Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Un'estate, e un vestito a fiori.

Lunedì, 31 maggio 2010 @09:04

"Ci terrei a precisare che ho comprato questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori verde scuro non menzionati da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito – hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva). Bè, mi piaceva, sai. Mi piaceva...
Come è potuto uscirsene così in silenzio dalla nostra vita?"
(Andrew Motion)
Quel vestito, che mi parla ancora di te.

(Ma allora gli uomini li guardano, i vestiti che indossiamo? Ogni tanto, a quanto pare, sì. Almeno i poeti. I versi di oggi sono tratti da "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore)

Briciole di stelle.

Venerdì, 28 maggio 2010 @07:45

"Vediamo quante stelle sbriciolate nella pozzanghera."
(Neruda)
Vediamo quanti sogni in frantumi, quante delusioni mi hanno scottato, quanti graffi nel cuore. Ma vediamo anche quanto, e quando, sono capace di alzare la testa: e guardare in alto. Il cielo mi chiama, non più un riflesso nella pozzanghera.

(I versi di oggi sono tratti da un mio vecchio libro di Neruda, ormai pieno di annotazioni e sottolineature: "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia)

Teenager reloaded.

Giovedì, 27 maggio 2010 @07:39

"Il fatto era che Miranda stava godendo di una nuova, seconda, ritrovata adolescenza. Poiché la sua prima adolescenza, la cui tempestosa drammaticità non le era affatto dispiaciuta, era stata contrassegnata dal proponimento di esaminare la propria anima ogni volta che fosse stato possibile, in questa nuova fase decise di riesaminarla. Forse, se non altro, stavolta avrebbe ottenuto qualche risultato."
(Cathleen Schine)

Teenager reloaded. Adolescenti dentro.

(Della scrittrice americana Cathleen Schine avevo letto, tempo fa, un piccolo romantico bestseller: "La lettera d’amore", Adelphi. E poi "I newyorkesi", commedia romantica con cani a Manhattan. "Tutto da capo", pubblicato da Mondadori, da cui ho tratto la frase di oggi, è il suo ultimo romanzo. Lieve, divertito, divertente: storia di un matrimonio che finisce dopo 48 anni, di una madre divorzianda malgré soi che si dichiara vedova, e di due figlie quasi cinquantenni che si sentono teenager dentro…)

Dopo che m’hai lasciato.

Mercoledì, 26 maggio 2010 @08:13

"Dopo che m’hai lasciato
ho fatto annusare a un cane dal fine fiuto
il mio petto e il mio ventre. Si riempa
le narici e vada in cerca di te.
Spero che ti ritrovi, e che strappi
al tuo amante i testicoli e che mozzi
il suo pene, o per lo meno
che mi porti una tua calza fra i denti".

(Yehuda Amichai)

Vendetta, che è sempre amore.

(Yehuda Amichai, nato in Germania nel 1924, emigrato in Palestina nel ’36, morto a Gerusalemme. In America fu "scoperto" da Ted Hughes: il poeta, marito di Sylvia Plath. I versi di oggi – un po’ hard, magnifici – sono tratti da un piccolo libro bianco che mi piace molto: "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore. Ho "rubato" dei suoi versi anche per il Buongiorno del 20 maggio.)

Ore sotterranee.

Martedì, 25 maggio 2010 @07:31

"Le persone gentili sono le più pericolose. Minano l’edificio, intaccano la fortezza, una parola ancora e Mathilde sarebbe scoppiata a piangere."
(Delphine de Vigan)
Abbiamo dunque così tanta fame di gentilezza? Ma basta così poco: una parola carezzevole, un complimento, un sorriso, anche e soprattutto a chi non conosciamo. Basta così poco, significa così tanto.

La frase di oggi è tratta da "Le ore sotterranee", Mondadori, il nuovo romanzo di Delphine de Vigan: che proprio oggi la scrittrice francese presenterà a Roma, al Festival Letterature, Basilica di Massenzio. (Presto metterò l'intervista on line). Solo un’anteprima: il libro è ambientato a maggio, a Parigi; la storia di un uomo e una donna segnati dall’amore e dalla vita che si incrociano e si sfiorano tra binari della RER, la ferrovia urbana parigina, e la metropolitana… Da qui il titolo: ore sotterranee, appunto. (E peccato che in metropolitana a Parigi non ci sia il nostro City! Li avrebbe ispirati e guidati?).

Un matrimonio vero che plachi i battiti del cuore.

Lunedì, 24 maggio 2010 @08:56

"Ci credi
che il Progresso è una donna?
Uno spirito in cerca del suo opposto?
Di un matrimonio vero che le plachi i battiti del cuore?
Te l’ho chiesto
mentre seduto con un bicchiere di rosso
e il giornale del giorno prima
bevevi e leggevi, e non mi ascoltavi.
Poi ho chiuso la porta
ho lasciato la casa alle mie spalle e ho percorso
in auto l’intera distanza del nostro matrimonio,
dai sobborghi alla città."
(Eavan Boland)

E guidando, tornavo indietro negli anni…

Più leggo la poetessa irlandese Eavan Boland, e la sua antologia "Tempo e violenza" (Le Lettere), più mi piace. I versi di oggi, che ho scelto per il Buongiorno del 24 maggio, sono l’incipit di "Un matrimonio per il millennio". Non vi è mai capitato di pensare: che ci faccio qui? E lei, la moglie, prende la macchina e guida, guida all’indietro negli anni, guida verso la prima casa, dove ha abitato nei primi anni di matrimonio… Un viaggio nel tempo. "A una a una/si sono spente le finestre accese./ Gli schermi televisivi si sono raffreddati più piano./ La ceramica si è trasformata in vetro, i circuiti in transistor." E ancora: "I bambini sono spariti dai letti./ Le mogli, senza preavviso, sono diventate figlie"… Davanti alla vecchia casa si ferma solo pochi minuti. Nonostante tutto, nonostante il silenzio e le domande senza risposta, vuole tornare indietro, anzi avanti, verso "L’uomo con la sua copia spiegazzata del giornale./La giovane donna che parla con lui. Parla con lui./Il cuore in pace per questo". Non sempre succede. Non sempre un matrimonio "placa i battiti del cuore", non sempre si vuole tornare in quella stanza dove un uomo legge silenziosamente un giornale, spiegazzato o magari on line, su un laptop. Non sempre, per usare le parole di Eavan Boland, succede che "a true marriage eases a quick heartbeat". Per questo Soldini si chiede, e ci chiede, nel suo ultimo film, "Cosa voglio di più". Senza punto interrogativo.

3 scrittori per 3 (facciamo 30) macarons.

Sabato, 22 maggio 2010 @18:30

Ho fatto un blitz milanese molto zuccherino: con tanto di macarons. Io e altri due scrittori (scusate, ogni volta che uso questa parola riferita a me mi viene un po’ da ridere, ma ogni tanto ci posso provare, giusto?). Ovvero io (l’Autrice, come ben sapete, dei due romanzi che vedete qui a sinistra e che spero TUTTI abbiate letto e regalato); Olivia Chierighini, che ha scritto un goloso e spiritoso "In cucina con i tacchi a spillo" (Tommasi Editore), e Piersandro Pallavicini, autore Feltrinelli, scrittore con due facce: una gourmet (per quello si è lasciato trascinare dai macarons), e l'altra impegnata (leggete "African Inferno", storia di integrazioni e disintegrazioni a Pavia, Feltrinelli appunto; anche se nel frattempo è già uscito con il nuovo "A braccia aperte").
Ecco la tripla cronaca della nostra pausa zuccherina.


Piersandro :
A Milano, in via Spadari, ci sono Ladurée e i suoi macarons. La pasticceria, comme à Paris, l'ho visitata oggi, con Lisa Corva e Olivia Chierighini. E ho acquistato i macarons: 4 (che uno è già mezza cena), più una deliziosa confezione regalo, una scatolina di cartone in colori pastello e sottili, svaporati disegnini, per la Franci (sua figlia, nota della blogger!) , da portare a casa.
Poi, con le mie amiche, siamo saliti da Peck (just opposite to Ladurée). Peck, che ha una vetrina, ora come ora, decorata con i SUOI macarons. Sì, abbiamo fatto un test, non blind, ma pur sempre test. A confronto, francamente, vince Peck. Consistenza più equilibrata, sofficità paradisiaca, e la crema, tra le due cialde di meringa, di gusti più complessi di quelli diretti, per così dire monografici, de Ladurée (anche se, va detto, pure quelli del pasticcere francese sono macarons assolutamente deliziosi).
Già, deliziosi. L'aggettivo ricorre. Ma delizioso per delizioso, va detto, le più deliziose erano le mie due amiche. Grazie per avermi portato qui, cara Lisa e cara Olivia. Grazie per le chiacchiere, il giro da Peck, i sorrisi. E per le foto (eh sì, abbiamo fermato una passante e, più sfacciati dei giapponesi, ci siamo fatti fotografare con sullo sfondo vetrine, nastri e meringhe).
A casa, poi, il (blind) test lo ha fatto anche la Franci. Anche con lei ricorreva "delizioso". Avrei voluto fotografarla mentre assaggiava il macaron alla fragola e faceve quelle certe faccine estasiate.
Beh, chi ha vinto?
Ma Peck, no?
E la prima volta che vengo a Milano con la Franci, la porto proprio lì.

Olivia:
Confesso di averne fin sopra i capelli di macarons.
Succede come con il sesso: se la disponibilità è eccessiva, si verifica un inevitabile calo di desiderio.
D’accordo, prima bisogna farne una scorpacciata immonda.
Oggi pomeriggio non ho resistito al profumo di zucchero ammandorlato, di candele al miele e alle piramidi color pastello. Sono entrata ugualmente da Ladurée, anche se l’idea di un macaron non mi attirava per nulla. È stata piuttosto la sensazione del ricordo, dell’à rebours che mi prende quando è troppo tempo che non raccolgo un po’ di straccetti in una valigia e scappo, sola o con amiche care, in quel paio di città dove ho lasciato quartini di cuore.
Ladurée mi ha visto scrivere articoli con il laptop in bilico tra ginocchia e tavolino, mi ha visto innamorata e mi ha visto molto incinta deliziarmi con una réligieuse alla rosa. In quel frangente la réligieuse mi assomigliava terribilmente, tutta tonda e lustra di glassa.
Oggi mi sarei accontentata di una sportina di carta color pistacchio con marchio d’antan. Non potendolo avere – v’immaginate la scena? Scusi potrei avere un sacchettino ricordo? – ho optato per un tè aromatizzato Marie Antoinette nella scatola a cappelliera rosa pallido. Davanti a me una fila di donne con la mandibola lievemente serrata mentre ordinavano fragola mimosa cassis indicandoli con dito nervoso. Finalmente l’esplosione. Una voce: "Devo mangiarli subito, devo aprirli sennò muoio". Lei e un’amica si allontanano veloci dalla cassa, si rifugiano sotto il tendone che ripara la vetrina facendosi scudo con l’ombrello dall’acquazzone e dagli sguardi indiscreti e lì, avide, vìolano l’astuccio satinato e consumano. Immagino di aver sentito ansimi delicati che si confondevano con i motori accesi dei taxi fermi al posteggio.
Mi sono allontanata provando un vago senso di vergogna, perché questo minuscolo angolo di Parigi nel centro di Milano mi è improvvisamente sembrato una vetrina a luci rosse per signore poco soddisfatte.
Pur tuttavia consiglio agli amici di bella presenza, intraprendenti e disposti a spendere un euro e sessanta a pasticcino, d’appostarsi nei paraggi con fare allettante.

Questa invece sono io, e una versione (ridotta) dell’articolo fintoglam che ho scritto per Grazia.
Ho in mente l’accessorio perfetto per questa moda sognante a colori pastello, un accessorio goloso e zuccherino. E no, non sto parlando di scarpe, e neppure di borse, anche se ci sono innumerevoli tentazioni: vedi bauletti rosa o occhiali da sole leziosamente pink. No, quello che ho in mente è qualcosa di davvero zuccherino, e goloso, e meravigliosamente ipercalorico, anche se a piccole dosi: sto parlando dei macarons Ladurée, da selezionare in tinta con gli abiti. Perché i doppi dischetti di pasta alle mandorle, con un ripieno morbido, che si sciolgono in bocca, si trovano in delicati colori pastello: al gusto di petali di rosa, pistacchio, violetta e cassis, fiori d’arancio, cedro… E, meraviglia, anche le confezioni sono altrettanto leziose, in lilla o verde pallido, legate con un nastro rosa. Dite che sono crudele? Inutilmente crudele, perché la mitica pasticceria Ladurée esiste solo a Parigi? E invece no: perché Ladurée ha appena aperto il suo primo (speriamo primo di una serie) negozio italiano a Milano, in via Spadari, di fronte allo storico negozio di delicatezze Peck. Dove peraltro possiamo comprare altri macarons "nostrani", per fare un goloso confronto.
Ed ora, con i nostri macarons in mano, possiamo abbinare il vestito giusto. Bergamotto, cedro o limone (sto scegliendo direttamente "à la carte"), per l’abito sottoveste corto, la gonna di voile danzante da portare con un soprabito ton sur ton o ancora un abito-corolla. Gusto menta glaciale? Starebbe bene con una blusa azzurro baby, o con l’incredibile abitino verde a ruches che ho visto paparazzato addosso a Kristin Davis (a proposito della Charlotte di Sex and The City, siete pronte per l’arrivo del film numero 2, a fine maggio? Sarà una delusione, lo so…). Quando al macaron al gusto di Cinzano e pompelmo, specialità nazional-popolare di Peck, bè, è un colore vitaminico che fa venir voglia di abiti arancione...
Del resto, la più grande testimonial di questa golosità fu Marie Antoinette, l’imperatrice fashionista, almeno secondo il film che le dedicò Sofia Coppola nel 2006: dove Kirsten Dunst si concede ogni capriccio, dagli abiti alle scarpe alle pettinature vertiginose, ai macarons color pastello, per l’appunto. L’imperatrice ne sapeva qualcosa: l’atelier della sua sarta, dalla quale dilapidò intere fortune, era in Faubourg Saint Honoré, a qualche passo di distanza dal tempio delle fashioniste di oggi, ovvero Colette. Quando si dice coincidenze modaiole. E sì, anche le imperatrici spendevano troppo… Noi accontentiamoci di un abito nuovo e di una confezione di macarons (vabbé, facciamo due).

In die Liebe wie in die Sonne blicken: l'amore secondo Thomas Mann. Anzi, secondo Musil!

Venerdì, 21 maggio 2010 @07:23

"C’è chi si innamora e guarda l’amore come guardasse dritto in faccia il sole, e si acceca; e c’è chi invece guarda per la prima volta con stupore la vita, quando viene illuminata dall’amore"
(Thomas Mann)
Io guardo: guardo paesaggi e città e la linea sottile dell’orizzonte sul mare. E, ancora una volta, mi dico come sono stata fortunata, ad averti incontrato.

Sono in treno con un amico, un carissimo amico di Berlino. Lui legge. Si ferma, segna la pagina e mi dice: senti qui, Lisa, questa frase è meravigliosa, non andrebbe bene per la tua rubrica? Il libro è "Der Mann ohne Eigenschaften", ovvero "L’uomo senza qualità" di Robert Musil; che io ammetto, vergognosamente, di non aver mai letto. La traduzione è mia. Ed ecco l’originale, che ho copiato a mano dal suo libro, in treno:

"Es gibt Verliebte, die in die Liebe wie in die Sonne blicken, sie werden bloß blind, und es gibt Verliebte, die das Leben zum ersten Mal staunend erblicken, wenn es von der Liebe beleuchtet wird".

(Ed ecco il vergognoso lapsus dell'Autrice. Solo stamattina mi sono accorta, grazie ad una pietosa mail, di avere attribuito la frase di Musil a Thomas Mann - ecco come gli errori si diffondono su web! L'amico tedesco, che ho subito chattato, mi ha detto altrettanto pietosamente: dì che è colpa mia... Vabbè, speriamo che sia Mann che Musil mi perdonino. Tutto sommato, come dice l'amico berlinese, entrambi cominciano con M. E tutto sommato, quando si guarda l'amore dritto negli occhi come se fosse il sole, poi si fa fatica a mettere a fuoco tutto il resto. Hmmm... Pietosa scusa, vero?).

In questi giorni, penso al vento fra i tuoi capelli.

Giovedì, 20 maggio 2010 @09:28

"In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,
ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me, penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.
Vedi, abbiamo vissuto più di una vita…"

(Yehuda Amichai)

E avremo, oltre al presente, anche i ricordi.

(I versi di oggi, del poeta israeliano Amichai, sono tratti dalla piccola, bella antologia "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore)


Che tu sia per me il coltello.

Mercoledì, 19 maggio 2010 @07:14

"Avevi ragione: in fondo, sto cercando un compagno per un viaggio immaginario. Ma hai sbagliato nel dire che forse non ho bisogno di un compagno reale. E’ esattamente il contrario: ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario".
(David Grossman)
E mi chiedo, ti chiedo: vuoi esserlo tu?

Questa frase è tratta da "Che tu sia per me il coltello" (Mondadori), dello scrittore israeliano David Grossman. L’ho appena incontrato: ecco l’intervista, che è uscita per Il Piccolo.

Vado all’incontro con David Grossman, 56 anni, lo scrittore israeliano che in Italia è quasi una star, con in borsa il suo libro che più ho amato, "Che tu sia per me il coltello". Un Oscar Mondadori con un indimenticabile viso di donna (ritratto firmato, guarda caso, da una fotografa triestina di inizio Novecento: Wanda Wulz). Il libro è del 1999, e sgualcito; ma quando lo tiro fuori dalla borsa, Grossman sorride.
"Lo sa che quella foto ha una storia? Fu scelta a caso dagli Archivi Alinari. Ma la donna ritratta, quando uscì il romanzo, era una fascinosa ultraottantenne, e scoprì che avevamo usato un suo vecchio ritratto per caso, entrando in una libreria, e vedendo la sua immagine su tutte le copertine e sui poster… Mi scrisse, e avrei davvero voluto incontrarla, ma purtroppo non è mai stato possibile. Me ne dispiace ancora".
Una foto struggente, e un titolo meraviglioso: "Che tu sia per me il coltello". Viene da una lettera di Kafka a Milena: "Che tu sia per me il coltello con cui frugo nella mia anima". Una citazione non scelta a caso, perché infatti è un romanzo epistolare: la storia di Myriam e Yair. Entrambi sposati, due vite che a un certo punto si sfiorano e – senza conoscersi, prima di conoscersi - si scrivono lettere sempre più travolgenti e "scoperte", cariche di erotismo, di anima.
Sono passati poco più di dieci anni da quando lei scritto "Che tu sia per me il coltello", ma nel frattempo c’è stata una rivoluzione nel modo di comunicare. Myriam e Yair si scrivono lettere, a mano; le spediscono per posta. Oggi, con le e-mail, gli sms, Facebook, che cosa cambierebbe nella loro storia?

"Tutto. Con Internet tutto è più veloce, rapido, incalzante. Non passano più giorni tra una lettera e l’altra: magari, per rispondere, ci mettiamo solo qualche minuto. E Myriam e Yair, probabilmente, si sarebbero incontrati molto prima. Ma senza aver attraversato quel mistero che può avere solo una corrispondenza epistolare".
Io penso invece che oggi ci siano sempre di più Myriam e Yair. L’e-mail ci ha riportato il piacere della scrittura, della corrispondenza. Anche, come succede nel romanzo, tra sconosciuti o semi-sconosciuti.
"Lei dice? Forse ha ragione. Io però sono un pentito dell’e-mail. Qualche anno fa ho capito che solo per leggere, per rispondere a tutte le e-mail che ricevevo, perdevo due, tre ore al giorno, invece di lavorare ai miei libri. Così ho disattivato la mia casella elettronica. Ora della corrispondenza Internet si occupa la mia assistente, e mi manda per fax quello che ho bisogno di leggere. In compenso, ho ricominciato a scrivere lettere: rigorosamente a mano".
E se dovesse scrivere un seguito alla storia di Myriam e Yair?
"Un seguito?". (ride). "Per fortuna non sono uno sceneggiatore televisivo. No, i miei libri finiscono tutti lì, nell’ultima pagina. E il difficile è proprio questo: capire dove fermarsi, dove la storia si interrompe. Anche perché io mi affeziono ai miei personaggi, vorrei continuare a stare con loro, andare avanti a raccontare… E invece bisogna lasciarli liberi di andare per il mondo. Come è successo con "Che tu sia per me il coltello". Sa che una donna italiana – ricordo ancora il nome, Daniela, viveva a Milano - decise di comprarne una copia al mese e di "liberarla" ogni volta in un punto diverso della città. Su alcune copie aveva scritto un messaggio, e il suo numero di telefono…".
Non mi dica che un uomo raccolse quel libro e si innamorò…
"E invece sì: un uomo trovò il libro, la chiamò, si incontrarono. Nacque davvero un amore. E non è la sola. In Israele mi hanno chiesto parecchie volte di fare da padrino a bambini nati da coppie che si sono innamorate grazie a questo libro. Così come so di coppie che hanno divorziato".
Un libro-detonatore, allora. Perché, secondo lei?
"Forse perché, e sono soprattutto donne a raccontarmelo, dopo averlo letto capiscono che vogliono altro, dalla loro vita. Vogliono quel coltello che frughi nella loro anima".
Quando ci regalerà un altro romanzo?
"Nel 2011 usciranno, sempre per Mondadori, dei miei libri per bambini. Intanto sto scrivendo… Non so ancora cosa diventeranno, le pagine che ho in mano: forse una novella, una pièce teatrale, o un’opera. Ma, per la prima volta, sto scrivendo anche delle poesie, frammenti di poesia".
I titoli dei suoi romanzi sono tutti molto poetici.
"Sta pensando all’ultimo, "A un cerbiatto assomiglia il mio amore"? Pensi: quando sono stato a Trieste, ho avuto la fortuna di visitare il castello di Duino, dove Rilke scrisse le sue Elegie. Un posto bellissimo".
Quindi conosce Trieste?
"Ci sono stato solo una volta, anni fa, a una conferenza su Bruno Schulz, lo scrittore e pittore polacco di cui parlo nel mio libro "Vedi alla voce amore". Ma Trieste mi piacque moltissimo. Una città-multistrato: il bello dell’Europa".
Un’ultima domanda. La sua scrittura è poetica, molto. Ma anche molto sensuale. E quindi, che cosa rende, secondo lei, sensuale una donna?
"Sensuale, o sexy?".
Sensuale, insisto. Uno scrittore che sa descrivere così bene, la sensualità, la carica erotica che si accende misteriosamente tra due persone (succede anche nell’ultimo romanzo, "A un cerbiatto somiglia il mio amore") non avrà esitazioni nel rispondere. E invece no, Grossman tace. Poi mi guarda e dice:
"Una donna è sensuale quando sprigiona vitalità. Quando ha talento per la gioia e la profondità. Ed è sexy quando ha qualcosa di brillante negli occhi …". Poi abbassa lo sguardo, e conclude, ridendo: "E un paio di stivali verdi".
Non molto sensuali, a dir la verità, le mie galosce di gomma antipioggia, verde brillante: ma oggi diluvia. E, confesso, mi piace l’idea che basti una macchia di colore ad attrarre lo sguardo di un uomo. Soprattutto se è un famoso scrittore.

Ti ho googlato.

Martedì, 18 maggio 2010 @07:28

"La cercò ripetutamente su Google, ma Marijke era una delle rare, delicate creature che riuscivano a esistere solamente nel mondo reale".
(Audrey Niffenegger)

Non sono su facebook, non hanno un’email, non lasciano tracce in internet. Scivolano via invisibili, forse più leggere, o più pesanti di noi, girano l’angolo della strada, salgono sui tram. E un po’, forse, le invidiamo.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo "Un’inquietante simmetria": storia inquietante, appunto, di due gemelle. Però dell’autrice, l’americana Audrey Niffenegger, mi era piaciuto molto di più il complicato ma romantico "La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo", sempre Mondadori. Romanzi a parte, la frase di oggi mi ha fatto pensare: non vi è mai capitato di "googlare" una persona appena conosciuta, per capire o scoprirne qualcosa di più? Ma ci sono persone che, appunto, non lasciano traccia di sè in Internet...)

Il testimone oculare.

Lunedì, 17 maggio 2010 @10:40

"Sai, per ogni essere umano c’è una persona che, nel misterioso e tremendo processo chiamato vita, rappresenta l’avvocato difensore, colui che vigila, il giudice e nello stesso tempo anche il complice. Questa figura è il testimone oculare. E’ l’unico che ti conosce veramente … Il testimone resta sempre sullo sfondo, per tutta la vita. E’ un compagno di giochi piuttosto scomodo. Ma non puoi, e nemmeno vuoi, liberarti di lui"
(Sándor Márai)
E del suo scomodo, sincero sguardo.

(La frase di oggi – inquietante, interrogativa – è tratta da un libro che ho molto amato e che continuo a consigliare e regalare: "La donna giusta", Adelphi, dello scrittore ungherese Sandor Marai. Un bestseller degli anni Trenta; un grande romanzo sull’amore, il tradimento, la borghesia, raccontato a quattro voci: il marito, l’ex moglie, l’amante, l’amante dell’amante…)

La saggezza della primavera.

Venerdì, 14 maggio 2010 @07:53

"E’ la saggezza dell’erba in continuo rinnovamento, dell’erba bella e verdeggiante, dell’erba trapunta di splendore vivente che è entrata in me; la saggezza di un mattino di maggio ricolmo della gioia del presente". (Elizabeth von Arnim)

La saggezza della primavera. Impariamola, ripassiamola, mentre camminiamo per le strade di maggio.

(Conoscete ormai la mia passione per Elizabeth von Arnim, la scrittrice di inizio Novecento, e i suoi libri. La frase di oggi è tratta da "Un incantevole aprile", Bollati Boringhieri, come le frasi che ho usato per i Buongiorno di City del 16, 23, 30 aprile)

Leggerezza, strade che vengono da Est e dolci alle noci.

Giovedì, 13 maggio 2010 @07:44

"Era stato un uomo allegro e indulgente, che credeva con fermezza che i mali dovessero essere lasciati alle spalle, e faceva spesso un gesto con la mano come se avesse gettato qualcosa dietro di sè."
(Filip Florian)
Come mi piace questa leggerezza, questo sguardo benevolo su quel che ci aspetta, questa fiducia nella strada. La meravigliosa capacità di lasciare nuvole e inciampi, semplicemente, dietro le spalle.

La frase di oggi è tratta da un romanzo: "Dita mignole", appena uscito per Fazi Editore. L’autore, Filip Florian, lo presenta proprio oggi al Salone del Libro di Torino: alle 15, se qualcuno di voi è curioso! Io, invece, ero molto curiosa di leggere il romanzo, che è uno dei pochi libri rumeni tradotti in Italia, e di parlarne con l’autore. Ecco la mia intervista, uscita ieri per Il Piccolo, il quotidiano di Trieste.

Filip Florian non è solo uno scrittore, ma soprattutto un archeologo di storie. Un po’ come il protagonista del suo romanzo, "Dita mignole" (Fazi), che viene presentato il 13 maggio al Salone del Libro di Torino, e che è appunto un archeologo, Petrus. Un archeologo sognatore e romantico, più interessato alla fascinosa ragazza vicina di casa, e alle fette di dolce alle noci, che al cantiere di scavo: dove, peraltro, non vengono riesumati vasi o monete antiche, ma resti umani (da cui mancano, è questo il mistero, le "dita mignole": il titolo viene da qui). Forse, accusa l’opinione pubblica, sono i resti di un eccidio sotto Ceauşescu. Un romanzo politico? Un thriller post-comunista? Non proprio. Diciamo che Florian, con la scusa di un giallo, scava ed estrae storie della Romania degli anni di Ceauşescu e non solo, storie immaginifiche e vagabonde, monaci con capelli che crescono magicamente, da cui vengono intessuti tappeti; vedove allegre; fotografi che hanno un dromedario… E il libro procede con una Romania che si fa voler bene, accattivante e confusa e balcanica, una Romania che viene voglia di conoscere meglio. Ma intanto, chi è esattamente l’autore?

Lei ha scritto di sé, un anno fa: "Quando ho compiuto 40 anni, ho capito che non sarei mai diventato un calciatore, e che non avrò mai i capelli folti e lunghi; mi sveglio sempre più presto al mattino, mangio sempre meno ciliegie (e dire che una volta mi piacevano), fumo troppe sigarette (che una volta disprezzavo), la verità mi sembra discutibile e le previsioni del tempo mi lasciano indifferente. Ma credo ancora che, prima o poi, prenderò all’amo, nel fiume dove vado a pescare, un siluro di venti chili".

"Sottoscrivo ancora tutto. Ma quel grande pesce, ahimé, non l’ho ancora catturato".

Lei che ama le storie, ci racconti una storia dei tempi di Ceausescu…

"Oh, ce ne sono tante, non saprei cosa scegliere... Forse quella che riguarda il mio migliore compagno di liceo. Passeggiavamo per il centro di Bucarest, lungo il boulevard dei grandi cinema, quando lui mi disse di aver sentito che Ceauşescu aveva un cancro alla gola. Perbacco, ma l’avevo sentito anch’io! Ci rallegrammo come due babbei, convinti che se l’informazione proveniva da due fonti, qualcosa di vero doveva pur esserci. Dopo un paio d’ore, il mio amico si ricordò che ero stato proprio io a raccontarglielo, all’incirca un mese prima. Ci sgonfiammo come due palloni. Ah, un’altra cosa buffa: il mio primo premio letterario mi è stato consegnato sullo stesso palcoscenico dove, all’età di otto anni, avevo recitato una poesia su Elena Ceauşescu, durante una celebrazione di quelli che all’epoca si chiamavano "pionieri", i bambini del regime".

Sul web c’è un blog dedicato a Bucarest, molto spiritoso, intitolato: "the city we all love to hate", la città che amiamo odiare. Lei vive a Bucarest: è d’accordo?

"Non conosco il blog, ma il nome mi sembra fantastico. Ed è così: volenti o nolenti,
amiamo Bucarest. E’ la nostra città, certo. Ma io personalmente la odio con tutte le mie forze. È aggressiva, caotica, tutti sono sempre frettolosi, sempre pronti a insultarti e a litigare; è una città che ti ruba l’energia vitale".

E’ vero che per scrivere "Dita mignole" è andato in ritiro per cinque anni in montagna?

"Come dicevo, Bucarest è una città impossibile. Io, per scrivere, ho bisogno di tranquillità, di silenzio; non solo nella stanza in cui lavoro, ma anche quando passeggio o quando esco per comprare il pane. Sono fuggito da Bucarest proprio alla ricerca di questa pace. Per mia fortuna il mio bisnonno costruì, prima della guerra, una casa sulle montagne di Sinaia; e mia nonna, che ha 90 anni, vive ancora là. Ho avuto, quindi, una fantastica possibilità di fuga. Inoltre, dopo aver lavorato dieci anni come giornalista politico– ed era impossibile dedicarmi alla letteratura durante le vacanze e nei finesettimana – mi ci è voluto quasi un anno per ripulire la mia mente da tutte le, come potrei chiamarle?, "scorie informazionali". È stato come disintossicarsi dall’alcol: per un anno non ho guardato telegiornali, non ho letto giornali e non ho ascoltato la radio. Solo a quel punto sono stato in grado di cominciare a scrivere".

Nel suo libro lei scava, scava su un crimine, scava e trova decine di storie del passato, che con quel crimine non c’entrano…

"Io credo che, su un passato così torbido e drammatico come quello della Romania postbellica, non sia possibile formulare un’unica verità, che valga per tutti. Le vittime del regime vedono le cose in un modo, quelli che hanno approfittato di quel periodo in un altro modo. Anni di dittatura comunista hanno lasciato una scia di storie personali, una miriade di punti di vista, di piccole verità: come se la verità grande, quella di tutti, si fosse frantumata in milioni di cocci, uno per ogni persona. Così la vedo io. Per questo motivo, in Dita Mignole ho cercato di includere più racconti individuali, di collocare i personaggi intorno a quella fossa comune e lasciare che ognuno si rapportasse a modo suo con quelle ossa ritrovate per caso".

Il suo posto del cuore in Romania?

"Un villaggio isolato in mezzo ai monti Piatra Craiului: 1300 metri di altitudine, poco più di 50 case arroccate sulla cima di un colle. È un posto fatato, con betulle e spiriti buoni".

Il suo protagonista, l’archeologo Petrus, mangia molto "pandolce alle noci", che mi sembra assomigli alla "putizza" triestina. E’ questo il suo cibo preferito?

"Credo che lei alluda al "cozonac cu nucă" romeno, che non può mancare sulle tavole pasquali e natalizie. In molte case viene preparato anche fuori dalle festività, come un dolce da forno casalingo. Io sogno di vivere in un mondo in cui a casa mia ci sia ogni giorno. Purtroppo questo mondo non esiste, mia moglie non lo prepara mai!".

Rumeni in Italia: una fortissima immigrazione. E la controparte: italiani in Romania. Ha mai pensato di raccontare queste storie?

"Sì, anche perché sono, ad esempio, molto colpito dai casi tragici dei bambini rimasti soli in Romania, affidati alle cure dei nonni o dei vicini, mentre i genitori lavorano in Italia. Ci sono centinaia di migliaia di bimbi in questa situazione: un’infanzia davvero misera".

Quest’intervista uscirà sul Piccolo, il quotidiano di Trieste, una città che lei forse conosce…

"Purtroppo no. Ma a settembre sarò per un mese intero a Lubiana, la capitale della Slovenia, con una borsa di studio di un’associazione europea per scrittori. E non vedo l’ora di andare a Trieste!".


Madre, e figlia.

Mercoledì, 12 maggio 2010 @07:45

"Mi piace la sua fierezza quando combatte contro di me
e grida "non è giusto". E i suoi occhi a fessura
come le persiane nelle città di mare.
Forse ricorda i ferri da cui è nata
e il cui segno mi attraversa la pelle senza orrore.
E’ uscita dalla pancia mentre io dormivo. Ci unisce la pace
l’assenza di urla, il mio pudore.
Siamo una tela di Giovanni Bellini: una vergine e un coniglio gentile".
(Antonella Anedda)

Madre, e figlia.

(Un tempo, nei miei anni tragicomici di Aspirante Madre, questa poesia mi avrebbe fatto venire i brividi. Mi sarei sentita terribilmente Emma… Ma adesso la leggo e, semplicemente, mi piace. Perché a volte, semplicemente, si "attraversa il fiume". Lo dico alle pink girls in ascolto, oltre che alle mamme on line! La poesia si intitola "Figlia (a mia figlia)" ed è tratta da "Il catalogo della gioia" di Antonella Anedda, Donzelli)

Il cielo del viaggio. (E un incontro con Jonathan Franzen, dove ho capito che non potrei mai innamorarmi di uno scrittore, soprattutto se è più bravo di me).

Martedì, 11 maggio 2010 @08:28

"Com’è interessante!
Anche questa primavera
vedo il cielo del viaggio".
(Matsuo Basho)

Anche questa primavera vedo nuovi orizzonti, vedo confini che posso superare, vedo montagne e grattacieli e la linea azzurra e lucente del mare. Anche questa primavera, anche se non esco dalla mia stanza, lo so: sono in viaggio.

(Un haiku di primavera: questo che ho usato per il Buongiorno di oggi è tratto dall’antologia "Il grane libro degli haiku", Castelvecchi. Mi piace, il cielo del viaggio. Anche perché possiamo viaggiare, e questo lo sappiamo, anche senza uscire dalla nostra stanza)

E a proposito di viaggi lunghi 500 pagine, ho appena scoperto, incontrando lo scrittore americano Jonathan Franzen, che finalmente, dopo il bestseller "Le correzioni", in autunno uscirà il suo prossimo romanzo… Ecco l’intervista, che è uscita sul Piccolo di Trieste.

Una buona notizia per tutti i fan di Jonathan Franzen, lo scrittore americano che nel 2001 ci ha regalato il besteller "Le correzioni" (Einaudi). Anzi, le buone notizie sono due. Primo: a settembre uscirà il nuovo libro. Franzen aveva con sé, quando l’ho incontrato, una "advanced copy", una "copia di avviamento" : e quindi è vero, il libro esiste, un romanzone di più di 500 pagine, come il suo primo bestseller. Secondo: è ancora fidanzato. Dettaglio non trascurabile, se pensiamo che la sua compagna, Kathryn Chetkovich, è stata al centro di un piccolo scandalo sentimental-letterario che sembra uscito pari pari dalle pagine di un suo tormentato romanzo. Ma andiamo con ordine.
Il suo nuovo libro: 500 pagine e un titolo di una parola sola, "Libertà". Racconterà di destini incrociati e famiglie nell’America di oggi: anzi, del 2004. E questa volta l’ispirazione è venuta da?
"Le cito uno scrittore: Stendhal, con La Certosa di Parma".
Troveremo lo stesso Franzen di "Correzioni"?
"Spero proprio di no. Perché se sei la stessa persona di prima, continui a scrivere lo stesso libro. E io non sono più quello di Correzioni, almeno spero. Anche se quel libro mi ha dato una consapevolezza: per la prima volta, mi sono sentito davvero autorizzato a scrivere".

Scrivere. E scrivere romanzi di 500 pagine, per di più. Quasi controcorrente, in una società che riduce la comunicazione all’osso: sms, e-mail, brevissimi messaggi Twitter (di cui gli americani sembrano non poter fare a meno). Una società dove il romanzo pare quasi inutile, obsoleto. Forse per questo Franzen cita Balzac, e i grandi scrittori dell’Ottocento: che pubblicavano i loro libri a puntate sui giornali dell’epoca, i "feuilleton" appunto, per tenere agganciati i loro lettori, quasi dei telefilm su carta. E oggi? Possiamo ancora permetterci di leggere un romanzo di 500 pagine? Ne abbiamo ancora voglia? "E’ una domanda che mi faccio anch’io", ha ammesso Franzen, "perché non sono solo uno scrittore, sono anche un lettore. E quindi so che è difficile trovare il tempo di leggere un libro: c’è sempre un’e-mail a cui dobbiamo rispondere, una pagina web che dobbiamo guardare, una telefonata da fare, persone che dobbiamo incontrare. Eppure quando trovo un buon libro, trovo il tempo. Mi disconnetto da tutto il resto. Questa è la sfida, per chi scrive, oggi".

Quindi scrivere un romanzo per lei è una sfida.
"La sfida è riuscire a far vivere un’esperienza a chi mi legge. Far sì che abbia solo voglia di chiudere l’iPhone ed entrare in un altro mondo: quello del mio libro".
Lei non ha scritto solo romanzi. "Come stare soli" e "Zona disagio", usciti sempre per Einaudi, sono una raccolta di saggi.
"Zona disagio è in realtà una raccolta di brani autobiografici. Tutto è nato da un pranzo con una editor del New Yorker, quello che io considero il più bel giornale del mondo (forse perché ci collabora?, ndr). Abbiamo parlato di ricordi imbarazzanti di scuola, abbiamo riso, e qualche giorno dopo ho ricevuto una telefonata: fanne un pezzo per noi. "Zona disagio" è nato così. Ed è diventato, credo, una raccolta dei momenti più imbarazzanti della mia vita. A partire da quelli in famiglia".
Non dev’essere facile essere imparentati con uno scrittore: si ha paura di finire dentro i suoi libri.
"Ma in "Zona disagio" era tutto dichiarato: autobiografia. Ho cambiato solo qualche dettaglio, qualche nome… E ammetto di avere due fratelli molto pazienti. Che non vedevano l’ora che io smettessi di raccontare i fatti nostri e tornassi alla fiction, al romanzo vero e proprio. Non sono stati molto contenti di finire nelle mie pagine. Anche perché quello che io trovavo estremamente divertente, a loro non sembrava tale… Del resto, mio padre raccontava sempre di aver sposato mia madre perché lei l’aveva bombardato di lettere. Evidentemente la scrittura è un vizio di famiglia".

Se è difficile avere uno scrittore in famiglia, immaginiamoci innamorarsi, di uno scrittore. Soprattutto se a scrivere si è in due. Ne sa qualcosa, Franzen. Che prima ha sposato (e divorziato da) Valerie Cornell, scrittrice rimasta pressoché sconosciuta. E poi ha incontrato Kathryn Chetkovich. Molto romanticamente, in una "writers’ colony", ovvero un "ritiro" per scrittori. Due cuori e due computer, come Paul Auster e Siri Hustved? Come Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss? Non proprio. Perché Kathryn, nel 2003, quindi nel mezzo del successo mondiale di "Correzioni", ha scritto un piccolo saggio autobiografico, coraggioso e scomodo. Un titolo come uno schiaffo: "Envy", invidia. E l’ha pubblicato sulla rivista letteraria Granta. Argomento: l’invidia, appunto. Invidia per un uomo di cui ti sei innamorata, ma che scrive pagine belle, troppo belle, che vorresti aver scritto tu. Invidia per l’uomo che divide il tuo letto, che viene intervistato e acclamato, il cui libro è nelle vetrine delle librerie di tutto il mondo, mentre tu ti arrabatti davanti al computer, e il risultato non piace neppure a te. Invidia: forse uno dei sentimenti più difficili da ammettere, all’interno di una coppia. Più ancora della gelosia.
Dunque, può un amore sopravvivere all’invidia? Lei e la sua fidanzata, la donna che ha ammesso, e così crudamente raccontato, di essere invidiosa del suo successo, state ancora insieme?
Silenzio. Franzen risponderà? Si è offeso? Per un attimo - e non è la prima volta durante l’incontro – non sembra più uno scrittore cinquantenne amato e intervistato in tutto il mondo, ma sembra, semplicemente, Charlie Brown. Sarà l’aria ancora da ragazzo, i capelli spettinati. Ma non solo. Come racconta in "Zona disagio", Franzen è cresciuto con i fumetti di Schulz, "dentro" i fumetti di Schulz. Voleva vivere dentro quel mondo, un mondo dove - spiega -la rabbia è divertente e l’insicurezza adorabile. Eppure, quel bambino che amava Charlie Brown, che si sentiva Snoopy, "quell’animale non-animale che viveva tra creature più grandi di una razza differente, esattamente come mi sentivo io a casa mia", è diventato uno scrittore internazionale, che deve rispondere a domande imbarazzanti. O forse potrebbe anche non rispondere… Ma Franzen-Charlie Brown sorride e dice:
"Sì, io e Kathryn stiamo decisamente molto insieme".
Risate. Continua:
"Quando Kathryn ha scritto "Invidia", abbiamo cominciato a ricevere e-mail e telefonate di amici e conoscenti preoccupati, tutti con la stessa domanda: state ancora insieme? Perché il Los Angeles Times sostiene che vi siete lasciati. In effetti il Los Angeles Times aveva chiamato Kathryn, e lei aveva risposto: non rilascio dichiarazioni. La sua non-dichiarazione è diventata una dichiarazione. Io, invece, stasera, spero di averle dato la risposta giusta".



Una domestica felicità.

Lunedì, 10 maggio 2010 @07:23

"Anch’io ho trovato un tesoro oggi, dopo un’ora di sudata ricerca. E’ una vecchia federa, ricamata a mano, con i bottoni ricoperti di lino. Non ho mai visto dei bottoni così. E mi piacciono".
(Zahra Bolouri)

Un abito. Un cuscino. Un piatto. L’abbiamo trovato in un mercatino dell’usato, o nel fondo di un armadio, e improvvisamente ci parla. Lo teniamo in mano e ci sussurra qualcosa, forse semplicemente una casalinga, domestica promessa di felicità.

Sapete dove ho trovato le frasi del Buongiorno di oggi? Non vengono da un libro, ma da un giornale. Perché Zahra Boulouri non è una scrittrice, né una poetessa, ma ha scritto un articolo davvero poetico che ho letto per caso in aereo, sull’International Herald Tribune, tornando da Oslo. Mi aveva colpito il titolo: "Happiness is a bundle of used clothes" , felicità è un mucchio di vestiti usati.
E l’articolo era davvero incantevole. Scritto, innanzitutto, dal Mozambico, dove Zahra vive e lavora (fa parte di organizzazioni di aiuto internazionale). Perché felicità è una catasta di vestiti usati? Perché, spiega, da bambina, nella sua infanzia a Perth, in Australia, ha passato ore felici con il padre girando per "garage sales" e mercatini, cercando cose per il loro negozio di bric-à-brac. Sensazioni ritrovate, racconta, al mercatino della "Quinta Feira" che si tiene in Mozambico ogni giovedì, davanti a una chiesa coloniale: l’evento della settimana, visto che non ci sono teatri, nè cinema, e neppure un supermarket, spiega Zahra. Ci sono invece mucchi di vestiti che sono stati donati per beneficenza dai paesi ricchi, ovvero noi. Ci sono sciarpe, che le donne africane useranno per legarsi i neonati addosso; inutilizzabili moon-boots, scelti da una bambina che non ha mai visto la neve; e lì a Zahra piace rovistare nel mucchio della biancheria usata, tenere in mano vecchie lenzuola di lino un po’ lise ma con le cifre ricamate, chiedendosi da quale casa arrivino, magari da un lussuoso appartamento di Manhattan non più abitato, armadi svuotati da eredi frettolosi… Cose dimenticate che trovano una nuova vita. Un po’ come la borsetta di Roberta di Camerino di cui vi avevo raccontato (è la storia di una borsa). E le parole di Zahra, l’emozione di Zahra, continua qui, perché è anche la mia.

Righe per ragazze che non stanno in riga.

Sabato, 8 maggio 2010 @09:39

I paradossi della mia vita da giornalista fintoglam. Dover scrivere un intero articolo sulle righe (come questo per Grazia, e che vi metto on line, debitamente accorciato per voi) senza avere, nel guardaroba, neppure una maglietta con le righe.

Righe per ragazze che non stanno in riga. Sono così, le righe di questa primavera: non necessariamente orizzontali (che peraltro, come ben sappiamo, non stanno granché bene, soprattutto alle donne curvose), ma verticali, a zig zag, righe danzanti e impazzite, righe che si inseguono e ci inseguono su abiti, calze, scarpe, borse, shorts e persino costumi! Costumi: già la parola ci mette allegria. (Perché, tranne la temibile prova costume, da affrontare in solitudine e a occhi chiusi, un bikini è sempre una promessa di vacanze e felicità). Righe, dunque, ma quali?
Audaci, come al solito, le celebrities, che forti delle loro mini-taglie si esibiscono in mini-vestiti, per di più a righe orizzontali. Non volete osare il microabito? Come vi capisco. Per fortuna chi ama le righe ha nell'armadio un classico: la maglietta navy, da marinaio, ovvero a righe orizzontali blu o al massimo nere su bianco. Quest’anno però la troviamo anche in grigio, rosso, verde... Perfetta se portata con i jeans, o magari con shorts e sneakers.
Che righe siano, dunque. Ma, ripeto, senza metterci in riga. Perché l’unica linea che ci interessa, in fondo, è quella che ci porta direttamente verso l’oggetto del desiderio: "Se ammettiamo che per due punti passa una e una sola retta, un giorno traccerò quella che va da lui verso di me o da me verso di lui". Così scriveva Delphine de Vigan in un bel romanzo di qualche anno fa, "Gli effetti secondari dei sogni" (Mondadori). E non possiamo che concordare. Perché anche le più fashioniste amano davvero una sola geometria: quella sentimentale.

(Io, intanto, invece di mettermi maglie navy a righe, che non mi sono mai piaciute, sto leggendo il secondo romanzo della scrittrice francese Delphine de Vigan, "Le ore sotterranee", che sta per uscire per Mondadori. Devo intervistare l'autrice, e vi aggiornerò presto)

Sto cercando la parola magica che mi porti da te.

Venerdì, 7 maggio 2010 @08:14

"Il drago si è congiunto al garofano
per generarti.
In qualche luogo vivi,
dove in marzo l’artiglio spunta
per fiorire,
dove il tuono d’ottobre si fa delicato
e diventa profumo. Chiama!
Voglio venire da te,
dimmi in quale luogo, perché ci si possa l’un l’altro
interrogare e amare,
gioia senza terrore,
e essere buoni?"
(Hans Magnus Enzesberger)

Draghi, garofani e tuoni: come nelle fiabe, sto cercando la strada, e la parola magica, che mi porti da te.

(Scrittore, poeta, traduttore, editore: i versi del tedesco Hans Magnus Enzesberger sono tratti da "Poesie d’amore del Novecento", Mondadori. Cosa mi piace: l’idea che a volte, in una storia d’amore, ci sentiamo smarriti in una foresta, come nelle fiabe. O come nel mondo blu di Avatar. E allora vorremmo la parola che spezzi, o crei l’incantesimo – o almeno una coda blu, con la punta morbida e luminosa, da inserire come una chiavetta Usb in un mostro con le ali e poter volare!)

Il nostro amore è come Bisanzio. (E un pensiero sui secondi matrimoni).

Giovedì, 6 maggio 2010 @09:05

"Il nostro amore è come Bisanzio
dev’essere stata
l’ultima sera. Dev’esserci stato
immagino
un alone sui volti
di chi si affollava nelle vie
o sostava in piccoli gruppi
agli angoli delle strade e delle piazze
e parlava a bassa voce
un alone che doveva ricordare
quello che ha il tuo volto
quando scosti i capelli
e mi guardi".
(Henrik Nordbrandt)

Quel bagliore di una città che sta per andare in fiamme, sul tuo viso, m’innamora.

(I versi di oggi sono del poeta danese Henrik Nordbrandt, tratti dalla sua antologia, che amo molto: "Il nostro amore è come Bisanzio", Donzelli Editore)

Coincidenza danese. Stamattina, prima di postare i versi sul blog, ho chiacchierato via chat con la mia (unica) amica danese, che ora vive in Cina, ex moglie del parigino che si è sposato a Oslo… Scusate ma la storia è troppo bella, e come direbbe Emma, la protagonista del mio primo romanzo, non posso fare a meno di dilungarmi e Fare Trama. Anzi no. Per una volta cercherò di essere concisa e di riassumere tutto in pochi punti. Diciamo tre.
- L’amico parigino prima si innamora di una danese, poi di una norvegese. Forse ci sono uomini che si innamorano sempre della stessa latitudine geografica?
- Dopo qualche anno di matrimonio, riceviamo, dal parigino e dalla danese (expat vagabondi anche loro), una mail intitolata "family update". Visto che lei era - come Emma, la protagonista del mio primo libro - un’Aspirante Madre, pensavo che l’aggiornamento famigliare fosse un’altra adozione (in effetti avevano adottato dei bimbi vietnamiti), o un’Annunciazione, uno dei tanti Miti di Concepimento: incinta dopo l’adozione? E invece no. "Family update" era l’annuncio del loro divorzio, mandato via mail circolare a tutti gli amici.
- Al matrimonio a Oslo, dove non c’era l’ex moglie danese ma in compenso c’erano i bambini, ormai grandi e bellissimi, ho ricevuto, mentre chiacchieravo con un bicchiere di champagne in mano, la seguente incredibile domanda: "E tu, quante volte sei stata sposata?". Domanda perfettamente comprensibile, intendiamoci, visto che comunque si trattava di un secondo matrimonio, e visto che la ragazza francese che me l’ha posta a bruciapelo aveva sposato da poco un uomo divorziato. Mi è rimasto un dubbio. Forse sono fuori moda, visto che mi sono sposata una volta sola? Quanto alla ragazza francese, l’ho minacciata che avrei riciclato l’episodio in qualche nuovo romanzo. Ma era davvero simpatica: finalmente ho trovato qualcuno che, come me, parla prima di pensare. (Spero di rivederla, prima o poi. Sono sicura che una ragazza così mi può offrire molto materiale da romanzo…)

The hour in-between. E un incontro con Herta Müller, Nobel per la letteratura.

Mercoledì, 5 maggio 2010 @07:20

"E’ questa l’ora che amo: l’ora intermedia
né di qui né di là della sera.
L’aria in giardino ha il colore del tè.
E’ questo il momento in cui lavoro meglio,
salgo le scale in due stati d’animo,
in due mondi, portando stoffa o vetro,
lasciando giù qualcosa, prendendo con me qualcosa che avrei dovuto lasciare giù.
L’ora del cambiamento, della metamorfosi,
delle instabilità che mutano forma".
(Eavan Boland)

Il giorno diventa notte. E io vedo ciò che posso diventare.

Eavan Boland, poetessa irlandese. I versi che ho scelto per il Buongiorno di oggi, 5 maggio, sono tratti da "Tempo e violenza – Poesie scelte", edizione Le Lettere. Con testo a fronte! Mi piace l’incipit:

This is the hour I love: the in-between,
neither here-nor-there hour of evening…


E a proposito di donne che stanno in ore intermedie. Donne che conoscono il cambiamento, la metamorfosi, l’instabilità… Ho incontrato Herta Müller, premio Nobel (a sorpresa) per la Letteratura nel 2009. Ecco l’intervista, uscita sul Piccolo di Trieste, la mia città.

Herta Müller è un fazzoletto. Bianco e ricamato. Della minuta scrittrice rumena (ma della minoranza di lingua tedesca), Nobel per la letteratura nel 2009, la donna che ha sfidato la dittatura di Ceausescu soltanto con la forza delle sue parole, esce oggi in Italia, finalmente pubblicato da Feltrinelli, il suo capolavoro: "L’altalena del respiro". Un libro che parla di deportazione, di lager, di dittatura. E di un fazzoletto bianco.

"Mia madre fu deportata per cinque anni in un lager russo: pagine buie della storia d’Europa. Era il 1945, e la Russia chiese per i suoi "campi di lavoro", di "ricostruzione", tutti i cittadini tedesco-rumeni che erano ancora a casa, che erano troppo giovani per andare in guerra, oppure donne e ragazze. Storie e persone dimenticate. Io però volevo ricordare. Ma come? Provai a parlare con mia madre. Con i suoi coetanei, anche loro sopravvissuti, anche loro magari emigrati e fuggiti in Germania (Herta Müller riuscì a lasciare con suo marito la Romania, per Berlino, nel 1987). Ma mancava sempre qualcosa: un dettaglio, una piccola cosa, una parte per il tutto. Poi ho incontrato il poeta Oskar Pastior, anche lui nato nel Banato tedesco, anche lui deportato a 17 anni. Ci siamo conosciuti in Tirolo, a un festival di letteratura, e davanti a tutti quegli abeti mi è scappato: che alberi noiosi. Non cambiano mai, sono sempre verdi, servono solo come alberi di Natale. E lui mi ha detto: quando sei in un lager, anche un abete può salvarti. Mi ha raccontato di quando se n’è costruito uno, piccolissimo, usando la lana verde di un paio di guanti e del filo spinato, perché gli ricordava il Natale, perché voleva che gli ricordasse il Natale. O forse, semplicemente, la civiltà. Così ho capito: ci voleva un altro sguardo, lo sguardo di un poeta, di uno scrittore, per tirar fuori le piccole cose che raccontano tutto, anche il lager".

Dunque il suo nuovo libro, "L’altalena del respiro", è un libro a quattro mani: la scrittura è sua, i ricordi e lo sguardo sono di Pastior.

"Io e Pastior abbiamo lavorato insieme, finché è morto, quattro anni fa. Ma io sono andata avanti, da sola, anche per lui. Insieme abbiamo parlato, per mesi. A lui ho chiesto tutto, ho potuto chiedere tutto, tutto quello che mia madre non riusciva a dire: anche come fa un uomo - quando è denudato, spogliato, terrorizzato - a rimanere uomo".

E lei crede davvero che per resistere, in un lager, in una prigione, basti un fazzoletto?

"Sì. Perché quando il lager, la guerra, l’esilio, distrugge e toglie, sei così: nudo, e solo. E allora una piccola cosa ti può salvare. Come quel fazzoletto, che fu regalato a Pastior da un’anziana donna russa che gli aprì la porta di casa e gli diede da mangiare. Una donna che gli aveva appena raccontato che anche lei aveva un figlio deportato: in un lager, in Siberia. Un fazzoletto prezioso perché, mi disse Pastior, nel lager non c’erano: chi li aveva, li usava per conservare sale o zucchero, o li barattava. Soffiarsi il naso in un fazzoletto era un lusso. Ma quel pezzo di cotone per lui è diventato un segno, un sentimento: anzi, di più, una persona. L’unica persona, mi disse, a cui importava qualcosa di me, nel lager. Un fazzoletto che finì nella sua valigia, mai usato, mai barattato: una speranza per il ritorno. E Pastior, come mia madre, dal lager tornò".

Così il lager sovietico è un fazzoletto bianco e ricamato, speranza di un possibile ritorno. E la dittatura di Ceausescu diventa un messaggio cucito in un vestito: quelli che la protagonista del romanzo "Heute wär ich mich lieber nicht begegnet" ("Oggi avrei preferito non incontrarmi", non ancora tradotto in italiano), nasconde dentro gli abiti da uomo della fabbrica dove lavora. Con il suo nome, e un appello disperato: "sposami!". Sperando che un uomo, un uomo italiano (è in Italia che verranno venduti gli abiti), la scopra per caso e la cerchi. La salvi. Si può parlare di dittatura, e di resistenza, partendo da un fazzoletto, da un abito?

"Si può e si deve. Forse per parlare di dittatura non bisogna mai nominarla: i romanzi non sono un saggio politico. Per parlare di dittatura, di censura, di regime, bisogna parlare di piccole cose. Di dettagli. Di quotidiano. Come noi, che sotto Ceausescu abbiamo vissuto in ciò che non era permesso, nelle pieghe di quello che era proibito. Questo è quello che racconto".

Questo è quello che Herta Müller racconta nei suoi romanzi: "In viaggio su una gamba sola" (Marsilio) e "Il paese delle prugne verdi" (Keller). Ma soprattutto nel recente "Cristina e il suo doppio" (Sellerio). Perché per la Securitate (i servizi segreti di Ceausescu), che la spiava, controllava, minacciava, calunniava, Herta non era più Herta, ma un nome in codice: Cristina. Era un fascicolo, a cui la scrittrice ha avuto finalmente accesso. E’ così che ha scoperto di avere un’ombra, una donna che è lei ma non è lei. Un’ombra di cui forse non si libererà mai. Se non attraverso le parole. Se non raccontando, scrivendo, testimoniando: contro la dittatura, contro tutte le dittature.

"Anche se, credetemi, ne avrei fatto volentieri a meno. Ho scritto contro il regime, ho scritto per ribellarmi alla censura, perché mi è capitato di nascere nella Romania di Ceausescu. Ma ci avrei rinunciato di buon grado. Se fossi nata in un altro Paese, a un’altra latitudine geografica e politica, avrei scritto, certo, ma avrei scritto d’altro. Almeno spero! Anche perché la dittatura non è certo materiale da romanzo. Non diventa buona letteratura".

Dunque, non è un caso che, alla fine della serata, Herta Müller riceva in regalo, oltre ad un mazzo di rose, un fazzoletto bianco e ricamato. Lei lo apre, lo sventola come saluto. Senza più dire una parola: le parole sono quelle che trovate nei suoi libri; parole di resistenza, parole per ricordare sempre chi siamo, anche quando non abbiamo più niente, o quando qualcuno ci appiccica addosso un’ombra.


Ma non voglio più stringere la tua ombra.

Martedì, 4 maggio 2010 @07:42

"Tanto ho sognato di te che tu perdi la tua realtà.
Tanto ho sognato di te che le mie braccia abituate,
nello stringere la tua ombra, a incrociarsi sul petto
forse non si allaccerebbero al contorno del tuo corpo.
E che, di fronte all’apparenza reale di ciò che mi ossessiona e governa da giorni e anni, certo diverrei un’ombra.
Oh bilance sentimentali"
(Robert Desnos)

Mi puoi salvare solo tu: abbracciami, non più ombra.

(Ho letto questi versi in una piccola, bianca antologia che mi piace molto: "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore. Ma non conoscevo Robert Desnos, che ha una vita da romanzo. Ve la racconto. Nato a Parigi nel 1900, è morto in un campo di concentramento nel ’45. Surrealista, antifascista, scrive questa poesia alla fine degli anni Venti per una cantante e attrice, di cui era perdutamente, e platonicamente, inamorato. Ma dopo la morte del suo sogno d’amore sarà un’altra donna che amerà e sposerà: Lucie, soprannominata Yuki, neve, dal marito giapponese, che lei lasciò per Desnos. Ed è la "Lettera a Yuki", scritta nel ’45 dopo il suo arresto, la sua poesia più famosa)

Innamorarsi. In città. Di una città.

Lunedì, 3 maggio 2010 @09:43

"E per voi vi saranno serate estive trafitte di luci, vibranti mattini primaverili, le tovaglie dei caffè come gonne di ragazze agitate dal vento, affilati inverni e interminabili autunni…"
(Gianfranco Calligarich)

Così succede, quando ci si innamora in città. Oppure - ma a volte non è la stessa cosa? - quando ci si innamora di una città.

Curiosità: ma qualcuno di voi poi ha letto il romanzo da cui ho tratto la frase del mio Buongiorno di oggi? Il libro è "L’ultima estate in città" (Nino Aragno Editore). E l’intervista all’autore la trovate nel post del 9 marzo. Della frase di oggi mi piace l'amore appassionato per la città, che nel romanzo è la Roma degli anni Sessanta: mi piacciono le serate estive trafitte di luci e le tovaglie dei caffè che si muovono al vento. Mi piacciono le città quando ci fanno innamorare.

Tornata da Oslo , noto con piacere che anche voi siete curiosi come l’Autrice. Ecco allora qualche dettaglio sul matrimonio norvegese.

Sul menu niente da dichiarare, anche perché era un compromesso tra Francia e Norvegia, i paesi degli sposi (c’era un halibut, l’onnipresente pesce bianco nordico, che in italiano si tradurrebbe con un impronunciabile "ippoglosso"; e c’era un "plateau de fromages" dove il camembert conviveva insieme a un non meglio definito formaggio norvegese, Jarlsberg). Per fortuna le portate non erano molte, e lo champagne era francese, anche perché il clou dei pranzi di nozze norvegesi, abbiamo scoperto, sono i discorsi: siamo arrivati a un totale di nove, cominciando con il commosso padre della sposa che si auto-traduceva dal norvegese al francese all’inglese per il resto degli ospiti… Meno male che lo champagne ci ha aiutato ad arrivare alla fine.
Altri dettagli: la chiesa era un piccolo capolavoro di legno del 1200 tra i boschi, senza riscaldamento ovviamente. (Persino le ragazze che suonavano il violino e il violoncello erano provviste di candido cappotto). E, forse per la prima volta, in una chiesa è stata declamata la poesia di un "romantico rivoluzionario comunista": così, infatti, il Consorte ha definito Nazim Hikmet, il poeta turco, morto in esilio a Mosca nel 1963, di cui ha letto:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.