Lisa Corva

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Il mare è sempre davanti a me.

Lunedì, 31 agosto 2009 @07:57

Il mare in città: rieccolo, almeno sulla prima pagina di City. Dove da oggi riprende la mia micro-rubrica poetica:

"Siedo al ristorante, ho terminato il pranzo, vedo il mare.
Mi nascondo col giornale, lo sollevo in alto:
non mi sento bene davanti a questo grande occhio.
Mi volto dall’altra parte, mi agito, mi rannicchio,
ma il mare è sempre davanti a me, fuoriesce dalla stampa
inonda la carta del giornale, sommerge le fotografie;
anziché l’odore della stampa, sento l’odore della salvia."
(Antun Soljan)

E io ti ascolto, mare.

(Mi piace l’idea del mare che travolge, che preme, che ci distrae dal ritorno in città. Mi piace l’odore della salvia: la salvia selvatica, che fiorisce, profumata e viola, in certe isole del Mediterraneo, in tarda primavera. I versi di oggi sono tratti dall’Antologia di poesia croata contemporanea di Hefti editore).

Io e Dorothea.

Sabato, 29 agosto 2009 @11:08

Sì, vi volevo presentare Dorothea. No, non è una mia nuova amica. A dirla tutta, non so neppure se, conoscendola, stringendole la mano, ci saremmo state simpatiche. Ma per le quasi 900 pagine in cui l’ho seguita – quelle di "Middlemarch", che ho letto quest’estate – mi ha conquistato. Ed è da quando ho chiuso il libro che continuo a pensarci.

Non è successo anche a voi, nella vita, di avere un libro – anzi più libri, se siamo fortunati – che vi aspettavano? Quest’estate è successo con "Middlemarch", di cui Dorothea è la protagonista. Ci sono inciampata per la prima volta a gennaio, durante il mio viaggio in Asia, leggendo "Amori e pregiudizio" di Jin Lee Min: un bel romanzo pubblicato da Einaudi, di una scrittrice coreana/americana, una specie di "Jane Austen meets Sex and the City". Protagonista, una ventenne di famiglia coreana che fa di tutto per sfondare nella finanza a Manhattan (quando in realtà il suo sogno è disegnare cappelli); i suoi amori, i suoi litigi con la famiglia, i suoi debiti e disastri economici… e il libro che tiene in borsa e che continua a rileggere: "Middlemarch". Ma perché, mi sono chiesta? E soprattutto, cos’è? Non sapevo neppure chi l’avesse scritto. Nelle poche librerie di lingua inglese che ho trovato nel mio viaggio in Asia, non c’era; anche se – ho scoperto poi- è un classico della letteratura inglese, scritto da George Eliot nel 1871.
Poi me ne sono dimenticata. Finché, qualche mese dopo, l’amica indonesiana che mi aveva ospitato nell’ultima tappa del mio viaggio e che mi aveva accompagnato pazientemente nella ricerca infruttuosa del libro, me l’ha regalato. Una bella edizione, con una foglia d’autunno in copertina; e un’altra coincidenza: la collana Vintage Classics ha la particolarità di abbinare i classici due a due, e "Middlemarch" era abbinato a un mio libro cult di tanti anni fa, "Possessione" di Antonia Byatt (anche questo, pubblicato in Italia da Einaudi). Un segno? Sì. Ma comunque, quasi 900 pagine… e in inglese. Si potevano affrontare tranquillamente solo sull’isoletta.
Così è stato. Poi, un’altra coincidenza. Sull’isoletta sfoglio una copia del Financial Times del Weekend, giornale che adoro. Una delle mie "columnist" preferite scrive, raccontando del divano che vorrebbe comprarsi: "Cerco un divano che mi faccia sentire come quando avevo 14 anni e ho letto Middlemarch per la prima volta"…
Ancora Dorothea. Ma cos’ha Dorothea, perché continua ad affascinare, perché anch’io continuo a girarci intorno, a pensarci; come una persona che abbiamo conosciuto, che ci intriga, ma non sappiamo se vogliamo invitare a cena? Dorothea ha vent’anni. Sogna l’amore. Fa un matrimonio sbagliato. Se ne accorge. Si reinnamora. Potrebbe essere una coetanea delle eroine di Jane Austen, ma anche no. Perché non ne ha la leggerezza, l’ironia, neppure la sfrontatezza. Dorothea è ardente: passatemi questo aggettivo, un po’ demodè. Dorothea è testarda. Non ha paura di indagare nel suo cuore; non ha paura di seguirlo. E’ la forza dei sentimenti, la sua forza dei sentimenti, che mi piace; la voglia di cercare un proprio posto del mondo, al di là delle convenzioni, dei pregiudizi, di "quel che dirà la gente". E non solo in amore. Dorothea ha degli ideali. E delle idee. Dorothea vuole fare del bene: vuole fare quello che è giusto. Quasi anacronistico, oggi. Quasi fuori moda, oggi.
George Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans, l’autrice, lo fece. Si innamorò, andò a vivere con un uomo già sposato quando questo era ancora uno scandalo; lavorava, scriveva, aveva successo; aveva delle idee scomode, anticonformiste, progressiste. Scandalose. Anche e non solo in amore. Quando il compagno di una vita morì, con grande sorpresa di tutti si mise con un uomo di vent’anni più giovane. Non era bella. Era intelligente. Ardente.

Tutto sommato, avrei un sacco di cose di cui parlare con George Eliot, e anche con Dorothea. E adesso, le ho presentate anche a voi. (Per ora è tutto. Ma altre puntate arriveranno, spero. Perché un’amica inglese, anche lei vecchia amica di Dorothea, mi ha mandato il dvd dello sceneggiato che girò la BBC; e ho scoperto che Sam Mendes, il regista di American Beauty e Revolutionary Road, ne farà un film…).

Il peggio del ritorno dalle vacanze.

Lunedì, 24 agosto 2009 @18:02

Per ora, dover rimettersi le scarpe.

A little white dress.

Sabato, 15 agosto 2009 @12:17

Quando Peter Høeg, nel suo mitico thriller "Il senso di Smilla per la neve", scrisse che in Groenlandia ci sono non una, ma decine di parole per definirla (c’è chi azzarda quasi un centinaio), è ovvio che non aveva mai incontrato una fashionista. Che potrebbe dimostrargli – semplicemente indossandoli – che per il bianco modaiolo vale la stessa regola. Abiti, calzoni, accessori, in tutte le declinazioni glam: bianco glitter, bianco sporco, bianco abbagliante, bianco Dash, bianco panna montata, bianco perla, bianco avorio…

Da dove cominciare? Hadley Freeman, la giornalista di moda più cattiva d’Inghilterra (che scrive, anzi critica spietatamente, dalle pagine del Guardian), comincerebbe dai jeans bianchi: che secondo lei, però, vanno totalmente eliminati dal guardaroba. E si scaglia in modo particolare contro quelli di Liz Hurley: stretti, skinny, da sempre sono la divisa della diva inglese, tanto che ha ammesso di averne almeno 30 paia. E dunque, da che parte stare? Per aggirare il fashion-problema, la soluzione è semplice: pantaloni bianchi sì, ma di lino, e magari larghi e freschi, più intelligenti quando l’afa aumenta. Una cosa però è sicura. I pantaloni bianchi gridano: è estate! E se portati in ufficio, equivalgono a una richiesta di vacanze. Illuminazione che ho avuto quando, chiusa nelle segrete di Segrate, sognavo di scappare dai diavoli che vestono Zara: e scrivevo articoli sui pantaloni bianchi sinonimo di ferie, meditando in realtà la fuga.

Subito dopo i calzoni, l’upgrading modaiolo è lui, il meraviglioso, perfetto abito bianco. Ovvero, il "little white dress" che, nella sua semplicità, d’estate è il sostituto ideale dell’iconico "little black dress". I vestiti bianchi sono così belli nella loro, ehm, bianchezza, che è impossibile sbagliare. A che cosa abbinarli? Ovvio, alla pelle abbronzata. E’ quello, che fa davvero risaltare il little white dress. Non avrete bisogno di altro. Ma, volendo, potete accessoriarli: white on white, ovviamente, con una delle decine di gradazioni di bianco che la moda ci offre (borse, scarpe, cache-coeur da infilare sopra l’abito…). Il vero tocco chic, però, forse sono i gioielli: una collana etnica d’avorio, o un anello di madreperla. Bianco su bianco.

Mi considero fortunata, perché ho incontrato molti little white dress. Da ragazza, camicie e sottovesti di cotone della nonna e della bisnonna, con il bordo o dei ricami di pizzo bianco, da portare sopra il costume, comprate quando ancora il vintage si chiamava "seconda mano" e costava cifre non eurostressanti. Poi, un abito corto a trapezio, di lino, morbidamente foderato così da non essere troppo trasparente, con una fila di grandi bottoni ricoperti di lino bianco, che correvano lungo la schiena: lo portavo con le mie prime Superga bianche. Infine, il little white dress che mi accompagna sull’isola ormai da anni, regalo di compleanno di un’amica anglo-indiana. E’ di organza leggerissima, indiana appunto, corto, ma con le maniche lunghe a pipistrello, perfetto quando l’estate passa la boa di Ferragosto e porta, di sera, il vento dal mare. Lo indosso solo sull’isola, sa di cicale e di stelle e di ulivi. E stasera, so che l’amica anglo-indiana, che con il marito e i tre bambini ha venduto la casa di Londra per trasferirsi qui sull’isola (a proposito di bivi, e s/licenziamenti, e nuovi orizzonti), lo riconoscerà subito, l’abito testimone delle nostre estati, mentre brinderemo – un po' incoscienti, ma felici - alle nostre nuove vite.

Fammi ridere.

Sabato, 8 agosto 2009 @16:14

Allora. Sono qui nell’isoletta no wi-fi, dove ho ritrovato tutto: gli ulivi, gli alberi di carrube, l’amaca da cui si sente il mare e si vedono le stelle… Qui ho trovato anche una (temporanea) connessione a Internet di cui approfitto subito. Per cronache di lettura in diretta.

Ho infatti finito "Zia Mame" di Patrick Dennis: un bestseller americano anni Cinquanta, pubblicato ora per la prima volta in Italia da Adelphi (arguisco quindi che "Mame" vada pronunciato "meim", all’americana), una specie di Wodehouse in una Manhattan sofisticata e fané, che ho letto ridendo e che, assolutamente, vi consiglio. Non mi capitava tra le mani un romanzo così divertente da… Cielo, da così tanto tempo? Ritmo fantastico, che regge (quasi) fino alla fine. Insomma: siete ancora in tempo a precipitarvi in libreria.
Il che mi ha fatto pensare: ma quali sono i libri che mi hanno fatto più ridere, nella vita? O, quantomeno, sorridere? Ho provato a stilare una piccola lista:

" In un paese bruciato dal sole" di Bill Bryson, Guanda: lui è un travel writer americano, e il suo spassosissimo resoconto del suo viaggio in Australia, tra birra calda, animali velenosi, orari sbagliati e musei chiusi, mi risolleva ancora adesso durante le mie disavventure di viaggio.
" Sei una bestia, Viskovitz" di Alessandro Boffa (Garzanti). Lui vede lei e si innamora… Conoscete la storia, vero? Ma non se Viskovitz è di volta in volta un leone innamorato di una gazzella, un cane antidroga buddista, un topo da laboratorio che tenta la fuga… Esilarante. E costa solo 8 euro!
"I love shopping" e in genere i primi libri della Kinsella (Mondadori).
"Il padre" di Elizabeth von Arnim e alcuni dei suoi altri romanzi, ad esempio "Cristoforo Colombo" (Bollati Boringhieri).

"Diary of a provincial Lady", di Lady Delafield.
"Lucia in London" e gli altri romanzi del geniale E. F. Benson.
E qui confesso una mia grande debolezza: da ragazzina, prima di scoprire Jane Austen, credo di aver divorato quasi tutto Wodehouse…

Quanto alle cronache modaiole, fortunatamente qui riesco a sopravvivere anche scalza, non ho portato neppure un paio di tacchi, e il dubbio fashionista è solo: caftani o parei? Parei, of course. Detto questo, torno all’amaca e ai miei libri .

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.