Lisa Corva

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L’autrice wi-fi in Francia. (E i segreti che abbiamo nel cuore).

Lunedì, 30 novembre 2009 @10:52

"Non esiste una vita trasparente, Ana. Ogni donna ha un segreto, per piccolo che sia. Tutte ne hanno almeno uno".
(Marcela Serrano)
Quel segreto è una piccola scheggia di luce conficcata nel mio cuore. Quel segreto è qualcosa che non sussurro neppure a me stessa. Quel segreto lo leggo ovunque, in un cellulare che vibra, nel fondo della mia tazzina di caffè. Quel segreto, sei tu.

(La frase di Marcela Serrano, scrittrice cilena, è tratta da "Noi che ci vogliamo così bene", Feltrinelli: un vecchio romanzo di quattro amiche, quattro vite, segreti e amori che si intrecciano. Il libro non mi è piaciuto, ma mi è piaciuto moltissimo leggerlo: perché è il recentissimo regalo, dal titolo affettuoso come un abbraccio, di una delle mie più care amiche, la mia ex compagna di banco del ginnasio)

Sono arrivata qualche giorno fa a Parigi, invitata – io che non sono laureata – a tenere la mia prima (e spero non ultima!) conferenza in Università: per la precisione, si terrà oggi, all'Università di Tours, e il titolo è "Le glamour bon marché –le journalisme de mode à l’époque de la récession" . Sì, avete letto bene: una conferenza accademica glam cheap! Sono emozionatissima, ancor più perché sarà davanti a una platea di studenti e studentesse di italiano dell’università… (E così, per fortuna, non devo parlare in francese).

Vi manderò presto cronache parigine (non ci crederete, ma ho incontrato Emma e Stella...) e vi ricordo che venerdì 4 dicembre sarò a Roma, alla libreria Flexi. (E no, non parlerò in francese!)


Il matrimonio, è una traduzione.

Venerdì, 27 novembre 2009 @08:26

"Gli aveva chiesto: dimmi di quando saremo sposati. Lui, come sempre, le aveva detto: allora saremo sempre felici. Non era molto loquace, Giovanni; ma lei, con quel filo gettato, seguitava a ricamare nell’immaginazione. Capiva che sposarsi non voleva dire solo incontrarsi, come adesso facevano; voleva dire tradurre in realtà quella parola, famiglia, che fino allora le era sembrata astratta, come la parola poesia".
(Alba de Céspedes)
Il matrimonio, è una traduzione.

(Lo so che quella virgola è grammaticamente sbagliata: ma mi piaceva, come un sospiro, un respiro, dopo la parola matrimonio. La frase di oggi è tratta da un racconto di Alba de Céspedes scritto alla fine degli anni Quaranta, che si intitola "La sposa"; fa parte della raccolta "Invito a pranzo", un vecchio libro Mondadori. Una scrittrice purtroppo dimenticata: per conoscerla meglio, per saperne di più, andate al mio post del 29 ottobre).

Ieri era Thanksgiving. Una delle piu`belle feste americane: fermarsi, nelle vite troppo di corsa, e rendere grazie. Ieri, come dicono gli americani, I counted my blessings. Piccolo esercizio di gratitudine: perche`tutti abbiamo qualcosa di cui rendere grazie. Non dimentichiamolo.

Di notte.

Giovedì, 26 novembre 2009 @08:10

"Lui era notturno e lei era solare da guardare.
Uniti producevano una luce esatta e una fresca ombra.
Erano un signore e una signora proprio adatti.
Anche di notte?
Sì, di notte l’oscurità li avvolgeva e li univa, come emisferi".
(Vivian Lamarque)

Di notte, so che sei vicino, anche se non ci sei. Di notte, ti posso quasi toccare.

(I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Il signore d’oro", Crocetti. Ma chi è il signore d’oro? Non un amante, non un amore, come pensavo all’inizio. Ma lo psicanalista junghiano da cui Vivian Lamarque – poetessa milanese – andò in analisi. Vivian Lamarque è anche la poetessa che leggo quando voglio essere accarezzata dalla poesia; insieme a Billy Collins e Wyslawa Szymborska. Poesie da comodino).

La porta per uscire dall\'angoscia. E i segreti delle case.

Mercoledì, 25 novembre 2009 @07:39

"Tre grandi tristezze ci sono al mondo
Tre tristezze grandi e nessuno sa
Come evitare queste tristezze
Prima tristezza Non so dove morrò
Seconda tristezza Non so quando accadrà
E l’ultima Non so dove sarò all’altro mondo
Così ho sentito cantare Lasciamo così
Lasciamo così come si canta
Per riuscire
A prendere l’angoscia come una maniglia ed entrare".
(Jan Skácel)

L’angoscia: una maniglia da afferrare, per uscire da questa porta. Ed entrare nella serenità.

(Jan Skácel è un poeta della Repubblica Ceca, e visse a Brno, quando ancora era Cecoslovacchia; i versi di oggi sono tratti da "Il colore del silenzio", Metauro edizioni.
Brno è anche la città dove si trova Villa Tugendhat, capolavoro dell’architettura del Novecento, la casa che Mies van der Rohe costruì alla fine degli anni Venti, a cui si è ispirato Simon Mawer per uno dei più bei romanzi che ho letto quest’anno, "La casa di vetro", Neri Pozza. Casa di vetro, casa di un sogno: quello di una coppia di ebrei, i Tugendhat, che furono costretti a lasciare la casa e il loro Paese nel 1938, e non tornarono mai più. Lo scrittore inglese immagina che la casa parli: e racconti, dagli anni Venti ad oggi, le storie delle persone che l’hanno attraversata e abitata; le storie ma anche la Storia, la guerra, il nazismo, il socialismo… Un romanzo che ci ricorda tutti i silenziosi segreti delle case)

Aspetto che il tuo bacio faccia luce nel mio buio.

Martedì, 24 novembre 2009 @09:23

"Mi ha baciata così lentamente, con la bocca aperta, che ogni singola parte del mio corpo – la pelle, le clavicole, gli incavi dietro le ginocchia – tutto dentro di me si è riempito di luce".
(Kathryn Stockett)
Senza di te, tutto è grigio, tutto è buio. Quindi, ti prego, avvicinati. Stringimi: più forte. E baciami: aspetto che il tuo bacio faccia luce nel mio buio.

(La frase che ho scelto per la mia rubrica su City, oggi, parla d’amore. Ma il romanzo da cui l’ho tratta parla, invece, di amicizia, di solidarietà al femminile: quella tra una ragazza bianca, ricca, troppo alta, e troppo affamata d’amore e di vita; e delle domestiche e delle bambinaie di colore che le stanno intorno; all’epoca, donne quasi invisibili. Quando? All'inizio degli anni Sessanta, in una cittadina nel Mississippi: quando il mondo stava per cambiare, gli anni di Kennedy e di Martin Luther King… Il romanzo si intitola "L’aiuto", Mondadori, e ho appena finito di leggerlo: bello. Bella anche la post-fazione: l’autrice, una giovane e bionda americana, lo dedica alla sua bambinaia di colore, quasi una seconda madre)

Amiche. (E incontri in libreria).

Lunedì, 23 novembre 2009 @08:19

"Le amiche sono così preziose anche perché ti ascoltano perfino quando hai bisogno di sprofondare nel patetico. Gli uomini, invece, sono completamente inadatti per il ruolo. Anche quelli – soprattutto quelli – che ti vogliono bene".
(Hilary Belle Walker)
Una donna da un’amica vuole il permesso di piangere, magari anche solo davanti a un film romantico. Ma forse da un uomo vogliamo altro: essere rassicurate, consolate, e un pochino prese in giro. O no?

(Hilary Belle Walker è una bionda ragazza di San Francisco, ma di mestiere fa la libraia accanto alla chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano. Ha scritto un romanzo, romantico e divertente, incredibilmente in italiano: si intitola "Case altrui", Cairo Editore. L’ho incrociata tempo fa a Milano quand’è uscito il mio primo romanzo, ci siamo sorrise, abbiamo parlato di eurostress e libri… e adesso ho letto il suo!)

A proposito di librerie, segnatevi questa data: venerdì 4 dicembre sarò a Roma, alla Libreria Flexi (via Clementina 9, il sito è http://www.libreriaflexi.it/ ), alle 18.30, per un incontro organizzato da Paola che ama i libri (grazie!). Parleremo di poesie metropolitane e, se volete, anche di glam cheap e di aspiranti madri. Venite?

La giornalista fintoglam va all'opera nella provincia dell'impero.

Venerdì, 20 novembre 2009 @07:45

Sapete già che sono nata a Trieste (anche se non ci ho mai vissuto). Ma non sapevate che il mio sogno fintoglam (o vero nostalgico) era andare alla serata di gala dell'apertura della stagione teatrale, tra i velluti rossi da bomboniera del Teatro Verdi. Ebbene, è successo: il 18 novembre ho fatto l'imbucata speciale per il Piccolo, il giornale della mia città. L'opera era un magnifico Trovatore di Verdi, che ho perso per metà perché dopo la prima aria mi sono chiusa in un microufficio del teatro a scrivere: come in un vecchio film di Hollywood in bianco e nero, il giornale aspettava il mio pezzo per andare in rotativa, e a mezzanotte è stato distribuito all'uscita dell'opera... Mi sono molto divertita. Ed ecco quello che ho scritto:

Chissà perché, le croniste fashion sono condannate a stare in piedi. Innanzitutto alle sfilate, dove i posti in prima (e in seconda) fila sono occupati dalle direttrici tacchettanti dei giornali di moda o dagli ossequiatissimi buyer. Ma le giornaliste fashion stanno in piedi, ovviamente, anche in altre occasioni: come, ad esempio, alla serata di gala del Teatro Verdi. Dove la vostra cronista era nel foyer, nascosta dietro i fotografi e i cameramen, spiando l’ingresso delle celebrities nostrane. Conclusione? E’ molto più divertente di una sfilata di moda. Sempre di sfilata si tratta, ma così sentimentale…
"Qui a Trieste vedrai pellicce tirate fuori dalla naftalina e molti fili di perle", mi avevano avvisato. Vero, ma non solo. Ho visto decine e decine di papillon neri e sciarpe bianche di seta. Addosso agli uomini, ovviamente. Niente di strano: è quello che prevede il bon ton per i gentlemen all’opera. Eppure è bizzarro vedere uno smoking, come dire, allo stato puro: perché gli stilisti negli ultimi anni l’hanno smembrato e ricomposto, cercando di convincere le donne ad indossarlo. E quindi camicie bianche plissettate, giacche nere magari con i revers di satin, papillon neri: ma addosso alle signore. Gli uomini? Per carità, se proprio devono indossare un papillon nero, che non sia allacciato, ma, come consiglia il fashionista Tyler Brulé, che detta legge sul Financial Times, dev’essere sciolto e abbandonato sulla camicia bianca, come una citazione. (O forse un’allusione ai dandy ottocenteschi che, verso l’alba, si toglievano la giacca e slacciavano mollemente la black tie). Non qui a Trieste, s’intende, dove il papillon nero è appunto allo stato puro: rigorosamente allacciato sulla camicia bianca. Menzione d’onore, poi, ai due coraggiosi signori che sono entrati trionfalmente con una specie di tabarro, o mantello nero, sulle spalle: Tyler Brulé sarebbe rimasto basito.
E le signore? Le signore hanno lasciato le perle a casa. E anche i gioielli, forse in omaggio allo spirito dei tempi che, ahimé, è di crisi economica e recessione. Ma le pellicce, quelle no. C’erano eccome: visoni lunghi lunghi, ma anche pellicciotti a tre quarti, nonché ben quattro soprabiti ghepardati e maculati. Anche questi in assoluta controtendenza: perché la moda quest’anno propone l’animalier, certo, ma in versione pop. Ovvero il maculato rigorosamente finto, e virato in fucsia, in rosso, in blu (l’ha proposto persino Vuitton, ma al Teatro Verdi le signore hanno fatto finta di niente, e hanno tirato fuori dagli armadi il ghepardo vero). Niente male anche i pellicciotti a tre quarti: ne ho visto uno candido, e uno di un lievissimo rosa polvere, portati ovviamente su abiti lunghi fino ai piedi. Peccato, perché sono sicura che avrebbero fatto la loro figura anche abbinati a un paio di jeans, magari con qualche strass nelle cuciture (così, almeno, avrebbe scelto Madonna, ammesso che Madonna vada all’opera). E sotto la pelliccia? L’abito, qui tra le signore del Teatro Verdi, è preferibilmente lungo. L’effetto è straniante, un po’ all’americana. Del resto, da quando Michelle Obama si è presentata al ballo inaugurale della Casa Bianca con un incredibile vestito candido con strascico, e oltretutto monospalla, per volteggiare tra le braccia del marito neo-presidente, abbiamo capito che tutto è permesso: evviva dunque l’abito lungo, anche e soprattutto dopo i quarant’anni, anche e soprattutto oltre la 46. Se lo fa Michelle, perbacco, possiamo farlo anche noi.
Alla first lady americana, credo, sarebbe piaciuto molto l’abito forse più bello che ho visto stasera: di un leggero rosa cipria, o "cenere di rosa" (citazione anche questa vintage, direttamente da "Uccelli di rovo"). Setoso, scivoloso, era abbinato a un paio di scarpe d’oro; e a un’acconciatura perfetta, ovvero capelli grigi e lunghi, fermati con una treccia sulla nuca. Straordinario anche il tailleur corto, di broccato oro e rosa, con un motivo floreale, e maniche a sbuffo anni Ottanta: questo, invece, sarebbe piaciuto moltissimo a Sarah Jessica Parker, la star di Sex and the City, che forse l’avrebbe rubato per il secondo film della serie, in lavorazione a Manhattan. Qui a Trieste, sospetto, la costumista di Sex and the City si sarebbe molto divertita. Perché, in fondo, una serata di gala all’opera è meglio di un set a New York. O quasi.

Tutto molto vintage, vero? Ero molto vintage anch'io: indossavo un soprabito di shantung verde acido, con il collo e il bordo delle maniche tempestati di strass (sì, avete letto bene) che avevo comprato per 40 dollari in un negozio di seconda mano a Boston due anni fa, e che non avevo mai avuto il coraggio di mettere; un abitino vintage nero con dei bottoni di finta madreperla; e un paio di scarpe, non vintage, di lamé d'argento, comprate da Sigerson Morrison a New York. Niente perle. Il paziente consorte, che mi accompagnava malgré soi, si è rifiutato di mettersi il papillon (che peraltro non possiede), e si è presentato in nero con una sciarpa lunga e leggera celeste. Si è bevuto parecchi bicchieri di spritz per affrontare le pellicce uscite dalla naftalina, ma il Trovatore gli è molto piaciuto.

Il Buongiorno di City del 19 novembre è:

"Certi fiumi si comportano come domande, spostandosi
continuamente da una parte all’altra. Anche altre domande
continuano a comportarsi come fiumi, densi e torbidi.
Un ponte ha l’aspetto di una strada mangiata dai tarli.
Un altro, è fatto di strass".
(John Yau)

Le città, le autostrade, i ponti, i grattacieli: a volte, anche l’architettura è - imprevedibile - poesia.

(I versi sono tratti da "Nuova poesia americana – New York", Oscar Mondadori)

Mentre quello del 20 novembre è:

"Ah seguire la strada che si allontana da tutto,
dove non siano in agguato l’angoscia, la morte, l’inverno,
con i loro occhi aperti tra la rugiada".
(Neruda)

Sì, voglio seguire la strada che mi porta verso il sole. Ho bisogno di nuovi confini da attraversare, di una nuova patria: dove sedermi finalmente, e chiudere gli occhi, nell’aria tiepida. E aspettare che l’amore arrivi, leggero, a baciarmi.

(I versi di Neruda sono tratti da "20 poesie d’amore e una canzone disperata", un vecchio libro Edizioni Accademia)

Una perla nel cuore.

Mercoledì, 18 novembre 2009 @11:24

"E una perla nel cuore:
la mia paura".
(Alda Merini)
Una perla conficcata dentro al cuore: la mia paura. E’ una goccia di luce fredda. E’ una lacrima cristallizzata. Vorrei che non ci fosse, ma è qui, dentro di me: incastonata come un gioiello dentro al mio cuore. Inutile, impossibile strapparla. Devo imparare – è questa la cosa più difficile - a non avere paura della mia paura.

(Tutti, credo, abbiamo una paura nel cuore. Ma da quando un’amica mi ha regalato questi versi di Alda Merini, tratti dalla poesia intitolata "Ho una nave segreta dentro al corpo", mi sento diversa. Proprio io, che non ho mai amato le perle, e ancora non amo indossarle…)

La mia stanza.

Martedì, 17 novembre 2009 @07:49

"Solo chi regna al centro di sé ha diritto ad una stanza".
(Grazia Livi)
Una stanza tutta per sé. Una stanza dove scrivere, ascoltare musica, leggere. Aprire il computer, o tenerlo finalmente spento. Oppure, semplicemente, pensare. Una stanza con una poltrona. E dei cuscini. Che conquista, la preziosa solitudine di una stanza: da cui chiudere fuori il chiasso del mondo. Possibile, forse, solo quando sai chi sei. E vuoi capire ciò che vuoi diventare.

Questa è una frase che ho sottolineato quand’ero ancora una ragazza, e la sognavo, confusamente, una stanza tutta per me, una room of my own. Da allora ho avuto molte case, ho attraversato molte stanze: da sola, con un’amica, con il Consorte. C’è stata la mia prima casa, che dividevo con un’amica, e il mio primo letto grande, su un soppalco; c’è stata la camera di Barbablù – chi è stata un’aspirante madre, chi ha letto il libro rosa e conosciuto Emma sa bene di che cosa parlo. Ma non ho mai avuto una room of my own. E non è solo un problema di spazio, di affitti eurostressanti. Forse, come ha scritto Grazia Livi, nel suo saggio "Da una stanza all’altra", Garzanti, in cui parla di Virginia Woolf e di Jane Austen, di Katherine Mansfield e di Emily Dickinson, forse per avere una stanza bisogna regnare al centro di sè. Oggi, che è il mio onomastico – sant’Elisabetta d’Ungheria , la santa dell’est e delle rose – oggi che ho una porta da chiudere, sulla mia prima stanza tutta per me, nel mio altrove; oggi rileggo questa frase e ripenso a tutti gli angoli di tavolo in cui ho scritto, a tutti i letti su cui ho appoggiato il laptop, a tutte le case, le strade che ho attraversato per arrivarci…

Il libro di Grazia Livi, che ho ritrovato negli ultimi scatoloni, aveva dentro un altro regalo, dei versi di Anna Achmatova, un messaggio da me a me, attraverso il tempo:

Giunse l’estate in una notte sola,
e così non si vide Primavera.
Ed allora non ebbi più paura
che mi passasse accanto il mio destino.

Le foglie dopo la pioggia.

Lunedì, 16 novembre 2009 @08:22

"I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul".
(Nazim Hikmet)

I tuoi occhi. Sì, hanno lo stesso colore delle foglie dopo la pioggia. E hanno il colore della città dove ci siamo incontrati, la città dove sto scrivendo queste parole: la città dove ogni giorno, per strada, mi sembra di vedere te.

(Anche oggi, dei versi di Nazim Hikmet. Poeta turco, diventò comunista negli anni Venti. Morì in esilio, a Mosca nel 1963: lo sentite l’esilio, in questi versi del 1948, la lontananza, lo struggimento per la moglie, per la patria lontana? Sono tratti da "Poesie", Mondadori)

I giorni brevi.

Venerdì, 13 novembre 2009 @08:01

"I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.
Perché hai tardato tanto?"
(Nazim Hikmet)

Novembre. Così poca luce, così poco sole, nel mese di novembre. Il colore del giorno si perde nel grigio; la sera ci balza addosso all’improvviso. Dalla porta spalancata entra una ventata d’aria gelida. Torna. Presto. E chiudi, dietro di te, la porta.

(I versi che ho scelto oggi, 13 novembre, per City, sono tratti da: "Poesie d’amore", Mondadori)

Sottolineature.

Giovedì, 12 novembre 2009 @09:14

"E’ strano: la nostra vita intima è ciò che più conta per ognuno di noi, eppure dobbiamo sempre fingere di viverla senza quasi avvedercene, con disumana sicurezza".
(Alba de Céspedes)
Forse a questo serve la poesia, anche le piccole schegge di poesia: a raccoglierci, a raccogliere il pensiero. A fermare lo sguardo. A dirci: questo è quello che sono, questo è quello che sto diventando. Ora.

(La frase di Alba de Céspedes è tratta da "Quaderno proibito", Mondadori. Ricordate? Vi avevo raccontato la storia della de Céspedes, famosissima negli anni Quaranta e Cinquanta, ora scandalosamente, tristemente dimenticata. Avevo letto "Quaderno proibito" molto tempo fa, ma questa frase mi è stata regalata da un altro sguardo, un’altra lettrice. Perché viene dal libro vintage, usato, antico (scegliete l’aggettivo che preferite), che mi aspettava a Roma, in una piccola libreria che si chiama Libri necessari. L’ho comprato per l’amica che era con me. Per farglielo leggere. E per salvarlo. A casa, sfogliandolo, mi hanno colpito le frasi sottolineate, in matita, da una donna che rimarrà per sempre sconosciuta, una donna che non ha neppure scritto il suo nome in prima pagina. Questa è la prima, ve ne regalerò altre).

Chiudo gli occhi.

Mercoledì, 11 novembre 2009 @19:25

"Non mettetemi accanto alle donne
che amano il loro pianto
più ancora dei loro figli
e che dei tradimenti maritali
hanno fatto un vessillo di guerra…"
(Alda Merini)
Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa più accorgersi di un tramonto. Chiudo gli occhi. Mi scosto di un passo. Sono altro, sono altrove.

(Alda Merini, la poetessa milanese scomparsa settimana scorsa. Che io conoscevo così poco. I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da un piccolo volume Einaudi che ho cominciato a leggere, "Superba è la notte")

Amori-maglioni. E coatigan.

Martedì, 10 novembre 2009 @08:24

"Trascina la sua collera come un vestito".
(Juan Gelman)

Sì: perché ci sono persone che indossano la rabbia come un cappotto, si avvolgono nella disperazione come in una sciarpa, abbottonano uno dopo l’altro recriminazioni e lamenti. Io, invece, voglio infilarmi il tuo amore come un maglione; un maglione morbido, soffice; un amore-maglione della taglia giusta, che non mi stringa, ma mi abbracci e scaldi. Così come fai tu.

(Juan Gelman è un poeta argentino. I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Valer la pena", Guanda)

Oppure, invece di un maglione, potrei mettermi un coatigan. Che cos’è? Leggete l’articolo che ho scritto per Grazia:

Ogni tanto inciampo in qualche nuova parola. La parola di questa settimana è, attenzione attenzione, "coatigan". Sì, avete letto bene: coatigan. Ovvero l’incrocio tra coat (il cappotto) e cardigan, di cui vedete dei validissimi esemplari in queste pagine. La parola l’ho copiata dalle nostre cugine inglesi, ovvero da Grazia UK (non è male, vero, avere così tante edizioni internazionali? Si impara sempre qualcosa). Ma, oltre alla parola, vale la pena di copiare anche il look. Sì, perché il coatigan è quanto di meglio ci sia per farsi abbracciare, quest’autunno. Bè, insomma. Diciamo "second best". Il meglio è comunque un abbraccio vero: l’abbraccio di chi ci ama (lascio a voi decidere se sia il consorte, il fidanzato, l’amante clandestino, i propri figli, un’amica ritrovata…). Ma, visto che non possiamo passare le giornate avvinghiate a chi ci vuole bene – anche se, perbacco, non ci dispiacerebbe – un buon sostituto è il coatigan. Ora la domanda fatale: con che cosa si porta? Se vogliamo copiare le celebrities, è perfetto nella versione comfort casual sopra i jeans. Della serie: oggi non volevo proprio uscire, ma visto che mi tocca... Un po’ come drappeggiarsi addosso il plaid abbandonato in poltrona, e presentarsi in ufficio.
Il coatigan può essere lungo, lunghissimo e frusciare sulle foglie d’autunno. Ma può essere corto, e addirittura senza maniche. Altro dettaglio: bottoni, cintura, o niente? I bottoni sono una diretta citazione del cardigan; la cintura può essere di cuoio, oppure di lana, come nel maxicardigan nella prima pagina. Io, però, preferisco il modello più easy e destrutturato. Perché? Perché è bella l’idea di avvolgercisi dentro, sinuosamente, dolcemente, senza chiudere bottoni né cinture. E camminare lasciando che le ali del coatigan ondeggino …
Convinte? Io sì. Anche perché (ogni tanto alle aspiranti fashioniste, ahimé ora anche secessioniste, capita un colpo di fortuna) ne ho uno meraviglioso, lungo fino ai piedi, già dall’anno scorso, color mosto di vino, e regalo di un’amica. L’ho appena tirato fuori dall’armadio. E, visto che l’ho ampiamente sperimentato, mi sento di aggiungere qualche istruzione per l’uso.
Il coatigan, se è lungo, è controindicato per la bici, visto che la lana ha la tendenza a infilarsi nelle ruote (io che sono testarda ho voluto provarci lo stesso: mai più). Non va bene per correre dietro un autobus. E neppure per scendere di tutta fretta le scale della metropolitana. Meglio, in questo caso, scegliere la versione a tre quarti. Infine – e questo è l’avvertimento più importante – guardate bene le previsioni del tempo prima di uscire, perché il coatigan, sorpresa, è un disastro in caso di pioggia. Posso rubare le parole alla scrittrice Catherine Dunne, che essendo irlandese di pioggia se ne intende? Sì, quella del bestseller "La metà di niente" (Guanda), e che riassume: "Il malumore gli pende addosso come una maglia bagnata". E voi, se siete sprovvedute come me, vi ritrovereste con il malumore che vi pende addosso come… bè, come un coatigan bagnato.

Autunno nelle stanze.

Lunedì, 9 novembre 2009 @08:30

"Nessuno è in casa. Autunno nelle stanze…
Sempre pensi al bianco viso dell’uomo
lontano dal frastuono del tempo;
verdi rami si inchinano volentieri sopra a chi sogna".
(Georg Trakl)

Nel traffico, in metropolitana, rincorrendo l’autobus; aspettando il caffè, al bar; nel silenzio della mia casa. Sempre, ovunque io sia, se chiudo gli occhi vedo te: vedo il tuo viso, lontano dal chiasso del tempo.

(Georg Trakl: poeta austriaco, muore nel 1914, durante la prima guerra mondiale, proprio mentre sta per finire l’Impero. Ufficiale sanitario, è al fronte; si uccide con un’overdose di cocaina. Poeta tragico, tormentato: eppure le sue poesie parlano d’autunno, sono piene dell’oro del tramonto. Questi versi sono tratti dal piccolo volume dove ho imparato a conoscerlo, un vecchio libro della Bur, intitolato semplicemente: "Poesie")

Voglio che la sera si accorga di me (e del mio primo chiodo).

Venerdì, 6 novembre 2009 @07:53

"Esce per strada. E vuole che la sera si accorga di lei, che vedendola l’aria senta una fitta al cuore, che le stelle abbiano qualcosa da raccontare sul suo conto".
(Boris Pasternak)

Sì, esco per strada, e mi sembra che tutto mi parli: mi sembra che le foglie cadute per terra mi sussurrino; che i lampi gialli delle macchine mi strizzino l’occhio; che il vento mi accarezzi i capelli. Sorrido. Perché voglio solo una cosa: voglio che tu, guardandomi, ti accorga di me.

(La frase di oggi, del poeta russo Boris Pasternak, è tratta da "Il salvacondotto", Editori Riuniti)

Succede, a volte, di uscire per cercare una borsa e tornare con una giacca. A me, almeno, è successo. Sono andata a una svendita stampa a Milano (per dirla in gergo fintoglam: una "press sale") per cercare una borsa con le rose (le fa Valentino, anche se ahimé sono fuori budget persino per una svenditissima), ma sono tornata con un chiodo. Il mio primo chiodo. La mia prima giacca da biker di pelle nera. E sono molto, molto perplessa. Forse non sono ancora pronta, come continuavo a ripetere alle mie amiche fashioniste, mentre abbiamo fatto una coda di 50 minuti per pagare (voi credevate che un press sale, primo giorno solo per inviti, fosse un evento molto chic?; e invece no, sembrava di essere in metropolitana all’ora di punta, o peggio ancora, all’outlet nel giorno del "svendo tutto al 70%"). Ho continuato a provarmi e riprovarmi la giacca di pelle nera per tutti e 50 i minuti di coda, estenuando le amiche e tutte le persone in coda come noi. E alla fine l’ho presa. L’ho indossata subito sperando nell’incantesimo. E invece no. C’è qualcosa che non funziona. Quei bottoncini con l’orrido logo Marlboro (eh sì, non è Valentino ma Marlboro, stessa holding)… La pelle poi è morbida ma non troppo… Fa uno strano rumore quando la indosso… E’ come accettare di uscire con un uomo che hai conosciuto su Facebook e, con il bicchiere in mano, ti chiedi: ma che ci faccio qui? (Non che mi sia mai capitato, eh. E’ la fervida fantasia della romanziera). Nel frattempo, mentre aspetto le vostre storie di chiodi e di jeans, vi metto on line l’articolo quasi profetico che ho scritto qualche settimana fa per Grazia.

Confesso. Non ho mai avuto una giacca di pelle nera. Non l’ho mai neppure desiderata. Ma, dopo essermi comprata i miei primi jeans (di cui ho già lungamente raccontato su Grazia: trovate la storia nel post del 25 luglio) e i miei primi stivali (questo non ho avuto il coraggio di proporlo al direttore), ho capito che forse è arrivato il momento. Non che siano decisioni facili. La giacca di pelle nera, ovvero il chiodo, la motorcyle jacket, insomma chiamatela come volete, è una bomba di meta-messaggi fashionisti ed esistenziali. Non ci credete? Ho provato per curiosità ad indossarne una, in un anonimo negozio, e ops! Con uno "swoosh", vero incantesimo potente, ecco le uniformi delle SS, Hell’s Angels, Black Panthers; i rocker punk, le prime scorribande gay, ma anche i macho molto maschi in moto. Un po’ troppo, forse? Eppure è tutto lì: che ti salta addosso mentre infili il braccio nella manica. Chiudi la zip ed ecco, sei un’altra donna. (Bè, quasi).
Il black magic della giacca di pelle nera è un incantesimo che acchiappa anche gli uomini. Mick Farren, un giornalista inglese esperto di cultura pop, anni fa all’argomento ha dedicato persino un libro; dove racconta quando, per la prima volta, da ragazzino, se l’è messa e si è guardato allo specchio: "Mi sentivo così cool, un incrocio tra Elvis Presley e Lord Byron". Perbacco. Erano, presumibilmente, gli anni Sessanta. Altri tempi, altri miti. Adesso, indossandola, il rischio è quello di scivolare nel ridicolo: sono sicura di volermi sentire un incrocio tra Beyoncé e Angelina Jolie, come dichiarano le foto che pubblichiamo?
Non c’è bisogno di scomodare gli antropologi per ricordarsi che la magia è atavica. I cacciatori indossavano la pelle degli animali che avevano ucciso e scuoiato, per appropriarsi dei loro poteri: del leone, del lupo o della tigre… Ah già. Adesso che ci penso, mi è capitato una volta di indossare pelli di animali (e no, non li avevo cacciati io). E’ successo durante un viaggio in Groenlandia (quel che non si fa per accontentare i consorti), dove, durante una tre giorni in slitta trainata da cani, esperienza che non dimenticherò mai più, le guide inuit si sono messe a ridere di fronte al mio abbigliamento tecno-occidentale (e dire che mi sembravo molto equipaggiata). Mi hanno invece rivestito del loro guardaroba a prova di gelo: giacca e pantaloni, di pelle di foca e d’orso. Non credo di aver acquisito speciali poteri, ma ammetto di essere stata al caldo anche tra gli iceberg.
Però qualcosa di vero c’è. Vestirsi di black leather, pelle su pelle, vuol dire acquisire potere. Diventi sexy, certo. Fetish, anche. Ma soprattutto "powerful". Non aggressiva, attenzione: ma potente. E adesso scusate, ma devo andare: sento che la mia prima giacca di pelle nera mi aspetta, devo cercarla... L’autunno è qui e io ho bisogno della mia dose di black magic.

(E ora che finalmente ho il mio primo chiodo, mi chiedo: funzionerà?).

Magari.

Giovedì, 5 novembre 2009 @07:56

"Magari le foglie non toccassero il tuo corpo quando cadono
affinché tu non le possa trasformare in cristallo.
Magari la pioggia non fosse più un miracolo che scende per il tuo corpo.
Magari la luna sorgesse anche senza di te.
Magari la terra non baciasse i tuoi passi".
(Silvio Rodriguez)

Magari. A volte lo penso, sai? Ma è impossibile. Ormai foglie e pioggia e luna non mi parlano altro che di te.

(Questi versi del cantante cubano Silvio Rodriguez - il titolo è "Ojalá", avverbio spagnolo che equivale a chissà, magari, vorrei, o forse inshallah - sono un regalo di Gustavo venezuelano, lettore di poesia, lettore del blog)

Decifrarti.

Mercoledì, 4 novembre 2009 @08:06

"Perché s’era tirato indietro proprio quando cominciavamo a ritrovarci? Forse anch’io gli facevo paura? Il suo viso mi sembrava a un tempo molto duro e molto vulnerabile, lo decifravo male".
(Simone de Beauvoir)

Com’è difficile, a volte, capire, interpretare, decifrare il tuo viso. Com’è difficile, a volte, amarti.

(Anche la frase che ho scelto oggi per City - come quella del 28 ottobre - è tratta dal "romanzo dentro il romanzo", ovvero la storia d’amore di Simone de Beauvoir con Nelson Algren: da "I mandarini", Einaudi)

Quando un uomo ama una donna.

Martedì, 3 novembre 2009 @08:42

"Quando una donna ama un uomo vuole che lui vada a prenderla
con la jeep all’aeroporto in un paese straniero.
Quando un uomo ama una donna lui sta lì. Non si lamenta
se lei arriva con due ore di ritardo
e in frigo non c’è niente da mangiare."

(David Lehman)

E’ per questo che mi piace - sempre, ancora - quando ti vedo da lontano: al binario della stazione, al gate dell’areoporto. E sì: sei lì, sei già lì...

(I versi di oggi sono tratti da un’antologia appena uscita: "Nuova Poesia Americana - New York", Oscar Mondadori)

Alda Merini e chi scese in un’acqua di ghiaccio.

Lunedì, 2 novembre 2009 @07:57

"E io sprofondai nella morte, gelando dai piedi alla faccia,
come chi scenda in un’acqua di ghiaccio.
Vorrà qualcuno recarsi al giornale,
e raccogliere i versi che scrissi?
Ero tanto assetata d’amore!
Ero tanto affamata di vita!"

(Edgar Lee Masters)

Sono davvero sprofondate in un’acqua di ghiaccio, le persone che non ci sono più? Ma noi, noi speriamo che ci abbraccino ancora, almeno in sogno: non immerse nel ghiaccio, ma nel calore dei nostri ricordi.


Conoscete, vero, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, le voci di un cimitero, di un intero villaggio? Che il poeta americano scrisse tra il 1914 e il 1915 - e che De Andrè trasformò poi in canzoni. I versi di oggi sono l’epitaffio di Minerva Jones, morta dopo uno stupro e un aborto: era la poetessa di Spoon River. Così, almeno, la immagina Edgar Lee Masters (e la sete d'amore, la fame di vita: un grido che mi fa rabbrividire, ancora adesso).

Vorrei, poi, ricordare un’altra poetessa, scomparsa ieri: Alda Merini. Io e lei non ci siamo mai incontrate, neppure su carta. La guardavo da lontano, lei che ha trasformato la follia in poesia. E di lei conosco solo un verso: "Nessuno mi pettina bene come il vento" . Bellissimo, vero? Mi è sempre piaciuto: forse, perché mi ricorda la bora di Trieste.
Due poetesse scomparse. Due poetesse – una di carta, l’altra una donna eccentrica, vera, reale – scese nell’acqua di ghiaccio. E un sito per ricordare chi non c’è più: è l’iniziativa bizzarra, malinconica e forse un po’ "americana" di una collega giornalista, Isa Grassano. Che ha perso la mamma quando aveva solo 17 anni e, nei lunghi anni di colloquio, forse di sogni, con lei, si è chiesta: perché non creare uno spazio virtuale dedicato a chi non c’è più? Un contenitore di frammenti, come l'ha chiamato. Una specie di Spoon River su web (creato con l'aiuto di Lucrezia Argentiero). Dove è arrivata, ieri, anche Alda Merini. Cliccate qui:

http://www.stayinme.com/

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.