Lisa Corva

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Chiedo la benedizione della primavera.

Giovedì, 29 aprile 2010 @22:13

Vi metto già on line il Buongiorno di venerdì 30 aprile, perché anche domani sarò in viaggio e lontana dal computer: parto per un matrimonio a Oslo, sperando che non nevichi (le previsioni meteo sono vicine allo zero) e che la nube vulcanica stia lontana… L’amico che si sposa, al secondo matrimonio, è parigino, e la nuova biondissima esilissima moglie è una ragazza norvegese (che, vivendo già a Parigi, mi sembra si nutra solo di cioccolato e champagne). Il Consorte fa da testimone, e gli è stato chiesto di leggere, alla cerimonia, una poesia. Indovinate chi l’ha dovuta cercare?
Ecco dunque il Buongiorno anticipato:

"Maggio scottava e inaridiva, marzo era irrequieto, e poteva essere freddo e rigido nel suo splendore, ma aprile arrivava dolce, come una benedizione, e quando il tempo era favorevole, era così bello che diventava impossibile non sentirsi diversi, non sentirsi emozionati e commossi."
(Elizabeth von Arnim)

Chiedo la benedizione della primavera.

(Anche la frase che ho scelto per il Buongiorno di venerdì 30 aprile, come quella di venerdì 23 aprile, è tratta da "Un incantevole aprile" di Elizabeth von Arnim, che ho appena finito di leggere, con un profumo di acacia finale che rimane nell’aria)

Peccato però lasciare la primavera… Oggi ero a Trieste, sul Molo Audace, in pieno sole, il mare luccicava. E sul molo tanti coriandoli bianchi a forma di cuore. Mi sono chiesta chi li abbia lasciati, chi li abbia lanciati. Ma alla fine è bello pensare che fossero lì, come il mare, come il sole, come i glicini fioriti, un po' anche per me.

Mi chiama forte la vertigine del niente.

Giovedì, 29 aprile 2010 @07:42

"Mi provo i trucchi alla Rinascente
ammiro imbambolata i manichini
faccio pensieri suicidi al quinto piano:
mi chiama forte la vertigine del niente
verso l’abisso-primavera di Milano"
(Francesca Genti)

Nuova me stessa, nuova identità cercasi: anche in saldo.

(E’ la quarta poesia di Francesca Genti che scelgo, e ripeto: è bravissima! Le altre le trovate il 15 aprile, 2 aprile e 24 marzo. Tutte tratte da "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press)

Dentro un piatto, dentro una tazza.

Mercoledì, 28 aprile 2010 @08:50

"In quegli anni avevo un piatto azzurro,
era tutto azzurro dall’orlo al centro,
un azzurro oceano, la tinta blu oltremare
in cui una sirena avrebbe potuto tuffarsi ed entrare.
Se guardavo il piatto vedevo la bocca
di un porto, un pomeriggio senza un alito
di vento, la sera limpida fino a Howth
e ritorno, il cielo a sud di un azzurro più chiaro".
(Eavan Boland)

Se guardo i miei piatti, se guardo la mia tazza preferita, cosa vedo?

(Eavan Boland è una poetessa irlandese che sto scoprendo adesso. Nata a Dublino nel 1944, ha vissuto in Irlanda, a Londra e New York. I versi di oggi sono tratti da "Tempo e violenza – Poesie scelte", edizione Le Lettere. Con testo inglese a fronte!)

Viaggi.

Martedì, 27 aprile 2010 @19:47

"Ho amato la tua yoni vellutata, Annalena, i lunghi viaggi
nel delta delle tue gambe.
La spinta a risalire il fiume fino al battito del tuo cuore
attraverso le più selvagge correnti sature della luce di luppolo e di neri convolvoli.
E il nostro impeto e il riso trionfale e il rapido
vestirsi nel mezzo della notte per salire le scale di pietra
della città alta".
(Czesław Miłosz)

Perché il tuo corpo è un viaggio, sempre.

I versi di oggi, del poeta polacco Czesław Miłosz, Premio Nobel nel 1980, sono tratti dall'antologia "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore: un piccolo libro bianco pieno di sorprese.

Ma dove sono gli uomini-testosterone?

Sabato, 24 aprile 2010 @10:23

Parliamo di uomini. Sinceramente, con la primavera che ci è scoppiata addosso, non riesco in effetti a pensare ad un argomento più interessante. Scarpe? Borse? Certo, per carità, ma solo come equipaggiamento da caccia. O quantomeno da "men watching". Però, mentre mettete nella borsa l’indispensabile paio di occhiali da sole per guardare senza essere viste, metteteci anche un dubbio. O forse una domanda. Che cos’è successo agli uomini?
Già. Sedute al tavolino del caffè in piena luce di primavera, vi guardate intorno e vi interrogate anche voi. No, non è la solita domanda "dove sono finiti gli uomini interessanti e liberi?", destinata a rimanere senza risposta. No. Mi sto proprio chiedendo, anzi vi sto chiedendo, che cos’è successo agli uomini. Sono cambiati, e su questo non c’è dubbio, anche perché hanno cominciato a chiederglielo le nostre madri, anzi a dir la verità le nostre nonne… Siate meno gelosi, meno autoritari, più sensibili; imparare a dare il biberon, a piangere, a chiedere scusa; soprattutto imparate a chiederci perché siamo noi, a piangere, e per favore ascoltate la risposta. Risultato? Gli uomini sono cambiati eccome. Forse anche troppo. Uomini così emozionali e titubanti che quasi ci fanno paura. Perlomeno, a me qualcuno fa paura. Come il protagonista di un romanzo appena uscito, "Non piangere coglione", del quarantenne Amedeo Romeo (Isbn): affascinato dalla maternità, ha paura di diventare padre. Ma il corpo delle donne incinte lo strega… E quando incontra una donna al sesto mese di gravidanza, perde la testa, e desidera solo una cosa: essere, lui stesso, madre. Confesso, e mi dispiace per l’autore: io un libro così non voglio leggerlo. Un uomo così spero di non incontrarlo mai, ammesso che esista. Mi basta l’invasione dei maschi iper-sensibili, ma anche iper-indecisi che affollano bar, caffè e metropolitane (e telefonini delle mie amiche single). Sono un’ingrata? E’ che i nuovi maschi contemporanei sono strani esperimenti genetici. Se va male, impauriti dalle donne-che-chiedono-troppo, si eclissano: gli uomini-rebus. Se va bene, disertano la palestra perché sono troppo occupati a scriverci e-mail o a mandarci criptici sms; o, addirittura, a comprare il vino per la cena-gourmet che ci cucineranno stasera. Bello, vero? Qualcuno ha anche imparato a regalarci dei mazzi di fiori, addirittura senza nessuna scusa apparente.
Che altro vogliamo, direte voi? Semplice: vogliamo anche qualche muscolo. Vogliamo i muscoli di Jake Gyllenhaal, aitante "Principe di Persia" (mi sa che ci toccherà andare a vederlo, questo polpettone fantasy, se non altro per ammirare i suoi bicipiti, e l’incredibile trasformazione dai tempi di "Brokeback Mountain"). Vogliamo Russel Crowe di nuovo, finalmente, gladiatore, in "Robin Hood" (che aprirà, a maggio, il Festival di Cannes). Vogliamo Sam Worthington, proprio lui, che dopo averci conquistato nella versione blu-aliena di "Avatar", ci riprova in "Scontro fra titani". Guardiamo le foto di tutti questi attori-testosterone e sospiriamo. Ma li vogliamo davvero così, vestiti da sultani, da briganti medievali, da semi-dei dell’Olimpo? Li vogliamo così, questi maschi che non chiedono, che guerreggiano, che combattono?
Bè, qualche eccezione ci sarà di sicuro, non discuto. Magari voi l’avete trovato, il maschio testosteronico e dalle spalle larghe, che prepara anche la cena, o perlomeno che vi invita al ristorante, ed è persino in grado di sostenere una conversazione interessante. (Nel qual caso, tenetevelo stretto, come faccio io: non ne fanno quasi più). Ma forse non è un caso che il cinema ce li proponga così: eroi d’altri tempi, con spada d’ordinanza. Consoliamoci pensando che se lo incontrassimo davvero, un Russell Crowe dall’aria truce, qui al caffè, forse non lo degneremmo di uno sguardo. Perché siamo troppo occupate a rispondere al maschio sensibile che ci ha mandato l’ennesimo sms criptico. Se solo riuscissimo a convincerlo ad andare un po’ più spesso in palestra…

(Questo è, rivisto e rimaneggiato, un articolo che ho scritto per Grazia. Piccola postilla: a me Russel Crowe non è mai piaciuto. Hugh Jackman, però, eccome…).

In questi giorni sarò in viaggio, senza accesso al computer, quindi vi metto on line già il Buongiorno di domani, lunedì 26 aprile! Eccolo:

"Non dissi altro e anche lei tacque, ma doveva pensare alle stesse cose, perché quando casualmente le nostre mani si toccarono restarono afferrate l’una all’altra. Era molto piccola, la sua mano dentro la mia, e molto fredda."
(Gianfranco Calligarich)
No, non dire niente. Basta solo che tu mi tenga per mano.

La frase che ho scelto come Buongiorno del 26 aprile è tratta da un libro che viene da lontano: un libro che ha già 37 anni, e che è appena stato ripubblicato. Mi è piaciuto molto, lui e l’autore, che ho intervistato per Il Piccolo: l’intervista la trovate nel post del 9 marzo. Il libro è "L’ultima estate in città". Il protagonista? Un uomo che incontra un amore in un'estate che sembra non finire mai, nella Roma anni Sessanta. Un uomo d'altri tempi. Più o meno testosteronico di quelli di oggi? Ma per fortuna i brividi d'amore, le mani che si afferrano, quelle no, non sono cambiate: il tumulto del cuore è sempre lo stesso.



Un aprile italiano.

Venerdì, 23 aprile 2010 @09:20

"Lo splendore dell’aprile italiano era ai suoi piedi. Il sole la inondava di luce e il mare giaceva addormentato… Che meraviglia, che splendore! Non esser morta prima… aver avuto la possibilità di vedere, respirare, sentire tutto questo…"
(Elizabeth von Arnim)
Ma bisogna venire da lontano, ci vogliono occhi stranieri per amare quest’aprile italiano? O bastano i nostri occhi?

(Come avete capito, ho appena riletto "Un incantevole aprile" di Elizabeth von Arnim: la storia di quattro donne che negli anni Venti, in un piovoso marzo londinese, decidono di affittare un castello in Liguria. L’ho finito qualche giorno fa, con un sottile profumo di acacia nell’ultima pagina. E mi è venuta una grande nostalgia: nostalgia delle finestre aperte sul mare della Liguria in primavera, dei primi fiori sui sentieri, dei corzetti con la maggiorana – qualcuno li ha mai mangiati? -, della focaccia, di fave e pecorino… Nostalgia di glicini. Sono a Milano da qualche giorno e tutti i glicini sono in fiore, si sente il profumo passando per strada).

Tu manchi.

Giovedì, 22 aprile 2010 @08:34

"Tu manchi da questa camera e le cose non chiamano, oggi. Ho deciso che il tempo non passi. In tuo onore. Che non passi di qui e si fermi di sotto – dove gli uomini chiacchierano seduti barbaramente. Amore mio."
(Mariangela Gualtieri)
Assenza. Amore, mio, anche nell’assenza.

(Mariangela Gualtieri è una poetessa italiana, e i versi di oggi sono tratti da "Senza polvere, senza peso", Einaudi)

Guerra.

Mercoledì, 21 aprile 2010 @08:46

"La guerra
com’è
seria
attiva
e abile!
Sin dal mattino
sveglia le sirene
invia ovunque ambulanze
scaglia corpi nell’aria
passa barelle ai feriti
richiama la pioggia dagli occhi delle madri
scava nel terreno
dissotterra molte cose dalle macerie
alcune luccicanti e senza vita
altre pallide e ancora vibranti".
(Dunya Mikhail)

Instancabile, la guerra.

(I versi di oggi sono tratti dalla bellissima antologia di poetesse arabe "Non ho peccato abbastanza", Mondadori. E’ sempre Dunya Mikhail che ha scritto – ricordate? - "Ho disegnato una porta/ e mi sono seduta dietro di lei/ pronta ad aprirla/ non appena arrivi". Nata a Baghdad, vive negli Stati Uniti, e sa bene che cos’è la guerra. E oggi, mentre la nube vulcanica – bellissima nella sua potenza quasi bellica – si dirada, a questo penso, alla guerra, ai Paesi ancora in guerra, ai Paesi che portano i segni della guerra. A Baghdad. A Kabul. E a tutte le donne che lottano silenziosamente e tenacemente per la pace, come Aung San Suu Kyi in Birmania)

I ricordi sono lettere dal passato.

Martedì, 20 aprile 2010 @09:19

"Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati".
(Simon Van Booy)

O forse come lettere indirizzate al futuro, al presente, a noi dentro il presente: lettere che vengono dal passato, che ci chiedono di non dimenticare. Sono foto ritrovate in un cassetto, cartoline in un libro che non ci ricordavamo più di avere, un profumo che ci afferra per strada… Sì, i ricordi sono lettere dal passato. Leggiamole.

(La frase di oggi è tratta dal libro di racconti "L’amore arriva d’inverno" di Simon Van Booy, Ponte alle Grazie. Da questo libro ho tratto anche il Buongiorno del 27 gennaio, 1 febbraio e 30 marzo)

Amicizia.

Lunedì, 19 aprile 2010 @07:52

"Amico, portati via quello che vuoi,
affonda il tuo sguardo negli angoli,
e se vuoi ti darò tutta l’anima
coi suoi bianchi viali e le sue canzoni."
(Pablo Neruda)

Passeggia con me nei viali della memoria, dei ricordi - e dei progetti. Tu che mi conosci, che conosci anche gli angoli della mia anima. Tu che sai. E custodisci.

(I versi di Neruda che ho scelto per il Buongiorno di oggi sono tratti da "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia

Petali.

Venerdì, 16 aprile 2010 @19:58

Mi sono accorta di amarlo quando mi ha insegnato a riconoscere i fiori, i fiori di campo, camminando per la Cornovaglia, in primavera. Così, più o meno – insieme a un poetico elenco di nomi di fiori selvatici – disse, anni fa, Mary Wesley, scrittrice molto amata in Inghilterra e poco conosciuta da noi (dove è pubblicata da Tea), parlando del suo grande amore, e secondo marito. In quella semplice frase c’è tutto: ci sono le passeggiate, il vento, il camminare insieme, guardare insieme; scoprire, insieme. E ci sono i fiori. Già, i fiori. Perché i petali ci parlano sempre al cuore. Che sia un mazzo portato a casa da un marito ritardatario e distratto, che si ricorda l’anniversario nel giorno sbagliato; i fiori selvatici raccolti in lunghe camminate nel vento, accanto a un uomo che ti insegna, uno per uno, i loro nomi (no, a me non è mai capitato!); oppure – per le più fashioniste ma altrettanto romantiche – i boccioli sparsi sui vestiti. Perché no? Anche quelli ci fanno sognare.

I fiori modaioli possono essere grandi ed esagerati. Anche con effetto optical. Ma i petali più belli sono forse quelli minuscoli e quasi timidi: fiori di campo, appunto; fiori selvatici, come i "papaveri spericolati" (secondo la straordinaria definizione di una grande poetessa italiana, Vivian Lamarque), perché crescono ovunque, anche tra i binari dimenticati del treno, o nelle strade di periferia. E quindi petali disseminati su una giacca, su una camicia, sulle ballerine, persino su un costume. Ma soprattutto sugli abiti, sui microabiti che fanno tanto primavera. Sono sicura che ne avete uno nell’armadio: tiratelo fuori! Da mettere magari insieme a una biker, una giacca di cuoio nero: tanto per far capire che sì, siamo romantiche, ma all’occorrenza sappiamo tirar fuori le unghie, perbacco.

Questo è – rivisto e rivisitato per voi - un vecchio pezzo fashion che ho scritto, più o meno un anno fa, per Grazia. Ma per fortuna gli abiti flower power vanno sempre di moda. E adesso che nel mio altrove i ciliegi sono in fiore, ho voglia di petali: anche da indossare.

Affacciati alla finestra.

Venerdì, 16 aprile 2010 @07:45

"La mattina seguente, dopo essersi svegliata, Mrs. Wilkins rimase nel letto alcuni minuti prima di alzarsi e aprire le imposte. Che cosa avrebbe visto affacciandosi alla finestra? Un mondo di sole oppure di pioggia? Sarebbe stato stupendo, in ogni caso sarebbe stato stupendo".
(Elizabeth von Arnim)

E’ come respirare, finalmente: aprire le finestre in una camera sconosciuta, una città straniera; spalancare gli scuri e scoprire la luce di nuovi orizzonti, nuovi mari. Viaggiare…

(La frase di oggi è di una delle mie scrittrici preferite, Elizabeth von Arnim, ed è tratta da "Un incantevole aprile", Bollati Boringhieri, un romanzo che sto rileggendo adesso, dopo tanti anni. La storia? Quattro donne, in un marzo piovoso degli anni Venti a Londra, decidono di affittare un castello in Liguria, lasciare mariti o non-mariti e rimpianti e solitudine e troppa folla e partire. Per tutto aprile. Non si conoscono tra di loro – forse non conoscono neppure se stesse. Ma a volte basta aprire le finestre su un mondo nuovo, per scoprire qualcosa di straordinario su di sé… E a me piace la sensazione descritta così bene dalla von Arnim: quando, al mattino, siamo nel letto di una camera d’albergo, o della casa dove siamo ospiti. Siamo arrivati di notte, magari pioveva, dove siamo esattamente? Non lo sappiamo ancora. Sappiamo solo che sarà bellissimo aprire le finestre e scoprirlo)

Disgelo.

Giovedì, 15 aprile 2010 @07:28

"Illuminazione davanti al banco dei surgelati
anche la sofferenza
ha la sua data di scadenza".
(Francesca Genti)

E c’è un disgelo – lo sai, vero? - anche per i cuori in inverno.

(Ricordate la poetessa kamizake? E’ la sua terza poesia che scelgo – le altre sono i Buongiorno del 24 marzo e 2 aprile – e mi piace sempre di più. La sua raccolta di versi si intitola: "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press)

Un raggio rosa.

Mercoledì, 14 aprile 2010 @08:02

"Co’l raggio de l’april nuovo che inonda
roseo la stanza tu sorridi ancora
improvvisa al mio cuore, o Maria bionda"
(Giosué Carducci)

Non è bello, forse, il raggio di luce primaverile che porta un ricordo, un viso, un sorriso?
Un raggio rosa.

(Ma sì, proprio Carducci! Non avrei mai pensato di farlo diventare un Buongiorno: eppure...
I versi sono l’incipit del suo "Idillio maremmano" e sono tratti dal "Canzoniere dell’amore coniugale", Cappelli Editore)

Nel battito del tuo cuore.

Martedì, 13 aprile 2010 @08:14

"Quando mi chino sulla tua anima, mentre dormi,
e ascolto, col mio orecchio
sul tuo petto nudo,
il tuo cuore tranquillo, mi sembra
di cogliere, nel suo battito profondo,
il segreto del centro del mondo".

(Juan Ramón Jiménez)

E quel battito mi tranquillizza. Perché so di essere lì, al centro del tuo cuore, al centro del tuo mondo.

(Juan Ramón Jiménez è un poeta andaluso di inizio Novecento. La poesia di oggi è tratta da una vecchia antologia che si intitola "Canzoniere dell’amore coniugale", Cappelli Editore, 1974. Perfetta per oggi, che è - hmmm, non so se posso dirlo? - il compleanno del Consorte:-)

In metropolitana.

Lunedì, 12 aprile 2010 @07:16

"Se perdessi la mia biblioteca, avrei comunque la metropolitana e l’autobus. Un biglietto al mattino, uno alla sera, e leggerei i volti."
(Marcel Jouhandeau)

Ah, come mi piacerebbe! Come mi piacerebbe, seduta sulla metropolitana troppo affollata, o in un treno rumoroso di telefonini, alzare gli occhi e leggere, sul viso di chi mi sta davanti, segreti e amori. Non scendete, vi prego! Avete in faccia un telefilm.

(Marcel Jouhandeau fu uno scrittore francese del Novecento. Questa frase l’ho letta, e copiata al volo, nella metropolitana di Parigi: fa parte delle parole che decorano il Métro)

In giornate identiche a nuvole.

Venerdì, 9 aprile 2010 @07:34

"Sono stato adolescente, in giornate identiche a nuvole".
(Luis Cernuda)
E questo, solo questo, desidero, di nuovo: sentirmi leggera e felice, libera come una nuvola, sognante in un cielo di primavera. Questo voglio. E in una giornata come oggi mi basta chiudere gli occhi: perché sì, lo so, succederà. Ancora.

Leggete che meraviglia in spagnolo:

"Adolescente fui, en dias identicos a nubes"

(Anche queste parole lucenti di Luis Cernuda sono un regalo di Pablo, lettore del blog. Trovate altri versi dello spagnolo Cernuda nel post del 29 marzo)

Abbandonarsi.

Giovedì, 8 aprile 2010 @07:47

"Noi non cediamo all’amore: è l’amore che sale in noi
come certa musica, una sinfonia o una ballata
ed è color seppia
come il tè versato che risale lento
attraverso i mille tunnel perfetti
di una zolletta di zucchero
posata accanto alla tazza.
Sì, l’amore è così:
proprio quando meno ne abbiamo bisogno
quando meno ce l’aspettiamo
una parte di noi vi affonda dentro
per caso o per sbaglio
e l’amore risale attraverso le nostre vene…"
(Julia Copus)

E abbandonarsi è dolce.

Julia Copus è una poetessa inglese. I versi che ho usato oggi, per la rubrica di City dell'8 aprile, sono l’incipit della sua poesia "In defence of adultery", che è anche il titolo del suo secondo libro. In difesa dell’adulterio, dunque. O semplicemente dell’amore? La traduzione purtroppo è mia. E quanto mi sono lambiccata su quei "tiny tube-like gaps inside a cube of sugar…". Poi, alla fine, dopo mesi in cui la poesia è rimasta nel mio computer a decantare, ho deciso che era troppo bella per tenerla nascosta. Ma ovviamente è molto più bella in inglese:

We don’t fall in love: it rises through us
the way that certain music does –
whether a symphony or ballad –
and it is sepia-coloured,
like spilt tea that inches up
the tiny tube-like gaps inside
a cube of sugar lying by a cup.
Yes, love’s like that: just when we least
needed or expected it
a part of us dips into it
by chance or mishap and it seeps
through our capillaries, it clings
inside the chambers of the heart.

Talvolta, delle piccole cose.

Mercoledì, 7 aprile 2010 @07:30

"Talvolta delle piccole cose ci fanno felici senza motivo:
il secchio di latta ammaccato nella pioggia di primavera
sotto il ciliegio in fiore
subito prima che il cielo schiarisca.
O le bottiglie di vino rosso
che abbiamo gettato dalla finestra ubriachi la notte scorsa
subito dopo…
E talvolta le stesse cose ci rendono infelici
per lo stesso motivo".

(Henrik Nordbrandt)

Felicità/infelicità. Ma possiamo scegliere?

(La poesia di oggi, del danese Henrik Nordbrandt, è tratta da "Il nostro amore è come Bisanzio", Donzelli Editore, una raccolta che amo molto. Ho rubato spesso dei versi di Nordbrandt, anche per il Buongiorno del 7 settembre, che trovate in archivio - bisogna cliccare a sinistra, il post si intitola "Airport Look")

Perdonare.

Martedì, 6 aprile 2010 @09:03

"Che situazione di incertezza tra
l’essere feriti e il perdonare.
Rabbia che cova con dolcezza"
(Kurt Drawert)

E’ una linea di confine disegnata sulla sabbia: così leggera, quasi invisibile. E’ un dislivello del cuore. Un gradino scivoloso nei sentimenti. Io però ho deciso: non voglio inciampare. Oltrepasso il confine, sciolgo la rabbia. Perdonare è sempre andare avanti. Ora lo so.

(I versi di oggi, del poeta e scrittore tedesco Kurt Drawert, sono tratti dall’antologia "100 Poesie della DDR", Isbn Edizioni. Mi colpisce quella sottile linea di incertezza, la rabbia che cova con dolcezza. Ma mi piace soprattutto l'allusione al perdono: secondo una delle poche ricerche tuttologhe americane che mi sia rimasta impressa, gli "high forgivers", quelli che sanno perdonare, vivono meglio, si ammalano di meno e soffrono meno di infarto. Sarà un caso?)

Storia di una borsa.

Lunedì, 5 aprile 2010 @16:02

Non so se in questo momento siete vicine a una bilancia, ma se sì, fatemi un favore: pesate la vostra borsa. Io l’ho appena fatto. Impazzita? No, solo incredula: perché, secondo un’inchiesta del Daily Mail, le nostre borse sono sempre più leggere. Di un bel 57% più leggere, per la precisione. Possibile? Sì, sostiene perentorio il quotidiano inglese: due anni fa, la borsa di una qualsiasi donna trafelata multitasking pesava 3 chili e 200 grammi, più o meno 13 panetti di burro; oggi, 1 chilo e mezzo, ovvero sei panetti di burro. (Piccolo inciso: ho sempre pensato che le inglesi fossero diverse da noi, e adesso ne ho la riprova. Non solo vanno in giro senza calze, e con sandali altissimi, anche d’inverno; ma comprano tutto quel burro?).
Però hanno ragione: la mia borsa pesa un chilo e mezzo scarso (senza burro). E’ vero, è uno zainetto Prada (vintage, ma ben conservato), quindi l’equivalente del peso piuma in fatto di borse; e dentro c’è il mio survival kit ridotto all’essenziale. Controllo: portafoglio, chiavi, fazzoletti, cellulare, burrocacao, rossetto, specchietto d’argento (non sono ancora capace di ritoccarmi il rossetto senza); e un notes con penna, perché non si sa mai dove e quando può arrivare l’ispirazione. Dopo anni di allenamento sono riuscita a ridurre al minimo il mio equipaggiamento di sopravvivenza. Brava, no? Il merito non è solo mio, e qui in effetti ha ragione il Daily Mail. Se le nostre borse sono più aeree, è soprattutto grazie ai nuovi tecno-gadget che ci semplificano (o complicano), ma comunque alleggeriscono la vita. Ovvero: gli "smartphones", tutti i vari iPhones e BlackBerry che hanno sostituito i pesantissimi cellulari anteguerra, e le ancora più pesanti agende (ricordate i Filofax?). Morale: noi della "touch generation" possiamo permetterci borse più piccole. Almeno finché non ci compreremo l’iPad o qualunque altro micro-computer di cui diventeremo amorose schiave.

Ma in realtà ho un’altra storia di borse che volevo raccontarvi: anzi, la storia di una borsa. Una borsa che viene dal passato, una borsa con una storia, con tante storie dentro. Una borsa anni Sessanta, di Roberta di Camerino, di velluto: grigia e nera, piccola, capricciosa. Una borsa da signora, con due fibbie trompe l’oeil (il trademark della stilista veneziana), velluto su velluto. Ce l’ho davanti in questo momento: questa è la sua storia, ed ora anche la mia storia.

Tutto è cominciato a Trieste. Quando, a febbraio, l’assessorato alla cultura mi ha invitato a presentare il catalogo di una mostra (che, tra l’altro, è ancora aperta: fino al 18 aprile), nell’ex Pescheria, sulle Rive del mare che amo tanto. Una giornalista fintoglam (io) per una mostra glam davvero: quella degli abiti da sera di Mila Schön, nata a Traù (l'attuale Trogir, in Dalmazia), vissuta a Trieste, ma poi catapultata (come me) a Milano, dove diventò una stilista, negli anni Sessanta, prima, molto prima della Milano glam cheap. Durante il convegno abbiamo parlato di abiti. Degli abiti di Mila, e di chi, in sala, ne possedeva uno (l’ho chiesto, curiosa come sono; si sono alzate tre mani, e tre storie: io adoro le storie degli abiti). Abbiamo parlato di come ricordi e amori e desideri si intreccino alle etichette e alla stoffa. E io ho ricordato un’altra stilista, legata anche lei agli anni Sessanta e alla mia Trieste: Roberta di Camerino. Quand’ero piccola, in piazza della Borsa c’era una sua boutique, con le vetrine amatissime da tutte le ragazze dell’epoca. E mia zia, che a Trieste è nata (come tutta la mia famiglia) e ha sempre vissuto, aveva una borsa di velluto di Roberta di Camerino, che io amavo, per la sua morbidezza, ancora prima di sapere che quella borsa aveva un nome: Bagonghi. Ho raccontato di quella borsa perduta, che la zia non aveva più ritrovato; delle borse che vedevo in mano alla nonna, alla mamma, alla zia; borse da indossare in tinta con le scarpe, rigorosamente; borse che dentro avevano un fazzoletto ricamato, e un portaprofumo fatto a cilindro, e qualche caramella, sempre, per me bambina. Borse che all’epoca si riponevano in armadio, nel loro sacchetto morbido di satin o velluto. Non it-bags che costano come un affitto, da maltrattare e buttare per terra, come faccio anch’io, come fanno tutte le ragazze fashioniste che trattano le borse come (forse) vorrebbero trattare i fidanzati.
Qualche settimana fa ricevo una telefonata dall’assessore. Sa, qui è arrivato un pacchetto per lei… Avete già indovinato? Io speravo, ma non osavo crederci. E invece era lei, questa borsa, una vecchia borsa di Roberta di Camerino, arrivata dritta dal passato, solo per me. Con un biglietto meraviglioso, su carta intestata, regalo di una signora che porta il nome di un angelo e infatti si chiama Angela; un biglietto, che vi riscrivo qui, perché rimanga sempre, almeno nel cyberspazio di questo blog:
"Gentile signora, ero alla presentazione del catalogo di Mila Schön e ho sentito che era interessata ad avere una borsa di velluto di Roberta di Camerino. Ne ho trovata una in cattive condizioni in soffitta. Non si riesce ad aprirla! Comunque gliela regalo con piacere e forse continuerà a vivere".
Un artigiano dal tocco magico ha aperto la borsa: dentro c’era tutto il mondo che non c’è più, mia mamma, mia nonna, mia zia, le donne che mi hanno amato, le borse che hanno amato, la Trieste della mia infanzia e la Trieste che mi accoglie ancora, sempre, di nuovo.

Pattinando per la Via Lattea.

Venerdì, 2 aprile 2010 @08:01

"Ciao, non sono un panda
non vivo allo zoo dentro una gabbia
non ho bisogno della tua protezione
non voglio che mi nutri coi germogli
che mi consideri una specie da salvare.
preferisco che mi baci e che mi spogli
pattinare con te per la Via Lattea
pitturare color luna le pareti
delle stanze del mio bunker personale:
questo è quello che vogliamo noi poeti".
(Francesca Genti)

Allora, ti sei messo i pattini?

(Anche la poesia di oggi è tratta, come quella che ho scelto per il 24 marzo, da "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press, di Francesca Genti)

Sarebbe bello, in questi giorni di festa, poter pattinare per la Via Lattea.

Lenzuola.

Giovedì, 1 aprile 2010 @09:25

"Il letto era sempre rifatto con le lenzuola costose (allora era per questo che le aveva comprate!); l’ordine che regnava nell’appartamento non lasciava più presagire una solitudine meditativa, bensì l’arrivo di un ospite molto atteso. Era un ordine diverso, un po’ più studiato. Ora il suo appartamento sembrava la scena di un dramma, un luogo in attesa di azione".
(Claire Messud)

Stasera, cambio le lenzuola.

(La frase di oggi è tratta da un romanzo della scrittrice americana Claire Messud: "I figli dell’imperatore", Mondadori, tutto ambientato a Manhattan prima e dopo l'11 settembre. La protagonista è l’amante di un uomo sposato, è lui che aspetta, è per lui che la casa vibra e attende, per lui che cambia le lenzuola… Ma è bello anche cambiare le lenzuola solo per noi, solo per il piacere di infilarsi dentro il profumo di pulito. Il piacere della casalinghitudine)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.