Lisa Corva

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La cadenza degli addii.

Mercoledì, 30 settembre 2009 @12:01

Questo è il mio Buongiorno di oggi, l’ultimo giorno di settembre:

"Riconosco in te esseri misteriosi,
viaggiatori dalle mete segrete
incontrati un tempo nella bruma delle stazioni
dove tutti i rumori hanno la cadenza degli addii".

(Oscar Wladyslaw Milosz)

Sì, riconosco in te tutto questo. Riconosco terre lontane e struggimenti vicini; segreti che non mi racconterai mai, forse; e l’indicibile, antica malinconia dei binari, quando non si sa se è peggio essere tra chi rimane o chi parte.

(Nato alla fine dell’800 in quello che allora era il Granducato di Lituania, Oscar Vladislas Milosz si trasferì a Parigi e scrisse poesie in francese: ora sono state pubblicate, con il titolo "Sinfonia di novembre e altre poesie", da Adelphi)

La cadenza degli addii. Ieri, sul blog, ho ricevuto un messaggio che mi ha profondamente commosso. E’ quello di Viv , che vi riporto qui. Semplicemente perché, quando siamo travolte da un grande dolore, non sentiamo più parole, le parole sono lontane, si perdono nell’ovattata disperazione. L’unica cosa che si sente, spero, è la stretta di un abbraccio. Anche virtuale. Ed è questo, il mio abbraccio, Viv. Riscrivimi, se ce la fai; raccontami, racconta.


L'uomo con cui leggevo tutte le mattine le tue schegge di poesia su City è morto ad agosto.
Lo amavo e lui amava me: ogni mattina leggendoti trovavamo nelle frasi che tu sceglievi qualcosa di nostro e sorridevamo.
Vorrei che lui venisse da me almeno in sogno, che trovasse un guado nel fiume delle mie lacrime.
Lo scrivo qui perchè tu, Lisa, sei stata nella nostra storia dall'inizio e perchè mi manca tanto.

Cercando Stella nella Milano glam cheap.

Martedì, 29 settembre 2009 @08:30

Cercando Stella nella Milano glam cheap (ormai Milano recessionista) ho visto di tutto. L’ho cercata ai grandi eventi fashion. Pensate a feste spettacolari? Presentazione di abiti capogiro che rivoluzioneranno la nostra vita e la storia della moda? Macché: i grandi eventi sono stati, attenzione, l’apertura di due nuovi negozi (pubblicizzati come concept store, ma l’unico concetto davvero riconoscibile è il desiderio, la necessità, di vendere vendere vendere). Poi, ho cercato Stella negli ormai semideserti caffè da eurostress: ma Princi, all’angolo con Corso Como (ricordate? Il caffè design dove va a bere l’Ultimo Cappuccino?) ormai è quasi vuoto, davanti c’è una voragine che dovrebbe diventare un parcheggio. Nel caffè eurostressante e trendy (due aggettivi di solito inseparabili) all’angolo, ovvero il Radetzky, ho incontrato invece una delle più famose sciampiste nazionali, che mi si è materializzata davanti come un incubo e con tre accessori: uno, un paio di scarpe-tortura, di cui ho appena scritto su Grazia; due, una it-bag, di cui ho appena scritto su Grazia; tre, una bocca corrucciata in una smorfia perenne, non si sa se dettata dal Botox o dall’imitazione dell’ossuta Victoria Beckham, che pubblichiamo sempre su Grazia (anche lei condannata a portare scarpe-tortura e it-bags regalate dalle maison di moda, con cui viene paparazzata dai fotografi; è per questo che non sorride mai, dico mai, nemmeno quando dorme?).
E dunque no, Stella non l’ho vista. Neppure quando sono andata a vedere l’ultimo film di Woody Allen, "Basta che funzioni", nel mio cinema milanese preferito, l’Anteo, con ristorante e libreria aperta fino a mezzanotte. Peccato, perché avrebbe riso davanti ad incredibili "ménage étroits/ménage à trois", e si sarebbe consolata pensando che il destino, almeno a Manhattan, ti può riservare inaspettate sorprese. Anche quando tenti di suicidarti.
Ma se Stella è ancora qui, spero che stamattina – in metropolitana, ad un incrocio di strade, aspettando l’autobus – afferri al volo una copia di City, e legga il mio Buongiorno di oggi. Che non parla né di it-bags né di scarpe, ma dei territori della notte. Eccolo:

"Perché, miei cari?
Perché venite
solo in sogno?"

(Dunya Mikhail)

Tutte le persone a me care, che ora incontro solo nelle valli e nelle città dei sogni. Tutte le persone che una volta mi hanno tenuto in braccio, mi hanno amato, mi hanno accarezzato, hanno seguito i miei passi. E mi hanno sorriso. Quanto tempo è passato. Abbracciatemi, ancora una volta, almeno in sogno.

(Nata a Baghdad, la poetessa Dunya Mikhail vive negli Stati Uniti. I versi di oggi sono tratti dalla bella antologia di poetesse arabe contemporanee "Non ho peccato abbastanza", Mondadori)

C’è un non so che nel mese di settembre...

Lunedì, 28 settembre 2009 @08:52

Milano Glam Cheap. Tra una it-bag e un paio di scarpe tortura mi sembra di aver visto Stella, o mi sono sbagliata? Intanto guardo le prime foglie d’autunno per terra, le prime castagne cadute nel parco, e penso al mio altrove straniero con la frase che ho scelto per City di oggi, lunedì 28 settembre:

"Settembre. C’è un non so che in questo mese che mi ricorda marzo e i primi giorni d’aprile, quando la primavera ancora esita sulla soglia e il giardino trattiene il respiro in attesa. C’è nell’aria la stessa dolcezza, il cielo e l’erba paiono uguali ad allora; ma le foglie raccontano una storia diversa, e il rampicante che si colora di rosso sul muro della casa si avvicina in fretta al suo ultimo e più splendido momento di gloria".

(Elizabeth von Arnim)

Autunno.

(Elizabeth von Arnim, come probabilmente già sapete, è una delle mie scrittrici preferite. La frase di oggi è tratta da Il giardino di Elizabeth, Bollati Boringhieri: la storia – ironica, appassionata – del suo giardino in Pomerania. Erano gli anni Venti, in Germania, e lei veniva da lontano, dalla Nuova Zelanda…)

Il sole, il treno.

Venerdì, 25 settembre 2009 @11:34

"Il sole al tramonto
sta afferrando
una parte del treno".
(Ishida Hakyo)

Vorrei che il sole afferrasse tutto il treno, lo illuminasse, lo incendiasse di buonumore e di speranza; vorrei che invertisse la marcia, che mi portasse da un’altra parte, un luogo dove non sono mai stata; una nuova patria, quella della felicità.

(Anche i versi di venerdì 25 settembre sono tratti da Il grande libro degli haiku, Castelvecchi)

E da oggi, Milano moda, Milano glam cheap. Chissà se incontro Stella.

Il volto di mia madre.

Giovedì, 24 settembre 2009 @08:02

"Accosto il viso:
eccolo,
il viso di mia madre
nella sua ultima ora".

(Ogiwara Seisensui)

Eccolo. Il volto che da allora vedo solo in sogno. O nelle fotografie consumate dai rimpianti e dal ricordo. Eppure. Eppure oggi mi guardo allo specchio e mi sembra di vedere, dentro di me, un pezzetto di lei.

(Poesia concentrata: l’haiku è un brevissimo componimento giapponese, di solito da tre soli versi. Quello che ho scelto per la mia rubrica di City di oggi, del poeta Seisensui, nato alla fine dell’800, è tratto da Il grande libro degli haiku, Castelvecchi)

Il tuo sorriso è freddo come un'alba di settembre.

Mercoledì, 23 settembre 2009 @08:06

"Dici di amarmi, ma con un sorriso
freddo come un’alba di settembre…
Oh, amami davvero!".

(John Keats)

Mi sorridi, lo vedo. Ma il tuo sorriso non mi scalda. Dici di volermi bene. Ma il tuo bene non mi abbraccia. Invece, questo vorrei da te: un amore da poter infilare come un morbido, carezzevole, soffice maglione di lana. Ne sei capace?

Non vedo l’ora che esca, visto che a New York l’ho perso per un soffio: sto parlando di Bright Star, il nuovo film di Jane Campion, che racconta la storia d’amore di Keats e della ragazza che amò, poco prima di morire, a soli 25 anni. Guardatevi il trailer con quel prato di iris: non vi viene voglia di essere lì?
http://movies.nytimes.com/movie/452789/Bright-Star/trailers
I versi che ho scelto per la mia rubrica su City di oggi, comunque, sono tratti da "Poeti romantici inglesi", Oscar Mondadori.

Abbiamo perso ancora questo tramonto.

Martedì, 22 settembre 2009 @08:51

"Abbiamo perso ancora questo tramonto.
Nessuno ci vide questa sera con le mani intrecciate
mentre la notte azzurra cadeva sopra il mondo…
Io ti ricordavo con l’anima stretta
da quella tristezza che tu mi conosci.
Allora dove eri?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?...
Sempre, sempre ti allontani nelle sere
là dove corre il crepuscolo cancellando statue".
(Pablo Neruda)

Torna, prima che faccia buio nel mio cuore.

(Neruda non ha bisogno di presentazioni. Questi versi sono tratti dal vecchio libro su cui ho imparato ad amarlo: 20 poesie d’amore e una canzone disperata, Edizioni Accademia)

Mai come mia madre.

Lunedì, 21 settembre 2009 @09:59

"Guardavo mio padre uscire la mattina e desideravo che anche mia madre andasse al lavoro. Pensavo che, se anche lei avesse avuto una vita segreta, sarebbe stata una persona più felice. E fin da piccolissima decisi che nessuno mi avrebbe impedito di avere una mia vita lavorativa, costasse quel che costasse. Allora – e anche adesso – pensavo fosse quella la chiave della felicità".

(Ruth Reichl)

Perché, forse, non c’è felicità senza indipendenza.

(Lei, Ruth Reichl, è una delle più famose food writers americane: spiritosa e brillante, ha scritto libri di ricette, e di critica gastronomica, da leggere come romanzi. Ma l’ultimo suo libro non parla di cibo: parla di sua madre, che non era assolutamente una cuoca – anzi era famosa per cercare di avvelenare i figli con budini di cioccolato ammuffiti - e di tutto quello che le ha insegnato. Con un contro-esempio. Spingendo sua figlia a ribellarsi, a non assomigliarle, a non commettere gli stessi errori. "Mai come mia madre", appena uscito da Ponte alle Grazie, mi ha molto commosso e colpito: un atto d’amore, un grazie a una madre che non c’è più)

Scarpe masochiste.

Sabato, 19 settembre 2009 @08:02

Ovvero, un articolo che ho scritto per Grazia. Manca però, sull'argomento, il commento di un vero esperto: lui, l'Uomo Extralarge, il feticista delle scarpe che Stella incontra nelle pagine di Glam Cheap... Ricordate?

Secondo la psicanalisi, gli uomini sono esperti in molti tipi di perversioni. Sono voyeuristi, sadici, esibizionisti… E le donne? Ah no. Noi donne siamo soprattutto portate al masochismo. Masochismo morale e sentimentale (fateci soffrire, grazie); ma, attenzione, anche masochismo fashionista. Il sospetto è confermato dalle scarpe che a quanto pare dovremmo portare quest’autunno: un mix di tutte le possibili variazioni masochiste. Perché sono alte, ma con tacchi che sembrano pericolosamente traballanti e inclinati; assottigliate verso il fondo, così è più facile inciampare; con una vertiginosa zeppa da geisha. Il tacco, peraltro, è il minore dei problemi. Le scarpe-tortura sono provviste di lacci e laccetti e fibbie, di modo che al mattino, quando le indossiamo, possiamo perdere un po’ di prezioso tempo, e meditare intanto sui piaceri della schiavitù modaiola (e magari anche sentimentale). Ho visto modelli con tre tipi di fibbie che chiudono la caviglia; ad ogni fibbia, per favore, pensate alla vostra storia d’amore in questo momento. Prima fibbia: siamo sicure di avere scelto l’uomo giusto? Seconda fibbia: siamo sicure che ci ami? Terza fibbia: non sarà uno di quegli uomini con scritto "pericolo" sulla fronte? Lo so cosa state pensando: un vero amore dev’essere audace e spericolato. Se no, che amore è? E noi, passiamo ore a comporre un sms perfetto, romantico e spiritoso insieme, ma lui non risponde; chiamiamo e lui stacca il telefonino; riusciamo a parlargli, lui ribatte che richiama, e guarda caso richiama sempre troppo, troppo tardi… Però, quando finalmente è con noi, abbiamo dimenticato tutto. Il tormento, l’attesa, l’appuntamento cancellato all’ultimo minuto, le mail senza risposta, "l’utente da lei cercato non è disponibile". Rimane solo il brivido. Lo stesso è per le scarpe. Se le scarpe non fossero dei possibili strumenti di tortura, allora il divertimento dov’è?
Non solo. Le scarpe di quest’autunno sono anche, semplicemente, stravaganti. Più che accessori, "eccessori": eccessive ed eccentriche insieme. Non solo maculate, ma anche sfrangiate, con una specie di cresta fashion che ricopre la caviglia; non solo di un rosso aggressivo, ma con una stravagante decorazione da upupa metropolitano; non solo di pizzo, ma chiuse sulla caviglia da un nastro nero… Sì, ci vuole un certo coraggio per indossarle. Ma del resto, non ci vuole coraggio anche in amore? Ci vuole audacia, e testardaggine, e follia creativa; e un po’ di strategia, perché no. L’uomo sbagliato alla fine può rivelarsi quello giusto, solo che lui ancora non lo sa; è per quello che non risponde ai nostri sms e che scompare dopo l’ultima meravigliosa serata passata insieme.
E quindi? Quindi, tanto vale indossarle, le scarpe tortura. Se ci piacciono, ovviamente. Tanto per stupire gli psicanalisti, e dimostrare che, almeno nella moda, le donne oggi si rivelano esperte in molte, molte perversioni. Masochiste, certo. Ma anche esibizioniste, feticiste, e un pochino voyeuriste: perché, se non abbiamo ancora il coraggio di comprarle, le scarpe eccessive dell’autunno le guardiamo e invidiamo. E se le celebrities non si tirano indietro, perché dovremmo farlo noi? Del resto, gli "eccessori" attraggono l’attenzione e vanno bene con tutto: con un paio di jeans, con una minigonna vertiginosa; con un microabito fluo e un paio di leggings. Ancora qualche dubbio? Basta guardare la foto di Sarah Jessica Parker e Cynthia Nixon a passeggio per le strade di Manhattan, sorridenti nonostante (o forse proprio per) le loro scarpe-tortura. Rieccole, dunque, sul set del nuovo e secondo film di Sex and the City, di cui sono appena cominciate le riprese. Perché una cosa è sicura, e ce l’hanno insegnata proprio loro, le eroine del telefilm più amato da tutte le donne nel mondo. Ci hanno insegnato ad osare. A essere, se vogliamo, masochiste, ma anche sadiche, feticiste, voyeuriste; a non avere paura delle nostre perversioni e delle nostre debolezze. Ma soprattutto ci hanno insegnato che, alla fine, un paio di scarpe è solo un paio di scarpe.

Luce.

Venerdì, 18 settembre 2009 @08:33

"Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa".
(Pedro Salinas)

Non ho bisogno di tempo: perché quando ti ho incontrato è stata luce, luce improvvisa, la luce timida e ancora grigia di un’alba fredda, la luce del camino quando fuori nevica, la luce che si accende sul telefonino quando arriva un tuo messaggio. Alzo il viso verso di te, bevo la tua luce.

(Pedro Salinas: non è la prima volta che uso dei versi di questo poeta spagnolo. Per chi è curioso di conoscerlo meglio, c’è la sua antologia anni Trenta pubblicata da Einaudi, "La voce a te dovuta")

Il dubbio esistenziale di oggi è: ma come, è già il momento di tirar fuori il piumone?

Yellow.

Giovedì, 17 settembre 2009 @09:47

"Sognavo di amare. Il sogno rimane, ma l’amore
non è più quella tempesta che faceva vibrare di luce bianca ed elettrica
le torri del castello, o lasciava la mente senza più rime
o si accendeva per un istante, lì dove la strada era al bivio.
Ora l’amore è la stella incastrata sotto il mio tacco, nella notte."
(Don Paterson)

Ora l’amore è proprio qui, lo tengo in mano: mi illumina da vicino.

(I versi di oggi? Rubati, anzi letti su una copia del Financial Times del Weekend, che ha un angolo dedicato alla poesia. Lui è Don Paterson, poeta e musicista jazz, scozzese. Sentite come suonano meglio in inglese:

I dreamt of loving. The dream remains, but love
is no longer the storm whose white nerve sparked
the castle towers, or left the mind unrhymed,
or flared an instant, just where the road forked.
It is the star stuck under my heel at night...

Traduzione, ehm, mia. E anche per me l’amore è una stella: non più fredda e remota, si è incastrata sotto il mio tacco, e ora la tengo in mano. Mi scalda. Il suo posto è appuntata sul cuore).


Non più New York.
L’ultima cosa che ho fatto, anzi le ultime cose:
1)Andare a fare un sopralluogo nel terzo e ultimo negozio di Anthropologie, come forse già sapete la mia catena di abbigliamento preferita e low cost, per fare incetta di biancheria in saldo, possibilmente a piccoli disegni e/o fiorellini. Ahimè nessun bottino finale.
2)Tornare per l’ultima passeggiata con il sole sulla High Line, sentirmi dire dalla mia amica: vedi, sei stata tu che hai portato il sole (sniff, perché è così facile farmi commuovere?) e mangiare insieme a lei la mia bagel preferita, poppy bagel with egg salad. Ovvero una bagel ricoperta di semi di papavero, con insalata di uova e, slurp, maionese fresca.
3)Comprare un pezzetto di sole per l’autunno che arriva. Un vero colpo di fulmine. Camminavo sulla Fifth Avenue, e mi sono fermata davanti a una vetrina di Saks, con grandi disegni schizzati a mano che raccontavano il meglio del look del manichino: la borsa capiente, gli stivali tipo cuissardes (lo sapete, vero, che andranno di moda quest’inverno?) e… "a yellow loop". Ovvero, una grande sciarpa di un materiale che mi sembrava velluto, lunghissima e annodata più volte intorno al collo; l’aria morbidosa e, soprattutto, gialla. Un giallo vibrante. Ero in ritardo ma mi sono detta, perché no? Solo un attimo, entro, la guardo da vicino e la tocco… Ma lo sapete come sono gli amori a prima vista. Un quarto d’ora e vari tentativi più tardi (e grazie a una commessa di colore e sorridente che sembrava uscita da un film, e che è andata a controllare la vetrina per identificare meglio il loop), sono uscita con la sciarpa in mano. Anzi, per la precisione, con la mia DKNY Infinity Scarf, che si può avvolgere una, due o tre volte intorno al collo, portare con i jeans (i miei primi, of course!) sopra il cappotto o con un abito da sera; un pezzo di sole brillante che mi accompagnerà, spero, quest’inverno. Un talismano contro i giorni piovosi, anche del cuore. Created for a life with endless possibilities, per una vita dalle infinite possibilità, dice il cartellino enfatico e poetico che la accompagna. E, del resto, perché no?
Con il mio sole giallo addosso sono partita: Europa, pioggia, finalmente marito. Contenta di essere tornata a casa.

Il silenzio dell’orchidea.

Mercoledì, 16 settembre 2009 @09:21

"C’è l’improvviso silenzio della folla
quando un giocatore è immobile, nello stadio
e il silenzio dell’orchidea.
Il silenzio del vaso che sta cadendo
poco prima che tocchi il pavimento…
Il silenzio quando ti stringo a me,
il silenzio della finestra sopra di noi,
il silenzio quando ti alzi e ti allontani."
(Billy Collins)

E il silenzio nel quale scrivo queste parole; il silenzio in cui, in questo momento, entrano nella tua vita: mentre tu, stai leggendo.

(Anche Billy Collins è un poeta americano. I versi di oggi – un’altra vacillante traduzione mia – sono tratti da un volume che ho appena comprato a New York, "The trouble with poetry". Un poeta poco conosciuto in Italia, che ho scoperto assolutamente per caso, anni fa, intervistando una scrittrice di chick-lit americana; mi raccontava che a una cena aveva fatto trovare a tutti gli ospiti, accanto al piatto, un suo libro. Perché tutti abbiamo bisogno di poesia nella vita, mi ha detto. Mi ha così incuriosito che mi sono segnata il nome e sono andata a comprarmi qualcosa di suo. E, davvero, non è bellissimo quell'immagine così semplice, "il silenzio dell’orchidea"?)

A New York sono andata al cinema. Quello che in realtà volevo vedere era "Bright Star", il nuovo film di Jane Campion, la regista australiana che ci ha regalato, anni fa, "Lezioni di piano"; ma soprattutto lo stregante "Ritratto di signora", lo ricordate, dove John Malkovich e Nicole Kidman ci raccontavano sullo schermo il romanzo di Henry James? Con un finale aperto, come speravo. Bene. Dopo anni di silenzio, Jane Campion si è ritrovata per le mani un libro di poesie: di Keats. E ha portato sullo schermo una storia d’amore demodé e romantica, quella che legò il poeta inglese (morto ad appena 25 anni) a una giovanissima ragazza. Nei giorni passati ho letto moltissimi articoli, ma purtroppo il film esce quando sarò già partita… Coincidenza poetica, però, che mi piace: l’idea che una regista che ho molto amato si sia chiesta, anche lei, quale sia il potere e il senso della poesia.
Invece sono andata a vedere "Julie and Julia", un vero film Hollywood, e una storia vera. Quella di una ragazza americana, insoddisfatta del lavoro e della sua vita, che decide di aprire un blog e cucinare, per un anno intero, tutte le ricette di una cuoca-mito, sconosciuta a noi ma amatissima in America soprattutto negli anni Sessanta: Julia Child. Il film è un continuo saltare dalla New York di oggi alla Parigi anni Cinquanta, dove un’incredibile Meryl Streep scopre la consolazione del cibo e della cucina… E confesso: vedendo la blogger che apre il suo laptop in un angolo della casa disordinatissima alle ore più impossibili, scrive e si chiede, ma ci sarà qualcuno che mi legge?, mi sono identificata. E commossa.

What’s your wish?

Martedì, 15 settembre 2009 @18:28

"Sei accanto a me; la tua mano mi accarezza il viso
come se anche tu avessi sentito –
devi aver capito, in quel momento, quanto ti desideravo.
Lo sapremo per sempre, tu ed io. La prova sarà il mio corpo".
(Louise Glück)

La tua mano. La tua mano sulla mia, sul mio viso: la sento, scotta. Pelle contro pelle, tutto quello che non ci siamo ancora detti. Ma la nostra pelle, parla.

(I bellissimi versi di oggi – non sentite come scottano, come scotta il desiderio? – sono della poetessa americana Louise Glück. La traduzione, imperfetta, vacillante, è mia: il titolo della poesia è "The Encounter", L’incontro)

What’s your wish? No, non è la domanda che mi è stata sussurrata da un ex amore per le strade di Manhattan. (Peraltro, non avrei saputo cosa rispondere). E’ invece quello che la centralinista del W Hotel (dove sono stata invitata per gli ultimi giorni a New York e per le sfilate) risponde automaticamente a chi chiama. Ovvero: mi dica, qual è il suo desiderio? La mia amica newyorkese, che mi stava cercando, è scoppiata a ridere e ha risposto alla centralinista: "a million dollar", poi si è corretta: "peace on earth", pace nel mondo. Alla fine sia lei che la centralinista sono scoppiate a ridere.
L’America è fatta così, benevola, superficiale, quasi stupida a volte, ma alla fine ti strappa un sorriso. Da Starbucks, la famosissima (e ormai in crisi) catena di caffè-nei-bicchieri-di-carta (che per fortuna non è mai arrivata in Italia), che mi piace perché si può comprare il New York Times comodamente alla cassa; ora, quando paghi, ti chiedono il tuo nome. Lisa, ho detto, la prima volta, un po’ stupita. Forse il commesso, colpito da un improvviso colpo di fulmine, voleva invitarmi fuori? Niente di tutto questo. Il nome viene chiesto a tutti: perché poi, quando aspetti al banco il tuo caffè ("espresso solo", si chiama il simil-espresso che ho imparato a ordinare), vieni chiamata per nome, e ti viene porto il tuo caffè. "And have a nice day". Argh.
Altra domanda a cui non riesco ad abituarmi è il "How was your day today?", come va oggi, com’è stata la tua giornata oggi, con cui commesse e commessi ti assalgono nei negozi. Ieri io e la mia amica newyorkese abbiamo tentato di abbozzare delle possibili risposte: "Il ragazzo di cui sono innamorata non risponde ai miei sms", "Ho appena scoperto che mio marito mi tradisce", "Oggi ho un terribile mal di schiena", "Non sopporto mia madre", "Odio il mio capo", e così avanti. Ridevamo per strada. Però, sapete che c’è? E’ bello quando qualcuno ti chiede, anche solo per finta, come va. Soprattutto se lo fa con un sorriso.

La finta fashionista va nel club più snob di NYC e sbaglia dress code.

Lunedì, 14 settembre 2009 @15:56

"La mia anima ama tanto i paesi stranieri,
come se le mancasse una patria.
E’ in remote terre che stanno i grossi sassi
su cui riposano i miei pensieri.
Fu uno straniero a scrivere le singolari parole
su quella tavola dura che è la mia anima".
(Edith Södergran)

Fu uno straniero, per lui e con lui ho imparato a oltrepassare confini. Fu uno straniero, ma non siamo forse tutti stranieri?

(I versi che ho scelto per lunedì 14 settembre sono, ancora una volta, della poetessa svedese Edith Södergran).

Sì, a NYC sono cominciate le sfilate. Sfilate o forse soprattutto show: fashion show, come quello a cui ho assistito ieri. Nell’Armory, una vecchia caserma di ufficiali su Park Avenue, gli abiti di Y-3, con un tessuto a maglia larga ispirato alla rete degli stadi: e in campo, dopo le modelle e i modelli, sono scesi Zidane (proprio lui, il calciatore) e lo stilista, Yamamoto, e tirare un calcio al pallone…
Ma il meglio come sempre non sono le modelle, sono le fashioniste e aspiranti tali. Le ragazze che si accalcano fuori da Bryant Park, per entrare alle sfilate. Cosa portano? Scarpe-tortura, altissime e vertiginose; e poi molte acconciature: farfalle luminescenti o decorazioni glitter appoggiate e fermate tra i capelli, anche corti. Buffo. Divertente.

Io, invece, non portavo né scarpe tortura né farfalle tra i capelli, e forse sarebbe stato meglio: perché, per il mio pranzo più chic a New York, ho sbagliato irrimediabilmente il dress code. Colpevole la pioggia: tutti i miei abitini estivi e i miei sandali erano importabili, così sono dovuta uscire con i miei primi jeans e le mie prime All Star (viola, però). Peccato che al Century Club, l’antico snobbissimo club nato più di cent’anni fa per scrittori e intellettuali, dove si entra solo se sei invitato da un membro (e le donne sono state accettate solo vent’anni fa), i jeans non sono contemplati. Scalinate di legno, boiserie, quadri di Sargent, pareti ricoperte da antiche librerie di legno con prime edizioni di libri… Libri, libri, libri. E una bellissima sala da pranzo dove i camerieri erano tutti più eleganti e composti di me. La scrittrice che mi ha invitato, una settantenne molto spiritosa e molto wasp, non ha battuto ciglio. Io invece avrei voluto girare con una didascalia: ehi, questi sono i miei primi jeans, li ho comprati quest’anno nella boutique più chic di Parigi, ci ho scritto anche un articolo, volete sapere anche voi la storia?
Alla fine ho lasciato perdere. Niente discorsi fashionisti con la scrittrice, famosa qui in America per le sue biografie di Simone de Beauvoir e Anaïs Nin: abbiamo parlato di libri, di appuntamenti con ex amori, e… di Middlemarch (vedi il mio post del 29 agosto). Sorpresa. Lei mi ha confessato di aver sempre odiato Dorothea: un’anti-femminista, l’ha descritta; e non solo, né romantica né spiritosa, semplicemente una ragazza testarda che fa le scelte sbagliate. Mmmh. Sono uscita nella pioggia con i miei primi jeans e con addosso ancora la disapprovazione dei camerieri, pensando a Dorothea, e, ancora una volta, alla meravigliosa banalità dell’amore: l'argomento preferito di tutte le ragazze, anche a settant’anni. E oggi, a Manhattan è di nuovo estate, e sole.

Pioggia a Manhattan.

Venerdì, 11 settembre 2009 @14:08

"Per noi
l’amore
non è paradiso terrestre
a noi
l’amore
annunzia ronzando
che di nuovo
è stato messo in marcia
il motore
raffreddato del cuore".

(Vladimir Majakovskij)

L’amore non è un andamento lento. L’amore è passo rapido, è velocità, è vento; l’amore è chiudere gli occhi, premere sull’acceleratore. Un brivido. Senza frenare. Vai!

(Majakovskij: comunista, rivoluzionario, futurista. Poeta)

Poi, in omaggio alla poesia di ieri, ho messo un vestito rosso. Di seta. Morbido. Frusciante. Corto. Scollato. E un paio di tacchi, perché è vero, non c’è niente da fare: con un paio di tacchi ci si sente pronte ad affrontare il mondo (soprattutto per le strade di Manhattan). L’appuntamento era in un bar molto trendy, in un albergo con vista su Central Park, e abbiamo brindato a champagne. Brindato a quello che eravamo, quello che siamo diventati, quello che si è perso per strada. A quello che io ricordavo, che non era quello che ricordava lui… Tornando dalla cena, a piedi, attraversando Fifth Avenue, ha cominciato a piovere: una pioggia leggera, il primo segno dell’autunno che arriva.
E a me sembrava di vedere, dall’altra parte della strada, oltre i taxi gialli, noi due allora: avrei voluto fermare la me stessa di un tempo e dirle, non preoccuparti, andrà tutto bene. Sopravviverai al dolore, sarai felice, camminerai di nuovo per queste strade con un altro cuore, e un altro amore dentro. Ma è stato bello incontrare i fantasmi di quello che eravamo, camminando insieme, mentre a Manhattan cominciava a cadere la pioggia.

Cosa ci si mette per rivedere un ex?

Giovedì, 10 settembre 2009 @15:57

"A piedi
mi toccò attraversare il sistema solare,
prima di trovare il primo filo del mio abito rosso.
Ho già il presagio di me stessa.
In qualche posto dello spazio è appeso il mio cuore,
da cui faville si sprigionano, e l’aria vibra,
verso altri smisurati cuori".
(Edith Södergran)

Sono. Sono io, sono viva, contenta di essere viva; cammino con il mio abito rosso, sorrido a strade che non conosco. Sorrido: e comincio da te.

(I primi versi della poetessa svedese Edith Södergran li ho pubblicati il 2 settembre. Anche quelli di oggi sono tratti da "Notturno ed altre poesie", Pagliai Editore: un piccolo omaggio a una ragazza che sognava, nel Nord, all'inizio del secolo scorso)

Oggi vi pongo un nuovo, inedito, quesito di guardaroba sentimentale. No, non è un articolo che ho scritto per Grazia, ma il mio dilemma di oggi: cosa ci si mette per rivedere un ex? Già. Stasera ho appuntamento (prima un drink nella lobby di un albergo a Manhattan, poi cena, tutto molto Sex and the City) con il mio ex grande amore americano, l’uomo per cui sono venuta per la prima volta a New York… Quanti anni sono passati? Hmmm. Molti. Diciamo che avevo l’età che ha adesso suo figlio, più o meno. Lui era più grande di me, lavorava a Wall Street, e io, bè, io ero una ragazzina. Italiana per di più. Sono molto molto curiosa. Rimane il dilemma guardaroba. Tacchi, of course, li ho portati apposta. (Ah sì, va da sè che per stasera ho il permesso coniugale del Consorte). E poi, un abito? Magari rosso?

Suspense.

Mercoledì, 9 settembre 2009 @16:57

"Erano anni che non aveva alcun genere di rapporto sentimentale. Sembrava quasi aver rinunciato. Ora invece gli tornò in mente il significato che una storia d’amore poteva dare anche ai momenti più ordinari. Le attività più banali potevano assumere colori e intensità particolari. I giorni avevano un senso, perfino un elemento di suspense. Questo gli mancava".
(Anne Tyler)

Così è l’amore: un giallo con un solo colpevole, e tutti gli indizi portano a te.

(La frase di Anne Tyler è tratta dal suo ultimo romanzo, "La bussola di Noè", Guanda)

Ieri sono stata a fare un pic-nic metropolitano. Ovvero, ho fatto la cosa più trendy, pare, che si possa fare a Manhattan: sono stata, con la mia storica amica e un pranzo take away (preso da Le Pain Quotidien, easy chic e salutista), sulla High Line, la nuova passeggiata sopraelevata. Sedie di tek e giardini quasi selvaggi sui vecchi binari della ferrovia, con vista sul fiume Hudson. Guardate qui: http://www.thehighline.org/
Central Park, addio. Ora i newyorchesi fashion, ma non solo, vengono qui: in quest’angolo poetico ma design, un pezzo di città sopraelevata e nascosta. Dove scrivere sul laptop, leggere un libro di poesie, dare un appuntamento romantico, fare un po’ di people watching. Sognare. Pensare. Mi è piaciuto tantissimo. Forse torno anche oggi…

I grattacieli di Manhattan. E l’istante in cui tu ti fermasti.

Martedì, 8 settembre 2009 @13:30

"A te si giunge solo
attraverso di te.
Ti aspetto.
Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato con te.
Lì mi hai portato tu.
Come
potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?"
(Pedro Salinas)

E in quel momento, quando mi hai guardato, ho capito: la mia destinazione, eri tu.

(Sto scoprendo il poeta spagnolo Pedro Salinas con "La voce a te dovuta", Einaudi: una raccolta di versi uscita nel 1933)

Allora sono a NYC. E’ bellissimo tornare, perché ci sente quasi a casa: è stata la mia prima sensazione, anni e anni fa, la prima volta che sono atterrata qui. Guardavo i poliziotti a cavallo, i tombini con il vapore che esce dal marciapiede, i taxi gialli tra i grattacieli, e mi dicevo: ma questo lo conosco, non sono una straniera qui. (La potenza del cinema americano: farci sentire a casa a Manhattan). Ma, dopo tanti anni, questa è un po’ casa davvero: qui ho un’amica storica, con i capelli rossi, jewish, che sembra uscita da un film di Woody Allen, magari il Vicki Cristina Barcelona che ho amato tanto. Ieri sera siamo andate nel "nostro" sushi bar all’angolo, e lei – che è tornata single – mi ha raccontato delle sue (dis)avventure degli uomini, possibili fidanzati, che incontra sugli attrezzatissimi e frequentatissimi siti web di dating on line, ahimé quasi sconosciuti in Italia… E di sentirsi il brivido dei 14 anni quando di anni ne hai più di 40. Oggi andremo a fare la passeggiata più trendy della città, sulla High Line sopraelevata. Mi sono portata le mie infradito d’argento apposta!

Airport look.

Domenica, 6 settembre 2009 @17:56

Ci sono donne che hanno un segreto. No, non sto parlando di un amante, per carità: almeno su Grazia (per cui ho scritto questo articolo), mi limito a dilemmi fashionisti e non sentimentali. Il segreto su cui mi sto arrovellando è quell’incredibile talento nel scegliere il look giusto day/night: che resista a una mattina di ufficio, un pranzo fuori (in cui io spesso mi accorgo che la mia camicia ha acquistato un’imbarazzante macchia di qualsiasi-cosa-che-non-va-via), uno spiegazzamento di abiti in macchina o in metropolitana, per arrivare perfette, pulite e stirate all’appuntamento serale. Bene, questo non è il mio caso. Non sono una donna 24 ore. Neppure 12. Se ho una cena importante (o anche, semplicemente, una cena), devo, assolutamente devo, passare a casa a cambiarmi. Non solo perché addosso a me gli abiti accumulano stanchezza e macchie, come il mitico Pig-Pen dei Peanuts, che camminava in una nuvola di polvere. No. E’ che in genere al mattino non riesco a scegliere il look strategico che andrà bene anche per la sera. Per quello, sarete d’accordo con me, ci vuole un talento segreto.
La prima rivelazione l’ho avuta osservando un’amica. Che parte avvantaggiata perché si veste sempre di nero. Il che, come ben sappiamo, è un modo furbissimo per: a) mimetizzare il più possibile eventuali macchie; b) non avere indecisioni mattutine. In più, lei ha un piccolo trucco: il gioiello che "fa sera". Ovvero, prima della cena si infila un bracciale importante, un bijou che attrae l’attenzione: et voilà. L’importante, in fondo, è sentirsi vestite da sera "dentro"; e se per farlo basta mettersi una collana, perché no?
Il secondo trucco è altrettanto semplice: una borsa capiente dove stivare quei due o tre accessori che ci cambieranno il look. Il gioiello, abbiamo detto. Oppure, d’inverno, un paio di guanti-gioiello con decorazioni applicate (ci saranno, ci saranno). Chi non resiste 12 ore sui tacchi li terrà in borsa, pronta a togliersi le ballerine o le sneakers da ufficio (ma qui non vi racconto niente di nuovo, basta aver visto almeno una volta il mitico "Una donna in carriera"). Infine, c’è la strategia borsa-dentro-la-borsa: ovvero, dalla capiente sacca, che viene abbandonata in auto, si estrae una "clutch", quelle mini-bags deliziose ma così scomode, in cui si riesce a incastrare a malapena il cellulare (e le chiavi della macchina).
Fin qui gli accessori. Ma che cosa indossare? Un abito nero, of course, consigliano le modaiole: non si sbaglia mai (e io, che non mi vesto mai di nero, rimango qui ad arrovellarmi)l. Però, per fortuna, le leggi fashioniste ammettono anche i jeans: basta che siano baggy e sapientemente bucati. In fondo, per trasformarli in jeans da sera basta un bracciale.

In questo momento, però, mi sto interrogando su un altro dilemma da guardaroba: cosa mettersi per un (lungo) viaggio in aereo, quali sono gli abiti più comodi per riuscire eventualmente a dormirci dentro, senza per forza avere un’aria troppo stropicciata? Una sorta di look day/night da viaggio. Dilemma su cui mi sono a lungo interrogata (e ho scritto svariati pezzi finto glam), guardando le foto delle solite celebrities che vengono paparazzate all’aeroporto con jeans e tacchi altissimi. Ma, è ovvio, loro non contano: viaggiano sempre in prima classe. Io invece domattina prenderò un aereo (non in prima classe) per New York; e ho deciso di testare sul volo transoceanico, non i tacchi, ma i miei primi jeans. Morbidi e boyfriend look. Vedremo.
E dunque, visto che sarò in aereo, vi lascio anche il Buongiorno di lunedì 7 settembre:

"Del mare dell’estate c’è ora solo
il riflesso del tramonto,
del riflesso solo i volti
e dei volti solo l’attesa".
(Henrik Nordbrandt)

Il mare ora è lontano. E’ solo una foto nel telefonino. Un salvaschermo sul computer. Però. Però il mare è dentro di noi. Un ricordo, certo, ma soprattutto una promessa. Ritorneremo.

(I versi del poeta danese Henrik Nordbrandt sono tratti da "Il nostro amore è come Bisanzio", Donzelli)

Quel pezzo che manca alla luna.

Venerdì, 4 settembre 2009 @07:44

"Neanche stanotte luna piena.
Ne manca una parte.
Il tuo bacio".
(Ghiannis Ritsos)

Neanche stanotte ci sei. Tutto qui parla della tua assenza: il cuscino intatto accanto al mio, la tazza che non è vicina alla mia, le mani che non mi abbracciano, gli occhi che non mi accarezzano. E la luna, figuriamoci. Non ridere, ma persino la luna mi parla di te.

(I versi del poeta greco Ghiannis Ritsos sono tratti da una raccolta antologica che amo molto, pubblicata da Crocetti Editore: Erotica).

So che sei.

Giovedì, 3 settembre 2009 @07:46

"So che sei: e mi fermo nella notte.
Sto ferma in mezzo al giardino che odora di pioggia…"
(Anna Lesznai)

Sto ferma, immobile. Vorrei che tutto si fermasse, per un momento. Tutto: la notte, la pioggia sulle foglie, il respiro del giardino, le luci della città, l’estate che finisce. E la certezza, questa disarmante certezza, di sapere che ci sei. Che tu sei. Anche per me.

(Questa poesia, della poetessa e pittrice ungherese Anna Lesznai, è un regalo. E’ un regalo di Andrea Rényi, la mia amica traduttrice ungherese - che potete scoprire sul suo blog, http://andrearenyi.blogspot.com/ . Di lei, tra l’altro, quest’estate ho letto un romanzo che ha appena tradotto: si intitola "Non davanti ai bambini", di András Nyerges, Elliot Editore. Storia di un’infanzia a Budapest. "Non davanti ai bambini"; ovvero "Nicht vor dem Kind", in tedesco: come spesso capitava, in Mitteleuropa, la lingua parlata ogni giorno era mischiata a frasi e parole di altre lingue. E il tedesco, allora, era come l’inglese oggi, anzi di più. "Non davanti ai bambini", frase ripetuta da nonni e genitori. Eppure davanti al bambino, il piccolo protagonista, succede di tutto: liti familiari, la deportazione degli ebrei, la guerra, l’arrivo dei russi… La storia vista dal basso. Per me, che sono appena stata a Budapest, un libro che mi ha riportato lì. Per tutti, un libro per tornare indietro e riguardare il mondo dall’altezza di un bambino).

La tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare.

Mercoledì, 2 settembre 2009 @10:43

"La tua nostalgia è un mare che puoi navigare,
la tua nostalgia è un terreno su cui puoi camminare,
perché te ne stai allora inerte e scorata
fissando il vuoto?
Verrà un mattino con un orizzonte più rosso
di tutti gli altri,
verrà un vento a porgerti la mano:
mettiti in cammino!"
(Edith Södergran)

Sì, la nostalgia ci spinge indietro. Ma è anche la bellezza di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo amato: ora, possiamo guardare avanti.

(Edith Södergran è morta giovane, nel 1923. Aveva 31 anni. La sua è una storia davvero romantica, e cerco di raccontarla mentre guardo la sua foto: un abito bianco accollato, di pizzo, le maniche lunghe; i capelli biondi raccolti e vaporosi… Lo sguardo lontano. Edith guardava lontano, verso i confini, verso l’orizzonte. Era una ragazza del Nord, terre di nevi e betulle: nata a San Pietroburgo, ma da genitori finlandesi-svedesi, frequentò il liceo tedesco dove andavano le ragazze di buona famiglia, davanti al Palazzo d’Inverno. Così le prime poesie le scrisse in tedesco, e poi in russo, finché passò allo svedese. Vide la Rivoluzione d’Ottobre: era lì, sognava anche lei, sognava un altro mondo, nuovo; e sognava, come tutte le ragazze, l’amore. Ma il suo orizzonte, che immaginava "rosso", idealista, rivoluzionario, cominciò a rimpicciolirsi, a restringersi, diventò quello di un sanatorio: era malata di tubercolosi, il "mal sottile" dei primi del Novecento, di cui morì. Oggi è una delle poetesse più amate in Svezia, ma praticamente sconosciuta in Italia. I versi che ho scelto per City del 2 settembre sono tratti da "Notturno ed altre poesie", Pagliai Editore: un piccolo omaggio a una ragazza che sognava, nel Nord)

Mi tengo stretta a quel pensiero.

Martedì, 1 settembre 2009 @08:14

"Si teneva stretto a quel pensiero, quasi fosse un pacchetto che aspettava di aprire".
(Anne Tyler)

E’ un pensiero segreto che teniamo in tasca, quasi un talismano. Gli altri non sanno: noi sì, è per questo che ci luccicano gli occhi, è per questo che non li ascoltiamo. Così mi tengo stretta a quel pensiero: il pensiero che sì, presto cammineremo insieme sull’orlo delle cose che devono succedere. E per una volta, è bello anche aspettare.

(La frase della scrittrice americana Anne Tyler, che ho scelto per City di oggi, 1 settembre, è tratta dal suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, "La bussola di Noè", Guanda; un romanzo che, purtroppo, mi ha deluso. Ma la Tyler rimane una delle mie scrittrici preferite, soprattutto per un libro che è un vero passaparola al femminile, "Per puro caso": storia di una quarantenne, sposata, figli adolescenti, che dopo una mattinata in spiaggia decide che no, lei non torna a casa… e se ne va, in cerca di un'altra vita, con le scarpe da ginnastica ai piedi e il costume in borsa. Chi di noi, anche nella più sorridente delle vite, non ha mai avuto la tentazione? Io, sì)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.