Lisa Corva

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Perché vorrei i superpoteri delle piante.

Sabato, 3 agosto 2019 @11:10

"Ma poi gli anni mi sono cresciuti addosso come spine".

Mi gira in testa questa frase da mesi, da quando l’ho letta, e sottolineata, in un libro (il giallo di una scrittrice colombiana, Melba Escobar, "La Casa della bellezza", Marsilio; non mi è piaciuto, ma la frase sì, mi è rimasta appiccicata addosso: una spina?).
Ed è da mesi che ci penso. Perché ci sono giorni come spine: lo sappiamo. Giorni in cui inciampiamo in cose brutte e a volte inaspettate, e ci facciamo male, rifiuti, dispiaceri e delusioni che tagliano come pezzi di vetro. Ma non avevo mai pensato agli "anni che ci crescono addosso come spine". Spine che graffiano. E proteggono. Spine di una rosa, spine di un cactus. Dunque nelle piante c’è una saggezza che possiamo ascoltare?
Ci ho pensato in questi mesi nel mio "cammino verde" tra i salici, accanto a un canale, vicino a casa. È quello che chiamo il cammino dei partigiani, perché è dedicato a un momento di resistenza della seconda guerra mondiale; ed è la mia passeggiata preferita. Lì, tra i salici, ripensavo alle spine. E a tutte le letture green di questo periodo, necessarie, in questo momento di emergenza climatica e global warming ignorato dai potenti. Tutto è nato con "Broken Nature" alla Triennale di Milano, l’avete vista la mostra? Lì, nella parte sulle piante curata da un geniale Stefano Mancuso, "La nazione delle piante", sono rimasta affascinata da questa semplice dichiarazione: le piante hanno dei superpoteri. "Non è forse un superpotere la capacità di ricavare tutta l’energia di cui si ha bisogno dal sole?", mi ha detto Mancuso, che è direttore del Laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale, in un’intervista che uscirà presto. "Ci basterebbe metterci alla luce, e non avremmo più bisogno di mangiare". È vero: la magia della fotosintesi!
Quali altri superpoteri vorrei copiare dalle piante? Penso alle Metamorfosi di Ovidio: mi piacerebbe ricoprirmi di muschio, non di spine. Stavolta niente petali: sono bellissimi, profumati, certo, ma effimeri e caduci. Invece vorrei che gli anni mi coprissero di muschio come sulle cortecce di certi alberi, nei boschi, nelle foreste ombrose. Forse perché li vedo quasi ogni giorno: gli alberi sul cammino accanto a casa. Sono piante vecchie, ma toccarle dà una sensazione di forza, di resistenza; il muschio, soprattutto se ha piovuto, è umido, morbido. Anni che non pungono, ma che mi trasformano e, forse, mi proteggono. Anche questa è una cosa bella da imparare.

Ma ancora a proposito della saggezza delle piante. Nel libro di un giovane filosofo, Emanuele Coccia, "La vita delle piante-Metafisica della mescolanza" (Il Mulino), che tra l’altro è tra i curatori della mostra "Nous les arbres" alla Fondation Cartier di Parigi, ho trovato una frase che mi ha colpito molto. Poetica, illuminante, consolatoria. È un intero capitolo dedicato alle foglie. "La foglia è la forma paradigmatica dell’apertura; la vita capace di essere attraversata dal mondo senza esserne distrutta". E io che ho sempre pensato alle foglie malinconicamente: foglie d’autunno. E invece: "L’origine del nostro mondo sono le foglie: fragili, vulnerabili, eppure capaci di ritornare e rivivere dopo aver attraversato la cattiva stagione". Non è un bel pensiero di compleanno?

Che libri leggi quest’estate?

Giovedì, 11 luglio 2019 @21:06

Me lo chiedono tutti, e (me) lo chiedo anch’io. Sto facendo un piccolo elenco di romanzi che vorrei portarmi in valigia. Intanto voi metteteci questi, e attenzione, non sono solo "novità in libreria". Perché i migliori consigli, secondo me, sono presi dagli scaffali (anche della memoria), e non dal banco delle ultime uscite. Con qualche eccezione: sto leggendo "La straniera" di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo), finalista allo Strega, che mi aveva molto incuriosito. Ma non l’ho finito, quindi non ve lo posso consigliare… Dunque:

Libri light. Libri per sorridere, o ridere. Rarissimi. Io regalo e consiglio sempre Gerald Durrell, "La mia famiglia e altri animali" (Adelphi), piccola cronaca esilarante e vera di una famiglia inglese che si trasferisce a Corfù negli anni Trenta. Mi è piaciuto così tanto che mi sono letta anche "Io e i lemuri" (sempre Adelphi), racconto di una spedizione in Madagascar, ma non chiedetemi di che animali si tratta (lui diventò un celebre zoologo), perché non l’ho capito… Tra i libri light, ironici, intelligenti, consiglio, a chi non l’ha letta, tutta Elizabeth von Arnim (Bollati Boringhieri, Fazi), e Jane Austen (of course!). E poi alcune delle mie amate scrittrici inglesi degli anni Trenta: Stella Gibbons ad esempio (tradotta in italiano da Astoria). Ma anche la superchic Nancy Mitford (Adelphi). E alcuni gioielli come "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew" di Winifred Watson (Neri Pozza) e "Diario di una lady di provincia" di Lady Delafield (sempre Neri Pozza), che ha le pagine consumate da quanto l’ho riletto. Più una scoperta di quest’anno: "Una bella giornata" di Mollie Panter -Downes (Elliot), una donna, una bici, una giornata di caldo nell’Inghilterra del 1946, subito dopo la guerra. Delicato e inaspettatamente moderno. Aggiungo una nuova perversione, Georgette Heyer, con i suoi romantici romanzi finto Regency, che finiscono sempre bene (tradotti da Astoria, ma quanto mi piace quella casa editrice dai piccoli libri rossi!). E confesso che nei momenti disperati rileggo P.G.Wodehouse… Non so perché, ma certa letteratura inglese, letta in inglese (lo so, sono snob!), ha sempre il potere di mettermi di buonumore. E visto che dopo questo post mi hanno chiesto di consigliare un Wodehouse, ecco la mia risposta: un libro di Wodehouse è difficile da consigliare, perché è davvero un mondo a sé. Non un pianeta, come Murakami. Ma un mondo ora scomparso: quello dei castelli e delle case avite in Inghilterra, dei baronetti, degli scapoli impenitenti che vanno al club, dei maggiordomi sapienti, dei piccoli grandi intrighi che finiscono sempre bene. Lui, Pelham Grenville Wodehouse, poi diventato Sir, era nato in Inghilterra nel 1881, quindi quel mondo l'ha conosciuto bene. E l'ha raccontato con una leggerezza incredibile, con un sense of humor, anche nella lingua, inarrivabile. Una specie di Downtown Abbey, dove la vita però è solo una commedia. Provate a scegliere a caso, anche se le serie più famose sono quelle di Jeeves e del Castello di Blandings. E visto che ci siete, non perdetevi l'esilarante "Zia Mame" di Patrick Dennis (Adelphi), scritto invece negli anni Cinquanta.
Infine, una piccola aggiunta nel mezzo dell'estate: perché a casa di amici, al mare, tra scaffali e scaffali di libri vecchi, nuovi, sciupati dal mare e dalla sabbia - eravamo a Ibiza - e dalle riletture, ho trovato un romanzo che mi aspettava da tempo, un bestseller di cui avevo tanto sentito parlare: "Il centenario che saltò dalla finestra", dello svedese Jonas Jonasson (Bompiani). L'ho finito in tre giorni! Un libro leggero, ironico, e surreale quel tanto che basta. Lo metto subito in questa lista light.

Altri pianeti. L’anno scorso sono stata, per la prima volta in vita mia, in Giappone, e mi è sembrato di entrare dentro un libro di Murakami. Lo sto leggendo da anni, nella bella traduzione Einaudi, l’enigmatico e magnetico scrittore, e mi piace tutto, compreso il complicato 1Q84. Ora mi sono comprata dei suoi libri di racconti: e dire che in genere non mi piacciono le short stories, ma qui faccio un’eccezione, perché ogni racconto è un pianeta a sé. Se non avete mai letto nulla, cominciate con "Norwegian Wood", struggente storia d’amore, struggente come può esserlo solo a vent’anni.

Amore. Ho detto struggente storia d’amore? Sì, l’ho detto. Quindi, se quello che volete da un libro quest’estate è che vi rovisti dentro, vi commuova, vi faccia ricordare cose mai vissute (sembra una contraddizione ma non lo è: ci sono certi amori che vivono solo nel ricordo, o nell’attesa), un consiglio, uno solo: "Settembre 1972" (Edizioni Anfora), dell’ungherese Imre Oravecz. Pagine che sembrano di diario, o di poesia, che si possono leggere di seguito o solo a pezzetti. Ringrazio l’appassionata editrice, Monika, di avermelo mandato, e la ringrazio anche perché pubblica la magistrale Magda Szabó, e non è poco. Aggiungo "Il giorno uno di noi due", di Stefania Rossotti (Mondadori). E non solo perché ha un titolo bellissimo. Ma perché racconta un amore che fa (anche) pensare all’amore.

Gialli. Ah, qui vi voglio. Che estate è senza un giallo? E io amo le gialliste nordiche: Åsa Larsson (Marsilio), che purtroppo non scrive più, come vi invidio se non avete mai letto niente di suo; Anne Holt (Einaudi), l'improbabile, e bravissima, detective lesbo in carrozzella in Norvegia. Ultimamente mi sono appassionata a Jane Casey, detective riccioluta e irlandese a Londra: Astoria ha tradotto "In fiamme" e "Atti spietati". Consiglio! Invece sconsiglio assolutamente la Lackberg, soprattutto l’ultimo, che mi è sembrato così stupido e fastidioso da non meritare neppure un bookcrossing.

Voci di maschi. Non vi viene mai voglia di uno sguardo davvero maschile, di un libro che sia come una lunga chiacchierata con uno sconosciuto incontrato per caso? Allora tre titoli: "Tutto quello che è un uomo", di David Szalay (Adelphi), giovane scrittore che ho conosciuto e ammirato per la sua destrezza nel raccontare i maschi, appunto. David sembra uscito da una pagina del suo libro: nato nel 1974 a Montreal, in Canada, padre di origini ungheresi, ha studiato e vive in Inghilterra. Una vita con diverse mappe dentro, come nel suo libro corale di maschi "fotografati" in diverse età delle vita e luoghi diversi, un intreccio itinerante di solitudini e sentimenti nel continente Europa… Poi, "Sono corso verso il Nilo" (Feltrinelli) di ‘Ala al-Aswani, un libro, politico, duro, necessario, che racconta quello che fu la rivoluzione di piazza Tahrir nel 2011 e quello che sono tante rivoluzioni di piazza oggi. Aggiungo "Bugie d'estate" (Neri Pozza), di Bernard Schlink: anche qui racconti (si vede che i racconti mi chiamano in questo momento), storie sospese, uomini e donne colti in un momento di indecisione, quasi di smarrimento, anche di bugie, raccontate agli altri ma anche a sé.

Voci di donne. Finito da poco, "I racconti delle donne", a cura di Annalena Benini (Einaudi), per ricordare le donne prima di noi, anzi: le donne che hanno scritto prima di noi. Perché vivere è anche raccontarsi, e questo lo facciamo tutte, anche solo con un post su Instagram. Ma soprattutto la favolosa antologia "The Paris Review – Interviste, vol.5" (Fandango), una raccolta di interviste alle più grandi scrittrici del nostro tempo apparse sulla rivista americana, da Dorothy Parker a Margaret Atwood! Ho letto sottolineando ad ogni pagina: un modo per capire che cos’è la creatività al femminile, le sue pozze oscure, anzi, come diceva Natalia Ginzburg, "il" pozzo, il pozzo nel quale tutte cadiamo ogni tanto. La curatrice della Paris Review, tra l’altro, dal bizzarro nome di Ottessa Moshfegh, ha scritto uno dei romanzi più interessanti che ho letto l’anno scorso: "Il mio anno di riposo e oblio" (Feltrinelli). Storia di una ragazza a New York, una ragazza che ha tutto ma vuole soltanto… dormire. E ci riuscirà, stordendosi di psicofarmaci. Un anno in pigiama, un anno nel pozzo, e una rinascita.

Classici? Qui metto un punto di domanda perché non ho ancora scelto che classico leggere, o rileggere, quest’estate. Amo le riletture: Guerra e Pace, ma anche La montagna incantata, Il rosso e il nero, I Buddenbrook… C’è qualcosa nell’estate, nella controra, nelle cicale, nella brezza della sera, che rende meravigliosi i viaggi nei grandi romanzi del passato. Negli ultimi mesi, assolutamente per caso, ho letto Stefan Zweig: mi sono appassionata a quei piccoli libri Adelphi con i colori che sembrano quasi caramelle allo zucchero, quelle delle vecchie pasticcerie, o macarons. Pura Mitteleuropa. Ma adesso? Avete dei consigli?

(E infine, lo metto proprio tra parentesi, ma voi i miei libri li avete mai letti? Lo so, ne dovrei scrivere un altro, ma intanto…)

Il mio libro preferito non parla d’amore, ma di un giardino.

Martedì, 9 luglio 2019 @08:56

Il libro preferito della mia scrittrice preferita, Elizabeth von Arnim, non parla d’amore, ma di un giardino. Ha le pagine consumate, il prezzo ancora in lire, e mi sorride già dalla copertina. "Il giardino di Elizabeth", longseller che trovate in tre edizioni diverse (Bollati Boringhieri, Elliot, Fazi) è stato scritto nel 1898, quando Elizabeth era solo un’inglese di "down under", nata nella lontanissima Australia, che sposa un nobile tedesco e finisce in Pomerania: "Elizabeth and Her German Garden", appunto. Poi arrivarono i debiti, la casa venduta, le guerre: le catastrofi e la vita. Ma in quell’anno Elizabeth è semplicemente una giovane donna che ama il suo disordinato giardino, anche quando sa solo di terra bagnata. E libertà. Che cosa mi ha insegnato? A guardare il mondo con intelligenza e ironia, che è forse il modo migliore di sopravvivere. Ma anche a uscire, quando si è tristi, e cercare qualcosa di verde e vivo, fosse anche solo un basilico sul balcone.

Sì, a proposito di giardini, di viaggi, di libri, di mondo. Per D di Repubblica ho scritto di viaggi fioriti, due sabati fa: quattro pagine di foto e parole (le trovate qui sotto). Ma è stato tagliato fuori "Il giardino di Elizabeth". Così ho raccolto il ramo, e l’ho infilato qui, in questa mia pagina web, che a volte mi sembra davvero un salotto, o forse adesso una veranda in penombra. Metto dei cuscini, dell’acqua fresca con menta e limone, forse anche del tè. Metto le ombre e la controra dell’estate. Buona lettura!



GIARDINI TROPICALI per specialisti con budget
Tropical Modernism sotto forma di giardino: è quello di Bevis Bawa a Sri Lanka. Ce lo racconta Giovanna Silva, editrice di Humboldt Books e viaggiatrice, che l’ha amato e fotografato "Ho studiato architettura e sono sempre in cerca di scuse per i miei viaggi", dice. "Da tempo mi affascinava Geoffrey Bawa, che a 38 anni – l’età che ho io adesso – decide di cambiare vita: da avvocato ad architetto. Nel ’47 aiuta il fratello Bevis, un commerciante di tè, a progettare il suo giardino. E poi compra un appezzamento di terra lì vicino, a Lunuganga, dove costruirà la sua casa, e un giardino per sé. È stato il suo primo progetto: poi diventò davvero un grande architetto. Lì ora ci si può dormire, io l’ho fatto". Il lussureggiante Brief Garden, con statue antiche (ma anche italiane fake: Bawa adorava i giardini all’italiana), un po’ delabrè, è un bellissimo segreto. https://briefgarden.com e http://www.geoffreybawa.com/lunuganga-country-estate/
In Cina invece i Giardini del tè di Dazhangshan, che quest’anno hanno vinto la 30esima edizione del premio Carlo Scarpa per il giardino: più di 500 ettari di campi ondulati, dove viene coltivata, secondo le regole dell’agricoltura biologica, la pianta di uno speciale tè verde. Ci vivono e lavorano oltre 250 famiglie. http://www.fbsr.it/paesaggio/premio-carlo-scarpa/i-luoghi-premiati/giardini-del-dazhangshan/
E infine un giardino esagerato, quello dentro l’areoporto Changi di Singapore: una serra gigante a cinque piani, con la cascata d’acqua del Rain Vortex, (il progetto, appena terminato, è di Safdie Architects). E un Butterfly Garden nel terminal 3. Se non sapete cosa fare durante uno stop-over… http://www.changiairport.com/


GIARDINI D’AUTORE per millennial visionari
Un giardino solo di cactus (più di 4500, 450 specie diverse e 5 continenti) a Lanzarote, disegnato dall’architetto e artista César Manrique. Ce lo racconta la designer Cristina Celestino: "Sono andata sull’isola proprio per vedere da vicino tutto quello che aveva fatto Manrique negli anni Settanta. Il giardino di cactus, la casa museo del Campesino… E un ristorante, El Diablo, dove la carne alla brace è cotta con il calore della terra, visto che è una zona vulcanica". http://www.cactlanzarote.com/
Cristina Celestino, che confessa di amare il verde così tanto che farebbe la giardiniera se non progettasse design, ha un altro angolo green del cuore: l’Orto Botanico di Padova. Fondato nel 1545, è il più antico del mondo ancora nella sua collocazione originaria.
Tra i giardini visionari: il Jardin Cubiste di Villa Noailles, a Hyères, commissionato a Gabriel Guevrekian da una coppia di ricchi ed eccentrici nel 1925, per la loro villa modernista. www.villanoailles-hyeres.com
Un’altra coppia fuori dall’ordinario, quella dei galleristi celeb Hauser Wirth: per il loro spazio d’arte con residenza e ristorante nel Somerset hanno voluto un giardino minimalista di Piet Oudolf (che ha curato il verde della High Line). Lì hanno fatto "atterrare" uno strano oggetto a metà tra meteorite e astronave, disegnato da Smiljan Radić: era il Serpentine Pavilion del 2014, uno degli archi-padiglioni effimeri che si aprono ogni anno a Kensington Gardens a Londra. www.hauserwirth.com
E in Italia? Oasi Zegna, più che un giardino un’area montana protetta di 100 chilometri, in provincia di Biella. Il percorso "All’aperto" porta tra opere d’arte "site specific": da Daniel Buren a Dan Graham. L’ideale è andarci quando fioriscono i rododendri. http://www.oasizegna.com/it/

GIARDINI CLASSICI per absolute beginners
Versailles, che ha delle bellezze in ogni stagione, capolavoro di Le Nôtre. Che non era soltanto il giardiniere di Luigi XIV: è stato un grande paesaggista. Certo più abituato ad utilizzare matita e compasso, che zappa ed innaffiatoio, Le Nôtre va oltre: cattura l’orizzonte. Forse per questo affascina da anni la landscape architect Ana Kučan, docente all’università di Lubiana, che il parco di Versailles l’ha fotografato con delicatezza in bianco e nero (foto che sono diventate una mostra, "L’espace infini"). "Ma oggi il tema che mi interessa è il giardino come metafora, o se possa ancora essere una metafora", dice. "Ho invitato a ragionare su questo filosofi, artisti e paesaggisti da tutto il mondo, per un libro che uscirà a novembre". www.chateauversailles.fr/
Altri giardini classici: quello di Charleston House, del gruppo Bloomsbury, of course. www.charleston.org.uk
Quello toscano di Iris Origo, nata in Inghilterra all’inizio del Novecento, che poi sposò il marchese Origo. La Foce, in provincia di Siena, è la casa dove viveva e scriveva. www.lafoce.com
Più a Sud, Villa Lante e i suoi giochi d’acqua, a Bagnaia, in provincia di Viterbo: che è, insieme a Bomarzo e i suoi "mostri" in pietra, uno dei più famosi giardini manieristici del Cinquecento. polomusealelazio.beniculturali.it www.bomarzonet.it
Infine, Villa della Pergola in Liguria, dove fioriscono gli agapanti, introdotti alla fine dell’Ottocento dai primi proprietari inglesi. Oltre 430 varietà diverse, dal bianco al lilla, dall’azzurro al blu. www.giardinidivilladellapergola.com Un giardino con un orizzonte di mare.

Non nella vita di tutti c’è posto per un faro, ma nella mia sì.

Lunedì, 1 luglio 2019 @08:53

"Non nella vita di tutti c’è posto per un faro,
ma nella mia sì. Oggi su quest’altra isola
sono andato al faro, pioggia, gridi
di gabbiani. La notte ho potuto stare col guardiano.

Fingeva di esistere ancora. Se l’è annotato,
una nave diretta a Nord, la forza del vento. E ho visto
nel buio una luce contro le onde, e lì vicino
quel che aveva scritto nella sua grafia antiquata.

Morto da tanto, lui. Tutti i mari percorsi, tutti i porti visti,
Archangel’sk, Valparaíso, la poesia del medico di bordo.
Accendere, spegnere, una notte sul faro, brigantino verso Nord,
silenzio, fumare, scrivere, silenzio, la luce sulla duna,
il faro ora abbandonato".

(Cees Nooteboom)

Primo giorno di luglio, voglia di isole. Leggo a caso in uno dei piccoli libri Einaudi di poesie che mi piacciono tanto - questo è "L’occhio del monaco", di Cees Nooteboom - e trovo un faro.
(A proposito, il libro si chiama così perché le poesie sono state scritte quasi tutte su un’isola delle Frisoni Occidentali, in Olanda, Schiermonnikoog: l’isola dei monaci grigi. Ma nella vita del poeta olandese c’è un’altra isola: Minorca. Nord e Sud, venti e gabbiani: fortunato chi ha delle isole nella sua vita. O dei fari).

La mia (prima) estate marinière.

Lunedì, 24 giugno 2019 @09:33

Come sono arrivata alla mia non più verdissima età (che peraltro, come scrisse Goliarda Sapienza, è l’oro degli anni) senza avere una maglia a righe per l’estate?
Buona domanda.
Eppure, è successo.
Forse per lo stesso motivo per cui ho comprato il mio primo paio di jeans a 44 anni, ovvero esattamente dieci anni fa (la storia la trovate qui http://www.lisacorva.com/it/view/10/ ).
Perché i capi basic – la "petite robe noire", i jeans, la camicia bianca – sono facili da usare, ma difficili da scegliere. Ti scelgono subito, come un amore incontrato sui banchi di scuola che poi non lasci più; oppure vai avanti nella vita e conti sui colpi di fulmine. E io è da mesi che vorrei innamorarmi di una marinière. Ci sono arrivata per cerchi concentrici. Prima ne ho scritto: Coco Chanel, come lei nessuno mai. E la sua prima marinière ispirata a quella dei marinai bretoni, e lanciata a Deauville, che portava insieme a dei pantaloni larghi e quasi scandalosi (era comunque il 1917, le donne dovevano ancora fare tutto, anche conquistarsi il diritto al voto). Poi ho cominciato a vederla ovunque: di tutte le taglie, colori ed età (anche le maglie invecchiano), addosso a donne di tutte le taglie, colori ed età. Ma anche bambini e uomini: la portava Picasso, del resto, no? E poi ho cominciato a provarle: da Zara, H&M, Cos, e nelle boutique delle città dove sono passata in questi mesi. Ma nessuna andava bene.
Infine l’ho vista: sul profilo Instagram di un negozio di cui ho scritto per How To Spend It Italia/Sole24Ore, nella mia rubrica mensile sui topshop del mondo. Il negozio è a Milano, Chicchi Ginepri. E la marinière era lì, sapevo che era lei, anche da lontano: leggera, di lino sottile, a righe bianche e blu quasi annacquate. Francese: di Majestic Filatures. E il pacchetto (grazie Chicchi Ginepri!), mi è arrivato anche nel giorno giusto: il primo giorno dell’estate. L’ho indossata ieri, per la prima volta, al mare, il mio mare, uno dei miei mari. Benvenuta marinière, non vedo l’ora di viaggiare con te.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.