che Astoria continui a scovare libri-cioccolatino, e a proporli, perché a volte, nella vita, abbiamo bisogno solo di questi. Ed è qui che Monica Randi li sceglie, in questa grande casa con terrazza che si affaccia su un cortile milanese. Lei è questo, questa sala con un angolo dipinto di rosso ciliegia come le copertine dei suoi libri; il portasigarette (molto chic e vintage anche questo!), da cui sfila una sigaretta quando ci sediamo; il grande tavolo, i libri ovunque, presenze silenziose e sorridenti. Ed è qui che mi offre un caffè e mi racconta come è iniziato tutto. "In un piccolo albergo di Francoforte che si chiamava proprio Astoria, dove ci ritrovavamo ogni autunno, per la fiera del libro. Un gruppo di editor di narrativa straniera da tutto il mondo, non solo colleghe ma anche amiche. L’ultimo sabato era dedicato a noi: una serata davanti a un bicchiere, commenti, gossip, consigli sui libri appena incontrati in fiera. E quindi, quando ho deciso – quasi una follia! - di lasciare la casa editrice per cui lavoravo e di fondarne una mia, le ho invitate tutte per un weekend nella mia casa al lago. E il nome è venuto spontaneo: quello del nostro albergo". Era il 2009; i primi libri Astoria sono usciti nell’ottobre del 2010. "In quegli anni le donne mi sembravano ancora maltrattate in ambito letterario. Quindi ho pensato a un catalogo di scrittrici, soprattutto British: mi piace molto la loro capacità di usare l’ironia in modo empatico rispetto alle protagoniste dei loro romanzi. Un’ironia buona". E infatti ecco, tra i piccoli libri ciliegia, una delle mie preferite: Stella Gibbons. In Astoria trovate "La fattoria delle magre consolazioni" e "I segreti di Sible Pelden", anni Trenta e Quaranta, ma speriamo che arrivi altro…
Ma, tra tutti i suoi libri ciliegia, se dovesse regalare a un’amica un comfort book, un libro che accarezzi e consoli e faccia sorridere, cosa sceglierebbe? "Di sicuro "Il libro di Miss Buncle" di D.E. Stevenson e "Cluny Brown", di Margery Sharp. Storie lievi, sorridenti, intelligenti di donne che sembrano non trovare un posto nella vita. Almeno all’inizio della storia". E gialli, un altro perfetto anti-ansia? Addirittura una serie, quelli che scrive M.C. Beaton con Agatha Raisin: "Una protagonista non bella, non giovane, un po’ cinica e brusca; una donna di successo però, e perennemente alla ricerca del grande amore". Io preferisco le gialliste nordiche, svedesi e danesi soprattutto, forse Agatha riuscirà a convincermi? E poi, giusto in tempo per Natale, l’ultimo arrivato in libreria: "Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey", di Mary Anne Shaffer e Annie Barrows. E, sorpresa, c’è anche Trieste, dove Monica Randi non è mai stata (neppure al meraviglioso Caffè San Marco con libreria tra i tavolini, che sospetto le piacerebbe moltissimo), anche se ha pubblicato un romanzo che ne parla: "Si può tornare indietro", di Ada Murolo, storia di due giovani donne durante la Seconda Guerra Mondiale, nella mia città segnata dalla bora.
Io esco dall’incontro - perché sì, questo è il mio ultimo LisaIncontra - con dei piccoli libri ciliegia in borsa e la sicurezza che ne arriveranno altri. Voi li trovate in libreria, ma anche qui:
http://www.astoriaedizioni.it

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.