Lisa Corva

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Utility jacket?

Domenica, 28 febbraio 2010 @08:37

Sì, lo so che non si dovrebbe, che è un brutto vizio delle giornaliste di moda o presunte tali. Però mi perdonate lo stesso se vi piazzo qui una parola in inglese, anzi due? Eccole: "utility jacket". Il punto è che non riesco a trovare un altro modo per definire la giacca che tutte, forse, vorremmo questa primavera. La giacca rubata al guardaroba di lui, così come i "boyfriend jeans" (aiuto! Altre due parole in inglese!), quelli un po’ largotti e stracciati, di cui già l’anno scorso ci siamo innamorate (io, almeno, che la scorsa primavera mi sono comprata i primi jeans della mia vita e ci ho scritto sopra un pezzo, ricordate?), e che non vediamo l’ora di tirar fuori dall’armadio, appena metteremo via il guardaroba artico. Ma sì, sto parlando di quella giacca multi-tasche e multi-uso, di ispirazione a metà tra il militare e il meccanico. Meccanico, nel senso dell’uomo aggiustatutto così prezioso nelle nostre vite, quella figura ibrida tra tecnico del computer e idraulico che tutte vorremmo aver sposato. (Io ne ho sposato uno, ma non mi presta la sua giacca, in questo è irremovibile). Adesso, che meraviglia, la maschia "utility jacket" è stata sdoganata anche per le ragazze di tutte le età, e in vari modelli fashionisti, come è giusto.
E adesso arriva la domanda fatale: con che cosa si porta? In questo siamo molto, molto più fortunate degli uomini aggiustatutto a cui la rubiamo: perché noi, certo, la possiamo mettere sopra un paio di jeans, come loro; ma funziona perfettamente anche con leggings e ballerine; oppure, a contrasto, sopra un microabito.
Ma soprattutto, e questo è il vero segreto, il giaccone multiuso ha quello che Vogue ha definito "practical magic" (sì, lo so, altre due parole in inglese, però tanto l’articolo è quasi finito e prometto di non usarne più). Ovvero? Quella "magia pratica" (vero che in italiano non suona così bene?), che ci permette di uscire… senza borsa. Finalmente! Già, perché il giaccone multiuso abbonda ovviamente di maschie e pratiche tasche, dove potremo infilare cellulare, chiavi della macchina, portafoglio, occhiali da sole e rossetto, e sentirci finalmente libere di girare per la città felici e leggere. Senza la nostra amatissima, ma ahimé pesantissima borsa. (Stavo per scrivere it-bag, ma come vedete mi sono trattenuta proprio all’ultimissimo minuto).

(Questo è un articolo che ho scritto per Grazia. Io sono a Milano glam cheap, catapultata nella moda, e oltretutto senza utility jacket)

Quel che sussurra la pioggia.

Venerdì, 26 febbraio 2010 @07:27

"Si rese conto che il silenzio era fatto di bisbigli: pioveva dietro la finestra, ma non era una rumorosa pioggia invernale, era una pioggia frusciante, felpata, quasi primaverile. Mormorava, sospirava, raccontava qualcosa scivolando sul vetro, gocciando dai cornicioni, fondendosi col vento. Era come uno sfregamento, come il rumore di una foglia che venga accartocciata…"
(Nina Berberova)

Quel che sussurra la pioggia.

(La frase è della scrittrice russa Nina Berberova, di cui continuo a regalare e consigliare un piccolo libro-gioiello, "Il giunco mormorante", Adelphi. Quella di oggi è tratta invece dal romanzo "Il Capo delle Tempeste", Guanda: storia di tre sorelle, di tre madri diverse, in fuga a Parigi dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Storie d’amore e d’esilio)

Mi sono svegliata, stamattina, con la pioggia che batteva sui vetri. Nel buio del letto ancora caldo ascoltavo, cercavo di capire che cosa mi sussurra, la pioggia.

Pane, aria cruda, formaggio.

Giovedì, 25 febbraio 2010 @07:42

"Avevo comprato a Villa San Giovanni qualcosa da mangiare, pane e formaggio, e mangiavo sul ponte, pane, aria cruda, formaggio, con gusto e appetito perché riconoscevo antichi sapori delle mie montagne e persino odori, mandrie di capre, fumo di assenzio, in quel formaggio".
(Elio Vittorini)

Tutto quello che c’è, nel cibo della nostra terra, della nostra infanzia: paesaggi interi, notti, colori; un mondo di cui sentiamo ancora intero, in bocca, il sapore.

(La frase dello scrittore siciliano Vittorini, che ho scelto per la mia rubrica di City oggi, è sfilata da "Conversazione in Sicilia". Ma io l’ho presa da un’antologia che mi ha regalato un’amica innamorata di quella terra: "Cento Sicilie", Bompiani, a cura di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago)

Cibi dell'infanzia, cibi del passato: qual è il vostro?

Dentro lo specchio.

Mercoledì, 24 febbraio 2010 @08:10

"E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quello che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta".
(Juana Castro)

Quanti anni, anni di distanza e litigi e cancellazioni; quanti anni ci sono voluti, per guardarmi allo specchio e vedere te. E provare solo una scintilla di fredda, serena meraviglia.

(Ancora poesia spagnola: i versi di oggi, di Juana Castro, sono tratti dall’antologia "Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre", Crocetti)

Incantesimo.

Martedì, 23 febbraio 2010 @07:15

"Credevo di sapere un tuo nome per farti ritornare. Non lo so o non lo trovo forse. Sono io quello che è morto o che ha dimenticato, mi dico, il tuo segreto".
(José Angel Valente)
Credevo di sapere il tuo nome. Credevo bastasse chiamarti, pensarti, amarti. Credevo bastasse la forza del mio desiderio. Credevo. Ma forse devo aspettare: aspettare che sia tu, a pronunciare il mio nome. Solo così – con un piccolo incantesimo - potrò di nuovo esistere, per te, con te.

(José Angel Valente è un poeta spagnolo scomparso nel 2000: il Buongiorno di oggi è tratto da "Poesie 1953-2000", Metauro Edizioni)

Non c'è sonno che basti per il tuo vuoto.

Lunedì, 22 febbraio 2010 @07:17

"Non c’è sonno che basti per il tuo vuoto".
(Ada Salas)
Non ci sei. Sei altrove, lontano da me. Mi rimane solo la tua ombra: il desiderio che provo per te. Ma come mi graffia, ogni giorno, la tua assenza. Come sono lunghe le notti, che scavano nella voglia di te.

Il verso che ho scelto per City oggi, lunedì 22 febbraio, della poetessa spagnola Ada Salas, è un regalo di Pablo, lettore del blog. La poesia per intero è:

"In quale paese andrò a cercarti
adesso che riposi accanto a me
in forma di desiderio
uomo
la cui bellezza conoscevo
appena. Ogni giorno mi cinge
il suo cilicio di assenza.
Mi hai ferita di vita attraverso la tua morte
e non c’è sonno che basti per il tuo vuoto".

Pensando a una camicia bianca.

Sabato, 20 febbraio 2010 @10:17

Ci sono poche cose certe nella vita. Una di queste è che una camicia bianca salva (quasi) tutto. Le altre fashion-verità incontrovertibili sono che a vestirsi solo di nero non si sbaglia mai, che con i tacchi si cambia faccia, che bisogna scegliere tra mostrare le gambe o la scollatura, e… quando sarò arrivata al decalogo perfetto penso che proporrò un pezzo. Per ora limitiamoci alla camicia bianca. Anzi, le camicie bianche , al plurale: quelle che potremo comprare questa primavera. Le guardo e penso: ma com’è possibile averne fatto a meno per così tanto tempo?
Già. La camicia bianca ci salva, ma d’inverno ce la dimentichiamo sempre nell’armadio. Non è un caso: è che per farla sfolgorare non bisogna mortificarla sotto giacche, doppi e tripli maglioni, soprabiti e cappotti. Risplende soprattutto quando è da sola, semplice e abbagliante, portata sopra un paio di jeans, e con il vento nei capelli. (Il vento nei capelli l’ho aggiunto io, ma insomma, rendo l’idea?).
Uno dei segreti della camicia bianca è che possiamo esagerare, e nessuno se ne accorge. E’ uno chic quasi sempre sottovoce. Funziona sia abbottonatissima, sia portata aperta con nonchalance sulla scollatura. Può essere a blusa con citazioni etno-folk, con le ruches, a maniche corte, a kimono, o smanicata, con scollo all’americana e legata in vita da un fiocco…
L’importante è come portarla: visibile, decisa, scenografica. Senza compromessi. Per questo non mi piace abbinata a sciarpe o collane ingombranti: deve avere spazio, non bisogna smorzarne l’effetto. E quindi sopra i pantaloni, se possibile non infilata nella cintura; perfetta sopra i jeans. E sopra gli shorts, come propongono gli stilisti questa primavera? Mah, se avete il coraggio… E la gamba, s’intende.
Posso riassumere con un solo aggettivo? La camicia bianca è democratica. Perché si trova sia firmatissima sia low cost, ed è bella comunque. Perché sta bene in qualunque occasione. E perché, soprattutto, sta bene a tutte, a prescindere dalla taglia: anzi, dona particolarmente alle più curvose. E adesso speriamo che il termometro si decida a salire, per tirarla fuori dall’armadio.

(Questo è un articolo che ho scritto per Grazia. Le mie camicie bianche sono ancora nell'armadio)

Bere l'aria scura.

Venerdì, 19 febbraio 2010 @07:36

"Avevi l’abitudine di andare ogni mattina a spiare l’arrivo della luce in
giardino. Con in mano la prima tazza di caffè, coglievi la fortuna di esistere, di risvegliarti con la natura qui, in questo angolo del pianeta, di rianimarti e di toccare terra, prima di affrontare lo sforzo di vivere… Respiri avidamente il giorno nuovo, inedito, e capisci che questo, niente più di questo rappresenta ancora la felicità: bere l’aria scura".
(Colette Nys-Mazure)

In un’alba nuova.

(Colette Nys-Mazure è una poetessa belga, e vive in Francia. I versi mi sono stati "regalati" da un’amica: da lei imparo che felicità è davvero anche questo, bere l’aria scura)

Il lungo dopo.

Giovedì, 18 febbraio 2010 @07:09

"Nulla ho scritto di te quando sei andata
e poco ho scritto dopo, il lungo dopo.
Ritorni solo nei sogni di ogni notte
o, il giorno, a caso, nell’aria di via B.
dopo che è nevicato e si respira;
o in una luce pomeridiana di persiane socchiuse
o vi è un fruscìo di giornale di grande formato;
o in qualche nome di luogo che mi si ferma in gola.
Tutto qui? Non accetto la morte, mi si dice."
(Luciano Erba)

Ma la morte anche questo mi insegna: non a capire. Ad accettare.

(I versi di oggi, che Luciano Erba scrisse dopo la morte della madre, sono tratti dall’antologia "Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre", Crocetti)

L’altro futuro.

Mercoledì, 17 febbraio 2010 @07:46

"Quante volte si è chiesta cosa sarebbe potuto accadere se avesse provato a rimanere con lui, se avesse ricambiato il bacio di Richard all’angolo tra Bleecker e MacDougal, se fosse andata via in qualche posto (dove?) con lui, se non avesse mai comprato l’incenso e la giacca di alpaca con i bottoni a forma di rosa. Non avrebbero potuto scoprire qualcosa… qualcosa di più grande e più strano di quello che hanno avuto?"
(Michael Cunningham)
L’altro futuro: il futuro rifiutato.

Conoscete "Le ore", vero? Il bestseller di dieci anni fa che diventò anche un film. Tre storie di donne intrecciate: Virginia Woolf (nel film Nicole Kidman) e la sua Mrs Dalloway; una casalinga degli anni Quaranta (Julianne Moore); e un’editor newyorchese negli anni Novanta (la grande Meryl Streep), a cui è riferita la frase del romanzo. Se non avete mai letto il libro, compratelo subito: è Bompiani.

Ah, e qui vorrei fare un pubblico ringraziamento a Meryl Streep. Solo lei poteva convincerci (io, perlomeno, dopo aver visto "It's complicated" - che qui nel mio altrove è già uscito ma in Italia uscirà solo a marzo - ne sono assolutamente convinta) che l’amore può essere buffo, languido, struggente e vertiginoso anche dopo i 60 anni. Anche con le rughe (grazie, Meryl, per essere stata alla larga dai chirurghi plastici!); anche quando gli unici vestiti che stanno bene sono quelli molto, molto morbidi; anche quando ci si vergogna a farsi vedere nude e quando è tutto un togliere e mettere gli occhialini da presbite… Ma se lo fa Meryl è meravigliosamente sexy. "E’ complicato", storia di una donna divorziata che diventa l'amante del suo ex marito, è Hollywood al suo meglio: fa ridere e sognare, è romantico ed esilarante insieme. Come vorremmo fosse la vita. Ma ci si prova, vero Meryl?

Detox.

Martedì, 16 febbraio 2010 @07:59

"Sembrava una drogata, anzi, era una drogata. Pensava a lui in continuazione, oppure pensava che non ci doveva pensare. Sentiva l’odore di lui sui vestiti, l’effluvio un po’ biscottato delle sigarette che ora impregnava il monolocale non più immacolato e tutto ciò che conteneva. Fremeva al suono, o al pensiero, della sua voce. Lei, che aveva sempre riso del cellulare, ora non faceva un passo senza portarlo con sé…"
(Claire Messud)
Ma non voglio, non posso disintossicarmi da te.

(Claire Messud è una scrittrice americana. Questa frase è tratta dal suo romanzo "I figli dell’imperatore", Mondadori, tutto ambientato a Manhattan: l'ho letto qualche anno fa e mi è piaciuto molto, storie intrecciate come in un film di Altman. E un dubbio: ma davvero il detox sentimentale è impossibile?)

La verità è che voglio te.

Lunedì, 15 febbraio 2010 @07:35

"E’ spaventoso
che non abbia
una tua foto
ho cercato di tracciare
tuoi ritratti
a memoria
ma non me ne piace
nessuno.
La verità è
che non voglio
un disegno
o una foto.
Voglio te.
Ho bisogno di sentire
le tue mani
su di me
e la tua
bocca
tropicale."
(Barry Gifford)

Cosa facciamo così lontani? Ti prego: torna.

(I versi del poeta americano Barry Gifford sono tratti dal numero di febbraio 1999, dedicato ad "Amore in versi", della rivista letteraria Panta, Bompiani)

Love.

Domenica, 14 febbraio 2010 @12:16

Si intitola così la pagina speciale di City dedicata a San Valentino , con una selezione dei miei Buongiorno più... love. Eccoli. Li riconoscete? Attenzione all'overdose. E buon San Valentino, zuccherosissima festa!

"Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa".
(Pedro Salinas)
Non ho bisogno di tempo: perché quando ti ho incontrato è stata luce, luce improvvisa, la luce timida e ancora grigia di un’alba fredda, la luce del camino quando fuori nevica, la luce che si accende sul telefonino quando arriva un tuo messaggio. Alzo il viso verso di te, bevo la tua luce.

"Comincia con la neve, la storia che parla di te. Ho provato a farla cominciare in tanti altri modi. L’ho fatta cominciare con il caldo, con la luce, in un altro paese – più selvatico, più sporco, più povero – in un altro letto, non in questo. Ma ogni volta uno zoom mi riporta a quella casa…"
(Julie Myerson)
Un ricordo legato per sempre a una nevicata. Alla pioggia. Allo scirocco… Meteorologia dei sentimenti.

"Ti propongo di costruire
un nuovo canale
senza chiuse
né scuse
che comunichi finalmente
il tuo sguardo
atlantico
col mio naturale
pacifico"
(Mario Benedetti)
Perché sì, a volte l’amore diventa geografia. Le curve del corpo diventano valli, boschi, pianure; lo sguardo è acqua viva, una corrente che collega finalmente due oceani, due mondi.

"Quella sera ero bellissima. Lo so, perché lo vidi nei suoi occhi"
(Nuala O’ Faolain)
E’ così. Così facile, così magico, così incomprensibile: lo sguardo carezzevole di chi ci ama ogni volta ci trasforma, ci fa risplendere. Un laser degli affetti, un photoshop del cuore, un lifting emozionale: chiamatelo come volete, è semplicemente amore.

"Falin aprì le mani verso di lei come una domanda; e senza pensarci, Kit lo abbracciò. Sapeva, ormai sapeva, che esistono persone – una, perlomeno – che si possono abbracciare con facilità e abbandono, come fossero una cosa sola con noi, una cosa che una volta è andata in pezzi e adesso è tornata integra. Con lei, Falin fu per un momento integro; furono un tutto: come un uovo, e altrettanto fragili".
(John Crowley)
Così mi sento nel tuo abbraccio: intera.

"Quella notte fecero l’amore, amandosi in quel modo che è un altro paese, un paese a se stante, né mio né tuo"
(Nadine Gordimer)
E’ questo dunque l’amore: quello che ci fa attraversare il confine, ed entrare – magari da clandestini – in un altro Paese. Di cui magari non conosciamo neppure la lingua. Per cui non abbiamo né visto, né passaporto. Un Paese sconosciuto: quello dove si vive in due.

"Questo gesto dove si era nascosto,
questo abbraccio rotondo?
Scuro e morbido, come la notte d'estate,
in cui le stelle pulsano tutte...
Chi mi ha lasciato in eredità questo ponte sensibile,
che dalla solitudine mi conduce a te?
Un suo pilastro è il mio palmo,
l'altro pilastro è la tua mano".
(Amy Károlyi)
L’abbraccio è il ponte che va da me a te. Così, per favore, abbracciami. Forte. Ancora.

"Quando uscimmo dal ristorante, ci incamminammo nella direzione che prese lei, ben distanti, con l’incedere degli uomini e delle donne che camminano sulla frontiera della loro prima volta".
(Almudena Grandes)
E’ un confine che si oltrepassa insieme, con il cuore in gola: forse non abbiamo il passaporto, forse siamo e rimarremo clandestini, forse quella terra straniera diventerà la nostra. Chissà. Intanto, dammi la mano, varchiamo il confine.

"Siedo sull’erba e guardo il cielo,
e sogno l’improvviso splendore
del tuo arrivo".
(Rabinandrath Tagore)
Questo, solo questo voglio fare, in questi limpidi giorni di primavera: sdraiarmi sull’erba a occhi chiusi; stare alla finestra, guardare fuori ma vedere solo dentro il mio cuore. E sognare, sognare la magia del tuo arrivo. Perché arriverai, vero?

"Di che scrivere! Tutta la mia vita è una lettera a te"
(Viktor Šklovskij)
Tutto, tutto quello che faccio: la metropolitana dove mi infilo al mattino, le lunghe ore al lavoro, il pranzo con qualcuno che non sei tu, le vetrine dove vedo solo la mia ombra. Attese, incroci, incontri, desideri: tutto ha senso, perché ho voglia di raccontarlo a te; perché alla fine della giornata, alla fine della strada, ci sei tu.

"Non esiste una vita trasparente, Ana. Ogni donna ha un segreto, per piccolo che sia. Tutte ne hanno almeno uno".
(Marcela Serrano)
Quel segreto è una piccola scheggia di luce conficcata nel mio cuore. Quel segreto è qualcosa che non sussurro neppure a me stessa. Quel segreto lo leggo ovunque, in un cellulare che vibra, nel fondo della mia tazzina di caffè. Quel segreto, sei tu.

"E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo".
(Neruda)
No, non voglio baciarti in una giornata di sole. Non voglio che sia estate. Non voglio che sia in mezzo alla folla. Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno, quando il sole scolora nel grigio e nel freddo; quando sarà più facile trovare, insieme, l’alba dentro l’imbrunire.

"Ma lascia almeno
ch’io lastrichi con un’ultima tenerezza
il tuo passo che s’allontana"
(Vladimir Majakovskij)
Poter seguirti, mentre cammini, mentre te ne vai. Poter rendere il tuo passo più lieve, la tua strada semplice e senza ostacoli. Poter, soprattutto, riportarti indietro. Perché non c’è niente di più struggente di un addio.

"Ho disegnato una porta
e mi sono seduta dietro di lei
pronta ad aprirla
non appena arrivi".
(Dunya Mikhail)
So che devo aspettare. Non posso fare nient’altro, adesso. So che verrai, so che tornerai; so che entrerai da quella porta, quella porta che ho disegnato nella mia vita; alzerai lo sguardo e io ci sarò, e tu ci sarai. Devo solo imparare, imparare ad aspettare.

"Sei ovunque, dovunque una volta
ti abbia potuto sapere, vedere, amare:
strada, cima, foresta con te mi salutano
paese e città, giorno e notte
ti evocano sempre montagna d'autunno e neve dell'inverno
riva, e fischio di treni, e tremano lì in ogni cosa
venticinque ardenti primavere e estati
del primo desiderio e di una follia che ancora dura".
(Lörinc Szabó)
Sei ovunque. Da quando ti amo sei. Ovunque.

"Le mie voglie di baci e di parole
sono una stanza molto grande dove
siede assurdamente il cuore. Vale a dire, sopravvive.
Nel taglio delle sue strane correnti".
(Juan Gelman)
Il mio cuore. Cuore indomito, cuore pulsante. In questo mio tumulto del cuore, mentre aspetto, mentre ti aspetto, tutte le finestre sono aperte: entra la luce, entra il vento e sbatte gli scuri. In lontananza, il mare.

Nostalgia del futuro.

Venerdì, 12 febbraio 2010 @08:27

"Nella neve vedi case che non ci sono
città inesistenti.
Indossi un cappotto di fiocchi di neve
(dentro, l’inverno è molto caldo)
e vuoi bene al mondo.
In realtà ami il passato della tua infanzia
con le scarpe bagnate,
la meraviglia dei colori di Natale e Capodanno.
Hai una folle nostalgia di qualcosa che poteva accadere.
Era così vicino.
Sbirciavi dalla finestra, in punta di piedi".
(Slavko Mihalić)

Ma è ancora così vicino, tutto quel che può ancora accadere…

(I versi di oggi sono tratti da: "Antologia della poesia croata contemporanea", Hefti. Mi piace quell'apparente contraddizione: abbiamo sempre nostalgia del passato, e dunque come si può avere nostalgia del futuro? Si può, si può...)

Il miele delle cinque.

Giovedì, 11 febbraio 2010 @07:48

"A quest’ora tutto sembra nuovo, tutto
sembra appassionato, immerso nel miele delle cinque
e la notte
non ha ancora acceso le sue torce, e a New York è buio,
e sto seduto a piazza Navona
davanti a una tazzina di caffè che si sfredda e col cuore in tumulto traccio
qualche altro freddo geroglifico vano".
(Natan Zach)

La notte si avvicina e io sento solo il tumulto del mio cuore.

(Natan Zach è un poeta israeliano che vive a Tel Aviv. Ha ottant’anni ormai e scrive ancora poesie ai tavolini di un caffè. I versi di oggi sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi)

Quasi dimenticavo: domani, nel numero di City che troverete in metropolitana, agli incroci, per strada, sugli autobus, dovrebbero esserci ben 2 pagine "love": un distillato dei Buongiorno degli ultimi anni, scelti da me, per San Valentino. Fatene buon uso!

Ci sono vestiti che conservano per sempre il ricordo di un giorno.

Mercoledì, 10 febbraio 2010 @07:22

Lo so, dovrei commentare Heather Parisi incinta di due gemelli a cinquant’anni. Dovrei farlo, per Emma e per tutte le aspiranti madri che cercano un figlio che non arriva, per tutte quelle che tentano la strada della Fivet, per tutte quelle che, avendo soldi - perché a quanto pare cercare la cicogna in laboratorio è cosa da ricchi che possono espatriare - vanno all’estero (chissà Heather dov’è andata…). Però non commento: lascio spazio a voi, aspiranti madri, madri in provetta e non. Scrivete!
Oggi, invece, voglio invece parlarvi di Kamila Shamsie. Perché è sua la frase che ho scelto per il mio Buongiorno di City:

"Rimasero lì per un tempo che parve loro molto lungo, con le dita immobili nella stretta dell’altro. Poi lei prese il fiato, come per prepararsi a un’immersione in un mondo sottomarino".
(Kamila Shamsie)
Non pesci né rocce. Respiro e mi immergo: ho un po’ paura, di questo mondo nuovo e subacqueo che sei tu. Sarà più facile, se mi tieni per mano.

La frase è tratta dall’ultimo romanzo di Kamila Shamsie, la giovane scrittrice pakistana che ho incontrato per Grazia. Ecco l’intervista.

Non vedevo l’ora di incontrare Kamila Shamsie per chiedere, anzi protestare: ma perché il libro finisce così? Arriverà presto un seguito, vero? Già: "Ombre bruciate" (Ponte alle Grazie), il quinto e più bel romanzo della giovane scrittrice pakistana, un vero salto di voce narrativa, è uno di quei libri che chiudi a malincuore. E con una speranza: rivedere presto i protagonisti. Kamila, che ha 36 anni, è nata a Karachi ma vive a Londra, di fronte alla mia domanda accorata ride e dice: "Anch’io non sapevo che il libro sarebbe finito così…". Ma, per non rivelare niente, partiamo dall’inizio. "Ombre bruciate" comincia con la bomba atomica di Nagasaki, passa per Delhi in mano agli inglesi, Karachi e l’Afghanistan, e finisce a New York subito dopo l’11 settembre. Ma soprattutto inizia con un’immagine potente: Hiroko, giovane giapponese, che in pochi secondi di "luce bianca" vede disintegrarsi il suo amore, il suo futuro, i suoi sogni. Sopravviverà: ma porterà per tutta la vita delle cicatrici sulla schiena a forma di uccelli, marchio della bomba che le ha bruciato addosso il kimono con le gru che indossava. Una metafora?
"Semplicemente un’immagine. Violenta ma vera. Avevo letto, in un libro di storia, che l’atomica aveva incenerito la stoffa e lasciato sulla pelle, per sempre, delle ustioni, alcune a forma di fiori. Poi l’immagine è diventata un simbolo: Hiroko porterà per tutta la vita, sulle sue spalle, la Storia".
Tu ce l’hai, un kimono?
"No. Ma ho un vestito importante per me: un sari blu, di seta, che mia madre mi regalò per il lancio a Londra del mio primo libro. E che conserva ancora, nella stoffa, il ricordo di quel giorno".
Il sari: sarebbe bello che anche noi occidentali potessimo indossarlo, senza essere ridicole.
"Ma potete: è solo un problema di fiducia. Basta crederci!"
A proposito di donne e fiducia in sé. Proprio in questi giorni i giornali italiani hanno raccontato la storia della diciassettenne pakistana, che vive nelle Marche, che il padre aveva rapito dal centro di accoglienza dov’era rifugiata. Uno scontro Islam e Occidente?
"No. Non è un problema di Islam, ma di violenza e arroganza del patriarcato".
Hiroko, la tua audace protagonista, apre il suo cuore prima a un tedesco, poi a un indiano musulmano. Innamorarsi di chi parla un’altra lingua, viene da un altro mondo. Potrebbe capitare anche a te?
"Certo: è nel mio Dna. Mia nonna, la madre di mio padre, era tedesca. Mio nonno, nato a Delhi, era andato a studiare a Berlino negli anni Trenta, e tornò con la giovanissima Gretel".
Sei nata a Karachi, ma scrivi in inglese. Perché?
"E’ la lingua che parlo in famiglia, quella in cui ho studiato. L’unica in cui posso scrivere".
E l’urdu? Regalaci la tua parola preferita.
"Forse "pilpilla": il modo in cui la buccia di certa frutta e certe verdure, le zucchine ad esempio, si disfa quando è troppo matura…"
Con le zucchine italiane non succede.
"Ma alle zucchine pakistane, al caldo afoso di Karachi, sì!"
Karachi, che descrivi così amorevolmente nel libro.
"Lì c’è il posto dove sono più felice al mondo: una spiaggia di sabbia fine e scura, sul Mar Arabico, lontano dal rumore e dall’afa. Lì vado a nuotare e aspettare il tramonto. C’è qualcosa di speciale nelle città che si affacciano sul mare: qualcosa che ti porti dietro per sempre".

Aspettare, nel buio.

Martedì, 9 febbraio 2010 @07:14

"Sedevo al buio sotto al portico di casa tua.
Tutto mi era chiaro:
se tua moglie non voleva lasciarti andare
era la prova che non ti amava.
Se ti avesse amato
non avrebbe voluto che tu fossi felice?"
(Louise Glück)

E’ insensato e tragico e meraviglioso, sai, essere l’altra donna. Non lo scegli. Ti capita. Un giorno ti svegli e ti scopri così: quella che aspetta nel buio.

(I versi della poetessa Louise Glück sono tratti "West of your cities", antologia di poesia americana, edita da Minimum Fax)

Quando la città è deserta e bianca.

Lunedì, 8 febbraio 2010 @15:50

"Mi ama tanto la città quando è deserta e bianca
e i luoghi amati dormono sotto la neve come se non ci fossero
mi baciano e basta, morbidamente, col silenzio e col silenzio
come lei ed io quando eravamo i più soli
la città mi ama quando è deserta"
(Milivoj Slaviček)

E quando la città è deserta, nel silenzio, ripenso a te.

(I versi di oggi sono tratti da: "Antologia della poesia croata contemporanea", Hefti Editore)

Dunque, a Trieste... A Trieste c'erano i bellissimi abiti da sera di Mila Schön (in mostra ancora fino al 18 aprile all'ex Pescheria, sulle Rive, se per caso passate di lì!). C'erano signore e ragazze che avevano voglia di parlare con me degli abiti del cuore (ben 3 avevano un Mila Schön nell'armadio, nessuna ha accettato di vendermelo). E c'era una delle simpatiche organizzatrici della mostra, seduta poi a cena accanto a me, che ho scoperto essere una lettrice silente del blog; non solo, anche una fan di Alba de Céspedes che ha trovato tra i vecchi libri della mamma! (Ora però, oltre ad Alba, devi leggere i libri di una certa Lisa Corva, mi raccomando...).
Inoltre. Inoltre parlando di Mila Schön, ci siamo ritrovate a parlare di un'altra stilista dimenticata, Roberta di Camerino: in piazza della Borsa, a Trieste, c'era una boutique amatissima dove andavano tutte le ragazze negli anni Sessanta. Mia zia aveva una sua borsa di velluto (ho scoperto solo poi, da giornalista fintoglam, che si chiama Bagonghi, l'antenata della it-bags), e purtroppo la buttò. Voi - mi rivolgo ovviamente alle ragazze di tutte le età che mi leggono - ve la ricordate? Qualcuna di voi ce l'ha a casa?

E di nuovo, l’amore.

Venerdì, 5 febbraio 2010 @08:35

"In cielo si raccoglie il vento,
il vento purpureo di domani,
e di nuovo l’amore,
di nuovo da tempo immemorabile
da lontano impedisce la morte".
(Jan Skácel)

Il vento. E’ il vento di stasera che mi dà speranza. Che mi accarezza i capelli, mi scivola addosso, mi sussurra, dolce e tagliente: domani, domani, succederà domani.

(I versi di oggi sono di Jan Skácel, nato negli anni Venti in quella che al tempo era ancora Cecoslovacchia. Sono tratti da "Il colore del silenzio", Metauro edizioni)

Il mare dentro.

Giovedì, 4 febbraio 2010 @07:26

"La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare…"
(Salvatore Quasimodo)
No, il mare non si dimentica. Chi viene dal mare, chi è nato sul mare, lo porterà sempre dentro di sé; lo sentirà sempre. Basta chiudere gli occhi. Anche adesso, dentro un vagone della metropolitana.

(I versi del poeta siciliano Quasimodo, che ho scelto per la mia rubrica di City di oggi, sono tratti da un’antologia che mi ha regalato un’amica innamorata di quella terra: "Cento Sicilie", Bompiani, a cura di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago)

A proposito di mare. Domani, venerdì 5 febbraio, sarò a Trieste: mi hanno invitato a parlare di moda. Più glam che cheap: è la presentazione del catalogo della bella mostra di Mila Schön, nata in Dalmazia, cresciuta a Trieste e poi a Milano, una delle grandi stiliste del secolo scorso. Sarò lì, in Pescheria, la sede della mostra, alle 17.30; ma ahimé non vestita Mila Schön, a differenza di un’amica che ha trovato un suo abito vintage a soli 60 euro su e-Bay…

Foto.

Mercoledì, 3 febbraio 2010 @07:55

"Sono costretto a strappare
le foto di me bambino".
(Ozaki Hosai)

Che tentazione, strappare le foto del passato. Strappare e buttare i ricordi, tutte quelle spiagge, quei Natali, quei compleanni. Le persone che abbiamo amato; e il vestito che indossavano, che non ricordiamo più. Buttare tutto. Le amarezze, le lacrime, i rimpianti. Tornare indietro… Quando eravamo ancora sull’orlo di tutto. Ma voglio davvero strappare anche quel sorriso, il sorriso di me bambina?

(I versi della mia rubrica City di oggi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi)

Non capita anche a voi di guardare, con malinconia, nei mercatini delle pulci, foto di famiglia abbandonate, foto di bambini di cent'anni fa, di matrimoni, di gite in campagna, visi che ci sorridono - e non sappiamo, non sapremo mai chi sono?

Le pagine dei miei sogni.

Martedì, 2 febbraio 2010 @07:13

"Iniziai a capire che su di lei avevo dei diritti solo lì dove era sempre stata: sulle mie pagine, negli scritti dei miei sogni".
(Peter Manseau)
Ma in sogno ti posso stringere, ti posso abbracciare; posso immaginare la vita che avremmo potuto fare, che potremmo fare. Se solo, amore mio, tu sognassi lo stesso sogno…

(Trovate la mia intervista a Peter Manseau, che ha scritto "Ballata per la figlia del macellaio", Fazi, da cui è tratta questa frase, nel post del 25 gennaio).

Le statue di Madrid. (Ma anche i "churros y chocolate").

Lunedì, 1 febbraio 2010 @09:17

"Ho continuato a camminare, a fare gli occhi dolci alle statue e a chiamarle con nomi di amici e amanti una per una, come un ubriacone sentimentale".
(Simon Van Booy)
Cammino per la città. Ma oggi non guardo vetrine, non faccio slalom tra i passanti, spingo lo sguardo più in su: donne, uomini, militari a cavallo, dee alate, mi strizzano l’occhio e mi sorridono. Oggi sono felice.

(La frase che ho scelto per la mia rubrica su City oggi è tratta dal libro di racconti "L’amore arriva d’inverno" di Simon Van Booy, Ponte alle Grazie)

Anche a Madrid c’erano un sacco di statue: mi guardavano dai palazzi, molto in alto, contro un cielo, come dire?, mediterraneo. Solo il cielo però era mediterraneo, perché c’era un freddo incredibile. Perfetto dunque per la mia missione numero uno: ovvero, mangiare finalmente i "churros y chocolate". Un delirio iper-calorico, delle frittelle lunghe, sottili e zigrinate da intingere calde nella cioccolata bollente. Li sognavo da quando ho letto "Atlante di geografia umana" di Almudena Grandes (un grande romanzo per chi è sull’orlo dei quarant’anni, lo trovate in Tea). Per la protagonista, anzi le protagoniste, che vivono a Madrid, è l’equivalente di brioche e cappuccino. Certo che poi è difficile infilarsi dentro una 42, o anche una 44; ma come ci insegna la Grandes, non è questo l’importante per essere amate e felici. E io sono stata molto felice all’antichissima Chocolateria San Ginés, dove ho mangiato i mitici churros (per darvi un’idea degli orari indigeni, vi dico solo che era aperto tutta la notte).
Ah. Ecco quello che NON ho fatto a Madrid. Non ho tirato l’alba per i locali di Chueca (alle due del mattino ero già passata all’ennesimo bicchiere di acqua minerale e nonostante quello cascavo dal sonno). Non ho fatto shopping. Non sono neppure andata al Prado: ne avevo tutte le intenzioni, ma poi per strada sono stata acchiappata da un cartello che diceva "Lágrimas de Eros". Potevo resistere? Certamente no. E così, invece di Velasquez, ho visto una mostra meravigliosa al Museo Thyssen, tutta intorno ai miti dell'amore, con Andromede incatenate, San Sebastiano feriti dalle frecce, e video di Bill Viola.
In compenso mi sono goduta le arcate di Plaza Mayor; i merletti di rame di uno degli edifici più belli di architettura contemporanea, la Caixa, un nuovissimo spazio espositivo, firmato dagli architetti svizzeri Herzog & de Meuron; le tapas in piedi nel vecchio mercato liberty San Miguel, ora tutto un aperitivo (anche questo aperto, e notare che è un mercato, fino alle due di notte; ma come fanno?); e ho litigato ogni giorno con gli indecifrabili rubinetti del bagno design dell’hotel design dov’ero invitata, il Me, su una delle più belle piazze di Madrid, Plaza Santa Ana (per non parlare degli altrettanto indecifrabili dispositivi luci: ci sono architetti che dovrebbero essere condannati a vivere nei posti che progettano!).
Ah, giusto, e che ci facevo a Madrid? Sono stata invitata a incontrare la nuova testimonial, la giovanissima attrice spagnola Maria Valverde, di un brand di moda che mi piace molto, Hoss Intropia: http://hossintropia.com/ Che dire? Ci sono momenti in cui vale proprio la pena di fare la giornalista fintoglam.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.