Lisa Corva

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C'è una dea che mi sorride.

Venerdì, 31 luglio 2009 @18:48

C’è una dea che mi sorride. E no, ehm, non è Victoria Beckham vestita con un peplo fashion, anche se la foto (qui non la vedete, per carità, ci siamo limitati a pubblicarla su Grazia) è mitica, non fosse altro perché è una delle rare immagini in cui l’ossuta Vic non abbia il solito broncio verso l’universo mondo. No, io sto parlando di una dea vera, una dea fatta di marmo e sogno, una dea con le ali: Nike, la dea della vittoria. Da quando un’amica mi ha proposto un viaggio sentimental-culturale sulle tracce della Nike di Samotracia (la splendida Vittoria alata che ora è al Louvre, ma in realtà proviene da un’isoletta greca opportunatamente al di fuori delle rotte più turistiche), io, la Nike, la vedo ovunque. Perché è una delle dee più amate e più trasformate in statua: guardatevi intorno, sono sicura che ne troverete una anche voi, magari ce l’avete sotto gli occhi da sempre e non ve ne siete accorte. E’ in città, sulla facciata di un palazzo dei primi Novecento; o guarda l’orizzonte, in cima a un Faro (sì, avete indovinato, quello di Trieste…). Come riconoscerla? Semplice: oltre alle ali spiegate, e al passo frusciante ma determinato verso il futuro (quello che ci vuole, sempre, nella vita), indossa un abito trendy.
Il guardaroba della Nike è molto fashionista, e c’è di tutto: a volte sceglie un peplo corto, quasi una minigonna, ma anche la versione mitologica del monospalla; ha un drappeggio sul davanti o allaccia in vita una cintura… E se vuole proprio esagerare, indosserà un abito disegnato dalla più glam delle stiliste greche, ovvero Sofia Kokosalaki.
Non sono, evidentemente, l’unica donna che si propone di "tirar fuori la dea che è in me" (e no, non è uno psico-slogan da manuale, anche se poi il giusto guardaroba potrebbe portare divine conseguenze sull’umore). Ci provano, fruscianti e sorridenti, le dee dell’Olimpo di Hollywood, da Teri Hatcher a Paris Hilton, compresa una Nicole Richie che esagera e si mette in testa persino una tiara glitter. Perché allora non provarci anche noi? Nella mia valigia ideale, quindi, non mancherà un abito peplo. Da abbinare assolutamente a un paio di sandali alla gladiatore.
In valigia metterò, ovviamente, un libro. Poesie di lirici greci, certo. Ma soprattutto l’ironico "Per l’amor di un Dio", appena uscito per Guanda, dove l’inglese Marie Phillips si è divertita a immaginare il ritorno degli dei, sfaccendati e sottoccupati, a Londra oggi: Afrodite lavora per una chat-line erotica, Artemide fa la dog-sitter… Ahimé, questo succede (forse) alle dee. Mentre noi, comuni mortali, ci mettiamo, se va bene, un peplo e un paio di sandali alla gladiatore, e procediamo sicure verso l’estate e un nuovo orizzonte.

Il viaggio verso la Nike di Samotracia è stato rimandato all’anno prossimo. Per ora, dopo aver scritto questo pezzo per Grazia, vado su un’altra isoletta, in un altro mare, ma sono sicura che la dea alata mi sorride. E aspetta me e la mia amica. (Intanto, tra ulivi e alberi di carrube, sarò no wi-fi, almeno credo, ma il blog resta aperto...)

Gli abiti che fanno swoosh.

Venerdì, 31 luglio 2009 @09:02

Sto per chiudere la valigia per l'isoletta. Costumi, parei, caftani... Ma sapete che cosa non ho? Guarda un po', i due must modaioli di quest'estate: gli shorts (per mancanza del physique du rôle) e i maxi-dress. E dire che ne ho pure scritto per Grazia...

Vestiti che fanno "swoosh". La definizione non è mia, ma di uno dei massimi osservatori fashion del mondo, ovvero il mitico Bill Cunningham, che ogni settimana va a caccia di trend per le strade, soprattutto di Manhattan, e li pubblica sul New York Times. La sua rubrica si chiama "On the street" -
http://topics.nytimes.com/top/reference/timestopics/people/c/bill_cunningham/index.html - ed è una delle più amate del giornale americano. (Vi ho già detto dell’emozione quando in primavera, alle sfilate di Parigi, confusa e perplessa, tra le fashioniste vere, mi ha fermato per fotografarmi, io con il mio nuovo soprabito di Colomba Leddi, la mia amica stilista? Volevo baciarlo. Mi sono limitata a stringergli la mano con aria estasiata. Per una volta mi sono sentita – quasi – SJP! E il soprabito lo vedete qui: http://www.colombaleddi.it/index1.html ).

Comunque, tornando ai maxi-dress, proprio Cunningham li ha fotografati e commentati: loro, i vestiti che fanno "swoosh", che frusciano e ondeggiano, una vera dichiarazione di femminilità. E per fare "swoosh" al meglio, devono essere esagerati: maxi dress.
Sono quelli che vedete in queste pagine: abiti lunghi e fruscianti; ma, soprattutto, lunghi. Per frusciare bene, infatti, l’abito deve necessariamente essere morbido, leggerissimo, non attillato, e soprattutto arrivare fino alle caviglie. La stoffa (meglio se di voile, di seta, o quantomeno di impalpabile cotone) deve infatti potersi muovere in libertà, senza segnare le curve, sottolineandole e basta. Insomma: un piacere da indossare (soprattutto adesso che fa caldo, gli abiti fruscianti non si appiccicano alla pelle), ma anche da guardare… Abiti allusivi, femminili, sexy.
Con i maxi dress si può giocare: possono avere le maniche lunghe, oppure non averle proprio. Possono avere una scollatura, oppure essere accollati. Fantasie? Il massimo della libertà. Fiori, righe, grafismi… E le scarpe? Le star, in genere, non rinunciano a svettare Però, a dir la verità, il vestito frusciante ha nel Dna un che di vintage, di flower power, di anni Sessanta: e quindi, andrebbe portato… a piedi nudi sull’erba, o ancora meglio sulla spiaggia. In mancanza di erba e sabbia, e in presenza di cemento che si scioglie nell’afa cittadina, indispensabili almeno un paio di infradito.
Un altro indiscutibile vantaggio dell’abito che fa swoosh è che possiamo tranquillamente rinunciare agli accessori. Il maxi dress, infatti, è talmente scenografico che non ha bisogno di essere rinforzato: anelli, collane, golfini, sciarpe o pashmine estive, soprattutto se in versione maxi, sono possibilmente da evitare, per non disturbare l’effetto. L’unica cosa che servirà saranno un paio di occhiali da sole, ovviamente. E una borsa a tracolla dove infilare il telefonino. Ma per una volta si potrebbe anche uscire senza l’onnipresente cellulare, e ascoltare non più il rumore della suoneria, bensì lo swoosh seducente e seduttivo del maxidress. E vedere l’effetto che fa. Voglia di leggerezza: dopotutto, è – finalmente - estate.

Io, e lo scrittore con la T-shirt di Obama.

Giovedì, 30 luglio 2009 @08:23

Mi avete chiesto: cos'hai fatto, Lisa, in questi mesi? Per esempio, ho incontrato un giovane scrittore americano, Andrew Sean Greer. L'intervista è uscita sul Piccolo di Trieste, il giornale della città dove sono nata.

Quando incontro Andrew Sean Greer, luccica. Luccica nel vero senso della parola: il giovane e biondo scrittore americano porta una T-shirt glitter con la faccia di Obama, sopra i jeans. E sorride. Le due cose (la T-shirt fashionista e il sorriso disarmante) sono abbastanza rare in un uomo, soprattutto in uno scrittore, e soprattutto in uno scrittore così amato come lui: i suoi due romanzi pubblicati in Italia, Le confessioni di Max Tivoli e La storia di un matrimonio , entrambi editi da Adelphi, hanno raccolto un piccolo gruppo di fan e continuano a vendere con un intenso passaparola sentimentale. E due incipit che conquistano: "Siamo tutti il grande amore di qualcuno", è la frase che apre Le confessioni di Max Tivoli . Mentre nella prima pagina di La storia di un matrimonio leggiamo: "Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo… Una mattina ci svegliamo. Accanto a noi, nel letto, il corpo familiare che dorme: uno straniero di tipo nuovo". Parole che acchiappano, ci tirano subito dentro la storia; parole che le lettrici e i lettori di Greer riscrivono sull’agenda, sul moleskine, che finiscono nei blog, nei profili di Facebook… Incipit quasi poetici. Forse non è un caso. Janet Fitch, l’autrice di Oleandro bianco , straordinario bestseller di qualche anno fa, mi disse che prima di cominciare a scrivere leggeva poesie, per "accordare la mente". Lo fai anche tu, Andrew?

"Sì: leggo Wallace Stevens, Ann Carson… Perché la poesia ti porta lì, lì dove vuoi andare, molto più velocemente. E’ la poesia che fa il lavoro più duro. Una volta che sei arrivato, è tutto più facile".

- D’accordo la poesia, ma come fai a scrivere degli incipit così folgoranti?
"Forse il punto è che non nascono come incipit… (sorride). La storia di un matrimonio era iniziato come un libro arrabbiato, la storia di una moglie negli anni Cinquanta che scopre il segreto di suo marito (che scoprirà essere gay, ndr); poi è arrivato da tutt’altra parte. E, scrivendo la pagina che è all’inizio del libro, sull’opacità dei matrimoni, sul fatto che pensiamo di conoscere chi amiamo, ma che in realtà "ciò che siamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena", mi sono accorto che era questa la parte più interessante, lo snodo. Lo stesso è successo con il mio primo romanzo (che invece è la storia bizzarra di un uomo che vive "all’indietro": nasce nel 1871 a settant’anni, e sa che morirà nel 1941, neonato, ndr). Vede, credo che capiti un po’ a tutti gli scrittori: c’è un punto cruciale, un punto di crisi in cui ti ritrovi a un bivio. Puoi raccontare una storia, semplicemente; oppure puoi raccontare la storia meno semplice, quella che turba, che inquieta. Prima di tutto te".

- Entrambi i tuoi romanzi parlano d’amore. E lo dichiarano subito, dalla prima pagina.
"Forse scriviamo sempre lo stesso libro, cercando risponde a certi interrogativi… Ma per fortuna non le troviamo, queste risposte, altrimenti non sapremmo più che cosa scrivere".

- Io invece ho l’impressione che questa delicatezza e questa intensità nel parlare d’amore, di sentimenti, sia un tratto distintivo tuo e di un altro scrittore americano cult, Peter Cameron (un altro autore Adelphi, ndr). Forse siete voi, la nuova generazione di maschi - non etero - che non ha paura di parlare d’amore?

Andrew ride. E ne approfitta per chiedere una pausa sigaretta. Anche le sigarette che fuma sono fashioniste: lunghe, affusolate, con un filtro d’oro. Marca Nat Sherman. Newyorkesi, mi spiega. Ne approfitto per chiedergli dove ha comprato la bellissima giacca, seria e grigia, ma con un insospettabile revers rosa e l’interno a quadretti bianchi e rosa Vichy, che indossa sopra i jeans: è di Junya Watanabe, mi spiega, comprata ai saldi a Parigi in una delle boutique più chic della città, L’Eclaireur… (nota per voi: sì, quella dove ho comprato i miei primi jeans!). Parliamo di vestiti, di eurostress, di recessione, di moda. Andrew mi racconta che dopo il credit crunch, a Manhattan i banchieri senza più lavoro rivendono i loro vestiti firmatissimi nei negozi di usato chic, dove adesso è possibile comprare camicie di Prada a soli 70 dollari… Mi segno il nome e ve lo passo: Tokyo 7, nell’East Village.

- Sei stato da poco in Toscana, nella casa e nella fondazione dedicata allo scrittore mitteleuropeo Gregor von Rezzori: un "rifugio per romanzieri", dove si tiene ogni anno il premio letterario Vallombrosa, fondato dalla vedova dello scrittore, Beatrice. Una casa che conosci bene. (E conoscete anche voi del blog: ricordate che ci sono stata e avevo postato la mia intervista?).
"E, visto che stavamo parlando di moda, ti posso raccontare che forse la mia camicia più preziosa apparteneva proprio a Gregor von Rezzori: ne ho due, che mi ha regalato Beatrice. Fatte a Vienna, con meravigliosi bottoni e cifre ricamate a mano. Un capolavoro".

- La baronessa deve averti molto amato per regalarti delle camicie del marito, che tra l’altro era molto fascinoso, uno sciupafemmine, e un vero dandy…

Andrew sorride. Aggiunge:
"Sai che proprio alla Santa Maddalena Foundation ho cominciato il mio libro Storia di un matrimonio ? Nella casa dove dormiva e scriveva Bruce Chatwin, un loro amico… Insieme a me, quell’anno, c’erano anche Daniel Mason, Nadeen Aslam, e Monique Truong. Si scrive, ognuno nel suo studio; si passeggia nel giardino; la sera si cena insieme. Un’esperienza straordinaria".

- La fondazione von Rezzori è un’eccezione in Italia. In America, invece, sono parecchie le "writers’ colonies". Tu ne frequenti altre?
" Sono stato sia alla MacDowell, che a Yaddo. Sono appunto dei "rifugi" per scrittori (ma non solo, anche per artisti, pittori, musicisti), fondati all’inizio del Novecento, con un denominatore comune: il silenzio. Alla MacDowell addirittura il pranzo viene lasciato, senza bussare, sui gradini del proprio bungalow. Poi, volendo, solo alla fine della giornata, si cena insieme".

- Niente Internet?
"Niente Internet".

Ci guardiamo ridendo: entrambi abbiamo in tasca l’iPhone, il nuovo giocattolo da eterni adolescenti; e Andrew Sean Greer è, ovviamente, su Facebook, il social networking che per molti è come una droga. Una generazione sempre on line.

- Come si fa a sopravvivere senza essere connessi?
"Il punto è: come si fa a scrivere quando si è perennemente connessi? Io alla fine, per disperazione, ho deciso di usare due password diverse per entrare nel mio laptop. Con una mi connetto automaticamente anche all’email e a Facebook; con l’altra, accedo solo al programma di scrittura".

Alfieri, il grande poeta e drammaturgo italiano del Settecento, si legava alla sedia, ma mi rendo conto che oggi non basterebbe: sul laptop abbiamo anche troppe distrazioni.

"Ci sono colleghi romanzieri che, per non cadere in tentazione, usano un programma per cui, scrivendo, la pagina occupa tutto lo schermo. Così ci si concentra più facilmente".

- Un corpo a corpo con il computer, dunque. Ma a parte questo, che cos’è, per te, scrivere?
"E’ la possibilità di vivere delle vite che non ho mai vissuto, che non vivrò mai. Io ho un fratello gemello, che a differenza di me si è sposato, e ha avuto il suo primo bambino. Vive vicinissimo a me, a un paio di isolati di distanza. Nella vita di mio fratello vedo la vita che avrei potuto vivere, la famiglia che avrei potuto avere. Scrivere è mettere su pagina queste possibilità di vite parallele".

SJP, perché?

Mercoledì, 29 luglio 2009 @10:16

Prima amavo Meg Ryan. Prima, quando riusciva ancora - in Harry ti presento Sally o in C'è post@ per te - a stupirci le sue faccette buffe e romantiche. Poi è passata per le mani di un chirurgo plastico sadico (niente più faccette, ma labbra gonfie e viso tirato), ed ha avuto il cuore spezzato da Russell Crowe (credo che il cuore spezzato sia venuto prima del chirurgo, come spesso succede). Comunque, l'abbiamo persa.
Poi c'è stata SJP. Lei, Sarah Jessica Parker, quasi indistinguibile da Carrie (anche voi fan di Sex and the City, vero?), icona fashionista per le strade di Manhattan. Lei con il suo laptop e i suoi tacchi vertiginosi (colpa sua se mi è venuta voglia di rimetterli: è proprio vero che con i tacchi abbiamo un'altra faccia...). E allora, SJP, che bisogno avevi, a 44 anni, già mamma, con un matrimonio pur pericolante, di pagarti un utero in affitto? Ovvero una "surrogate mother"? Le foto di SJP nel lettone, con bambino, marito perplesso e le due gemelline nate da poco, mi hanno stretto il cuore. SJP, perché l'hai fatto? Carrie, sono sicura, non sarebbe d'accordo. Ed Emma, la mia/nostra Emma del Libro Rosa, neppure...

Se un costume potesse parlare.

Martedì, 28 luglio 2009 @08:54

Quest'anno sono fortunata. I costumi tirati fuori dal cassetto sono, certo, un po' sbiaditi, ma pazienza; perché in compenso ho due meravigliosi batik ancora incartati che userò come pareo. Piccola nota: adoro i parei. Non solo perché sono pezzi di stoffa multitasking che valgono come asciugamano/telo/copricostume/sciarpa d'emergenza, ma perché sono auto-cartoline di tutti i posti dove li ho comprati... I due batik (si chiamano così per il tipo di lavorazione indonesiana, a cera, ma vi prego non chiedetemi come funziona) vengono dal mercatino di Yogyakarta, l'antica capitale di Giava, dove sono stata a gennaio. Sono a colori brillanti, rosso rubino e blu oltremare; boccioli e fiori e scaglie quasi dorate. Spero che dentro abbiano ancora un pochino di memoria d'Asia, quando li aprirò tra gli scogli del Mediterraneo. Quanto ai costumi, quello che penso, e che ho scritto su Grazia, è:

Se solo un costume da bagno sapesse parlare! Sì, ci vorrebbe un chip dentro, una memoria telematica di tutto quello che ha vissuto insieme a noi. Un piccolo iPod dell’estate, di stoffa però. E certo: quando, l’anno dopo, lo tiriamo fuori dal cassetto, potrebbe raccontarci di vacanze disastrose, annoiate, chiassose e infestate da meduse. Ma in realtà, appena lo prendiamo in mano, la compilation è summer: l’euforia del primo sole sulla pelle, il brivido del primo tuffo, incontri e scontri amorosi… Perché un buon costume – il costume perfetto, quello che ci fa sentire se non dive, almeno presentabili, nonostante l’immancabile cellulite – è un vero alleato, un confidente, un amico. Ascolta pazientemente tutti i segreti dell’estate. Anche gli equivoci, certo, e i litigi e le delusioni, ma questo, lo sappiamo, è il compito di tutti gli amici.
Peccato, dunque, che un bikini non possa parlare. Anche perché, a quel punto, ci potrebbe dire: no, non comprarmi, non sono quello giusto per te! Perché non afferri invece quello a fianco, sullo scaffale? Stai provandoti un micro-modello a triangolo, ma perché non scegli invece quello a fascia? O viceversa, ovviamente… E ancora: ti sei portata in camerino il solito intero total black, ma perché quest’anno non osi e non ne indossi uno floreale, o almeno con qualche strass? O persino il rischiosissimo cut-out, il modello con i buchi, si spera nei punti giusti? Pensateci: grazie al bikini parlante, ci verrebbero risparmiate deprimenti prove costume, nei soliti camerini con le luci al neon che hanno, come unico compito, quello di evidenziare l’eventuale cellulite e l’imperfetta o ritardataria depilazione…Ma ahimé, il bikini-con-chip non esiste ancora. E la vostra prova costume, com’è andata?

Libri. Estate...

Domenica, 26 luglio 2009 @19:58

Allora. In questi mesi di reset esistenziale ho letto soprattutto poesie, per cui parto da quelle: vi consiglio tre raccolte che ho saccheggiato per il mio Buongiorno.
Non ho peccato abbastanza – Antologia di poetesse arabe contemporanee , Mondadori.
Erotica , Ghiannis Ritsos, Crocetti. (Un poeta greco del Novecento, sensualità e Mediterraneo).
Poesie , Vivian Lamarque, Oscar Mondadori. Leggerezza...

COS'HO REGALATO IN QUESTI ULTIMI MESI?
La casa di vetro , Simon Mawer, Neri Pozza. La storia di una casa e di chi ci ha abitato, di chi ci è passato: intorno a una casa vera, un capolavoro dell’architettura moderna, quella costruita negli anni Trenta da Mies van der Rohe a Brno, in Cecoslovacchia; il nazismo, la fuga, il socialismo, il ritorno… Amori, guerre, perdite. E una casa.
Il giunco mormorante , Nina Berberova, Adelphi. Un piccolo libro poetico di una scrittrice russa dei primi del Novecento, morta esule in America. Una storia d’amore. Un uomo che se ne va. Una donna che lo aspetta. La libertà personale. E una riflessione per ognuno di noi: che cos'è la no man's land?
Middlesex , Jeffrey Eugenides, Mondadori. Il romanzo di una donna che diventa uomo. O forse, semplicemente, un romanzo sullo scoprirsi e cercarsi.
La donna giusta , Sàndor Màrai, Adelphi. Un lungo romanzo a quattro voci: la moglie (anzi l’ex moglie), il marito, l’amante del marito, l’amante dell’amante. Parte dalla Budapest degli anni Quaranta un grande libro sulla felicità coniugale, la passione, i tradimenti, la morale e il set-up borghese… Ovvero: la meravigliosa banalità dell’amore.
La ballata di Iza , Magda Szabò, Einaudi. Un corpo a corpo tra madre e figlia nella Budapest anni Sessanta. Belli anche La porta , e Via Katalin , ma vi avviso che in questo momento sono assolutamente parziale, sono appena tornata da Budapest e mi trovo in un momento di ungheresità…
Un giorno questo dolore ti sarà utile , Peter Cameron, Adelphi. Insieme a Quella sera dorata , sempre Adelphi, due romanzi delicati, intensi, su quando ci troviamo sull’orlo di tutto… Il primo ha come protagonista un adolescente tormentato, nel mondo delle gallerie d’arte di un’ironica Manhattan alla Woody Allen; il secondo, un biografo per caso in Uruguay.
Cuore di ghiaccio , Almudena Grandes, Guanda. Dall’autrice di Atlante di geografia umana : un uomo e una donna si incontrano a Madrid, oggi. Ma ad incontrarsi sono soprattutto i loro passati: intrecci di segreti, di guerre, di famiglie, di chi stava dalla parte di Franco e di chi è fuggito esule in Francia. Le due Spagne, certo non di ghiaccio.

COSA MI PORTO IN VACANZA SULL'ISOLETTA, TRA ULIVI E ALBERI DI CARRUBE?
Tra gli altri:
La ragazza dei castelli di carta , Marsilio, ovvero l’ultimo della trilogia di Stieg Larsson (a proposito, ho visto anche il film tratto da Uomini che odiano le donne, e devo dire che passato il primo choc iniziale – il fascinoso giornalista Mikael Blomkvist me l’immaginavo più sexy – mi è proprio piaciuto… Lei, poi, la hacker tatuata Lisbeth, è perfetta).
Sempre a proposito di thriller: sono una fan di Petra Delicado, ma l’ultimo con l’investigatrice di Barcellona ( Il silenzio dei chiostri , sempre di Alicia Gimémez-Bartlett) non mi è molto piaciuto. Perplessa anche sul secondo libro di una giallista norvegese, Anne Holt, di cui mi aveva conquistato Quello che ti meriti : il secondo si intitola Non deve accadere, sempre Einaudi. Diciamo che lo presterei ma non lo regalerei.

Poi sono pronti da mettere in valigia:
Zia Mame , Patrick Dennis, Adelphi.
La bussola di Noè , Anne Tyler, Guanda. Lei è una delle mie scrittrici preferite: tra i più belli, La figlia perfetta , e un libro mitico, Per puro caso .
Middlemarch , George Eliot. (Un classico della letteratura inglese che non ho mai letto, e su cui continuo ad inciampare, segno del destino: per esempio, l’ho reincontrato nel bel romanzo Amori e pregiudizio , Jin Lee Min, Einaudi, storia di una ragazza coreana che vuole sfondare a Manhattan, un po’ Sex and the City un po’ Jane Austen. E lei, guarda caso, legge e rilegge Middlemarch…)

Infine, un libro che ha appena tradotto la mia amica ungherese Andrea Rényi:
Non davanti ai bambini , Andràs Nyerges, Elliot. Ambientato a Budapest dalla fine della seconda guerra mondiale…

SEMPRE, SE VOLETE IRONIA E LEGGEREZZA: i libri di Jane Austen, tutti; quelli di Elizabeth von Arnim, cominciando da Il padre (Bollati Boringhieri); e sì, per rispondere a una vostra domanda, a suo tempo mi erano piaciuti i libri di Sophie Kinsella, e mi sono molto divertita a vedere il film tratto da "I love shopping", con un’esilarante Isla Fisher, ma li consiglierei adesso? Sinceramente, non lo so.

E ovviamente, se non avete ancora letto i miei romanzi, cosa aspettate? Li potete ordinare cliccando qui a sinistra… (Sì, sono un’Autrice sfacciata, ma questo già lo sapete).

I miei primi jeans.

Sabato, 25 luglio 2009 @20:19

Lo so, vi avevo promesso la lista dei libri da leggere quest'estate. Ma visto che mi chiedete cos'ho fatto in questi mesi di forzata assenza dal blog, ecco una (prima) risposta: mi sono comprata i miei primi jeans. E questo è il Corva-racconto dell'evento, pubblicato su Grazia.

Quest’anno mi sono comprata i miei primi jeans. Sì, avete letto bene: non i miei primi jeans skinny, o strappati, o baggy e sformati. No, proprio i miei primi jeans e basta. Dite che forse sono un po’ in ritardo? Che i primi jeans vanno comprati a 14 anni, non a 44, e già allora non è più un evento? Forse. Ma è anche vero che in quest’adolescenza reloaded, in cui tutti ci sentiamo un po’ teenager per sempre, giochiamo con Facebook e mandiamo sms con le faccine ogni cinque minuti, ho capito improvvisamente che era arrivato il momento. Ero, finalmente, pronta: ad indossarli.
Il problema è: quali? Questa almeno è la domanda che mi sono fatta quando, nella boutique parigina di L’Eclaireur (traduzione: uno dei negozi più cari del pianeta dove mi trovavo a passare, assolutamente per caso, intendiamoci), li ho visti. Loro. I jeans di cui mi sarei innamorata. Li ho toccati ed ho capito che erano loro: così morbidi, leggeri, quando invece il denim mi ha sempre respinto per la sua ruvidezza, e in più con un risvolto romantico, in tela colorata a piccoli disegni… Poi ho visto il cartellino del prezzo e ho vacillato. Che fare? Chiusa in camerino, mi sono comportata da adolescente reloaded quale sono: ho mandato un sms al mio amico fashionista e gay. ("Gays are a girl’s best friends", oggi direbbe, forse, Marilyn Monroe, o comunque si farebbe accompagnare a fare shopping). Risposta, in inglese, perché il mio amico è straniero: "Dark blue, low waist, tight, high heels". Ovvero: blu scuro, vita bassa, stretti, tacchi alti. Mi sono guardata allo specchio. Ho visto esattamente il contrario: jeans di un blu slavato, baggy e per niente attillati, e certamente non da portare con i tacchi, ma piuttosto scalza sulla spiaggia. Quindi? Quindi ho disobbedito. I consigli agli amici (soprattutto se gay) vanno chiesti per poi ignorarli. E sono uscita con il mio primo paio di jeans, i più cari del pianeta. E i più fashion: sono i "boyfriend jeans", quelli che sembrano rubati al fidanzato. Per intenderci, quelli un po’ largotti, con il risvolto in fondo.
Oltre a un amico fashionista e gay, peraltro, ho anche un marito, che vedendo il mio acquisto (a cui avevo prudentemente tolto il cartellino del prezzo), si è limitato a commentare: mi sembrano già un po’ rovinati… Ah, beata maschia ignoranza. Lui non sapeva (non lo sapevo neppure io), che avevo comprato un paio di jeans non solo trendy, ma pure "mutanti". Già. Perché i graffi applicati ad arte, dopo qualche lavaggio, si stanno sfilacciando e trasformando in buchi… Ed io mi ritrovo doppiamente modaiola. Guardate le celebrities del momento, da Kate Beckinsale e Katie Holmes a Jessica Alba: tutte, dico tutte, con i jeans strappati. Che dire? Per certe cose, nella vita, vale la pena di aspettare. Anche per un paio di jeans.

L'inizio del viaggio.

Venerdì, 24 luglio 2009 @08:28

Per il Buongiorno di City di oggi, 24 luglio – che è anche l’ultimo prima dell’estate, la rubrica riprenderà a fine agosto – ho scelto una frase che parla di viaggio. Anzi: di viaggi.

"Quando comincia davvero un viaggio – o un’amicizia –o un amore? Gli inizi: così affascinanti, e così ambigui, così poco chiari. Ma arriva sempre un momento in cui capiamo che siamo già, e da tempo, per strada".
(Katherine Mansfield)

Sì, è tutto già cominciato, sta per cominciare. E’ già iniziato il viaggio che mi porterà lontano. Quel viaggio che spero di fare – anche - con te.

Non sono soddisfatta della mia (pessima) traduzione, quindi ecco la frase in originale, in inglese: "When does one really begin a journey – or a friendship – or a love affair? It is those beginnings which are so fascinating and so misunderstood. There comes a moment when we realise we are already well on our way".
E’ tratta da una lettera di Katherine Mansfield del 5 dicembre 1921, all’amico Sydney Schiff. E, come ogni volta che leggo qualcosa tratto dagli epistolari degli scrittori, mi chiedo: ma cosa ne sarà, oggi, di tutta la corrispondenza via web, di tutte le mail? Di tutte le parole volatilizzate nel cyberspazio?
Ho letto questa frase in un altro piccolo libro ritrovato nel trasloco, "A Katherine Mansfield book of days", una specie di diario perpetuo con foto e frasi della scrittrice neozelandese, che mi era stato regalato anni fa da un’amica che andò in viaggio appunto in Nuova Zelanda… Dalla copertina mi guarda lei, Katherine, il caschetto di capelli che andava di moda nel 1920, il sorriso malinconico. Quanto mi piaceva quando l’ho scoperta: avevo 16 anni e ricordo ancora la copertina mauve della raccolta di racconti, per Adelphi. Amori sospesi, esitazioni, emozioni, giovani donne sull’orlo della vita… E una nuvola di malinconia. Ne parlo come di una vecchia amica che, ritrovata su Facebook, esiterei a contattare. Avremmo ancora qualcosa da dirci? Ora, confesso, mi sento amica solo di sua cugina (e dire che all’epoca non sapevo neppure che esistesse!), ovvero Elizabeth von Arnim. Già: conoscete bene la mia passione per la von Arnim, una specie di Jane Austen di inizio Novecento: la sua leggerezza, l’ironia, il buffo sguardo sulla vita (che ritrovate nei suoi romanzi pubblicati da Bollati Boringhieri: cominciate con Il padre . Altra strana coincidenza: anche l’amica che mi regalò, affettuosamente, questo piccolo libro, l’ho persa per strada… Ora è solo un nome nel mio indirizzario e-mail. Succede? Succede.
Ma torniamo alle nostre scrittrici. Quel che non sapevo, e che ho scoperto da poco, è che erano cugine: nate entrambe in Nuova Zelanda, entrambe Beauchamp (per la precisione Kathleen Mansfield Beauchamp, e Mary Annette Beauchamp). Tutte e due, alla fine, emigrate in Europa, ma con che destini diversi! E con quale diverso sorriso sulla vita. Anche questa è una cosa che ho imparato strada facendo: la nuvola di malinconia è soffice, ma è come nebbia. Quel che ci salva, e ci permette di non perderci, è la luminosa leggerezza, e il lampo dell’ironia.

Rieccomi!

Giovedì, 23 luglio 2009 @18:45

Rieccomi! Come vi sarete accorte, e accorti, il mio blog è andato disastrosamente in tilt, ahimé dal 14 maggio (Così tanto tempo? Argh). Vi risparmio la (noiosissima) storia della manutenzione ordinaria e straordinaria, vi dico solo che l’Autrice senza blog si sentiva decisamente spaesata… Mi siete mancate, e mancati! (E in onore ai maschi che mi/ci leggono, come vedete, il blog ha cambiato colore: non più rosa ma, più easy chic, grigio e viola). A proposito: questo è un blog in progress: perfettibile e perfezionabile, ma ci tenevo che fosse on line il prima possibile. E dunque, rieccomi qui. (Sospiro di sollievo).
Ricominciamo con le buone abitudini, ovvero con il Buongiorno di City di oggi, che è di una poetessa cinese, Lin Ling. Mi piace perché, nel paese delle consonanti in cui vivo adesso, ho una nuova amica, non più gelidona, che si autodefinisce "verticale" super-organizzata e razionale – l’opposto mio, che sono tendenzialmente "orizzontale", emozionale, nonché molto pigra. E mi piace ovviamente l’idea di incontrarsi nelle risaie: che mi fanno venire in mente Bali, isola magica in cui sono stata a gennaio. E’ a lei che la dedico. A tutti i nuovi incontri che la vita ci propone.

"Tu sei orizzontale.
Io sono verticale.
Tra di noi
dividiamo gli astri
e le quattro direzioni.
Veniamo dal posto in cui si diviene,
passiamo di qui,
e ci ritroviamo
in questo incontro finale
tra le risaie allagate".
(Lin Ling)

Qui, io e te: amica mia, amico mio. Siamo qui, in questo incrocio di emozioni; qui, dove le nostre strade si toccano e si attraversano. E’ successo per caso. O forse no. Ma dimmi, facciamo un pezzo di cammino insieme?

(Lin Ling è lo pseudonimo di una poetessa nata a Taiwan, che si trasferì poi negli Stati Uniti. La poesia è tratta da The Penguin Book of Women Poets).

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.