Lisa Corva

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Due calendari dell’avvento, una Sachertorte e tre libri.

Mercoledì, 12 dicembre 2018 @09:51

Adventskalender: uso il nome in tedesco, perché il primo, superclassico e nordico, è il regalo di un amico artista berlinese. Una chiesa coperta di neve in una vera Winterwonderland. Il secondo, invece, è di un tipo che non avevo mai visto, ed è il regalo di un’amica che lavora nel design: coloratissimo, ogni finestra… una bustina di tè. Speziato, verde, con la cannella, o con il lychee… Bellissima idea, vero? Poi c’è una Sachertorte, quella vera, arrivata nella sua scatola di legno dall’Austria. E tre libri. 2, 1, 3: una piccola aritmetica di dicembre.
I libri li ho preparati come regalo, ma sono anche un passaparola, pensando a quello che io stessa vorrei leggere in questo periodo. E dando per scontato che abbiate già letto "Tutto quello che un uomo", di David Szalay, Adelphi, che ho letto, recensito e incontrato quest’anno, e che è sicuramente il miglior libro del 2018 secondo me. Ora aspetto il suo "Turbulences" che è appena uscito in Inghilterra, e che spero Adelphi pubblichi l’anno prossimo.
Allora:

UN CLASSICO. Quando ho più tempo, in genere d’estate, ho sempre voglia di leggere/rileggere un classico. Il piacere, negli ultimi anni, di riprendere in mano la mia vecchia edizione sottolineata con matite diverse di "Guerra e Pace", o di comprare la nuova traduzione di "Anna Karenina"… Stavolta, però, il classico è un non-classico. Ovvero un libro scritto nel 1975, ma in un linguaggio così semplice, da favola cittadina (sbaglio o solo a me ha fatto venire in mente "Il piccolo principe" di Saint-Exupèry?). Il libro è "La vita davanti a sé" di Romain Gary: un libro-che-mi-aspettava, perché me ne avevano parlato, perché me l’avevano regalato… Eppure l’ho preso in mano solo adesso, nella nuova edizione Neri Pozza con i disegni di Manuele Fior. Di cosa parla? Di un bimbo arabo senza famiglia, Momo, che cresce a Parigi, in un quartiere disastrato, la Belleville dell’inizio degli anni Settanta, con una vecchia ex prostituta ebrea. Un libro pieno di pietà e di umorismo, che ci spiega che alcune cose tornano sempre (la guerra, la miseria, le migrazioni, la paura, il dolore) ma che l’amore – l’amore che arriva dalle persone più improbabili – ci insegna a sperare e sopravvivere.
UN AMORE. Se hai già letto tutta Jane Austen (a volte anche riletto), cosa puoi fare? Puoi leggere Elizabeth von Arnim (fatto), puoi leggere Nancy Mitford (fatto), puoi andare su qualche variante British anni Trenta come Stella Gibbons (fatto)… Insomma, tutte le pagine d’amore con umorismo che piacciono a me. Lievi, intriganti, commoventi, buffe. Ora ne ho scoperto un’altra, di queste scrittrici light, grazie ad Astoria, la piccola casa editrice milanese con i suoi libri rossi. Lei è Georgette Heyer, il libro è "Il tavolo del faraone" (che era un gioco di carte, nell’Inghilterra dell’Ottocento). Un lui e una lei, avventure, cavalli, debiti di gioco, sfacciataggine e una Londra che non c’è più (o forse c’è ancora, solo che non si gioca a carte e non si fanno passeggiate in calesse). Georgette Heyer ha ambientato tutti i suoi romanzi (era une vera bestsellerista!), in epoca Regency, ovvero l’epoca di Jane Austen; anche se lei in realtà ha vissuto nei primi del Novecento e nella foto la vediamo con doppio filo di perle. Ma abbiamo tutte bisogno di sognare, e di riderci su, aspettando un Mr Darcy qualsiasi; e Heyer lo fa con destrezza, tanto che è stata amata da una scrittrice super-sofisticata come Antonia Byatt (l’avete letto, vero "Possessione", tradotto magistralmente da Einaudi, su cui avevo tanto pianto secoli fa? Se non l’avete letto, compratevelo per Natale…). Dunque grazie Georgette. E grazie a Monica, l’editrice, che riesce sempre a sorprendermi con le sue scelte. Leggete qui il nostro incontro e l’intervista che le ho fatto: http://www.lisacorva.com/it/view/1785/
UNA RIVOLUZIONE. Perché c’è sempre una rivoluzione di cui abbiamo bisogno. Ci sono sempre speranze per un mondo migliore: è per quelle che si lotta, ci si batte, si va in piazza. Sempre, in ogni parte del mondo. Non voglio fare qui un elenco delle donne, o degli uomini, che combattono: dico solo che sono molto toccata dal Nobel della Pace 2018 che è andato a Nadia Murad, ragazza irachena della minoranza yazida stuprata, schiavizzata, che dopo essere riuscita a fuggire ha avuto la forza di portare avanti la testimonianza del genocidio e la richiesta di giustizia (e in questo è stata aiutata da Amal Clooney, la bella e dolcemente invidiata moglie di Clooney che è un’avvocatessa per i diritti umani). Ma la forza della rivoluzione, la voglia di libertà e di giustizia è quello che trovate nelle pagine di "Sono corso verso il Nilo", di Ala al Aswani (Feltrinelli). Un libro potente, duro, necessario. La rivoluzione è quella, soffocata, di piazza Tahrir, nel 2011, al Cairo. Le voci e le storie che si intrecciano – voci e storie anche d’amore, non solo di torture e prigioni – sono quelle che ci ricordano che no, non bisogna far finta di niente. Non bisogna chiudere gli occhi, su quello che succede in un altro continente o all’angolo di casa. La banalità del male è schiacciante, ma noi crediamo nella forza dei sogni e del bene. E anche un libro serve.

Dicembre, cerco punti luce.

Lunedì, 3 dicembre 2018 @07:53

Dicembre, cerco punti luce.

Dicembre è una parentesi di luce nel buio. Mi sveglio che è ancora buio; e il buio poi torna presto, così presto, nel mezzo del pomeriggio già ti avvolge. Per questo a dicembre cerco punti luce. Le luci che si accendono tra i grattacieli, che illuminano le vie, gli specchi d’acqua nelle città, i palazzi. Le luci che accendiamo a casa: candele, piccoli led a intermittenza. Ma i punti luce che cerco sono soprattutto quelli nel futuro: "punti luce", frase che mi ha regalato un’amica, frase che accarezza la malinconia. Cercare sull’orizzonte piccole e grandi cose che mi faranno felice. Semplice abbondanza.

Intanto vi regalo una frase che era stata un mio #spillo e che mi piace sempre tanto, non perdiamola:
"I cieli grigi e le luci di dicembre sono la mia idea di gioia segreta.". È del canadese Adam Gopnik. Il Natale, dentro.

Novembre è la poesia – e la possibilità – dell’abbandono.

Lunedì, 26 novembre 2018 @08:08

Novembre è la poesia – e la possibilità – dell’abbandono.

Abbandono nel senso dell’abbandonarsi. Del lasciarsi andare, galleggiare nell’acqua e nella vita. Lasciarsi andare e chiudere gli occhi, in queste giornate dove il buio arriva così presto. Lasciarsi andare, magari con malinconia. Arrendersi. Non è bello, a volte, poterlo fare? Non combattere più.

Ci ripensavo rileggevo la mia intervista alla designer India Mahdavi, che per prima mi ha parlato di poetica dell’abbandono. Lei, che vive a Parigi, disegna oggetti e ambienti così colorati nel mondo, è nata a Teheran, e della sua città vede e racconta questo: le cose e le case abbandonate, la struggente maliconia del decadimento. È stato un bell’incontro, con India. Un incontro dorato. L’ho intervistata a Parigi, nel suo studio e atelier, in rue de Las Casas (http://www.india-mahdavi.com ). E mentre camminavo verso l’indirizzo giusto, guardando i suoi oggetti coloratissimi in atelier, ho visto passare una donna alta, bruna, con degli stivaletti d’oro, che luccicavano nella perlacea luce parigina. Ho pensato: potrebbe essere lei… E infatti era lei, stivaletti compresi. (Non ho saputo resistere e le ho chiesto il brand: Prada; ma ce li ho anch’io, comprati in supersaldo per 19 euro da Mango. E mi piacciono molto!).
Ecco la nostra conversazione; l’intervista è uscita su How To Spend It Italia (il mensile del Sole24Ore).


"Teheran per me è la poesia dell’abbandono. I miei genitori se ne andarono quando io ero ancora piccolissima: avevo un anno e mezzo. Ora la mia città è Parigi, dov’è il mio atelier di design e la mia showroom. Ma torno spesso in Iran, per trovare mia madre, i miei fratelli, o forse soltanto la mia città perduta. Poesia dell’abbandono che ho cercato di rendere nel libro che ho pubblicato con Editions Be-Pôles, nei loro Portraits de Villes: la mia Teheran, intimista, delabrée; le foto che ho fatto negli ultimi anni, spesso semplicemente con l’iPhone. Case, finestre, scorci notturni, la frutta che mi piace tanto – i melograni, i limoni persiani - e che mangio solo lì. Il mio weekend a Teheran che in fondo è rovesciato, perché per il calendario islamico il fine settimana di riposo è il giovedì/venerdì europeo. Ed è di venerdì che ci sono tutti i vernissage nelle piccole gallerie che frequento…
Ma cominciamo con il primo giorno in città, che inizia sempre con la colazione a casa, in terrazza. Sul tavolo non manca mai il succo rosso d’anguria, e una spremuta di shirin, i limoni dolci persiani. E poi i cachi, i melograni; e una tazza di caffè. Vedere questa frutta meravigliosa sul tavolo per me è uno dei piaceri dell’essere qui. Poi, con mia madre andiamo al bazar di Tajrish, dove facciamo la spesa, e dove compro scorte di zafferano nel negozio più piccolo del mondo. Non manca una sosta da Tavazo, per i pistacchi: li adoro. I miei preferiti sono quelli salati, tostati con una punta di limone. Ma sono buonissimi anche i mix: mandorle, anacardi, uvette e more bianche appassite. Non so resistere anche ai torroncini al pistacchio e acqua di rose, sapori di Iran in bocca.
Spesso facciamo qualche deviazione per andare a fare visita a parenti, o per curiosare nelle botteghe-galleria più interessanti della città, come Mirmola, gestito da una coppia straordinaria. Lui esperto di tappeti, lei di ceramiche. Trovo molto interessante anche la Bokhara Gallery, per i mobili, i vassoi in lacca, i cuscini ricamati. Per pranzo mi fermo al Café Tehroon, una casa trasformata in ristorante, con i tavoli in giardino, un’atmosfera giovane e vivace. Oppure vado da Gol-e-Rezaieh, o allo storico Caffè Naderi, del 1929, che sono nel mio quartiere preferito, il "centre ville". Costruito tra il 1920 e il 1970, non è più davvero il centro della città, visto che la parte residenziale e commerciale si è spostata verso nord. Ma a me piace sempre, anche per i musei: quello del vetro e della ceramica, o quello sontuoso dei gioielli nazionali dell’Iran, con corone e parures incredibili. Il mio pezzo del cuore è un mappamondo ricoperto di pietre preziose: l’Iran è incrostato di diamanti, i mari sono di smeraldi. Poco lontano, il Golestan, la residenza storica reale. E certi alberghi anni Settanta che a me sono molto cari, come l’Hotel Enghelab, dallo charme delabré. La poesia dell’abbandono, appunto. La sera? È dedicata agli amici, cene o feste in casa. Da raggiungere, visto il traffico, con i piccoli taxi verdi, quelli del film di Jafar Panahi, che sono il simbolo di Teheran. Ma se per caso ho qualche ospite in città, opto per il ristorante Divan. Cucina tipica rivisitata, in un decoro orientale ma modernizzato. Mi piace molto la loro insalata di spinaci con il melograno; o il kebab torsh, alle noci.
Il secondo giorno del "nostro" weekend mi piace andare agli opening d’arte (che qui a Teheran sono di venerdì). Vado alla Galleria Ab Anbar, o da Etemad. E alla Fondazione Pejman, un’ex fabbrica di birra dove mi sembra che batta il cuore più creativo della città. Oppure torno alla Torre Azadi, la torre della libertà, del 1971, il simbolo della città, ricoperta da 25.000 lastre di marmo bianco di Esfahan. O a Niavaran, sette palazzi in un grande parco, costruiti dall’architetto Mohsen Foroughi nel 1968, con quella che fu la residenza dell’ultimo scià. Si può visitare ed è struggente, tutto è rimasto com’era, i mobili design di Jansen, la tv ormai vintage, persino i giocattoli dei bambini".

Poter essere di fuoco di fronte a una spada.

Lunedì, 19 novembre 2018 @07:42

Poter essere di fuoco di fronte a una spada.

No, non è una citazione da "Game of thrones" (anzi, sono l’unica qui che non ha mai visto "Il trono di spade"?). È invece "Per ignem gladio ne fodias", non disturbare il fuoco con la spada. Criptica frase latina che ho letto a Parma, incisa sul muro di un convento, e mi è rimasta in testa, misteriosa, da allora. Che cosa vuol dire, cosa ci dice, in questo nostro mondo fatto di bip, like e click, dove non ci sono spade? La volle una donna speciale nei suoi appartamenti privati: dentro quello che è adesso il convento di San Paolo. Era il Cinquecento, e lei, Giovanna Piacenza, badessa colta e ribelle, chiamava a sé scrittori e pittori, come il Correggio. Finché le fu imposta di nuovo la clausura. Ma non rinunciò al suo mondo privato, non rinunciò a fare cultura. Sulle pareti e sulle volte, fece affrescare simboli e scene mitologiche; sul camino c’è Diana, dea della caccia, su un cocchio trainato da cervi: la guardo a pensiamo a tutta la libertà che, da allora, le donne hanno conquistato. E lì fece incidere la frase che ricorda la sua ribellione: "Per ignem gladio ne fodias", non disturbare il fuoco con la spada. Ora so cos’è. È il poter essere di fuoco davanti alle lame taglienti di chi ci vuole fare del male.

La Camera della Badessa (si chiama proprio così), è uno dei segreti di Parma. Perché ogni città ha i suoi segreti, e le sue bellezze visibili. Mi piace andarci, scoprirle, e raccontarle: come ho fatto con Parma, visitata in primavera, che poi è diventata un articolo che ho scritto per D Repubblica. Eccolo qui.

Dormire, dove? Ad esempio, un b&b in un palazzo antico.
Si chiama Al Battistero d’Oro, ed è nella quiete di un palazzo del Seicento. Un appartamento e due camere decorate con cura e attenzione, specchi antichi, divani di velluto, e molte gentili sorprese dalla proprietaria, come l’aperitivo inaspettato di parmigiano (di 24 mesi di stagionatura, da mucche che si cibano solo di erba fresca) e Malvasia locale servito in calici di cristallo, con tovaglioli di pizzo. Il piacere dell’ospitalità come una volta. https://www.albattisterodoro.it/

Mangiare: la cucina della tradizione.
C’è, ovviamente, chi a Parma viene solo per questo: mangiare! Due indirizzi da segnare. Innanzitutto, un ristorante per la cucina della tradizione: Cocchi, dal 1925. Tovaglie bianche, torta fritta e salumi, e un Lambrusco da premio, l’Otello. E poi una trattoria più contemporanea, ai Mascalzoni, che rivisita i sapori del territorio: viva gli anolini in brodo, di cui non ci si stancherebbe mai, in nessuna stagione.

Un teatro di corte tutto in legno
Il Teatro Farnese un tempo era bianco. Ma forse ci piace di più così, in legno grezzo, con la prospettiva di scalinate e arcate, e le statue mitologiche che ci guardano dall’alto: il capriccio di Ranuccio I, duca di Parma e Piacenza, che lo fece costruire nel Seicento. Tra tutti i piccoli incredibili teatri d’Italia, dal teatro Olimpico a Vicenza a quello di Sabbioneta, questo – dentro la Pilotta -è forse il più inaspettato. Sarebbe stato bello assistere qui alla "naumachia", la battaglia navale con musiche di Monteverdi con cui fu inaugurato… Ma già siamo contenti che sia stato (quasi) risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e amorevolmente restaurato.

Csac: creatività italiana dentro l’antica abbazia.
Dentro l’abbazia di Valserena, a pochi chilometri dalla città, c’è un vero tesoro: un numero incredibile di pezzi, quasi 12 milioni, tra progetti di design, bozzetti di moda e abiti, manifesti pubblicitari, disegni di grandi architetti, opere d’arte e fotografie di artisti come Ghirri, Mulas e Giacomelli. E mostre che celebrano il genio italiano: fino al 23 settembre, Sottsass sconosciuto, con grandi blow up colorati nell’abside. E’ lo CSAC - Centro Studi archivio della comunicazione, un bel progetto dell’Università di Parma e un omaggio alla creatività italiana. C’è anche un b&b nelle vecchie celle dei monaci, un bookshop e un ristorante. csacparma.it

Il labirinto di bambù a Fontanellato.
Il sogno di un uomo e di un collezionista: Franco Maria Ricci, proprio lui, l’uomo che fondò FMR, le riviste e i libri d’arte mito negli anni Ottanta e Novanta. Un uomo raffinato che aveva un sogno: un labirinto di bambù. L’ha fatto crescere davvero, a Fontanellato, a pochi chilometri da Parma; oltre al giardino, c’è il palazzo che ospita la sua collezione. http://www.labirintodifrancomariaricci.it/it/labirinto/homepage-labirinto/

Champagne e culatello.
Una notte romantica nel Polesine. Perché dopo aver cenato all’Antica Corte Pallavicina non vorrete più andarvene. Nel relais gourmet i tavoli sono apparecchiati con candelabri d’argento, dentro una serra. Si ordina il menu speciale con culatelli di varie stagionature, abbinato… allo champagne. E si dorme in stanze design, alcune con una vasca accogliente dal sapore British in camera. Ma la vera sorpresa è la cantina: non bottiglie di vino, ma culatelli!
http://www.anticacortepallavicinarelais.it

Gli "anolini" da passeggio.
Street food? Qui è ovviamente mitico. Prima tappa i panini di Pepén, nato come dopo-teatro negli anni Cinquanta; panini dai nomi buffi, come la "carciofa" o lo "spacaball" (a base di arrosto di maiale, insalata, pomodoro, maionese, ketchup e peperoncino fresco). E poi le salumerie storiche, dove fare acquisti prima di tornare a casa, come la Salumeria Garibaldi o la Prosciutteria. Che, tra l’altro, si è inventata gli "anolini" da passeggio: cotti al momento in brodo, e serviti in un bicchiere termico. parmacityofgastronomy.it

Alza gli occhi! Alla scoperta del Battistero, simbolo anche civico di Parma.
Tutto è un simbolo, nel Battistero che fu iniziato alla fine del 1100 con Benedetto Antelami. A partire dalla forma a ottagono, segno di infinito. Ma il Battistero in marmo rosa, orgoglio dei parmensi, potentemente affrescato all’interno, è anche un simbolo civico, non solo spazio religioso. Poco lontano, nella portineria del Monastero Benedettino di San Giovanni Evangelista, trovate invece una produzione "monastica" di cosmesi completamente naturale. Creme corpo, shampoo, e un unguento su ricetta del 1700 per curare eritemi, scottature, e fuoco di Sant'Antonio. Rimedi dal passato.

Nuove passeggiate (d’artista).
Una passeggiata, anzi una mappatura della città di Parma a cura di un artista, Ettore Favini, che è diventata una mostra permanente: "Nouvelles Flâneries". L’idea? Cercare tra gli scritti dei viaggiatori del passato. Favini ha scelto delle frasi di Proust, Malaparte, Pasolini, Goldoni, Da Vinci, coloro che hanno visitato Parma, in un viaggio reale o immaginario, e ne hanno lasciato traccia scritta. Le frasi sono state incise su lastre di "scagliola carpigiana" e, affisse su palazzi, e sono i "sassolini" d’autore per riscoprire – o riscoprire - la città.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, ma ci sono nuovi soli.

Lunedì, 12 novembre 2018 @08:15

THERE IS NOTHING NEW UNDER THE SUN, BUT THERE ARE NEW SUNS.

Si è aperta così, con questa frase di Kahlil Joseph, la Biennale de l’Image en Mouvement, dove sono appena stata, a Ginevra (http://biennaleimagemouvement.ch : da adesso al 3 febbraio, ma poi una parte arriverà anche in Italia, all’OGR di Torino, spazio stupendo). L’ha pronunciata uno dei due curatori, Andrea Lissoni, ed è del primo artista il cui lavoro ha aperto la Biennale, Kahlil Joseph. Sentirla lì, nel buio di un micro-cinema, dentro un museo-magazzino di arte contemporanea, mi è sembrata una frase-luce, una frase che potesse svelare nuovi mondi. Perché in fondo è questo che deve fare l’arte, no? Ed è stato interessante vivere dentro l’opening della Biennale. Viverci, sì: perché era come essere imprigionati dentro la Biennale di Venezia, insieme però agli artisti: ogni video, ogni performance, era presentata e commentata dagli artisti stessi, che sono arrivati da tutto il mondo. Ragazzi e ragazze americani, iraniani, italiani, francesi, mixed-race, mixed-country. Il lavoro più bello? Per me, almeno, "Parsi", di Eduardo Williams e Mariano Blatt. Due ragazzi che sono andati a filmare in Guinea. Il film-video, girato in modo distorto, interessante, quasi di corsa, di rovescio, di taglio, aveva una colonna sonora in poesia: ovvero, la poesia di Mariano Blatt, che è argentino, "Parece": sembra, potrebbe essere… ma non è. Un lungo elenco di cose, immagini, emozioni. "A un certo punto ho avuto paura di non riuscire più a scrivere poesie", ha detto, "così ho inventato questa poesia in progress, senza rima, senza fine, a cui posso aggiungere sempre qualcosa". Non è forse il senso della vita?
Altre cose che mi sono piaciute: la cena d’opening della Biennale, dentro il museo, anzi dentro un’installazione d’arte: Meriem Bennani ha inventato e raccontato un mondo che non esiste, Caps (dove vengono teletrasportati i migranti che tentano di passare in America), e Angela Dimayuga ha inventato i piatti che in quel mondo si mangiano. La cosa buffa è che a cena mi sembrava di essere io stessa, un’installazione; visto che i tavoli, tutti placés, erano furbamente un mix di persone che non solo non si conoscevano, ma appartenevano a mondi diversi. Io ero accanto a un anziano avvocato di origine libanese e un banchiere ginevrino (gli "amici" del centro d’arte contemporanea), ma anche a una film-maker italiana, un curatore d’arte che vive in Olanda, e una interior designer svizzera che aveva al dito un anello di diamanti che mi risolverebbe le ansie economiche dei prossimi anni.
E poi sì, c’era Ginevra, dove non ero mai stata. Orologi e cioccolato, un lago soporifero, e un pensiero impertinente: capisco perché Joël Dicker, lo scrittore di gialli bestseller che ho intervistato quest’anno (quello di "La verità sul caso Harry Quebert"), e che è nato e vive qui, scrive thriller, appunto. E’ un posto così noioso… Scherzo (ma non troppo). Ma con nuovi mondi nascosti: dentro il CERN, che ho visitato, sempre grazie al Centre d’art contemporain (non ho capito niente, ma era affascinante: in pratica vedi gli strumenti di misurazione di quello che non puoi vedere).
Ringrazio dunque i due expat curator italiani che mi hanno invitato, in questo viaggio in nuovi mondi, nuovi pianeti e forse nuovi soli. Li avevo intervistati per D di Repubblica a settembre, ecco quello che mi hanno detto:

ANDREA BELLINI, al Centre d’Art Contemporain di Ginevra. "Fin da ragazzino ho sempre sentito la necessità di andare a vedere cosa c’era dietro l’angolo di casa. Ho cominciato con la strada di campagna che passava davanti a casa mia - sono nato al Circeo - e sono finito a New York", racconta. "Credo si tratti di una spinta interiore che in fondo ha poco a che fare con il luogo che si lascia e il luogo che si trova". Quindi saresti partito comunque? "Sì, anche se il nostro fosse stato un Paese ben amministrato, con finanze solide, con un livello di corruzione diciamo nella media europea, e dei politici degni, magari guidati da un alto senso del bene collettivo! Sarei partito lo stesso, perché per trovarsi bisogna avere il coraggio di perdersi". Ora sei al Centre d’Art Contemporain di Ginevra, dove si è appena aperta la Biennale dell’immagine in movimento. "La curo da qualche anno e l’ho trasformata in un evento ibrido: una mostra, un film festival, una piattaforma di produzione di film e video, uno spazio per la performance e la ricerca musicale". Quest’anno in collaborazione con un altro curatore expat: Andrea Lissoni.


ANDREA LISSONI, alla Tate di Londra. L’entusiasmo poetico di Andrea Lissoni è contagioso: "Adoro la Tate come luogo aperto e libero, utopia possibile", dice. "Soprattutto la Turbine Hall, dove ho curato la mia prima mostra, con Parreno, un artista che fa "suonare" lo spazio. Quando ho dei momenti di sconforto, o di stress, mi basta passeggiarci per un quarto d’ora, per ricaricarmi". Ora sei tra i cinque senior curator della Tate Modern. "Lavoriamo insieme, ed è questo il bello. Anche se io, in particolare, mi occupo delle pratiche artistiche contemporanee emergenti: tutto quello che riesce ad andare oltre le costrizioni della scultura, della pittura o della fotografia". Hai lasciato Milano e l’HangarBicocca; la tua Londra, a parte la Tate, cos’è? "È un tempo, la notte, e una presenza, NTS: una radio che mi ha permesso di scoprire i luoghi di sperimentazione sonora, non solo club, e di incontri al di là di ogni convenzione. Mi ha rivelato la Londra delle volpi e delle creature bizzarre che ho imparato ad amare".

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.