Lisa Corva

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Daffodils. E il cuore che balla.

Mercoledì, 31 marzo 2010 @07:37

"Vagabondavo solo come una nuvola
che fluttua alta su valli e colline
quando all’improvviso vidi una folla, una schiera di narcisi d’oro
lungo il lago e sotto gli alberi
che danzavano nella brezza.

Spesso quando sono disteso
senza pensieri, o pensieroso
balenano ancora al mio occhio interiore
che rende la solitudine beata;
e allora il mio cuore si riempie di piacere
e balla con i narcisi".
(Wordsworth)

Coraggio, apri il tuo cuore: è primavera.

Ancora Wordsworth, come per il Buongiorno del 25 marzo; del resto, è primavera… Anche se non ho ancora visto prati dorati di narcisi. E’ bellissimo l’ultimo verso, in inglese, l’idea di questo "heart as a dancer", a ritmo jazz spero:

And then my heart with pleasure fills
and I dance with the daffodils


Noi due, in macchina.

Martedì, 30 marzo 2010 @07:55

"Eravamo due persone in macchina che non parlavano. Penso che sia stato uno scrittore francese a dire che percepiamo quando l’amore nasce e quando tramonta dall’imbarazzo che proviamo stando soli insieme".
(Simon Van Booy)

Perché quel silenzio allora è rumoroso, sussurrante, quasi assordante: dentro, c’è tutto quello che non ci siamo ancora detti. E quello che forse non ci diremo mai…

(La frase di oggi è tratta dal libro di racconti "L’amore arriva d’inverno" di Simon Van Booy, Ponte alle Grazie. Consiglio? No. Un po' troppo iperglicemico persino per me!)

Se ti avvicini troppo, brucio.

Lunedì, 29 marzo 2010 @08:10

"Ci sono corpi come fiori
altri come pugnali
altri come lacci d’acqua
ma tutti, prima o poi
saranno bruciature che in un altro corpo affondano
trasformando grazie al fuoco una pietra in un uomo".
(Luis Cernuda)

Se ti avvicini troppo, brucio. Adesso ho capito perché.

Vi avevo promesso versi di fuoco: eccoli. Sono di Luis Cernuda, poeta che sto scoprendo adesso, e la traduzione è un regalo di Pablo, lettore del blog. Cernuda fu fashionista e gay (allora si diceva omosessuale e dandy), in anni in cui era ancora scandaloso, gli anni Trenta a Madrid. Allievo di Salinas – ricordate "Non ho bisogno di tempo/ per sapere come sei:/ conoscersi è luce improvvisa", il mio Buongiorno del 18 settembre? – morì in Messico nel ’63, a casa di amici, mentre in piedi, in pigiama, appena uscito dal bagno, si accendeva la pipa.

Ed ecco come suonano i suoi versi in spagnolo:

Unos cuerpos son como flores,
otros como puñales,
otros como cintas de agua;
pero todos, temprano o tarde,
serán quemaduras que en otro cuerpo se agranden,
convirtiendo por virtud del fuego a una piedra en un hombre.


Kitten stiletto? No, grazie.

Domenica, 28 marzo 2010 @11:14

A volte la moda è questione di centimetri. Per la precisione, dai 3 ai 5 centimetri, non di più. Ovvero quello che rende uno stiletto un "kitten stiletto". Chiamatelo come volete: uno stiletto gattesco, come suggerisce il nome, oppure uno stiletto baby, uno stiletto in miniatura. La scarpa in questione non ha soltanto un nome bizzarro, ma anche una storia: bizzarra pure lei. I "kitten stiletto", infatti, sono stati inventati in America negli anni Cinquanta: alti ma non troppo, sexy ma non troppo, e quindi adeguati per ragazze adolescenti. Ma adesso? Cosa ce ne facciamo di questi tacchi giocattolo? Ci giochiamo, è ovvio. Le fashioniste non vedono l’ora di metterci le mani, anzi i piedi, e hanno ragione, perché questo è lo stiletto baby: un invito a essere più gattesche; più leziose e giocose e ondeggianti. Senza perdere l’equilibrio, come si rischia invece con un tacco 12: insomma, proprio come un gatto.
Non a caso li vediamo indossati da due delle celeb più gattesche del pianeta: Carla Bruni, sempre più sexy e sempre più chiacchierata; e Nicole Kidman. Quanto a Michelle Obama, anche lei con un paio di "kitten stiletto", appartiene invece alla seconda categoria di donne che li usano: donne pratiche che non vogliono inciampare nella vita.
Non siete convinte? Siete donne che non amano le mezze misure? Che preferiscono, nella vita, camminare rasoterra, per sentire bene il terreno sotto i piedi; oppure amano incedere con l’allure che solo un tacco 12, o almeno 8, può regalare? Come vi capisco. Sarà per questo che il mio unico paio di "kitten stiletto", comprati quando ancora non sapevo neppure si chiamassero così, giace abbandonato nell’armadio delle scarpe. Tanto che la scatola è impolverata e le scarpe sono ancora perfette. Vezzose e molto, molto gattesche: rosse, tranne il tacco, che è nero. Per prima cosa – sono o non sono una cronista di moda? – le ho misurate. 3 centimetri di tacco, il minimo consentito per fregiarsi del nome di "kitten stiletto". Le indosso mentre scrivo. Ma non c’è niente da fare: non mi sono mai sentita molto gattesca, non mi sono mai piaciuti i compromessi. E ahimé, a volte la moda non fa che confermare quello che già sappiamo di noi.

(Questo è un articolo che ho scritto per Grazia. Le mie kitten stiletto le ho reinfilate nell'armadio. Forse potrei venderle su e-bay?)

In quell’istante, sul metrò affollato.

Venerdì, 26 marzo 2010 @08:48

"Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio".
(Titos Patrikios)

Perché in quell’istante, ho capito. Quanto mi volevi, anche tu. Quanto mi desideravi.

(I versi del poeta greco Patrikios sono tratti da "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore: un libriccino bianco da tenere in tasca questa primavera)

Il primo giorno dolce.

Giovedì, 25 marzo 2010 @08:24

"E’ il primo giorno mite di marzo
più dolce di momento in momento…
C’è una benedizione nell’aria,
quasi un’arrendevolezza,
una gioia che scende sugli alberi spogli,
sulle montagne nude
e sull’erba nel prato verde"
(William Wordsworth)

Chiudo gli occhi e sento anch’io, finalmente, che è possibile, questo felice abbandono.

I versi di Wordsworth (1770-1850) sono tratti da "Poeti romantici inglesi", un’antologia Mondadori.
Ma sentite com’è lieve l’incipit in inglese:

It is the first mild day of March
each minute sweeter than before...


Ti aspetto sulla Via Lattea.

Mercoledì, 24 marzo 2010 @07:12

"Ti aspetto sulla Via Lattea
al chilometro numero nove
dove comincia il sentiero per Sirio.
(in questa o nella prossima vita).
non è un mio patetico delirio
nè il sogno pazzo di un amante:
è l’eterno-presente-desiderio
che gioca fino in fondo la partita.
è l’amore, indistruttibile diamante"
(Francesca Genti)

Ti aspetto, dunque. Verrai?

(Francesca Genti è una giovane poetessa che sto scoprendo adesso, su consiglio – diciamo affettuosa ingiunzione – di un amico. E mi piace moltissimo: è una vera romantica metropolitana. I versi sono tratti da "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press. Per chi la vuole conoscere, oggi a Milano, alle 11, c'è un suo reading alla Sala Napoleonica di Brera)

In silenzio, insieme.

Martedì, 23 marzo 2010 @11:18

"Quell’uomo mi ha offerto, una sera, un bellissimo momento di silenzio. Non lo dimenticherò tanto presto. E’ uno dei miei ricordi migliori dell’anno. C’è chi serba il ricordo delle sue conversazioni, io rammento quel silenzio". (Nina Berberova)

Questo mi piace di te: poter stare in silenzio, ma insieme.

(Conoscete già la scrittrice russa Nina Berberova, e il suo piccolo libro-gioiello, "Il giunco mormorante", Adelphi, che molti di voi hanno già letto. La frase di oggi è tratta invece dal romanzo "Il Capo delle Tempeste", Guanda: storia di tre sorelle, di tre madri diverse, in fuga a Parigi dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Storie d’amore e d’esilio)

La pioggia, come migliaia di aghi luminosi.

Lunedì, 22 marzo 2010 @07:54

"Quando sono scesi dalla macchina pioveva di nuovo e di nuovo la pioggia, alla luce dei fari delle automobili, sembrava migliaia di aghi luminosi. Il giovane ha preso uno dei due impermeabili e l’ha nuovamente usato per coprire la testa sua e la testa della ragazza, e c’è stato di nuovo un rumore come se piovesse su una tenda".
(Emine Sevgi Özdamar)

E di nuovo il mondo, quando sono con te, è luminoso e lucente. Anche quando piove.

(Sto leggendo, in anteprima, un romanzo che sembra quasi Alice nel Paese delle Meraviglie, solo che è una storia vera: quella di Emine, ragazza turca che sogna di fare l’attrice, e negli anni Settanta parte per la Germania, dove lavorerà come operaia. Il mondo che trova è raccontato come in una fiaba metropolitana… Il libro si intitola "Il ponte del Corno d’Oro", Ponte alle Grazie, ed esce in questi giorni).

Wonderland.

Sabato, 20 marzo 2010 @19:04

Alice nel Paese delle meraviglie non è mai stata la mia favola preferita: forse perché è soprattutto una favola per adulti. Però adesso, che è uscito il film-favola firmato da Tim Burton, sono molto curiosa. Intanto, da giornalista fintoglam, ho curiosato tra tutti gli accessori gadget in uscita insieme al film. Ecco l'articolo che ho scritto per Grazia.

Non c’è bisogno di andare a vedere il film (e odiarlo o amarlo, com’è sempre il caso con Tim Burton) per decidere di adottare un look da Alice contemporanea. Perché "Alice in Wonderland", nuova versione della favola di Lewis Carroll, ci ricorda una piccola, magica verità: a volte, nella vita, capita di voler o dover attraversare lo specchio, per ritrovarsi in un nuovo mondo, di cui non capiamo le regole. E allora, tra Cappellai Matti e Stregatti, l’unica strategia di sopravvivenza è spalancare bene gli occhi e comportarsi nel modo più sciocco e audace possibile. Il guardaroba in stile Alice ce lo ricorda: ci ricorda che non dobbiamo, mai, rinunciare allo stupore, alla curiosità, alla leggerezza. E allora dichiariamolo: con un abito iper-romantico. Con la spilla-cartoon di Tarina Tarantino, gli orecchini a cuori e picche di Swarovski… tutte citazioni da favola. Senza dimenticare le borse che Furla ha dedicato alle avventure di Alice (con una buffa chiusura a forma di coniglio, anzi Bianconiglio). Solo gadget, solo marketing? Forse. Ma senza un accessorio magico, del resto, attraversare lo specchio (e ritornare a casa) sarebbe impossibile.

Seguendo la primavera.

Venerdì, 19 marzo 2010 @08:48

"È strano come i cambiamenti di stagione ci mettano addosso la voglia di essere in un posto diverso da dove siamo. Sarà che l’aria si fa diversa suggerendoci altri climi, sarà che ci rendiamo conto che il tempo passa e noi restiamo fermi…"
(Gianfranco Calligarich)

Oppure semplicemente è la primavera? Che ci dice: esci, respira, vivi… Oggi, seguiamola.

(La frase di oggi è tratta da "L’ultima estate in città", Nino Aragno Editore: un’estate a Roma alla fine degli anni Sessanta, un’estate quando un uomo e una donna si incontrano e tutto sembra possibile. O forse no. Potete leggere l’intervista a Gianfranco Calligarich se tornate indietro al 9 marzo. Intanto, buona primavera)

Una buona poesia deve sapere di tè.

Giovedì, 18 marzo 2010 @08:06

"Una buona poesia
deve odorare di tè.
O di terra umida e legna appena tagliata".
(Olav H. Hauge).

Oppure no. Oppure deve sapere di vento di mare. Del primo caffè del mattino, nel silenzio della casa. Deve sapere di buono, consolare, accarezzare, ricordare, far guardare avanti. La poesia.

(Metto on line il Buongiorno di City di oggi, 18 marzo, mentre bevo la mia prima tazza di tè, una tazza con rose e boccioli dipinti, molto inglese, molto me. Regalo di un'amica, quando mi sono trasferita qui nel mio altrove. Sapete chi è il poeta di oggi? Il norvegese Olav H. Hauge, poeta e giardiniere, di cui forse vi ricordate, quest'inverno, il folgorante "le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore". Bello pensare che ora la neve si è quasi tutta sciolta - anche qui nel mio altrove straniero - e tra poco il mondo sarà verde e sognante, di nuovo. I suoi versi sono tratti da "La terra azzurra", Crocetti editore)

Questo riso segreto sotto il cuore.

Mercoledì, 17 marzo 2010 @07:37

"Felicità. E’ strano ci sia ancora,
questo riso segreto sotto il cuore"
(Anna Maria Carpi)

E’ il fuoco sotto la cenere, è una corrente sotterranea che diventa fiume; anzi no, è un brivido, una scintilla, di cui mi accorgo con gratitudine e stupore: la promessa di una nuova felicità.

(I versi di Anna Maria Carpi sono tratti da "Almanacco dello Specchio 2009", Mondadori)

Un mattino di luce.

Martedì, 16 marzo 2010 @07:22

"Ti sto chiedendo di ritornare, tornare a me come quando eri giovane
fiducioso, allegro, l’argento spolverato via dai tuoi capelli.
Come se un uomo potesse tornare indietro, attraverso la morte
attraverso anni che non sono contati molto
o che, insieme, non contano più di un brillante mattino".
(Donald Justice)

Vorrei tanto rivederti, sai?, parlarti ancora; poterti abbracciare un’ultima volta, come in un mattino di luce.

(Il titolo della poesia che ho scelto e tradotto per la mia rubrica su City oggi, 16 marzo, è "Invitation to a Ghost"; è tratta dall’antologia "The Best American Poetry 1993", Macmillan)

Quel che raccontano i gioielli.

Lunedì, 15 marzo 2010 @07:55

"Tiene la mia mano nella sua
come per farle prendere luce
separa le dita
per guardare i miei anelli, uno ad uno.
E poi domande e risposte
i paesi, le pietre, quando, da chi
e poi l’altra mia mano
perché questo è stato il rito
tra di noi, per cinquant’anni:
così lui conta le parti di me.
Ma oggi indosso un braccialetto
che non ha mai visto…
E sono una ragazza, di nuovo
che ondeggia e brilla nei suoi gioielli, nella sua vita".
(Linda Chase)

Oggi, sono un anello.

(Il titolo di questa poesia è "Old flame". Quello che mi piace di questi versi è lo sguardo sui gioielli che portiamo, le storie che raccontano, che potrebbero raccontare. Chi ce li ha regalati, perché; o perché e dove li abbiamo comprati. L’anello o gli anelli che avete addosso in questo momento, mentre mi leggete… O quelli che avete regalato)

Come conchiglia fossile nella pietra.

Venerdì, 12 marzo 2010 @07:56

"E’ molto che volevo descriverti
la costellazione nascosta del mio amore;
magari soltanto la sua sostanza, con una sola immagine.
Ma tu fermenti e straripi dentro di me
come l’esistenza e talvolta sei così salda, sicura e perenne
come conchiglia fossile nella pietra".
(Miklós Radnóti)

E così sei, nel mio cuore, per sempre.

(Non mi sono mai piaciuti i fossili, ma quest’immagine è potente: racchiude in sé la forza e la tenerezza dell’amore coniugale. Miklós Radnóti è un poeta ungherese del primo Novecento. Ha una storia drammatica, come molte delle vite dell'inizio del secolo scorso: nasce a Budapest, ma nel 1944 viene deportato (era ebreo) in un campo di lavoro nazista nell'ex Jugoslavia. Quando poi il campo viene evacuato, e i prigionieri costretti a una marcia forzata attraverso Yugoslavia e Ungheria, Radnóti, per strada, viene ucciso: era troppo debole per camminare. E' gettato in una fossa comune; ma nella tasca del suo cappotto viene poi trovato un notes con i suoi ultimi versi, scritti a matita, che la moglie pubblicherà. I versi di oggi sono l’inizio della sua "Ode esitante", tratta dall’Almanacco dello Specchio 2009, Mondadori. Traduzione di Eszter Rónaky)

Stirami, per favore.

Giovedì, 11 marzo 2010 @07:37

"Gli uomini pubblici pagano caro il prezzo del successo diventando vittime dei nervi a casa, e le loro mogli, il cui dovere è di essere sempre amabili, possono essere paragonate al ferro da stiro caldo e distensivo che scorra su una camicia appena lavata, con movimenti abili e persistenti, così da spianare ogni grinza".
(Elizabeth von Arnim)
Ma non vorremmo forse tutti trovare la sera, a casa, qualcuno che ci stiri e ci accarezzi?

(Elizabeth von Arnim è una delle mie scrittrici preferite, una donna che – all’inizio del Novecento – ha saputo vivere tante vite. Con ironia e leggerezza. La frase di oggi è tratta dal suo romanzo "Lettere di una donna indipendente", Bollati Boringhieri. Ma se non avete mai letto niente, vi consiglio di cominciare con "Un incantevole aprile" oppure "Il padre". Libri che sorridono. E ci fanno sorridere)

Qualcosa resta e racconta, sotto la pioggia.

Mercoledì, 10 marzo 2010 @07:54

"Perché uno mi sia compagno mentre piove
deve sentire
la pioggia sulla piazza vuota o su un sentiero o soltanto su un paesino.
Oppure è necessario che abbia un volto quieto che dica siamo uomini
e che abbiamo dimenticato o sentito o visto qualcosa da qualche parte
e che qualcosa resta racconta e si bagna o solo tace o viene sotto la pioggia
e ora non sappiamo dove in realtà e che cosa"
(Milivoj Slaviček)

Mentre piove.

(Milivoj Slaviček è un poeta croato. I suoi versi, che ho scelto per la mia rubrica di City oggi, 10 marzo, sono tratti da: "Antologia della poesia croata contemporanea", Hefti)

Penso.

Martedì, 9 marzo 2010 @06:36

"Penso a tutte le cose non realizzate, ai bambini nati morti, agli angeli, agli amori solo immaginati, ai sogni schiantati dall’alba…"
(Gianfranco Calligarich)

Penso a quanto ti ho amato, a quanto ti avrei potuto amare, a quanto mi avresti dovuto amare. Penso alle mattine che non abbiamo visto insieme, ai crepuscoli che abbiamo cercato dentro l’alba. E invece era un tramonto, ma non lo sapevamo.

La frase di oggi è tratta da un libro che viene da lontano: un libro che ha già 37 anni, e che è appena stato ripubblicato. Mi è piaciuto molto, lui e l’autore, che ho appena intervistato per Il Piccolo:

"Poi guardai il cielo, perché pare che sempre si guardi il cielo quando si compiono trent’anni". Così pensa Leo, il protagonista di "L’ultima estate in città", il giorno che compie 30 anni, un giorno che sembra non finire più in una Roma mai così struggente. Da quel giorno – e dall’uscita del libro – sono passati altri trent’anni, anzi esattamente 37: perché in questi giorni l’editore Nino Aragno rimanda in libreria "L’ultima estate in città", pubblicato da Garzanti nel 1973, che è stato all’epoca un piccolo bestseller. Un libro che ritorna a nuova vita: ne abbiamo parlato con l’autore, Gianfranco Calligarich, che è nato all’Asmara, è cresciuto a Milano, vive a Roma, ma ha Trieste nel cuore.
Natalia Ginzburg, che di questo libro si innamorò, scrisse: è il ritratto amaro, ironico e disincantato di un uomo "che sa di essere nel numero di quelli che si perdono". Ma soprattutto è la storia del "rapporto tra un uomo e una città, cioè fra la folla e la solitudine". La storia di un amore, dunque; l’amore per una donna, e l’amore per Roma?
"Io, come Leo, ho amato moltissimo Roma. Negli anni Settanta, quando tornavo in treno da Milano, già a Orte cominciava a battermi il cuore: come quando si torna da una donna che ci ha stregato. Forse perché, sempre per citare la Ginzburg, è una città che sa essere "beffardamente complice" dei tuoi fallimenti".
E la ama ancora, Roma?
"No: è come una vecchia amante che vediamo trasformarsi in una vecchia astiosa e violenta. Non la amo, non la desidero più".
La Roma che lei racconta nel libro è la Roma degli anni Sessanta; notti che non finiscono mai; feste, alcol e ubriacature; campioni di tennis… Sostituendo la cocaina all’alcol, il calcio al tennis, è una storia che potrebbe accadere ancora oggi?
"Perché no? E’ una storia di rinuncia, di inadeguatezza. Forse per questo piace ancora, soprattutto ai più giovani: l’età in cui ci si sente disperatamente inadatti a quello che ci circonda. Ma quello che non c’è più è la musica di quel tempo. Mi spiego meglio. Un romanzo è uno stato d’animo che tu cerchi di comunicare: e ha, deve avere, un linguaggio preciso, una sua musica. Oggi mi sembra che molti, troppi romanzi siano piatti: lo stile non conta più. Sono libri scritti come si scrivevano, un tempo, le sceneggiature. Manca la musica".
Pensa a Moccia, a Fabio Volo?
(Calligarich ride).
Se il suo libro avesse una colonna sonora, dunque, quale sarebbe?
"Jazz bianco. Nel romanzo, Leo entra nella redazione del giornale dove lavora canticchiando Django Reinhardt. Ecco, forse è quella la mia colonna sonora".
Nella sua ultima estate in città, Leo incontra una ragazza dall’impermeabile rosso. Anche lei, in questi anni, l’ha incontrata? Amata, sposata?
"Le dico solo che quella ragazza c’era, c’è stata. E ha sposato il suo psicanalista: forse l’unico modo per restare malati tutta la vita".
Nel romanzo, Leo dichiara di amare i libri usati: perché costano meno e "perché puoi sapere in precedenza, con un certo margine di sicurezza, se vale la pena di leggerli". Infatti cerca "tracce di pane, briciole, pezzetti di crosta tra le pagine perché un libro che si legge mangiucchiando è senz’altro buono"…
"Lo penso ancora".
In fondo è il destino che aspettava il suo libro.
"E’ vero, ed è buffo. In questi 37 anni, infatti, mentre io pensavo che fosse morto, "L’ultima estate in città" ha continuato a vivere. Ogni tanto, almeno un paio di volte all’anno, ricevo lettere, o telefonate di persone che l’hanno trovato su una bancarella di libri usati, oppure ripreso in mano dagli scatoloni di un trasloco… Una studentessa della Sapienza di Roma, dopo averlo comprato per caso su una bancarella, decise di scriverci sopra la sua tesi di laurea. E mi raccontò che i suoi compagni di corso, incuriositi, hanno voluto leggere anche loro il libro: l’hanno fotocopiato, o comprato – usato - via Internet. Un ragazzo mi ha detto che la sua copia è arrivata da Napoli: tutta stropicciata, squadernata, piena di appunti sui margini, con annotate sopra persino delle liste della spesa. Proprio come i libri che piacciono a me".
Quindi "L’ultima estate in città", anche se non era più in libreria, ha continuato a vivere.
"E ha continuato a diventare parte della storia di altre persone. Come la donna che mi ha cercato da Damasco. Mi disse che l’aveva trovato alla Biblioteca Dante Alighieri, e che l’aveva aiutata in un momento difficile della sua vita, soprattutto una frase: "Siamo quello che siamo non per le persone che abbiamo incontrato, ma per quelle che abbiamo lasciato". Mi emoziona pensare che negli anni, mentre io vivevo, amavo, lavoravo, il mio libro sia diventato questo: un libro che si legge coprendolo di briciole, piegandolo, mettendolo in tasca. Che diventa vivo".
E se lei dovesse regalare un libro così, ma non il suo?
"Un tempo avrei scelto "Fiesta - Il sole sorgerà ancora" di Hemingway: per farmi capire, come uomo. Ma oggi a una donna forse regalerei – anzi, ho regalato – le poesie di Wislawa Szymborska".
Nato all’Asmara, cresciuto a Milano, vissuto a Roma, ma Trieste nel cuore. Perché?
"Perché mio nonno, di cui porto il cognome, è nato a Trieste, e ha custodito Trieste nel cuore per tutta la vita. Eppure se n’era andato alla fine dell’Ottocento, per cercare fortuna a Corfù. Lì incontra e sposa la figlia della modista di Sissi, dell’imperatrice, e con lei ha sei figli. Poi arriva la prima guerra mondiale, va in rovina, viene giudicato disertore dell’Impero… A quel punto, secondo la leggenda familiare, decide di imbarcarsi, con la famiglia, sulla prima nave che parte. Qualsiasi destinazione. Così è finito in Italia. E poi, a Milano".
Quindi a Trieste lei non ha mai vissuto?
"Mai. E neppure la mia numerosissima famiglia. Ma è a Trieste che pensiamo, è di Trieste che parliamo, è a Trieste che – anche se non ci abbiamo vissuto - finiremo da morti. Da quando ci è stata restituita la tomba di famiglia, al cimitero di Sant’Anna, tutti vogliamo essere seppelliti lì! Anche mio nonno, che morì da vero patriarca, a Milano, circondato da figli e nipoti; e, sotto il cuscino, la foto di una donna che non era sua moglie. Era, forse, una giovane cameriera di cui si era innamorato in passato, che non potè sposare, e che si suicidò per lui".
Nel libro, il suo protagonista lascia Roma e torna sempre al mare, il mare del Circeo, "grigio e ostile", che "ha sempre l’aria di chiedere qualcosa". E il mare di Trieste, che cosa chiede?
"No, il mare di Trieste non chiede niente. Ti parla. Vai sul Molo Audace e il mare ti mormora vecchie storie. Storie indimenticabili".


Shopping elettrico & la rivoluzione della primavera.

Lunedì, 8 marzo 2010 @07:48

"Intorno a me, sembrava che i vestiti sugli attaccapanni avessero messo radici e gemme". (Kathryn Stockett)

Ve ne siete accorti? E’ primavera anche nelle vetrine dei negozi. E che voglia di fiorire; che voglia di petali e boccioli sparsi sugli abiti, su una sciarpa, un soprabito, persino sulle scarpe. Che voglia di stringere in mano qualcosa di nuovo, e indossarlo, e sperare di essere felici – di nuovo, finalmente, ancora.

(La frase di oggi è tratta da "L’aiuto", di Kathryn Stockett, Mondadori. Un romanzo che parla di amicizia, di imprevista solidarietà al femminile: quella tra una ragazza bianca, ricca, troppo alta, e troppo affamata d’amore e di vita; e delle domestiche e delle bambinaie di colore che le stanno intorno; all’epoca, donne quasi invisibili. Quando? Negli anni Sessanta, in una cittadina nel Mississippi: quando il mondo stava per cambiare, gli anni di Kennedy e di Martin Luther King… e della rivoluzione nella moda. La frase infatti è tratta da un passo del libro in cui la protagonista, mortificata e timida nei suoi vestiti-divisa, scopre gli abiti, all’epoca davvero trasgressivi, di Pucci. Così lo racconta, e non è forse lo stesso brivido che proviamo noi, a volte, di fronte a un abito-energia? "Fiori! Righe larghe colorate! Orli una buona spanna sopra il ginocchio! Era fantastico, elettrizzante, faceva girare la testa. Questo Emilio Pucci probabilmente infila il dito nella presa della corrente tutte le mattine". Sì, è meraviglioso indossare un abito che ci elettrizzi, che prometta, che ci faccia sentire più felici e leggere. Un abito-rivoluzione)

Nuovi accessori: no, non voglio una borsa nuova, ma i fulmini di Zeus!

Sabato, 6 marzo 2010 @08:33

Per chi, come me, ha fatto il classico (e si è vergognosamente dimenticata tutto, soprattutto l’aoristo, su cui ho ancora degli incubi) sarà un’occasione per ripassare. E, finalmente, divertirsi. Per chi di Olimpo e dintorni ricorda solo i bicipiti di Brad Pitt nel mitico "Troy" (ma era tanto tempo fa, ahimé, prima della metamorfosi quasi Ovidiana di Brad in Brangelina) sarà un’occasione per divertirsi e basta. Sì, perché tra poco faremo una full immersion di Olimpo e dintorni: ci vestiremo di pepli, metteremo sandali alla gladiatore, sogneremo al cinema dee alate e fulmini rubati a Zeus e, forse, riprenderemo in mano i lirici greci. Tutto è possibile. In ogni caso sarà un bel sollievo dopo l’overdose di demoni, angeli e vampiri.
Cominciamo con il guardaroba. Per vestirsi da dee basterà scegliere un morbido abito-peplo, fermato da una spilla che sembra una "fibula" dell’antichità (sorprese, eh? Qualcosa alla fine me lo ricordo); tornano i sandali alla gladiatore, ma anche certe incredibili scarpe dorate di Vivienne Westwood con un’ala al fianco che sembrano pensate apposta per Mercurio, messaggero alato…
Non troveremo in vendita, purtroppo, l’acconciatura serpentina di Uma Thurman in "Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo", il primo film dell’invasione. Il protagonista è Percy, figlio di Poseidone, sospettato di aver rubato il fulmine di Zeus. Si metterà a caccia del vero ladro, ma tra i grattacieli: l’Olimpo, nel film, è al 600esimo piano dell’Empire State Building, e ci si arriva in ascensore. Bella l’idea di immaginare dei e semidei tra traffico e metropolitana: e, se non lo avete ancora letto, vi consiglio "Per l’amor di un dio" (Guanda), dove l’abile Marie Phillips li racconta, con grande sense of humor, squattrinati in una Londra contemporanea.
L’invasione di dei e semidei continua ad aprile con "Scontro fra titani" (Liam Neeson sarà Zeus, prepariamoci). Ma il film che non mi perderò, anche perché la protagonista è una meravigliosa Rachel Weisz, è "Agorà": la storia vera (un po’ romanzata, vabbé, perché c’è anche l’amore con un giovane schiavo) di Ipazia, coraggiosa scienziata e filosofa che visse ad Alessandria d’Egitto e finì uccisa per eresia. Squartata, per la precisione, e speriamo che Amenàbar, il regista, ci risparmi i dettagli.
Alessandria, Atene… L’Olimpo trendy mette voglia di viaggiare. Io vorrei tornare, dopo tanto tempo, in Grecia, per visitare il nuovissimo e iper-design museo dell’Acropoli. (E poi prendere subito un traghetto per un’isola). In valigia so già cosa mettere: un guardaroba dea-style, costumi, e qualche libro. Ma forse basta infilarsi un paio di occhiali da sole, Olimpo-style ovviamente, e immaginare tutte le meravigliose vendette che potremmo prenderci, se solo avessimo a disposizione i fulmini di Zeus.

(Questo è, rivisto e corretto, un articolo che ho scritto per Grazia. I fulmini di Zeus li terrei volentieri nella mia borsa insieme all'iPhone, e ho già qualche idea su come usarli).

Kisses too, tasted of iron.

Venerdì, 5 marzo 2010 @07:40

"Anche i baci sapevano di metallo
l’anno che abbiamo vissuto nell’imbrunire".
(Jennifer Grotz)

Sì, i tuoi baci sapevano di metallo; a volte. Portavano dentro il giorno, quando scolora nel tramonto; lo stupore della notte che cala improvvisa. Non sapevo ancora, allora, che sapore tu avessi; che sapore aveva il nostro amore. Era il mio primo assaggio di te. Per quello i tuoi baci sapevano di metallo, erano baci di confine: quel confine che abbiamo superato, insieme.

Jennifer Grotz è una poetessa americana, e i versi che ho scelto per il Buongiorno di oggi, venerdì 5 marzo, sono tratti dall'antologia "The best of american poetry 2009". La traduzione purtroppo è mia. (Mi sono anche permessa di trasformare "iron" in metallo). Ma leggete come suonano meravigliosi in inglese:

Kisses too, tasted of iron
the year we lived in twilights

Sei ovunque, anche quando non ci sei.

Giovedì, 4 marzo 2010 @07:15

"La distribuzione dei ricordi.
Nonostante i singhiozzi
non è fatta a caso".
(Senryu)

Dimmi, dove sono i tuoi ricordi di me? Dov’è finita quella spiaggia, quella cena, quella fermata d’autobus? C’eri, c’ero. In quel momento eravamo lì, veri, sentivo il battito del tuo cuore. Ma sai, ho dei ricordi di noi che tu forse non avrai: perché sei ovunque, anche quando non ci sei.

(Grazie a Senryu, poeta giapponese: i versi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi. Grazie a Trex, che nel blog mi ha regalato questa straordinaria frase: "Ho ricordi di noi che tu forse non avrai, perché sei ovunque anche quando non ci sei").

Quel che mi racconta una vecchia tovaglia.

Mercoledì, 3 marzo 2010 @08:38

"Mi piaceva passare il tempo a immaginare quante mani di donna avessero sfiorato, fin da un passato ormai remoto, lo stinto velluto color ruggine delle tovaglie, chi sedesse una volta sulle seggiole dagli alti e rigidi schienali intagliati o sulla decrepita ottomana dal materasso sfondato".
(Margit Kaffka)
Se solo i mobili, i vecchi mobili delle case potessero parlare. Potrei sedermi e ascoltare, per ore.

(Margit Kaffka è una scrittrice ungherese di fine Ottocento. Ho aperto per caso la sua autobiografia - che si intitola "Colori e anni", Marietti, e di cui non mi ricordo più nulla, neppure di averla letta! – e sono inciampata in questa bella frase, che è diventata il mio Buongiorno su City di oggi, mercoledì 3 marzo).

A proposito di case. Susie Boyt è una delle mie "columnists" preferite: uso apposta la parola inglese, mi perdonerete, perché la leggo ogni settimana sul Financial Times del Weekend. 41 anni, è l’ultima figlia del pittore Lucian Freud e di Suzy Boyt, e quindi la bisnipote di Freud. Vive a Londra con il marito e le due figlie. Avendo appena cambiato casa, ha anche cambiato ossessione: ora, come vedrete, è l’arredamento. (E in particolare certe tende a righe che secondo lei darebbero un’aria da spiaggia italiana alla sua casa…). L’ho intervistata per Flair: le ho chiesto quali sono le 10 cose a cui non potrebbe rinunciare, quest’anno. Ecco le tre che mi sono piaciute di più:

"1)Un nuovo colore per la casa. Magari il verde, che ci avvicini la riluttante primavera. Io metto un oggetto color verde mela in ogni stanza; qualunque cosa, che sia un tappeto, una sedia, un vaso, un libro di cucina, un maglione appoggiato sul divano. O solo una mela! E il rosa? Sto cercando il coraggio di dipingere il soffitto del salotto di un pallido rosa. Per ora non riesco a immaginare nessuna controindicazione...
2)Un libro di poesie. Sì, poesia: cosa c’è di più carezzevole? In questo periodo apro ogni giorno "The Dream Songs" del poeta americano John Berryman. Henry, lo splendido e paranoico eroe di Berryman – un uomo che beve, che soffre, che s’innamora, che scivola da un disastro all’altro – non mi delude mai. Quando avevo quindici anni, fantasticavo di essere la moglie di un poeta americano degli anni Cinquanta. Mi sarei vestita di tweed e sarei stata meravigliosamente easy-going. Avremmo viaggiato per il mondo; in valigia solo libri, niente vestiti; e io avrei scritto romanzi, chiusa in stanze d’albergo.
3)Cibo. Il mio segreto è uno yogurt: i "Müller fruit corner" ai mirtilli. Lusso, ma low cost. Cos’altro ti può far sentire così amata per soli 50 centesimi? Non solo. Io adoro fare torte. Le mie amiche ne approfittano; una mi ha appena chiesto, senza vergogna, se avevo voglia di preparare la torta per i suoi 40 anni, una cosina da niente per decine di persone: non ho avuto il coraggio di dire di no. Ho rifiutato solo quando mi ha chiesto se sarei sbucata fuori dalla glassa cantando "Happy Birthday". Il punto è che mi sento sempre un po’ Maria Antonietta quando preparo una torta. Il massimo è decorarla con delle vere rose. Il profumo di cioccolato e petali è, per me, l’essenza stessa del romanticismo".

Sapete cosa mi ha fatto sorridere? Quel sogno di diventare la moglie di un poeta negli anni Cinquanta, vestirsi di tweed, e vivere in camere d’albergo… Mi piace ma per carità, non lo farei mai: troppo provvisoriamente romantico. Meglio i petali di rose sulla torta al cioccolato. E un libro di poesie, anche se Berryman – che non conoscevo e mi sono affrettata a ordinare su Amazon – proprio non lo capisco… Quanto alle vecchie tovaglie, ne ho poche; ma in compenso ho vecchi plaid e vecchie coperte che sanno di mamma, di nonna, di altre case.

Ho dimenticato gli inverni, l’azzurro e le rose.

Martedì, 2 marzo 2010 @07:32

"Non ti amerò domani.
Ho atteso per tanti giorni nuda, con il tuo nome
scolpito sulla mia fronte, che ho dimenticato
gli inverni, l’azzurro e le rose".
(Juana Castro)

Il tuo nome inciso sulla mia pelle. Brucia. Ma tra poco è primavera. Tra poco voglio dimenticare l’inverno. Ritrovare i cieli azzurri, la luce, la promessa di una rosa. Con te, se vorrai. Oppure, credimi, da sola.

(Juana Castro è una poetessa spagnola. La traduzione è un regalo di Pablo, lettore del blog)

Milano glam cheap allora. Sapete cosa mi è piaciuto, più di tutto? Andare, stavolta, non alle sfilate ma alle presentazioni: borse, scarpe e accessori nei palazzi e nei cortili nascosti di Milano, quelli in cui di solito è quasi vietato l’accesso. Si sale per scaloni maestosi, statue di pietra mi sorridono, putti affrescati mi strizzano l’occhio dal soffitto. Scarpe e borse sotto gli affreschi del Seicento di Palazzo Durini, collane e sciarpe a Palazzo Visconti… e borse pop-art ispirate ai quadri di Roy Lichtenstein alla Triennale (bruttissime, però).
Sempre alla Triennale, un guardaroba in mostra: quello di Greta Garbo. Un’infilata di cappotti e soprabiti, e decine di abiti, tutti però super-accollati, quasi da istitutrice tedesca (anzi, pardon, svedese); e le famose scarpe con il mezzo tacco che ormai non si trovano quasi più (firmate Ferragamo). Confesso: non mi sarei rubata nulla, gli abiti non erano sexy né scenosi. Ma ho sorriso di fronte a uno chemisier di seta maculata rosa, che avrebbe fatto venire immediatamente a Stella, l’eroina del mio secondo romanzo, un attacco di Allergia Animalier.

Dentro.

Lunedì, 1 marzo 2010 @07:12

"Ho un figlio, questo figlio
assemblato dentro di me
durante il tornado Gloria.
E’ apparso in un attimo
in un battito di cuore. Fuori, i pini cadevano.
I cavi del telefono si strappavano e sibilavano come cobra.
Dentro, lui era una perla, cruda: microscopico, luminoso.
Guardalo adesso, un obelisco di muscoli
mentre apre il frigo e cerca dell’altra uva…"
(Mary Karr)
E io porto ancora, in me, la memoria di quella perla lucente, di quel battito di cuore.

(La poesia di Mary Karr si intitola "A Blessing from My Sixteen Years’ Son" ed è tratta da "The best of american poetry 2005". Traduzione, ahimé, mia).


Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.