Lisa Corva

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Con il tuo nome il sonno è profondo.

Venerdì, 29 gennaio 2010 @08:42

"Il tuo nome – ah, non si può! –
Il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo".
(Marina Cvetaeva)

Dico piano il tuo nome: è la più dolce buonanotte.

(Marina Cvetaeva: poetessa russa di inizio Novecento. Amica intensa e appassionata di altri due poeti: Pasternak – spesso ho messo dei brani della loro corrispondenza - e di Blok. Questi versi sono tratti da una poesia a lui dedicata)

Sapete da dove vi scrivo oggi? Da Madrid! Sono arrivata qui per un invito glam cheap che ho accettato molto volentieri, anche perché non sono mai stata nella capitale spagnola… Il mio obiettivo segreto? Mangiare "churros y chocolate", di cui ho letto per la prima volta nei libri di Almudena Grandes. Riferirò presto.

Intanto, per chi è a Milano e dintorni, un invito glam cheap per domani: dalla "mia" stilista, ovvero Colomba Leddi , che ha disegnato per me l’abito glam cheap che ho indossato per il lancio del mio secondo libro, e che è un vestito nero quasi uguale a quello della copertina (con ricamato davanti, sulla scollatura, in filo e perline rosse, il titolo; e dietro… "l’autrice").
Colomba Leddi infatti apre le porte del suo atelier per una vendita speciale che ha chiamato "Occasioni rare" (fa sempre la spiritosa…). La svendita inizia domani, dalle 11 alle 19; e sarà aperta fino al 5 febbraio. Via Revere 3, proprio vicino alla Triennale di Milano. Buoni acquisti!
Potete intanto curiosare qui:
http://www.colombaleddi.it/index1.html

Nell’aria, io e te.

Giovedì, 28 gennaio 2010 @09:48

"Dovrei pettinarmi i capelli seduta su uno scoglio in Cornovaglia.
Dovrei portare calzoni tigrati, avere un amante.
Dovremmo incontrarci in un’altra vita, incontrarci nell’aria
io e te".
(Sylvia Plath)
Incontrarsi. Sfiorarsi. Ma non è possibile dipanare il groviglio delle nostre vite, inventarne un’altra solo per noi due. Mi accontento di questo: darti appuntamento nell’aria, farti sedere accanto a me sullo scoglio, anche se non ci sei.

(Sylvia Plath, poetessa americana, madre, moglie. Morta suicida a 31 anni, nel '63)

Da oggi, vi comunico, ho due nuovi oggetti del desiderio. No, non i calzoni tigrati della Plath (sapete bene che come Stella, la mia protagonista glam cheap, soffro di Allergia Animalier!). Ma, nell'ordine, dopo aver visto Avatar, vorrei una lunga coda blu, con la punta morbida e luminosa, da inserire come una chiavetta Usb in un mostro con le ali e volar via sopra i grattacieli... E, inoltre, vorrei il nuovo giocattolo hi-tech della Apple, appena presentato: l'iPad. Per sedermi su uno scoglio e postare i miei blog. Sento che ne sono già innamorata.

L'amore arriva d'inverno.

Mercoledì, 27 gennaio 2010 @07:30

"Il dolore è un paese dove piove di continuo, ma non cresce nulla. I morti vivono da un’altra parte, con addosso i vestiti con cui li ricordiamo".
(Simon Van Booy)
Il dolore è un paese dove ci si ritrova all’improvviso, senza aver mai voluto entrarci; in questo paese freddo e straniero che non vogliamo chiamare casa ci svegliamo, giorno dopo giorno, e ogni mattina è più difficile alzarsi.

(La frase di oggi è tratta dal libro di racconti di Simon Van Booy, Ponte alle Grazie. Mi aspettavo molto… Ma la cosa più bella del libro in fondo è il titolo: "L’amore arriva d’inverno").

Dieci inverni.

Martedì, 26 gennaio 2010 @08:13

E’ il titolo di un piccolo film italiano che ho visto nei miei ultimi giorni milanesi: Dieci inverni , debutto alla regia di Valerio Mieli, ovvero un ragazzo e una ragazza che si incontrano nel ’99, su un vaporetto, a Venezia; si sfiorano e si rincorrono, si amano ma forse no, seguiti per dieci inverni, fino al 2009, in una Venezia gelida e stupendamente fotografata, e in un’innevata Mosca. Lei, Isabella Ragonese, è la stessa protagonista di "Tutta la vita davanti", il film di Virzì ambientato in un call center, ricordate? Anche se qui mi ha convinto di meno. Lui, Michele Riondino, è davvero bello e bravissimo. Spero di vederlo ancora.
Ma sono due i film di cui vi volevo parlare. L’altro l’ho finalmente trovato in Dvd: Il velo dipinto , di John Curran, con Naomi Watts e Edward Norton. Ovvero il film tratto, qualche anno fa, da "Il velo dipinto" di Somerset Maugham. Il libro l’ho appena letto, l’ho trovato nella biblioteca bookcrossing della mia guesthouse durante il viaggio in Laos; una vecchia edizione Penguin anni Cinquanta, a righe bianche e arancione. Ne abbiamo parlato nei giorni passati (i commenti li trovate sotto ai post del 13 e 14 gennaio, e io concordo con Ola). Il film – oltre a raccontarci visivamente una Cina magnifica, che assomiglia molto al Laos che ho visto, di fiumi e montagne – ha "riletto" i personaggi. Il libro è lucido e crudele, nel raccontare di Kitty, ragazza leggera e pre-fashionista, che si sposa con l’uomo sbagliato solo per fuggire dalla famiglia e dalla paura di rimanere zitella (allora non c’erano le Bridget Jones a salvarci); Kitty che tradisce suo marito e verrà tradita anche dall’amante, finché dolorosamente capirà chi è: una nuova se stessa. Il film invece parla di compassione: che ci salva; che può salvare, forse, un matrimonio. Ma che tagliente, che dura, la scena in cui il marito le dice: "Non ti disprezzo: disprezzo me per averti amato". E con quale forza lei risponde: "Io non ti ho mai mentito: sapevi bene chi ero. Non ti ho mai fatto credere di essere diversa". Che dura, la strada verso la verità.

La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi, 26 gennaio, è:

"Con la sua presenza riempiva l’auto intera, tanto che Annika l’avvertiva con la stessa fisicità di quando lui l’aveva stretta a sé".
(Liza Marklund)
Non mi hai neppure sfiorato. Non serve. Tanto so – e lo sai anche tu, vero? – che l’aria è carica di te, di noi, di tutto quello che è possibile, di tutto quello che potrebbe accadere. Basterebbe un gesto. Basterebbe che ti avvicinassi…

(A volte anche nei thriller capita di inciampare in frasi iper-sensuali. E il giallo da cui è tratta la frase di oggi, dove la protagonista è la trafelata Annika, giornalista di Stoccolma e detective per caso, mamma e moglie in crisi, mi è davvero piaciuto: "Il testamento di Nobel", Marsilio)

La duplice e divorante certezza del destino e dell’amore.

Lunedì, 25 gennaio 2010 @07:45

"La duplice e divorante certezza del destino e dell’amore".
(Peter Manseau)
In questo solo posso e voglio credere: nel destino, nella mia parte di destino, nell’orizzonte sconosciuto che mi aspetta, nelle strade che mi ci porteranno. E nell’amore che il destino mi riserva, quell’amore che aspetta solo me.

(La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi, lunedì 25 gennaio, è tratta dal romanzo "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, Fazi Editore. Ecco l’intervista che ho fatto all’autore, e che è uscita sul Piccolo di Trieste, la città dove sono nata)

La "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, uscito per Fazi, ha una copertina ispirata a Chagall, e giustamente: perché il romanzo, pur scritto da un americano, è un mix bizzarro tra un quadro di Chagall, donne volanti, sogni d’amore, e rabbini che suonano il violino sui tetti degli "shtetl" russi; il tutto incrociato con Dickens, ovvero la saga buonista di un bambino povero e orfano che farà fortuna tra le strade di una metropoli, solo che la metropoli stavolta è la New York degli emigranti di inizio Novecento. Vi gira già la testa? In fondo era questa, sospetto, una delle intenzioni dell’autore: trasportarci in un mondo magico, inventato ma non troppo, yiddish ma non troppo, per raccontarci la storia di Itsik Malpesh, poeta per caso, innamorato per destino, arrivato in America clandestino a bordo di una nave; e del suo testardo, poetico, incrollabile amore per la "figlia del macellaio". Proprio la figlia del macellaio del paese, che l’ha visto nascere e a cui lui si sente predestinato… Ma perché raccontare una favola yiddish oggi, visto che, tra l’altro, l’autore non è neppure ebreo, anzi è figlio di un’ex monaca e di un ex prete? Gliel’abbiamo chiesto.
Il suo libro è la biografia poetica di un poeta che non esiste. Ma lei ha mai scritto poesie? Magari per conquistare un amore, come il protagonista del suo libro?
"Ebbene, confesso: ho scritto davvero qualche poesia, e tutte per mia moglie. Una era il regalo per il nostro primo anniversario. All’epoca stavo scrivendo il mio libro ma – si sa come sono le vite degli scrittori esordienti – lavoravo anche come falegname. La mia specialità? I tetti. Piantavo chiodi sui tetti altrui otto ore al giorno, tornavo a casa e piombavo addormentato. Così intitolai la poesia "Ballata per la moglie di un conciatetti"; per farle capire che, anche arrampicato su un tetto con un martello in mano, pensavo a lei".
Lei scrive romanzi, e ha una vita da romanzo: è figlio di un’ex monaca e un ex prete, e l’ha raccontato, in modo leggero e divertente, nel suo libro, non ancora tradotto in italiano, "Vows: The story of a priest, a nun and their son". Ha più volte dichiarato di aver usato questa storia per abbordare le ragazze alle feste… E’ stato così che ha conosciuto sua moglie?
"No, quando l’ho conosciuta avevo abbandonato da tempo questa tecnica di abbordaggio, anche perché onestamente non aveva molto successo. A dir la verità per far colpo sulla mia futura moglie le dissi che ero uno scrittore, e lei rispose: "Ah sì? E che cosa hai pubblicato?". Peccato che all’epoca i miei romanzi fossero ancora nel cassetto. Diciamo che ho passato gli ultimi anni della mia vita a cercare di essere all’altezza di quello che ho raccontato a mia moglie nei nostri primi cinque minuti insieme!"
Nel libro lei parla di "bashert", termine yiddish che spiega così: "è il destino e, quindi, può significare tante cose. In questo caso bashert è la persona con cui sei destinato a trascorrere la vita". E’ questa la sua parola yiddish preferita?
"Bashert in effetti significa destino, ma in yiddish ha una dimensione più interpersonale che in altre lingue. Parlare di bashert non vuol dire parlare solo del proprio destino, ma della persona a cui il nostro destino è legato. E’ una parola intrigante, ma non è la mia preferita. Che è invece "luftmensch", letteralmente "uomo d’aria": qualcuno che sembra vivere solo d’ossigeno. Un sognatore, insomma. Senza doti apparenti, ma con molte idee. Come il protagonista del mio libro".
Lei non è ebreo, non parla yiddish, però ha scritto un libro il cui protagonista è un poeta yiddish, completamente immerso nella cultura yiddish. Ed è stato così convincente che ha vinto un premio letterario, il National Jewish Book Award.
"Non solo: quando il libro è uscito ho avuto reazioni davvero sorprendenti! Le faccio un esempio. Il padre del protagonista lavora in una fabbrica di piumini, fatti con piume d’oca, a Kishinev, e inventa una particolare tecnica di lavorazione. Tutto frutto della mia immaginazione. Eppure sono stato contattato da una donna, che mi ha raccontato che la sua famiglia aveva allevato oche per decenni in Russia, e che sicuramente mi ero ispirato a loro! L’ho rassicurata: i segreti del commercio di famiglia erano salvi, mi ero inventato tutto…".
Quest’intervista verrà pubblicata su Il Piccolo, il quotidiano di Trieste. Anche a Trieste, come nella Kishinev moldava descritta nel romanzo, c’era un ghetto. E mio padre, triestino doc, che da bambino leggeva libri prestati da una bottegaia del ghetto, si era appassionato a uno scrittore ebreo che forse lei conosce, Israel Zangwill, e alle sue storie del ghetto veneziano.
"Purtroppo non sono mai stato a Trieste, ma Zangwill certo, lo conosco. Lo sa che è stato lui, alla fine dell’Ottocento, ebreo russo che viveva a Londra, a coniare "melting pot"? Il "calderone culturale" così tipico degli Stati Uniti: quello in cui finiscono tutti gli immigrati, di tutti i paesi, e da cui riemergono diversi, nuovi. Zangwill usò il termine come titolo di una delle sue commedie: e così è arrivato fino a noi, anche se lui è ormai dimenticato. Ma Zangwill è l’esempio di qualcos’altro che mi sta molto a cuore, e che spero di aver reso nel mio libro: di come la cultura cosiddetta "mainstream", la cultura "di massa", venga in realtà plasmata e influenzata dai bordi, dai margini. "Ballata per la figlia del macellaio" racconta di persone che vivono ai margini della società; ma è anche la storia di come tutti noi - e le nostre convinzioni, la nostra lingua – cambiamo, ci trasformiamo, ci evolviamo, con il tempo".


Hai detto sciare?

Domenica, 24 gennaio 2010 @11:02

Allora, lo confesso subito: io non scio. Nonostante questo, sono molto, molto interessata al guardaroba da montagna. Perché? Pura perversione da shopping? Assolutamente no: è che, essendo sposata con un infaticabile sciatore, ogni tanto mi ritrovo, malgré moi, ad alta quota. In genere, peraltro, vestita in maniera inadatta. Il punto è che della montagna, a parte le piste da sci, mi piacciono altre cose. Le elenco così, un po’ alla rinfusa: lo strudel di mele, le spa (soprattutto le piscine di acqua calda all’aperto nella neve), e, se è totalmente pianeggiante e nessuno mi mette fretta, lo sci di fondo. Per due di queste attività (strudel e spa) direi che non servono le giacche a vento; ma per la terza sì, e qui cominciano i guai. Perché non basta una giacca, ci vogliono anche i calzoni, le scarpe, anzi gli scarponi giusti, il berretto per non congelarsi… E bisogna cercare di non ridere guardandosi allo specchio. Ma come fanno le dive che vediamo ovunque paparazzate ad essere sexy e glam anche sottozero?
Bisogna studiare, è ovvio. Le celebrities insegnano. E io mi ritrovo ad ammirare, ad esempio, il total look white, bianco sul bianco della neve, di Elle MacPherson. Come le invidio il colbacco che porta! O forse la disinvoltura con cui lo indossa? Katy Perry, invece, non si spinge fino alle piste da sci, ma va a fare una passeggiata al parco innevato con il fidanzato: molto romantico. Ho solo un dubbio: quanto resisterà con i jeans stracciati, pur modaioli e baggy? Quanto al cappello con i lunghi pon-pon… Certo, come precisa la fashion journalist Hadley Freeman sul Guardian, con i suoi ultimi dispacci moda da un’Inghilterra sottozero, gennaio non è il mese giusto per vestirsi sexy. No. Gennaio è il mese giusto per avvolgersi in una sciarpa e in un berrettone calcato fino alle orecchie, almeno finché la temperatura non risale. E, possibilmente, stare a casa.
Le fashioniste però possono consolarsi, perché c’è qualcosa che ci salva dall’effetto omino Michelin: i nuovi tessuti tecno, che ci permettono di uscire (moderatamente) glam anche ad alta quota, e non troppo ingoffate. Pronte allora? Tanto, per quello che mi riguarda, la strada non è lunga: si tratta soltanto di sopravvivere fino alla prima baita con lo strudel.

(Questo è un articolo che ho scritto per Grazia. Il Consorte per ora è andato a sciare da solo).

La tua bocca, bagnata di crepuscolo.

Venerdì, 22 gennaio 2010 @07:39

"E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo".
(Pablo Neruda)
No, non voglio baciarti in una giornata di sole. Non voglio che sia estate. Non voglio che sia in mezzo alla folla. Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno, quando il sole scolora nel grigio e nel freddo; quando sarà più facile trovare, insieme, l’alba dentro l’imbrunire.

(Neruda non ha bisogno di presentazioni. Questo verso – un singolo verso, potente, romantico – è tratto dal vecchio libro su cui ho imparato a conoscerlo, "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia. L’alba dentro l’imbrunire è invece una citazione nascosta, di una vecchia canzone italiana: la riconoscete?)

Tutto ciò che conta al mondo.

Giovedì, 21 gennaio 2010 @07:44

"Anzi, appena innamorati, quando tutto ciò che conta al mondo viene distillato in due corpi".
(Kamila Shamsie)
Innamorarsi. E capire che è tutto lì, il mondo è tutto lì: nel modo in cui mi guardi e tieni stretto il mio sguardo, nel brivido elettrico quando mi sfiori la mano, nell’attimo prima del primo bacio.

(Nei giorni passati ero a Milano: e lì, ieri, ho incontrato per un’intervista Kamila Shamsie, la giovane scrittrice pakistana che vive a Londra, e di cui Ponte alle Grazie ha appena pubblicato "Ombre bruciate". Mi è piaciuto moltissimo tutto: il libro, che ho trovato struggente e contemporaneo insieme; lei, il suo sorriso, il mondo, anzi i mondi che racconta. Presto metterò on line l’intervista, intanto compratevi il libro!)

Cassetti.

Mercoledì, 20 gennaio 2010 @06:51

"Mio padre. Volevo ritrovarlo: tutti i suoi pensieri, tutti i mobili che avevo venduto. Volevo riordinare gli armadi, svuotare nuovamente i cassetti, passare ancora una volta tutto in rassegna; ripercorrere gli stessi sentieri, dormire nelle stesse stanze, riuscire in qualche modo a cogliere qualche traccia di lui. Volevo vedere il suo volto, il suo volto quando ero nata. Il giovane uomo che era stato".
(Romesh Gunesekera)
Prima che diventasse mio padre.

(La frase di oggi è tratta da un libro di racconti di un autore di Sri Lanka che vive, e scrive, a Londra: "La luna del pesce monaco", Feltrinelli. Un libro che ho letto prima di partire, anni fa, per Sri Lanka: i miei primi passi in Asia. Nel racconto la protagonista torna nella casa al mare dell'infanzia, la casa tanto amata dal padre, per pensare, ripensare, ritrovarlo)

Di qui si vede l’impero.

Martedì, 19 gennaio 2010 @00:23

"Di qui si vede l’impero,
da lì, una vecchietta, con la sporta della spesa in mano.
Quante vecchiette con le sporte furono necessarie per costruire l’impero,
quante sporte restarono vuote,
quanti imperi crollarono nella polvere."
(Natan Zach)

E quante cose ha visto, questa signora anziana che fa la coda al supermarket davanti a me; quante cose, e nessuno più a cui raccontare.

(I versi di oggi, 19 gennaio, sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi, antologia del poeta israeliano Natan Zach)

A proposito di grandi vecchi e di testimoni della storia: vi metto on line il racconto di un incontro che mi è molto piaciuto. L'articolo è uscito sul Piccolo di Trieste, il giornale della città dove sono nata.

"A ottant’anni non si hanno velleità letterarie: si vuole solo lasciare testimonianza". Così mi dice Igor Argamante al Caffè degli Specchi a Trieste, spiegandomi perché, a ottant’anni (è nato nel 1928), ha scritto un libro: "Gerico 1941 – Storie di ghetto e dintorni", per Bollati Boringhieri. 200 pagine di racconti che vengono da lontano: da un mondo che non esiste più, e di cui Argamante è l’attento testimone. Scrittore per caso, testimone per forza (come tutti quelli che hanno visto gli orrori della Storia), triestino per scelta: perché Argamante vive accanto al Faro, in una casa con le finestre che si spalancano sul mare e sul golfo. A Trieste è arrivato più di quarant’anni fa, in una giornata di sole e vento come quella di oggi, e ha deciso che non voleva vivere da nessun’altra parte. Scelta inusuale, per un manager dell’Olivetti, assunto da Adriano Olivetti stesso; avrebbe potuto decidere di vivere a Ivrea, quartier generale della società, o a Milano; ma visto che il suo campo d’azione erano gli affari con l’ex Jugoslavia, Trieste poteva essere, e Trieste è stata. Qui a Trieste ha vissuto con la moglie, una donna tedesca anche lei innamorata del golfo e del sole; qui a Trieste sono cresciuti i suoi figli. E qui a Trieste è nata anche la voglia di scrivere: di andare indietro con lo sguardo, ritrovare i volti e le voci del passato. E raccontare.
"Gerico 1941" è un libro di amorose contraddizioni. Parla del ghetto e di ebrei, ma è stato scritto da un non ebreo; racconta testardamente una città che non esiste più, neppure nel nome: la Wilno che ospitava il ghetto, che ha visto crescere l’autore, ora è Vilnius, capitale della Lituania; è scritto in italiano, da un uomo che è cresciuto parlando polacco e russo; ed è firmato con un nome apparentemente italiano, che sa tanto di Orlando Furioso, quando invece Argamante non è che l’italianizzazione di Argamakow. Ed è questo continuo slittamento di confini che rende prezioso il libro, in un mondo che vorremmo senza più confini, senza più orrori, senza più guerre. Ma per farlo, è necessario ricordare. Ricordiamo allora, insieme ad Argamante.

Lei dedica il suo libro ad un "ragazzo di Praga di nome Hansi". Chi era?
"Il mio grande amico d’infanzia. Un bambino ebreo del ghetto, un bambino in fuga da Praga. Niente in comune con me, che a Wilno c’ero nato, parlavo russo e polacco, non frequentavo la sinagoga ma la chiesa ortodossa (ci vado ancora: qui a Trieste, a San Spiridione: le preghiere sono in paleoslavo, le stesse). E’ a Hansi, però, che voglio dedicare queste pagine".
Non ha più saputo nulla del suo amico d’infanzia?
"Purtroppo no. Chissà, potrebbe essere ancora vivo, magari emigrato in America. O potrebbe essere morto in un campo di concentramento. Sono pochissimi i sopravvissuti del ghetto di Wilno. I più "fortunati" sono quelli che furono deportati dai sovietici nei gulag, perché poi, grazie a un accordo del ’41, furono liberati… Ma si muore davvero solo quando non c’è più nessuno che ricorda. E io, Hansi, lo volevo ricordare".
Così come, in "Morte da cani – Piccola storia stalinista", che è uscito per Il Mulino dieci anni fa, ha voluto ricordare suo padre.
"Sì: mio padre, Alexej Alexandrovic’ Argamakov. Arrestato nel ’39 dalla NKVD, la polizia segreta di Stalin, deportato, mai più rivisto. Ma non sono solo i miei ricordi: per raccontare la sua storia ho voluto vedere, leggere, studiare gli ultimi documenti che lo raccontano. No, non un suo diario. Ma il dossier n° 51879 del KGB".
Dunque questo è il suo obiettivo: salvare i ricordi. Raccontare una storia con l’aiuto della Storia.
"Perché "Gerico 1941" è la "parte frivola", la parte romanzata, di "Hansi", il libro che ho scritto, di memorie degli anni di guerra, dal ’39 al ’41. Ma attenzione: nessun racconto è inventato. Sono tutti ricordi personali, che ho supportato con ricerche d’archivio. Ad esempio, la storia terribile degli ebrei morti sul fiume Burg, in un’impossibile fuga al confine tra la Polonia occupata dai nazisti e quella occupata dai sovietici. I nazisti li spingono sul fiume ghiacciato, per farli annegare; ma il fiume regge. Così le guardie sovietiche, dall’altra parte del fiume, buttano delle bombe a mano: che spezzano il ghiaccio, e le acque inghiottono velocemente i fuggitivi. Una storia vera. Una storia che avevo sentito, da bambino. E che ho ritrovato, documentata, negli archivi dei delitti di guerra a Washington".
E’ stato a Washington, per le sue ricerche d’archivio?
"Niente viaggi: ho usato il prestito inter-bibliotecario. Grazie alla Biblioteca di piazzetta Hortis ho potuto consultare libri e documenti che sono arrivati per me dagli Stati Uniti, da Londra, e persino da Wilno".
Il ghetto di Wilno, che lei racconta, non c’è più; non c’è più neppure Wilno…
"O almeno non è più la stessa. Quando dico che torno e riconosco solo le pietre, che adesso nella città dove sono nato si parla una lingua non mia, che fa parte di un Paese non mio, so che qui a Trieste mi possono capire. So che i profughi istriani, ad esempio, mi possono capire. Se lo raccontassi a un francese…"
Quindi lei è tornato, a Wilno.
"Sì: la prima volta in epoca Gorbaciov. Ero in un viaggio d’affari, una missione Ice, l’Istituto del commercio estero, a Mosca e poi nei Paesi Baltici. A Riga mi sono staccato del gruppo e sono andato a Wilno. Il palazzo di mia nonna è ancora in piedi, anche se malridotto: perché quello che non ha danneggiato la guerra, l’ha fatto la "manutenzione" sovietica. Ma la villa dei miei ricordi d’infanzia più belli, in collina, con un boschetto di lillà che la separava dal fiume, non esiste più. Ora la collina è calva".
E il ghetto, lo scenario del libro?
"Sa che ogni volta che cammino per l’ex ghetto di Trieste, che ora sta tornando a nuova vita, mi viene in mente quello di Wilno? Come avrebbe potuto essere, come sarebbe potuto diventare. Ma nel ’44 non c’era più né uno scarafaggio né un ebreo. E tutto quello che non è stato distrutto dalla guerra è stato cancellato dagli urbanisti sovietici".
Raccontare una patria che non esiste più, per salvarla. Come Gregor von Rezzori, che con i suoi straordinari romanzi - a partire da "Tracce nella neve", Guanda - ha salvato la sua Czernowitz. Quando vi nacque era la capitale della Bucovina, parte dell’Impero Asburgico; poi passò alla Romania; oggi è in Ucraina. Lei sta facendo la stessa cosa con Wilno: prima Polonia, ora è Vilnius, Lituania. Un altro punto di contatto: anche von Rezzori finì a vivere, per caso o per scelta, in Italia.
"Conosco Gregor von Rezzori, grande scrittore. La sua lingua madre però era il tedesco. Invece la mia madrelingua è il polacco, la mia "padre-lingua" il russo, e la mia "fratello-lingua" l’italiano: se sono qui lo devo a mio fratello maggiore, che studiava letteratura italiana a Varsavia, che mi insegnò l’italiano quando ero ancora piccolo, che riuscì a farci arrivare in Italia. Il libro l’ho scritto in italiano. E, ormai, penso in italiano".


Tenerezza.

Lunedì, 18 gennaio 2010 @00:15

"La maggior parte delle persone non sa amare né lasciarsi amare, perché è vigliacca o superba, perché teme il fallimento. Si vergogna a concedersi a un’altra persona, e ancor più ad aprirsi davanti a lei, poiché teme di svelare il proprio segreto… Il triste segreto di ogni essere umano: un gran bisogno di tenerezza, senza la quale non si può resistere".
(Sándor Márai)
Tenerezza. Come sopravvivere, senza tenerezza?

(La frase dello scrittore ungherese Sándor Márai, che ho scelto per il mio Buongiorno su City di lunedì 18 gennaio, è tratta da un romanzo che ho molto amato: "La donna giusta", Adelphi. Una storia a quattro voci: l’ex moglie, l’ex marito, l’amante, l’amante dell’amante… Partendo da Budapest anni Trenta)

Cicatrici.

Venerdì, 15 gennaio 2010 @07:18

"E quello fu l’abbandono – mi abbandonai, mentre stavo fra le sue braccia, a fantasticare di un futuro. Mi abbandonai a pregustare, con piacere, il modo in cui avremmo imparato a conoscerci; a conoscere di noi ogni muscolo, ogni terminazione nervosa, ogni cicatrice, ogni genere di cicatrice, anche quelle che da soli non riuscivamo a vedere, per trovare le quali occorreva un’altra persona".
(Kamila Shamsie)

Saprò che mi ami, quando vedrò i graffi del tuo cuore.

(Kamila Shamsie è una giovane scrittrice pakistana, che vive a Londra. La seguo da anni: questa frase è tratta dal suo romanzo "Versi spezzati", Ponte alle Grazie, storia lieve e intricata di una ragazza e di sua madre, femminista e attivista politica, scomparsa, forse morta… Ma un giorno riceve un messaggio nel codice segreto che sua madre e il suo amante, un poeta, usavano per comunicare tra di loro. Sarà ancora viva? Sì, sembra un thriller, ma non lo è. E’ solo un thriller dei sentimenti. Ora è uscito il quarto romanzo della Shamsie, "Ombre bruciate", e io dovrei incontrarla presto per un’intervista, sono molto curiosa)

Letargo invernale.

Giovedì, 14 gennaio 2010 @07:35

"Ascolto in questa notte
il letargo invernale.
Pioggia sui monti".
(Kobayashi Issa)

Mi sento anch’io in letargo, oggi. Fa troppo freddo per pensare a battaglie e progetti; troppo freddo per aprire finestre su nuovi orizzonti, per incamminarsi su nuove strade. Ma anch’io, come un sasso che dorme sotto la neve, ho un sogno verde nel cuore.

(I versi di oggi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi. Ma nel mio commento c’è una citazione nascosta dal norvegese Olav H. Hauge, il poeta e giardiniere che ormai conoscete, che scrisse: "Il fiume sospira nella gola, condensa in ghiaccio la nostalgia di mare/ e le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore").

Pelle e cuore.

Mercoledì, 13 gennaio 2010 @07:43

"Avevo diciotto anni quando Gauvain entrò per sempre nel mio cuore, senza che lo sapessimo né lui, né io. Sì, tutto ebbe inizio dal cuore o da quello che all’epoca prendevo per cuore e che era ancora solamente pelle".
(Benoîte Groult)
Cuore, pelle, pancia, cervello… Con te, mi sono arresa: corpo e anima.

(La frase di oggi è tratta da un vecchio libro che racconta la passione tra un’intellettuale, femminista e giornalista parigina e… un pescatore bretone. Un libro autobiografico –ora l’autrice è un’arzilla novantenne - che mi era molto piaciuto: "I vascelli del cuore", Longanesi. Adesso lo trovate in Tea con il titolo "Sale sulla pelle")

La solitudine delle madri.

Martedì, 12 gennaio 2010 @07:33

"Se i figli possono confessare francamente di annoiarsi coi genitori, una madre non può mai confessare di annoiarsi coi figli senza sembrare snaturata".
(Alba de Céspedes)
Quante cose una madre non può dire, forse neppure a se stessa. E com’è profonda, a volte, la solitudine delle madri.

(La frase di oggi è tratta da "Quaderno proibito" di Alba de Céspedes, scrittrice purtroppo dimenticata. Ne ho parlato, per la prima volta, il 29 ottobre 2009)

Lascia il resto agli dei.

Lunedì, 11 gennaio 2010 @08:01

"Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
al suo peso, i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.
Sciogli questo freddo, Taliarco,
e aggiungi legna al focolare;
poi versa vino vecchio da un’anfora sabina.
Lascia il resto agli dei…"
(Orazio)
Chiudi gli occhi e lascia che anche il cuore, d’inverno, si riscaldi.

(E’ la prima volta che uso dei versi di un poeta dell’antichità per il mio Buongiorno. Questi, di Orazio, sono tratti da "Ode a Taliarco". Mi piace la neve e quel "lascia il resto agli dei"…)

E, lo so che Orazio non sarebbe per nulla interessato, ma vorrei far scivolare lì una parolina: saldi. Qui nel mio altrove non ci ho neppure provato. Però l'altro giorno un'amica carissima e ormai lontanissima mi ha fatto vedere con la sua webcam, su skype, il suo bottino saldi: una K-way dorata, scontata da 160 a 15 euro. Era bellissima! E, sapete?, credo che a Orazio non sarebbe dispiaciuto avere skype, nella sua casa bucolina nella campagna Sabina, un po' più a nord di Roma...

Piccole Donne reloaded.

Sabato, 9 gennaio 2010 @08:59

Dunque ho riletto Piccole Donne. L’ho finito il giorno di Natale, in Laos, sdraiata guardando un fiume e le montagne – niente di più lontano dalla stanza con il camino nel New England di fine Ottocento, dove si apre il libro. Ricordate? "Natale non è Natale senza regali", si lamentò Jo, sdraiata sulla coperta.
Già, Jo. Perché ci piaceva, Jo? Perché mi piaceva? Lo riscopro adesso, e mi fa un certo effetto. Jo mi piaceva perché in fondo era una pre-femminista: lei sogna, vuole, fortissimamente vuole; non amore però, non l’amore romantico, ma l’indipendenza. Si rifugia in soffitta a mangiare mele rosse, leggere e piangere sui libri che divora, e scrivere, scrivere. (Poi pubblicherà, come pubblica la Alcott, che da giovane, con uno pseudonimo, si guadagnava da vivere scrivendo racconti thriller e horror). Jo si permette persino di dire di no a Laurie, il vicino bello, ricco e orfano, che si innamora di lei (e che poi sposerà la sorella Amy, la pre-fashionista). E questo, adesso come allora, non glielo posso perdonare: come si fa a dire di no a un sogno d’amore?
Scoprirò poi, leggendo la prefazione, che anche le lettrici di fine Ottocento non l’avevano perdonato, a Louisa May Alcott; la scrittrice nei suoi diari racconta che, dopo l’uscita del primo libro della saga, fu sommersa da posta delle fan che reclamavano che Jo sposasse Laurie, o che per carità, che sposasse qualcuno… La Alcott lo dice con un certo divertito orrore. Lei voleva che Jo rimanesse come lei, una "literary spinster", una single indipendente e colta, libera di andare per il mondo, scrivere, viaggiare. (E, in tempi pre-Medici senza Frontiere, aiutare comunque gli altri: la Alcott partì come infermiera volontaria negli ospedali di Washington, durante la Guerra di Secessione; fu lì che si ammalò, una malattia che l’avrebbe portata alla morte). Lei, che veniva da una famiglia di pre-hippy, sempre senza soldi, di grandi ideali, e che non si sposò mai. E dunque cosa fece la Alcott, davanti alle richieste delle noiosissime fan? Cedette. Si inventò un uomo più grande, il professor Bhaer: ricordate, l’emigrato tedesco dalle "mani vuote" ma dal cuore buono? E lo affibbiò a Jo, con tanto di scuola progressista aperta con una provvida eredità della zia March (la scuola è in omaggio a suo padre, che fu davvero un pioniere dell’educazione moderna e dell’emancipazione femminile, criticato e osteggiato), nonché due bambini con il professore. I biografi della Alcott sostengono che il professor Bhaer era in realtà una "compilation" di tutti gli uomini importanti della sua vita: il padre, ma anche Ralph Waldo Emerson, amico del padre, scrittore e filosofo, Thoreau, l’educatore Frank Sanborn (non a caso a queste figure si è ispirata Geraldine Brooks per "L’idealista", Neri Pozza, in cui dà voce proprio a lui, al padre delle Piccole Donne, e qui come al solito mi perdo e Faccio Trama, scusate).
Torniamo a Jo. Alla Alcott, che la vuole indipendente e libera; che vuole che la sua felicità non dipenda da un sogno d’amore. Forse in questo sta, ancora oggi, la forza delle Piccole Donne: la forza che da fine Ottocento porta le donne avanti, sempre più avanti. Verso il voto, la politica, il lavoro, la carriera; verso un posto nel mondo, che non sia a casa, accanto al camino, a rammendare calze. (Quante calze rammendate nel libro! Se penso che adesso le buttiamo, senza pietà. E che tenerezza leggere che "a real lady is always known by neat boots, gloves and handkerchief", ovvero che una vera signora si riconosce dagli stivaletti impeccabili, dai guanti e dal fazzoletto. Ora niente fazzoletti ricamati ma kleenex di carta, e i guanti si usano solo d’inverno; non abbiamo più il problema di Meg e Jo che vanno al ballo con un guanto buono per una, perché Jo come al solito li ha rovinati con il fuoco o con l’inchiostro…).
Il rammendo. E la povertà: l’antenata della recessione. In tempi di eurostress penso che alla Alcott sarebbe stata simpatica la mia Stella glam cheap, e penso soprattutto che Stella avrebbe potuto imparare qualcosa. Non necessariamente a rammendare (anche se mi sembra un’arte che le secessioniste e fashioniste dovrebbero riscoprire), ma per la fierezza. Già: le Piccole Donne sono povere, ma non si sentono povere: la povertà vera, loro lo sanno, non è la mancanza di un abito di seta per il ballo (anche se lo desiderano, eccome, come oggi desideriamo una it-bag che costa come un affitto); la povertà vera è la mancanza di amore, tenerezza, ideali, altruismo e sogni. E, posso aggiungere?, poesia.
Dunque, se non voglio più assomigliare a Jo, se mi sento già abbastanza Jo, a chi voglio assomigliare? Il punto forse è che le Piccole Donne reloaded vogliono essere Jo (single con un bel lavoro, fiere e indipendenti); ma anche Amy (che non si vergogna di sospirare per i vestiti di seta). Vogliamo il lavoro e l’indipendenza, ma anche lo shopping. E l’amore, of course. Vogliamo poter dire di sì a Laurie. Vogliamo aver voglia di dire di sì a Laurie. A Mr. Big. Immagino la Alcott che ci guarda ironicamente dalla sua scrivania di fine Ottocento, lei che ne ha dovuto rammendare tante, di calze; e mi chiedo cosa ne penserebbe, di Carrie. Carrie che, cent’anni dopo, è riuscita ad essere fiera e indipendente come Jo, fashionista come Amy. Eppure, anche lei come noi, sogna Mr Big. Che dici, cara Alcott, ci proviamo ancora?

Nevicava.

Venerdì, 8 gennaio 2010 @08:03

"Nevicava, mi dissero
al telefono
che tu non eri in casa.
E ho desiderato
diventare la neve".
(Nicola Gardini)

Guardo dalla finestra: nevica. E io vorrei essere neve, oggi. Vorrei accarezzarti i capelli, solleticarti il naso, avvolgerti come un piumone bianco disteso sul mondo, infilarmi leggera nel bavero del tuo cappotto. Vorrei essere neve: qualunque cosa, lo sai, per essere con te.

(I versi di oggi sono tratti da "Atlas", di Nicola Gardini, Crocetti editore).

Disarmati.

Giovedì, 7 gennaio 2010 @08:32

"Sua moglie lo stava aspettando. Doveva tornare a casa. Sospirò. Lei preferiva vederlo tornare tardi ma con la guerra già alle spalle, che presto ma con le bombe ancora in tasca".
(Liza Marklund)

Guerre di ogni giorno. E guerre coniugali. Cerchiamo invece di tornare a casa, la sera, il più possibile disarmati; proviamo a lasciar fuori dalla porta arrabbiature, frustrazioni, insieme alla pioggia della giornata…

(Ecco il primo Buongiorno del 2010! La frase di oggi è tratta da un ottimo thriller che ho appena finito di leggere: protagonista, Annika, giornalista e detective per caso a Stoccolma, mamma trafelata, moglie in crisi. Il titolo è "Il testamento di Nobel", Marsilio)

Laos: Buddha & baguettes.

Martedì, 5 gennaio 2010 @07:24

Arancione: i monaci buddisti. I teli che si drappeggiano addosso, in tutte le tonalità dell’arancione, sono gli stessi che vedo stesi ad asciugare nei cortili dei monasteri. Provo a immaginare un occidentale ("falang", come li chiamano qui in Asia), che si drappeggi addosso un telo arancione con la stessa grazia, e senza bottoni. Ridicolo. Impossibile. (Ma sono contenta che esistano ancora questi ineffabili misteri del guardaroba).
Rosso: bandiere rosse comuniste, con la falce e il martello, ovunque, anche nello shopping mall della capitale, Vientiane, dove vendono iPhone taroccati dalla Cina. Sì: il Laos è un Paese (moderatamente) comunista. E buddista. Strano incrocio, ma sembra che funzioni.
Oro: i tetti dei monasteri. A Luang Prabang, la meta finale del mio viaggio, un gioiello sul Mekong, al mattino c’è sempre nebbia, e freddo. L’oro viene fuori poco a poco.

Alghe e baguettes.
Sono verdissime le alghe una volta ripescate dal Mekong. Vedo le donne che le filano, le dipanano, le stendono fuori su cesti piatti di vimini ad asciugare. Sempre per strada vedo: strisce verticali di carne (scoprirò poi che in genere è bufalo); e piccoli tondi di riso impastato (diventano delle specie di tortine croccanti di riso). Il Laos è un paese di snack. (Chissà perché mi vengono in mente le orecchiette impastate a mano dalle anziane signore di Bari, e stese ad asciugare nei vicoli).
A Vientiane, la capitale, si cena sul Mekong. Niente di romantico o di coloniale: la sera, sul fiume, che lì è un cantiere di ruspe e fango, decine di ristorantini improvvisati, tappetini per terra, e un braciere con una pentola d’acqua bollente dove cuoci noodles, verdure, carne, e mangi pescando con le bacchette. Il tutto è così povero che non ci sono tovaglioli, neppure di carta: sul tavolo c’è un rotolo di carta igienica, in genere rosa, che mi fa pensare all'Est Europa. Già: prima del crollo del Muro di Berlino, si trovava, chissà perché, solo ruvida e rosa...
A Luang Prabang, piccolo gioiello di monasteri buddisti e architettura coloniale francese sul Mekong, la mattina si fa colazione con caffè e croissant. I francesi hanno lasciato in eredità anche questo: l’arte di saper sfornare le baguettes, ma anche croissant pur beurre, e pain au chocolat. Ho assaggiato persino una Tarte Tatin fatta non con le mele, ma con le banane. Buonissima.

Incroci.
Immaginatevi un incrocio di strade e case di legno basse su un fiume sporco di fango, contro montagne spettacolari. Dategli un nome: Vang Vieng. Siamo nel mezzo del Laos. I nuovi colonizzatori non sono francesi, ma ventenni global che arrivano da America, Canada, Israele, e che si depositano qui per bere Laos Beer a poco prezzo, fare "tubing" (ovvero scivolare nel fiume con una camera d’aria), e sedersi, o meglio sdraiarsi, sui tappetini nei baretti, guardando in tv, accesa giorno e notte, cartoni animati o vecchie puntate di Friends. La mattina di Natale i ventenni sono già lì, a guardare ipnotizzati la Jennifer Aniston di qualche anno fa, con in testa un berretto rosso di Babbo Natale. Non credo di aver mai visto nulla di più surreale.

Il rito con cui si sveglia Luang Prabang è quello della raccolta di cibo dei monaci buddisti. (Che qui sono bambini e ragazzi di tutte le età: è ancora tradizione che un maschio passi almeno qualche mese della sua vita in un monastero, prima di tornare, se vuole, alla vita "fuori"). All’alba si sentono piano i rintocchi dei bonghi nei templi, che sono più di 30 su una popolazione di ventimila abitanti, e i monaci escono, macchie di arancione contro la nebbia del mattino; bambini, e poi giovani, e anziani, tutti con la testa rasata, che passano silenziosi per le stradine della città. Secondo la tradizione gli abitanti aspettano, inginocchiati davanti ai tappetini stesi per terra, per offrire riso (il loro "sticky rice", già cotto, che viene deposto nel paniere del monaco con le mani), ma anche frutta (ve l’ho detto che ho assaggiato per la prima volta il tamarindo?).
Oggi, con il turismo che sta inghiottendo Luang Prabang, all’alba ci sono tre file parallele per le strade: prima fila, i devoti, inginocchiati, insieme ai turisti, che invece di riso offrono cioccolato e fiori; seconda fila, i monaci; terza fila, i turisti che fotografano, imperterriti, un flash dopo l’altro. Globalizzazione. Sembravano le scene fintoglam delle celeb paparazzate per strada con una nuova it-bag o un nuovo amore: solo che stavolta i flash assalgono dei monaci buddisti. Sono impassibili: ma quando incrocio il loro sguardo, ho l’impressione che gli scappi da ridere.

Tre modi per iniziare il 2010.

Domenica, 3 gennaio 2010 @15:27

Il 2010 è iniziato con la luna piena sul Mekong. A Luang Prabang, una quasi penisola all’incrocio di due fiumi in Laos, 30 monasteri buddisti dorati, case coloniali francesi bianche degli anni Venti. E’ iniziato mentre mangiavamo alghe del Mekong con sesamo come aperitivo, e carne di bufalo con foglie di acacia (sì, tutto vero. Piatti tipici laotiani rivisti e corretti per turisti, ma nonostante tutto non sono riuscita a finire la cena!).
O forse no. Forse il 2010 è iniziato nell’aeroporto di Dubai, all’alba, in un lunghissimo viaggio di ritorno con 3 scali e 4 areoporti: mentre fuori si faceva giorno, io ascoltavo il muezzin tra vetri e acciaio, seduta a un tavolino di Paul, la pasticceria francese che ormai è una catena, mangiando un macaron al cioccolato; davanti a me Starbucks. Puro delirio della globalizzazione. Eppure, stranamente poetico.
O forse no. Forse il 2010 è iniziato qui nel mio altrove, oggi che mi sono svegliata di nuovo in Europa, di nuovo a casa; il mio piumone, il tè e un nuovo libro da leggere (sì, ho riletto Piccole Donne e sì, ve ne parlerò presto; ma adesso ho cominciato l'ultimo giallo di Liza Marklund, conoscete? Protagonista Annika, la giornalista e detective per caso a Stoccolma: il titolo è "Il testamento di Nobel", Marsilio). Oggi è 2010. Quanti nuovi orizzonti.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.