Lisa Corva

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Ti aspetto. Scrivimi. Entra, stanotte, nei miei sogni...

Venerdì, 30 ottobre 2009 @08:13

"Lettera come un modo ultraterreno di comunicazione, meno perfetto del sogno, ma regolato dalle stesse leggi. Né lettera né sogno vengono a comando: si sogna e si scrive non quando noi ne abbiamo voglia, ma quando ha voglia: la lettera - di essere scritta; il sogno – di apparirci".
(Marina Cvetaeva)
Per questo ti scrivo. Per questo sono così contenta quando ti sogno. Quando, nel sogno, mi appari.

(Così scrisse la poetessa russa Marina Cvetaeva a Pasternak, nel 1922. La frase che ho scelto per il Buongiorno di City del 30 ottobre è tratta da un epistolario a tre - tra la Cvetaeva, Rilke e Pasternak - che ormai ben conoscete, visto quanto lo sto saccheggiando: "Il settimo sogno", Editori Riuniti)

La primalba.

Giovedì, 29 ottobre 2009 @08:24

"Poi, quando la primalba aveva rischiarato la camera, s’era rialzata sul gomito per guardare Giovanni che dormiva: nel tenue chiarore il viso bruno di lui si distingueva appena, ed ella lo contemplava come un paesaggio amato nell’infanzia dal quale dovesse staccarsi per sempre".
(Alba de Céspedes)
Il tuo viso: le strade, la città da cui non riesco a staccarmi. Non voglio sentirmi esule da te. Eppure devo andare, vero? Mi aspettano, lo so, altri paesaggi; altri confini.

Primalba. Una bellissima parola, desueta, dimenticata; una parola che non si usa più. Provate a pronunciarla. Sentite anche voi? E’ uno dei piaceri che provo nel leggere scrittori italiani dimenticati; il piacere di sentire rotolare le parole in bocca, come vecchie mentine colorate, come le caramelle che tenevano nella borsetta le nonne. La frase è tratta da un racconto di Alba de Céspedes scritto alla fine degli anni Quaranta, che si intitola "La sposa"; fa parte della raccolta "Invito a pranzo". Questi i dettagli. Ora la storia.
Alba de Céspedes scrisse, alla fine degli anni Trenta, un romanzo strepitoso, anzi due. "Nessuno torna indietro" e "Quaderno proibito", che diventò uno sceneggiato televisivo nel 1980 con Lea Massari, magari qualcuna di voi se lo ricorda… Anni dopo, per caso, o forse non per caso – sono convinta che certi libri ci aspettano, aspettano proprio noi – ho letto prima "Quaderno proibito", storia di una donna, sposata, madre di figli già grandi, che inizia a tenere un diario, nascosto nella cesta della biancheria: il quaderno proibito, appunto. E poi "Nessuno torna indietro", otto ragazze in un collegio a Roma negli anni Trenta, quasi un Sex and the City in epoca fascista. Pagine straordinarie. Libri ahimé dimenticati, anche se Alba de Céspedes all’epoca era molto amata. E poco tempo fa, a Roma, passando davanti a una piccola libreria di libri usati che si chiama "Libri necessari", sono entrata: ero con un’amica, e Alba ci aspettava. Abbiamo trovato "Nessuno torna indietro", con una bellissima edizione degli anni Quaranta, e "Quaderno proibito", per lei. "Invito a pranzo" e un altro romanzo per me, nelle vecchie edizioni Medusa, con la Medusa verde e dardeggiante in copertina. Alba ci aspettava, dunque... Ne riparleremo ancora. Intanto, vi lascio con Alba. E la primalba.

Le tue mani.

Mercoledì, 28 ottobre 2009 @08:38

"Gli presi una mano e dissi la frase di tutte le donne che cercano di essere tenere: mi piacciono le vostre mani".
(Simone de Beauvoir)
Le tue mani. Mi piacciono le tue mani, sai? Mi piacciono quando guidi e ti sfioro. Quando, faccia a faccia al ristorante, intreccio, solo per un attimo, la tua alla mia. Ma soprattutto mi piacciono quando mi accarezzano; quando mi stringono forte a te. Per questo sono fatte, credo, le tue mani.

(Ancora una frase di Simone de Beauvoir: lei, la grande femminista, la compagna di Sartre, la donna che ci ha regalato "Il secondo sesso" e "Memorie d’una ragazza perbene". Questa frase, però, è tratta dalle sue pagine che ho amato di più: un capitolo de "I mandarini" che è come un romanzo dentro un romanzo, la sua storia d’amore con lo scrittore americano Nelson Algren)

Silenziosamente.

Martedì, 27 ottobre 2009 @08:35

"Si era sempre ricordato, anche nel pieno della sua vita, di quel bosco, del prato, dello stagno che bisognava aggirare e del sentiero con la menta, le lepri e, in fondo, quel punto così speciale, silenzioso e soffuso di una calma che profumava di pane: un poggio dal quale si vedeva il verde oltre il fiume, la discesa ombrosa fino alla riva, un canneto, una vecchia barca, il luccichio e l’oscurità dell’acqua".
(Nina Berberova).
Un luogo del cuore: qual è il tuo?

(La frase di oggi è tratta da un racconto della scrittrice russa Nina Berberova, dalla raccolta "Dove non si parla d’amore", Adelphi. Mentre io, per l’ennesima volta, ho prestato/regalato quello che della Berberova è un vero gioiello, "Il giunco mormorante", sempre Adelphi. Un lungo racconto sull’amore e la libertà).

Quel luogo "speciale, silenzioso e soffuso di una calma che profumava di pane", scrive la Berberova. E dunque, la parola di oggi è: silenzio. Una parola e un blog: quello di una cara amica, che da oggi, dopo aver indagato e studiato il paradosso del silenzio in un libro e in un convegno, ha lanciato (silenziosamente) una pagina web. In questa società rumorosa, in una vita circondata da chiasso, ascoltate anche voi il silenzio:

http://blog.ascoltareilsilenzio.org/

Il mio cuore è una foglia. (E i piaceri dell’autunno).

Lunedì, 26 ottobre 2009 @08:34

"Noah dice che questo è
un errore dei depressi, identificarsi
con un albero, mentre il cuore felice vaga nel giardino come una foglia cadente, figura
di una parte, non del tutto".
(Louise Glück)

Piaceri d’autunno. Cammino tra le foglie secche per terra, adoro il fruscìo che fanno. E così mi sento: una foglia leggera, un cuore leggero, mentre – anche solo nell’attimo in cui cado – sono in armonia con tutto.

(I versi di oggi, lunedì 26 ottobre, sono della poetessa americana Louise Glück e sono tratti da "L’iris selvatico", Giano)

Lo shock dell'ora legale. Come sono più corte e più fredde le giornate, e quanto prima arriva, il buio. Eppure, mentre camminavo facendo fruscìare le foglie secche per strada, mi sono improvvisamente sentita felice. Pensando ai ritrovati piaceri dell’autunno. Il piacere della morbidezza: tirare fuori dai cassetti i maglioni di cachemire, i calzoni di velluto, risentirli sulla pelle. Il piumone sul letto. L’arancione morbido dei cachi (io adoro anche il gelato, di cachi). Le castagne calde nel cartoccio per strada, ma soprattutto i marron glacé (e visto che ci siamo, anche il gelato di castagne). Il tè bollente in una bella tazza, bella anche da tenere in mano: com’è importante, nella vita, una bella tazza che ci aspetta a casa? Una delle mie preferite è il regalo di un'amica e ha delle rose rosse dipinte sul bordo. E il fuoco nel camino (nel mio altrove, tra poco è il momento di accendere il fuoco – non che io sia capace, ma è anche per questo che ci si sposa, giusto? Per avere qualcuno che sa accendere il fuoco per te).

Trieste e i quadri di Petrus. In lontananza, il mare.

Venerdì, 23 ottobre 2009 @08:29

"Le mie voglie di baci e di parole
sono una stanza molto grande dove
siede assurdamente il cuore. Vale a dire, sopravvive.
Nel taglio delle sue strane correnti".

(Juan Gelman)

Il mio cuore. Cuore indomito, cuore pulsante. In questo mio tumulto del cuore, mentre aspetto, mentre ti aspetto, tutte le finestre sono aperte: entra la luce, entra il vento e sbatte gli scuri. In lontananza, il mare.

(I versi di oggi sono del poeta argentino Juan Gelman e sono tratti dall’antologia "Valer la pena", Guanda)

In lontananza, il mare. O meglio: davanti a me, il mare. Perché questo weekend sarò a Trieste: sabato apre con un cocktail e - temo - molta bora, nel grande spazio della Pescheria (il vecchio mercato del pesce, sulle Rive), una grande mostra di cui mi sento, in qualche modo, parte e complice. Si intitola "Trieste al centro": sono i quadri (bellissimi, posso dirlo?) di Marco Petrus, di cui sono stata prima fan, e poi, con la mia solita insistenza, sono diventata amica. Petrus è un pittore milanese che… dipinge case. Anzi: architetture. La Trieste che racconta e interpreta ("al centro", perché in mostra ci sono anche quadri di Vienna, Budapest, Praga, e Lubiana) è una Trieste di linee e colori. Senza il mare. Ma il mare si sente: è sempre lì, in lontananza. Entra dalle finestre.
La mostra è aperta fino al 29 novembre. Intanto, cliccate qui:
http://www.italianfactory.net/index.php/mostre/in-corso/127-marco-petrus-trieste-al-centro.html

Oggi mi sento un'ortensia.

Giovedì, 22 ottobre 2009 @07:50

"Alla fine ho accettato un’ortensia azzurra. Ho sempre avuto un debole per le ortensie: sono uno dei pochi fiori che rimangono belli anche quando non sono più freschi. Anche quando perdono un po’ di colore, restano intatti. Le ortensie sono fiori scompigliati, ma con una resistenza ammirevole".
(Hilary Belle Walker)

Così mi sento: un fiore scompigliato, bello anche quando è appassito.

(Conosco Hilary Belle Walker, ci siamo incrociate un paio di volte a Milano: è bionda, è giovane, è di San Francisco, di mestiere fa la libraia accanto alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, ama ovviamente i libri e i cappotti rossi e i cani e gli uomini fascinosi di cui innamorarsi e… Ha appena scritto un romanzo, romantico e divertente, incredibilmente in italiano: si intitola "Case altrui", Cairo Editore. Brava Hilary! E’ bello vedere come i "nuovi italiani" si appropriano della lingua, la arricchiscono, la trasformano: una "letteratura migrante")

The city of your final destination.

Lunedì, 19 ottobre 2009 @16:14

The City of Your Final Destination è il titolo di un libro, intenso e lieve insieme, di Peter Cameron (in italiano tradotto come "Quella sera dorata", Adelphi) e dell’ultimo film di James Ivory, altrettanto intenso e lieve, tratto dal romanzo (film che ho visto in anteprima!). Ho incontrato lo scrittore Peter Cameron a New York: questa è l’intervista che ho scritto per Il Piccolo di Trieste, racconto del nostro incontro.

Finalmente. Finalmente il poetico, romantico, delicato bestseller di Peter Cameron, "Quella sera dorata", è diventato un film. Ed è stato presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Roma: regia di James Ivory, nel cast Charlotte Gainsbourg, Laura Linney e Anthony Hopkins (più Omar Metwally nel ruolo del protagonista, il giovane biografo di origine iraniana). Per adesso, il titolo è ancora quello del libro in originale: "The city of your final destination". Una buona notizia, soprattutto per i fan italiani del romanzo: che, uscito nel 2006, ha avuto più di dieci ristampe. Un piccolo bestseller sentimentale, un passaparola emozionale tra lettori. Io, che ho molto amato i due romanzi di Cameron, sono ancora più emozionata: perché posso parlarne direttamente con lo scrittore, che ho incontrato a casa sua, nel Village, a New York. Non solo, mentre mi prepara un caffè (ottimo, tra l’altro, e in una tazza di finissima porcellana, quasi di scura madreperla), posso anche curiosare tra gli scaffali, tra vecchie prime edizioni di libri, quadri di inizio Novecento, e ovviamente tutte le edizioni internazionali dei suoi romanzi. In bella vista, le copertine Adelphi: oltre a "Quella sera dorata", nel 2007 è uscito "Un giorno questo dolore ti sarà utile", seguito da una raccolta di racconti, "Chi ha paura della matematica". Ambientazioni diverse, e un tratto unico: l’ironica delicatezza con cui Cameron racconta, come mi dirà lui stesso, "lo spaesamento del diventare adulti, del diventare se stessi". Ma torniamo al film. "The city of your final destination", la città della destinazione finale. Di quale città stiamo parlando? Del viaggio in Uruguay, che il giovane protagonista decide d’impulso, per convincere gli eredi dello scrittore di cui si sta occupando a dare l’assenso alla sua biografia?

"In realtà è una frase che mi ha sempre colpito in aereo, quando, poco prima dell’atterraggio, vengono date le istruzioni per i passeggeri in transito o per quelli che sono arrivati alla loro "destinazione finale". L’ho sempre trovata molto poetica. Anche se - o forse proprio perché - la città della destinazione finale è la morte".
Il libro è ambientato in Uruguay. Sono quelli i paesaggi che vedremo nel film?
"No: James Ivory ha scelto, come set, l’Argentina. Tra l’altro, io in Uruguay non sono mai stato. Quando ho cominciato a scrivere il libro, ho pensato: parto. Vado. Poi ho deciso di no. Preferivo l’Uruguay della mia immaginazione".
E’ stato invece sul set del film di Ivory?
"Sì. E spero di poter andare presto sul set di un nuovo film: quello che Roberto Faenza (proprio lui, il regista italiano, quello di "Marianna Ucrìa" e "Sostiene Pereira", tanto per citare i suoi due film più famosi, ndr), dovrebbe girare dal mio secondo romanzo, "Un giorno questo dolore ti sarà utile". Ma sarà, spero, un set decisamente più vicino: il libro è ambientato a Manhattan".
Lei vive a New York da più di vent’anni. E’ questa la città che, forse, è la vera protagonista del secondo romanzo: la storia ironica di un ragazzo che lavora nella galleria d’arte della madre, il suo apprendistato sentimentale… Ma, soprattutto, "Un giorno questo dolore ti sarà utile" è una dichiarazione d’amore per Manhattan?
"Amo New York, certo. Ma non posso fare a meno di sognare altre città".
Non ha mai sognato Trieste?
"Confesso: Trieste è nella mia immaginazione, nei miei sogni, già da molto tempo. Chissà, forse semplicemente mi aspetta. O aspetta che ci ambienti il mio prossimo romanzo".
Potrebbe scriverlo proprio a Trieste, il suo prossimo libro.
"Ho un rapporto talmente privato, interno, con la scrittura, che posso davvero scrivere ovunque. Qui a casa, sul tavolo della cucina. Oppure a un caffè, per esempio da Dean & De Luca (la catena di delicatessen dove, a New York, si va con un libro in mano o con il laptop aperto, quasi come nei vecchi caffè mitteleuropei, ndr). Ma soprattutto nelle "writers’ colony": veri e propri rifugi per scrittori nella campagna americana. Niente Internet, isolamento totale; con la possibilità, la sera, di cenare e chiacchierare con artisti e intellettuali. Ci vado ogni anno: sono la MacDowell e la Yaddo. E lì, anche, che è nato il mio prossimo romanzo".

Questo invece è il Buongiorno che ho scelto per City lunedì 19 ottobre:

"Ed eccola, la tua risposta. E’ strano che di notte non brilli di luce fosforescente".
(Boris Pasternak)
Ed eccola, la tua risposta. Eccolo, il tuo sms. Ho aspettato tanto che arrivasse. Che comparisse, sul video del computer. Del mio telefonino. Adesso, mentre leggo e rileggo, mentre quello che hai scritto si incide nel mio cuore, mi sembra che le tue parole prendano luce: la luce è anche quella della mia lunga attesa.

(La frase di Pasternak è tratta da una sua lettera a Marina Cvetaeva – bè, ormai li conoscete, no? Il libro da cui attingo è sempre "Il settimo sogno", Editori Riuniti, epistolario a tre: Pasternak, Rilke, e la Cvetaeva)

Mentre il Buongiorno del 20 ottobre è:

"Francesco ha un magnifico cappotto e molta fiducia nella vita. Io lo stesso cappotto e la stessa fiducia dell’anno scorso".
(Ennio Flaiano)
Questo è il segreto degli oggetti. La sicurezza degli oggetti. Un paio di scarpe, un cappotto, una borsa. Sono nuovi: ci aspettavano. In vetrina, o sugli scaffali di un negozio. E mentre li proviamo, li compriamo, li portiamo a casa, ci crediamo. E crederemo ogni volta, alle loro promesse di felicità.

(La frase di Flaiano è tratta da "Lettere a Lilli e altri segni", Rosellina Archinto Editore)

Infine, il Buongiorno del 21 ottobre:

"Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire".
(Banana Yoshimoto)
Qui, dove cucino e mescolo cibo ed emozioni.

(La frase della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto è tratta dal suo romanzo "Kitchen", Feltrinelli)

Nel silenzio della mia casa.

Domenica, 18 ottobre 2009 @19:37

Il Buongiorno che ho scelto per City di venerdì 16 ottobre è:

"La profondità del tempo è una mia recente conquista. Nel silenzio della casa, la mattina quando rimango sola, ritrovo la felicità del pensare, del ripercorrere avanti e indietro il passato, dell’ascoltare il fluire del presente. E’ qualcosa che avevo raramente conosciuto prima".
(Marisa Madieri)

Nel silenzio della casa, con una tazza bollente in mano, ascolto la mia vita. Un perfetto, miracoloso silenzio, denso di caffè e felicità.

(Ci sono donne, e uomini, che hanno un solo romanzo da scrivere: un romanzo intenso, forte, poetico a volte, quello della loro vita. Per Marisa Madieri, che fu la moglie dello scrittore e saggista Claudio Magris, è stato "Verde acqua", Einaudi. Mi piacque particolarmente perché le vie sono anche quelle della città dove sono nata, Trieste)

Col nostro passato fabbricavamo storie...

Giovedì, 15 ottobre 2009 @07:18

"Restai a Chicago quindici giorni. Per quindici giorni vivemmo senz’avvenire, e senza farci domande; col nostro passato fabbricavamo storie, che ci raccontavamo".

(Simone de Beauvoir)

E’ anche questo, il momento magico dell’innamoramento. Incontrarsi in una terra sconosciuta, una "no man’s land", e raccontarsi: trasformare il passato – i dolori, la gioia improvvisa, i ricordi cristallini dell’infanzia - in una storia. E regalarla. Regalartela.

(La bella frase di Simone de Beauvoir, che ho scelto per City del 15 ottobre, è tratta da "I mandarini", Einaudi. Anzi, da un capitolo speciale, che negli anni ho riletto e sottolineato più volte: quello dove racconta, lei, la compagna di Sartre, l’autrice di "Il secondo sesso" e "Memorie d’una ragazza perbene", la sua storia d’amore con uno scrittore americano, Nelson Algren. Un romanzo dentro il romanzo)

Qualsiasi vento è vento di mare.

Mercoledì, 14 ottobre 2009 @09:49

"Qualsiasi vento è vento di mare, e qualsiasi città, anche la più continentale, nelle ore di vento – è marittima. C’è odor di mare, no, ma: c’è aria di mare, l’odore lo aggiungiamo noi. Anche il vento del deserto è di mare, anche quello della steppa è di mare. Giacché al di là di ogni steppa e di ogni deserto – c’è il mare, l’oltredeserto, l’oltresteppa… Ogni viuzza in cui tira vento è la viuzza di un porto".

(Marina Cvetaeva)

Fermati. Chiudi gli occhi: sei altrove.

(La frase di oggi è tratta da un libro che la poetessa russa Cvetaeva scrisse sul suo incontro con la pittrice Gončarova: "Natalja Gončarova- Ritratto di un’artista", Edizioni delle donne)

Vorrei che tu fossi qui.

Martedì, 13 ottobre 2009 @15:45

"Virginia tesoro, sento che dovrei scriverti una lunga lettera. Una lettera interminabile. Pagine e pagine. Ma c’è troppo da dire. Troppe emozioni, troppo Egitto, e troppa inquietudine. In realtà tutto si riduce a una cosa assolutamente semplice: vorrei che tu fossi qui".

(Vita Sackville-West)

No, non riesco a mettere tutto dentro una lettera; tutte le strade, le persone, i grattacieli. Così ti manderò solo un sms: mi manchi. Ma tu, saprai leggerci dentro.

(La frase di oggi è tratta dall'epistolario "Cara Virginia": le lettere di Vita Sackville West a Virginia Woolf, La Tartaruga Edizioni. Una strettissima, lunga relazione: d'amicizia, ma anche d'amore. La lettera fu scritta dal piroscafo Rajputana, nel Mar Rosso, il 4 febbraio del 1926. E va avanti così:
"Vedi, è facile per te, seduta a Tavistock Square, guardarti dentro; ma trovo molto difficile guardare dentro di me, mentre vedo la costa del Sinai; e molto difficile guardare la costa del Sinai, mentre dentro di me vedo ovunque l’immagine di Virginia". )

Venezia, weekend con installazione.

Lunedì, 12 ottobre 2009 @08:07

Sono appena tornata da Venezia. Io e il Consorte a uno dei nostri riti coniugali preferiti: andare alla Biennale e litigarci su. La sua gag abituale è mettersi davanti a un video e mugugnare: ma questa ti sembra arte? Stavolta, però, l’ho spiazzato, perché di video gliene ho fatto vedere solo uno: quello del gruppo russo AES+F, inquietante e potente, su 3 schermi giganti. La "Festa di Trimalchione" faceva parte di un padiglione fuori Biennale dal titolo meraviglioso, Unconditional Love, all’Arsenale Novissimo.
In realtà quest’anno sono partita avvantaggiata, perché l’avevo già vista, la Biennale: nei lunghi mesi di blog fuori uso, a giugno, sono stata quasi una settimana all’opening non solo della Biennale, ma dei nuovi musei, il fantastico Punta della Dogana e il museo di Renzo Piano dedicato a Vedova… Quindi ero preparatissima e ho saputo fare slalom per evitare i video più video (qui lo posso confessare: non piacciono neppure a me. Molto meglio un cavallo di Cattelan infilato dentro al muro, come a Punta della Dogana!). Durante la settimana di opening Biennale ho anche fatto l’inviata finto glam. Ecco uno degli articoli usciti, rivisto e annotato per voi:

Tacchi o non tacchi? No, non è il titolo di un’installazione alla Biennale di Venezia; ma è il dilemma che accompagna tutte le ragazze (di ogni età) planate qui da ogni angolo del mondo per i vernissages chic in laguna. Vernissages, sì, al plurale: anche se di vernice ce n’è ben poca, perché pochi sono i quadri in mostra, travolti da video e installazioni, concettuali e non. Ma comunque al plurale: perché quest’anno, qualche giorno prima della 53esima Biennale, sono stati inaugurati con grande clamore mediatico, molti bicchieri di prosecco, e inviti a numero chiuso, due capolavori d’architettura. Ovvero il nuovo museo di Renzo Piano, dedicato a Vedova; e Punta della Dogana, a firma di Tadao Ando, che ospita le opere d’arte della collezione Pinault. E dunque, cosa c’entrano i tacchi? C’entrano, c’entrano. Finché si tratta di passare da un padiglione all’altro, dai Giardini all’Arsenale, vanno benissimo le infradito o le scarpe da ginnastica. Ma per i cocktail alla presenza delle due archistar, Renzo Piano e Tadao Ando, ci si poteva presentare senza tacchi? Un dilemma che la vostra cronista ha aggirato indossando delle infradito sì, ma scintillanti d’argento; e che forse solo Peggy Guggenheim avrebbe potuto capire. Del resto non è un caso che, a parte le inaugurazioni dei nuovi musei, uno dei cocktail più ambiti fosse quello "rooftop", sulla terrazza della Fondazione Guggenheim, dove Peggy viveva e si divertiva, sul Canal Grande. Le serate veneziane peraltro sono un continuo scambio di sms sul "dov’è la festa": che magari è in un palazzetto privato, affittato da ricchi collezionisti stranieri (sì, esistono ancora, anche in tempi di recessione) o su un’isola, come quella di San Servolo, scelta dal Padiglione Tedesco. Per fortuna l’unico problema a cui le ragazze della Biennale non devono pensare è quello della borsa. Niente Gucci o Vuitton qui: si gira con le shopper di tela fornite insieme alle cartelle stampa (un modo per dire: "io c’ero"). La più ambita, finora, è quella rossa e nera, molto chic, di Punta della Dogana. Perfetta per infilarci dentro un paio di scarpe col tacco da indossare all’ultimo minuto.

(Nota bene: fuori da Punta della Dogana ho indicato anche al Consorte il punto, a ridosso del canale, dov’era stato costruito un box dove rinchiudere i fotografi, lì per paparazzare le celeb che arrivavano sfrecciando con i motoscafi, al cocktail superchic di apertura del museo. Anch’io sono stata imprigionata, sotto il sole cocente: a quanto pare, in quanto giornalista fintoglam di ultimo grado, non avevo diritto di entrare. La pierre cattivissima con scarpe sadomaso mi ha tenuto in punizione finché mi sono quasi squagliata sotto il sole, e poi mi ha fatto accompagnare al cocktail da un suo schiavo, intimandomi di guardare e non toccare, ergo, non bere neppure un bicchiere di prosecco. Volevo tirarle una sberla, e in fondo gliela tiro qui sul blog, sperando che le sue scarpe sadomaso la facciano molto, molto soffrire quest’inverno).

Ed ecco il Buongiorno che ho scelto per City oggi, 12 ottobre:

"Se fossi un poeta, ecco di cosa scriverei. Della gente che lavora in piena notte. Uomini che caricano treni, infermiere del pronto soccorso con le mani delicate. Impiegati notturni negli hotel, autisti delle pompe funebri nei cimiteri, cameriere nei caffè aperti tutta la notte. Loro conoscono il tuo mondo, sanno quant’è prezioso che una persona si ricordi il tuo nome... Sanno quanto è lunga la notte. E che rumore fa la vita mentre se ne va".

(Janet Fitch)

Notte.

(Janet Fitch, nata a Los Angeles, ha scritto, anni fa, un libro-capolavoro: "Oleandro bianco", in Italia pubblicato da Il saggiatore. Storia di una madre e di una figlia. Anzi no, storia di una figlia e di tante madri, quelle affidatarie, da cui la bimba – la voce narrante, quella di Astrid – passa, dopo che la bellissima madre, una poetessa, finisce in prigione per aver ucciso un uomo che amava. Storia di una bambina che diventa donna. Storia di un perdono. Indimenticabile. Anche e soprattutto se avete visto il film – brutto- che ne è stato tratto con Michelle Pfeiffer e Alison Lohman, leggete il libro)

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Un sms per Edith e un abito per Herta.

Venerdì, 9 ottobre 2009 @08:14

"Di tutto il nostro mondo assolato
desidero soltanto una panchina in un giardino
dove un gatto prende il sole…
Là vorrei sedermi
con una lettera nascosta in seno
una sola piccola lettera.
Così appare il mio sogno…"
(Edith Södergran)

Una lettera. O almeno un tuo sms; il più lungo possibile, grazie, da rileggere sul mio telefonino.

(Certo, negli anni Venti, quando Edith scrive questi versi – tratti da "Notturno ed altre poesie", Pagliai Editore – i telefonini non esistevano. Ma sono sicura che, se fosse vissuta oggi, la bionda sognante ragazza nata a San Pietroburgo, che scriveva in svedese, non avrebbe mai abbandonato il suo cellulare. E i versi di oggi sono dedicati a tutti quelli che tengono in memoria, per mesi e mesi, un certo sms prezioso da rileggere, sul telefonino...)

Allora, confesso subito: non sapevo neppure che esistesse, la scrittrice Herta Müller, nuovo premio Nobel per la letteratura. (Ma riporto la battuta di un’amica scrittrice che mi ha detto: credevo fosse quella degli yogurt). Certo, mi era stata più simpatica l’ultraottantenne Doris Lessing che nell’87 aveva accolto la notizia tornando a casa con le borse della spesa e i carciofi… Dunque, la signora Müller, che non è quella dello yogurt, nasce in Romania, ma scrive in tedesco (faceva parte della comunità di lingua tedesca del Paese) e vive a Berlino: è fuggita dal regime di Ceausescu nell’87 (a proposito, qualcuno ha visto il surreale e divertente "Racconti dell’età dell’oro", il film ambientato proprio nella Romania del dittatore? Io sì. E mi è piaciuto). Pochi i suoi libri tradotti in italiano (una piccola casa editrice di Rovereto, Keller, ha tradotto l’anno scorso "Il paese delle prugne verdi"; sia onore alle piccole case editrici!), ma purtroppo non il romanzo che vorrei leggere: la storia di una ragazza che, sotto Ceausescu, lavora in una fabbrica di vestiti da uomo che finiranno in Italia, e cuce dentro le giacche e le tasche piccoli disperati messaggi, con il suo nome e la supplica: "sposami!". Poetico e geniale. Non un messaggio in bottiglia, ma un messaggio cucito nei vestiti. Forse ne anch’io avrei qualcuno da scrivere, e cucire su certi vestiti…

Guardami.

Giovedì, 8 ottobre 2009 @08:11

"Boris, ti scrivo lettere sbagliate. Quelle vere non toccano la carta. Oggi, ad esempio, spingendo per due ore la carrozzina di Murka per una strada sconosciuta – accarezzando lungo il cammino degli arbusti spinosi in fiore come si accarezza un cane altrui – ecco, oggi, io ho parlato ininterrottamente con te, in te... Quando diventavi troppo pensieroso, ti prendevo con entrambe le mani la testa e te la voltavo: guarda!".

(Marina Cvetaeva)

Guardami.

(Anche questa frase, come quella che ho scelto per l'1 di ottobre, è tratta da un epistolario: quello incrociato di Rilke, Pasternak e la poetessa russa Marina Cvetaeva. Si intitola "Il settimo sogno", e, come vi ho già raccontato, il sottotitolo è "Lettere 1926", perché le lettere furono scritte tutte nell'arco dello stesso anno: il 1926, appunto. La frase di oggi è tratta da una lettera che Marina scrisse a Boris Pasternak, proprio lui, quello del "Dottor Živago". Lei era esule in un paesino della Francia, lui viveva a Mosca. Si scrissero per anni senza mai incontrarsi…)

Non vedevo l'ora di fuggire dall'infelicità di mia madre.

Mercoledì, 7 ottobre 2009 @08:19

"Non vedevo l’ora di fuggire dall’infelicità di mia madre".

(Ruth Reichl)

L’infelicità è contagiosa? Forse: quella della madre. Un corpo a corpo serrato. E ogni giorno la voglia di fuggire, allontanarsi; lasciarsi alle spalle le frustrazioni, i rimproveri, la rabbia, le occasioni mancate. La voglia di essere un’altra: un’altra donna, non come lei. E il senso di colpa. Perché noi andiamo avanti. E lei, lei rimane indietro.

(Riprendo in mano Ruth Reichl, che avete letto nel Buongiorno del 21 settembre: una delle più famose e brillanti food writers americane. Ma l’ultimo suo libro uscito non parla di cibo: parla di sua madre. "Mai come mia madre", pubblicato da Ponte alle Grazie. Un piccolo, potente libro )

Tu, io, e la danza gialla dell’autunno.

Martedì, 6 ottobre 2009 @08:08

"La mia voce ti raggiunse, dimmi, ti raggiungeva,
nelle aperte notti di gelide stelle
ora, nell’autunno, nella danza gialla
dei venti affamati e delle foglie cadute!
Dimmi, ti giungeva,
ululando o come, o singhiozzando,
nell’ora del sangue fermentato
quando la terra cresce e vibra palpitando
sotto il sole che la riga con le sue code d’ambra?"

(Pablo Neruda)

Ma se mi sentivi, se sapevi; dimmi, perché non mi hai risposto?

(Neruda, sempre diretto al cuore. Questi versi sono tratti dal vecchio libro su cui ho imparato ad amarlo: "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia)

Un posto nel tuo cuore.

Lunedì, 5 ottobre 2009 @07:53

"Ho faticato molto
per conquistare il tuo cuore,
solo per
dormire in lui.
Io sono colei
che ti ha trattenuto per un bottone
e ha legato il suo destino…
con un sorriso".

(Maram al-Masri)

Io, che non so cucire, ho usato il mio silenzioso desiderio al posto del filo, ho legato il tuo bottone alla mia asola. Un filo invisibile, ma paziente e tenace. Non strapparlo. Stammi vicino, rimani vicino. Mi ci è voluto così tanto tempo per trovare un posto nel tuo cuore.

(I versi che ho scelto per City oggi, 5 ottobre, sono di una poetessa siriana che ora vive in Francia. Li ho tratti da "Non ho peccato abbastanza – Antologia di poetesse arabe contemporanee", Mondadori: uno sguardo su un mondo lontano, donne vicine)

C'è una cosa che non mi piace dell'autunno, ed è dovermi rimettere le calze. (Odio i collant). Con una mia grande amica del liceo, negli anni milanesi avevamo un rito: aspettare almeno fino al giorno del suo compleanno (che cade oggi) per tirare fuori gli odiati collant dal cassetto. Ora anche lei vive in un altrove straniero, a Nord: e temo li abbia già indossati da tempo. Io finora ho resistito, anche se l'aria sa d'autunno, e i mattini sono fatti di nebbia e quasi brina...

Ho bisogno di una borsa. Anzi no.

Sabato, 3 ottobre 2009 @09:55

State forse pensando di comprarvi una nuova borsa? Io, dopo averne scritto per Grazia, penso proprio di no. Ecco il mio articolo, rivisto e corretto per voi.

Ogni volta che si avvicina l’autunno (a dir la verità, nei momenti più critici, anche quando si avvicina la primavera), c’è una mia grande amica che mi chiama e mi dice: "Ho bisogno di una borsa". Proprio così: "bisogno" è la parola che usa. Cielo, non che ne abbia davvero bisogno. In questi anni l’ho ascoltata e accompagnata (e sopportata) nelle sue peregrinazioni per negozi, e nei suoi ahimé mai impulsivi acquisti (ogni borsa viene soppesata, annusata, provata, e poi lasciata a decantare sullo scaffale: il colpo di fulmine le è estraneo). Quindi, sono sicura che le borse non le mancano. Ma, intendiamoci, la capisco molto bene. A volte si ha proprio "bisogno" di una borsa. E’ un bisogno, come dire, esistenziale. Ne abbiamo bisogno perché nella borsa vecchia non ci stanno tutte le cose nuove della nostra vita; o perché, della nostra vita già solida, strutturata e multitasking, vogliamo cambiare almeno una cosa. Ne abbiamo bisogno perché la borsa vecchia ci sta antipatica, perché l’abbiamo maltrattata fino a distruggerla; perché ci vogliamo premiare (e solo noi sappiamo quanto lo meritiamo!); perché siamo innamorate o non lo siamo più. Perché noi siamo cambiate, o forse vorremmo cambiare, e la borsa no, è sempre la stessa. Insomma: ne abbiamo bisogno e basta.
Per questo capisco, sopporto e ascolto la mia amica. E ogni volta mi faccio trascinare nella solita estenuante ricerca della borsa perfetta. Quest’anno, forte di tutta la mia cultura pseudo-fashionista sulle nuove it-bags, le ho proposto: perché, ad esempio, non scegliere subito una delle borse che ho ribattezzato "afferrami bene"? Ovvero con tracolla, ma anche con il doppio manico. Già, c’è una borsa così che mi perseguita, è l’ultimo modello di Prada, che a quanto pare hanno regalato alle celebrities di mezzo mondo, in modo da poterle paparazzare per strada: so persino recitarvi a memoria la didascalia (sappiate che è in saffiano, a quanto pare un tipo di cuoio: come vedete, si impara sempre qualcosa di nuovo). Siamo andate ad ammirarla in negozio, ma, chissà come mai, addosso a Sienna Miller o Demi Moore faceva un altro effetto. Per non parlare del cartellino del prezzo… Così stiamo ancora cercando. Ho fatto pazientemente qualche altra proposta. Ma so già che non mi ascolterà. Lei non vuole ascoltarmi, lo so. Vuole solo un accompagnamento: negozio per negozio, dubbio dopo dubbio, nella ricerca esistenziale della borsa giusta.
C’è di buono comunque una cosa: la ricerca della "sua" it-bag mi lascia di solito talmente tramortita, da non avere più alcun desiderio di shopping. E’ colpa sua se vado in giro con sempre la stessa borsa, dall’aria ormai colpevolmente stropicciata e forse anche un po’ sudicia; e, anche quest'autunno, non ho nessuna intenzione di cambiarla.

Dove cammini, si fa autunno e sera.

Venerdì, 2 ottobre 2009 @10:44

"Dove cammini si fa autunno e sera,
azzurro animale che sotto alberi suona
solitario lago di sera".

(Georg Trakl)

Dove cammini si fa autunno, gli alberi cambiano d’improvviso colore, la sera diventa dorata, poi s’incendia, l’aria si fa malinconica e dolce. Lo so, perché sto camminando verso di te, con te, insieme a te.

(Georg Trakl, uno dei più inquieti poeti austriaci. Erano gli anni della Finis Austriae, la fine dell'impero... Lui morì durante la prima guerra mondiale, pare, per un'eccessiva dose di cocaina. I versi di oggi, 2 ottobre, sono tratti dal libro su cui ho imparato ad amarlo: "Poesie", Bur)

Nel mio atlante interiore.

Giovedì, 1 ottobre 2009 @08:19

"Ho aperto l’atlante (per me la geografia non è una scienza, ma un insieme di rapporti di cui mi affretto ad approfittare) ed ecco, tu sei già segnata nella mia mappa interiore: da qualche parte fra Mosca e Toledo, ho creato uno spazio per l’impeto del tuo oceano".

(Rainer Maria Rilke)

E dove sono io, dimmi, nel tuo atlante delle emozioni?

(Cosa ne sarà degli epistolari, oggi, visto che scriviamo tutti di più, ma le parole svaniscono nella memoria sovraccarica di un computer o sullo schermo di un telefonino? Intanto, sto rileggendo l’epistolario incrociato di Rilke, Pasternak e la Cvetaeva. Si intitola "Il settimo sogno", ed era stato pubblicato anni fa da Editori Riuniti. Il sottotitolo è "Lettere 1926", perché le lettere furono scritte tutte nell'arco dello stesso anno: il 1926, appunto. Tra il solitario castello e il sanatorio svizzero di Rilke, che di lì a poco sarebbe morto; il piccolo appartamento della Mosca post-rivoluzionaria dove viveva Pasternak; e il villaggio nel Sud della Francia dov'era emigrata la Cvetaeva. La frase di oggi è dunque tratta da una lettera che Rainer Maria Rilke, il poeta di Elegie duinesi, scrisse alla poetessa russa Marina Cvetaeva)

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.