Lisa Corva

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Certo che fa male.

Mercoledì, 30 giugno 2010 @07:57

"Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro?
L’involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa c’è di nuovo che consuma e dirompe?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono, male a ciò che cresce
e a ciò che racchiude."
(Karin Boye)

Ma che liberazione, che sollievo, diventare altro.

(I versi di oggi, della svedese Karin Boye, sono tratti da una bella, nuova antologia: "L’altro sguardo - Antologia delle poetesse del ‘900", Mondadori).

La felicità delle piccole cose. (E Vienna reloaded).

Martedì, 29 giugno 2010 @08:46

"Poi, dall’armadio aperto, le giunge un sentore di sandalo. Prova un brivido di piacere nel prendere il sacchetto e affonda il naso nel tessuto setoso. La leggerezza dell’essere. Che ti prende in modo furtivo. Un istante prima pensi di essere travolto dal peso di tutto ciò che devi affrontare. E un istante dopo, un sacchetto di seta pieno di polvere di sandalo può miracolosamente alleviare quel peso insopportabile".
(Anita Nair)
La felicità delle piccole cose.

(Avevo incontrato Anita Nair anni fa, subito dopo l’uscita del suo romanzo più famoso, "Cuccette per signora", Neri Pozza. Mi ricordo ancora il tintinnìo dei bracciali sottilissimi che portano al polso, a volte anche alle caviglie, le donne indiane. La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi – e per quello del 10 giugno - è invece tratta dal suo ultimo romanzo, "L’arte di dimenticare", Guanda. Lei, una "moglie aziendale" lasciata dal marito; lui, un esperto di cicloni. Si incontrano, per caso. Dentro l'India di oggi, una storia d'amore e rinnovamento che sa di curry e frangipani)

Io invece sono appena tornata da Vienna. Dove ho fatto la giornalista glam cheap, o quasi. Ovvero: sono andata a una festa di un amico architetto, ho dormito in un albergo design dedicato alla città dove sono nata, e ho scritto in diretta un articolo per il Piccolo, il giorno dopo la festa, con il mio laptop, molto Carrie-style. Eccolo qui, rimaneggiato per voi: è uscito subito, domenica, sul Piccolo di Trieste, ovviamente.

A Trieste si parla sempre di Vienna, ma a Vienna non si parla (quasi) mai di Trieste. Fino a venerdì 25 giugno: quando, con una festa molto "Mitteleuropa reloaded", che si è tenuta, come è giusto visto che siamo nella capitale di un ex impero, sulla terrazza del Justiz Palast, un palazzo sontuosamente Ottocento che ora ospita il ministero della giustizia, l’architetto austriaco Peter Lorenz ha ribadito che il suo cuore è a Trieste. L’ha detto, e ripetuto, davanti agli ospiti venuti da quelle che un tempo erano le terre dell’impero: dall’Austria quindi, ma anche da Lubiana, e da Trieste appunto. E poi, visto che siamo nel 2010, da Milano, dalla Svizzera, da New York, da Hong Kong… L’ha ribadito e lo dimostra, da architetto, con le sue opere. A Vienna porta oggi la sua firma un hotel design: che si chiama semplicemente "Das Triest", ed è la ristrutturazione di quello che un tempo era la rimessa per cavalli e la locanda di sosta per tutte le carrozze che da Trieste andavano a Vienna (è in Wiedner Haupstrasse, accanto al capolavoro della Secessione che è la cupola dorata che ospita il Fregio di Beethoven di Klimt). Il "Das Triest" (http://www.dastriest.at/ ), ristrutturato in collaborazione con sir Terence Conran, uno dei guru mondiali del design d’interni (l’inglese che fondò sia Habitat che Conran Shop), parla di Trieste, e non solo nel nome. Tutte le camere, a partire dalle porte, hanno dettagli a forma di oblò (per pensare e far pensare al mare del golfo). E foto d’autore in bianco e nero raccontano Trieste: raccontano il Molo Audace, raccontano Piazza Unità… Anche il ristorante parla, se non di Trieste, dei dintorni, a partire dal nome "Collio". Trieste nostalgica? No: per Peter Lorenz è una Trieste contemporanea. E anche per l’associazione dei design hotel nel mondo, che ha accolto Das Triest tra i pochi alberghi eletti.
Buffo, pensare che a Vienna si parli e si pensi a una Trieste nuova, moderna, contemporanea: un pensiero che non molti triestini osano. Buffo, e bello, che a Vienna ci sia un albergo che porti il nome di Trieste, che alluda a Trieste, che faccia pensare a Trieste: ma non la Trieste di Joyce, di Svevo, dell’imperatrice Maria Teresa. No: una Trieste svecchiata, entrata finalmente nel nuovo millennio. Buffo, anche perché a Trieste invece si continua a pensare ai secoli passati; a Trieste tutto parla dei fasti antichi, e di una Vienna che non c’è più. E invece? "Invece bisognerebbe osare", dice Peter Lorenz, "per non rischiare che Trieste diventi un parco tematico dell’Ottocento, una Disneyland della nostalgia mitteleuropea". Lorenz, e con lui molti degli architetti presenti alla festa, vorrebbero osare. Lorenz, a dire la verità, ha già osato: con la sua casa "Sottolfaro", un piccolo capolavoro sotto al Faro della Vittoria (confesso: ci sono stata più volte a prendere un aperitivo in terrazza, è bellissima: http://www.domusweb.it/architecture/article.cfm?id=211416 ). Costruita lì, sulle terre ereditate dalla madre triestina (ed ecco spiegato, almeno in parte, il perché il cuore dell’architetto austriaco sia ancora sul golfo). Vetro, cemento e acciaio, addossato alla collina, una casa che ha il respiro di certe architetture australiane: una casa da cui si vede Trieste e il golfo. Quando Lorenz torna nel suo appartamento a "Sottolfaro" guarda Trieste e pensa: non pensa Maria Teresa, non pensa Svevo né Joyce, ma pensa quello che potrebbe diventare Trieste. Pensa al Porto Vecchio, di cui è innamorato: moli e magazzini abbandonati che a New York, a Barcellona, a Copenhagen, sono diventati altro, sono diventati negozi e ristoranti e alberghi, sono diventati vita e design.

Ce la farà Trieste a diventare altro? Io intanto mi sono goduta Vienna. E tutte le nuove architetture viennesi. E la felicità delle piccole cose a Vienna (che comprende la Wienerschnitzel mangiata alle cinque del pomeriggio in un vecchio caffè sotto i tigli, una fetta di Sachertorte, e la cupola dorata della Secessione che splende sotto il sole).

(Ah, dimenticavo una piccola notazione fashion: il look che mi è piaciuto di più alla festa era quello di una donna allegramente over 60. Capelli lilla: sì, capelli grigi lisci, tagliati dritti, con nuances lilla e viola; gioielli d’argento; un vestito color antracite, asimmetrico, portato sopra un paio di leggings. Sono andata ovviamente a farle i complimenti e a presentarmi, e dopo un primo momento in cui mi ha guardato sbalordita – mi rendo conto che non tutti sono abituati alla corvizzazione del mondo – mi ha fatto vedere meglio i leggings: neri, certo, ma a righe asimmetriche anche loro, quasi un po’ ragnatela, post-punk, davvero divertenti, soprattutto dopo i 60).

Il respiro del mare.

Lunedì, 28 giugno 2010 @07:23

"Il vecchio si volta cautamente nel letto
fuori, il mare di giugno
respira veloce nel maestrale"
(Antonella Anedda)
E io solo questo desidero, oggi: tornare ad ascoltare il respiro e la voce del mare.

(Questi versi sono tratti da "Il catalogo della gioia", Donzelli editore, e fanno parte di un ciclo di poesie dedicate all'isola della Maddalena, in Sardegna)

Ciliegie.

Venerdì, 25 giugno 2010 @09:24

"Un frutto è sempre un bacio dentro l’altare del seme
e giugno ride e ride.
Più di febbraio e maggio
si fa sostanza. Per questo il ramo ha dormito".
(Mariangela Gualtieri)

Metto una ciliegia in bocca e penso: allora è così che, dopo un lungo sonno, cuore e sensi si risvegliano. Lentamente. Oggi. Ancora.

(Mariangela Gualtieri è una poetessa italiana, e i versi che ho scelto per City oggi sono tratti da "Senza polvere, senza peso", Einaudi)

Farmaci scaduti. Sogni scaduti. (E gialli dell'anima).

Giovedì, 24 giugno 2010 @07:45

"Gli armadietti dei bagni sono pieni di flaconi e scatole misteriose: medicine comprate in vacanza; pillole prescritte per malattie passate, immaginate o reali, mai finite e mai buttate via; un’infinità di integratori vitaminici e olii di pesce che contengono i segreti dell’eterna giovinezza".
(Paul Torday)
Prendo in mano le scatole e leggo: come se fossero un libro, che racconta di me. E capisco che è ora di buttare tutto quello che è scaduto: farmaci. Emozioni. Sogni.

(La frase di oggi è tratta da un ottimo psico-thriller che ho appena letto: "La ragazza del ritratto", di Paul Torday, Elliot edizioni.
E, visto che stiamo pensando ai libri in valigia per l'estate, aggiungo la mia lista di gialli preferiti al momento: tutta la trilogia di Larsson, "Uomini che odiano le donne", divorata l'anno scorso; "Il testamento di Nobel" della svedese Liza Marklund, Marsilio, perché mi sta simpatica la protagonista, Annika, giornalista e detective per caso, mamma trafelata, moglie in crisi. Sì, mi piacciono le donne detective, anche e soprattutto quelle per caso, come Annika, che seguo da anni nella sua gelida Stoccolma. Mi è piaciuta tanto Petra Delicado, l'eroina di Alicia Giménez Bartlett, ispettrice a Barcellona, e per questo sono rimasta così delusa dall'ultimo libro, "Il silenzio dei chiostri", uscito l'anno scorso (sono tutti Sellerio). Mi sta simpatica Precious Ramotswe, l'investigatrice oversize, che risolve tutto con saggezza e bevendo una tazza di "bush tea", il tè rosso del suo Botswana (sono tutti Guanda, a firma di Alexander McCall Smith). E mi incuriosisce una nuova detective per caso: Kati, turco-tedesca come l’autrice, Esmahan Ayhol. Kati vive a Istanbul, dove ha aperto una libreria di soli gialli. E rimane coinvolta in un omicidio. Arma del delitto: un asciugacapelli. (Il libro si intitola "Hotel Bosforo", Sellerio, e spero di metterlo presto in valigia!).
"La ragazza del ritratto" è diverso, è uno psico-thriller, o forse una "ghost story": la storia di una moglie che, dopo un weekend in campagna, scopre che il marito non è l'uomo che pensava, è diverso, si comporta in modo diverso, la ama di più... Non è più apatico, prevedibile, quasi noioso. Diventa pian piano allegro, seducente, brillante. Cosa nasconde? Un'amante? Ve lo dico subito: no. Molto, molto peggio, molto di più)

Tu.

Mercoledì, 23 giugno 2010 @08:05

"A volte la sua vita le sembrava un errore, niente di drammatico, un semplice sbaglio, come se a un incrocio avesse dovuto proseguire e fosse entrata lentamente nel posto sbagliato, nella città sbagliata, nello Stato sbagliato; come se avesse riportato gli occhi sul libro che stava leggendo dopo aver guardato fuori dalla finestra e avesse scoperto che qualcuno aveva voltato pagina". (Cathleen Schine)

Ma non lasciare che qualcun altro scriva il libro della tua vita…

(Va bene, ormai l’avete capito: ho letto l’ultimo romanzo di Cathleen Schine, "Tutto da capo", Mondadori, e mi sono davvero divertita. Continuo a rubacchiare frasi, dalla storia della divorzianda tardiva, ovvero la mamma cui il marito chiede il divorzio dopo 48 anni di matrimonio, e delle due figlie quasi cinquantenni ma teenager dentro…)

Poi.

Martedì, 22 giugno 2010 @07:43

"Qui sul mio tavolo:
ho la luce accesa,
una tazza tedesca di Bayreuth,
la biro e nella scatola
che ho foderato io di carta a fiori
la gomma e il temperino
il rotolo di scotch la cucitrice,
Rapid One, è svedese.
Guardali, ad uno ad uno,
non pensare, non muoverti.
Solo un metro più sotto
c’è la disperazione.
Ancora un’ora, poi berrai qualcosa,
poi guarderai le mail, il telegiornale,
poi qualcuno telefona."
(Anna Maria Carpi)

Poi.

(I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Almanacco dello Specchio 2009", Mondadori)

Sst.

Lunedì, 21 giugno 2010 @07:31

"Che: peccato morire amore mio. Dire: "non ti amo più"
così nel vuoto. Che: vergogna la voce spazientita la fretta.
La distanza tra il primo sussurro innamorato e questo timbro
nuovo. Che poca vergogna ho. Di averti ucciso e messo qui.
Sotto la stessa distesa che hai creato.
La: distesa. E’: una tela. E’: bianca. E’: un lenzuolo.
E’: una terra su cui è caduta neve.
Sst. starai là da solo".
(Antonella Anedda)

Solo: senza di me. Tu, che non mi ami più.

(I versi di oggi, che tagliano come lucente lama, sono tratti da "Il catalogo della gioia", della poetessa italiana Antonella Anedda, Donzelli editore. Vanno avanti così, comprese le non-maiuscole: "Sst. starai là da solo./Non più sopra. ma. sotto, come si addice/ ai morti, come si addice ai semi. e. ai gigli prima di spuntare". La bellezza e il sollievo di dire addio a chi non ti ama più)

Uh, quasi dimenticavo! Buona estate: comincia oggi, pare...

Uomini con il telecomando, uomini in shorts, uomini.

Sabato, 19 giugno 2010 @09:51

Persino le inossidabili fan di Sex and the City, quelle che hanno perdonato a Carrie & C. anche il noioso secondo film, hanno avuto un sussulto al cuore quando hanno visto lui, Mr. Big, l’uomo dei sogni finalmente accalappiato e accasato, mettere i piedi sul divano con in mano il telecomando, ancora in giacca e completo scuro. (Soprattutto le scarpe non gli abbiamo perdonato; il telecomando, si sa, è un’amante non clandestina a cui gli uomini non rinunceranno mai). Non c’è niente da fare: ci sono maschi che danno il meglio di sé in abito scuro, con un cocktail in mano. Solo lì, pare, tirano fuori quello "sparkle", quello scintillìo di romanticismo di cui Carrie dopo due anni lamenta l’assenza, e che in effetti davanti al telecomando generalmente svapora. E quindi? Quindi il vero test sentimental-modaiolo per maschi scatta nel look casual. E’ lì, diciamolo, che gli uomini ci piacciono di più: non più in fase corteggiamento, e neppure in fase telecomando (provate a toglierglielo di mano durante i mondiali di calcio), ma in modalità vacanza. Più allegri, disponibili, affettuosi, e magari persino in shorts.
Se dico shorts li penso ovviamente addosso a chi se li può permettere. E quindi penso a Hugh Jackman, ovvero Mr. Bicipiti (confesso: sono andata a vedere "Australia", qualche anno fa, praticamente solo per rimirarlo mentre faceva la doccia a torso nudo nel bush, e non mi dispiacerebbe ripetere l’esperienza live). Lui, a giudicare dalle foto paparazzate, si può permettere non solo un paio di bermuda in città, ma anche un monopattino. Lo so, forse è un look più da passeggiata sul lungomare che lungo i marciapiedi bollenti, all'ombra dei grattacieli. Eppure Jude Law, che con il guardaroba ci sa fare, è stato avvistato a Los Angeles con un completo blu scuro di lino, una T-shirt grigio antracite, e un paio di infradito di gomma; abbinamento assolutamente folle, che a lui stava benissimo. Le foto hanno fatto il giro del mondo, e stavolta non perché era (di nuovo) insieme a Sienna Miller, ma proprio per il tocco geniale delle flip-flops in città. Che dite, lo proponiamo a mariti e consorti per andare in ufficio? Scherzo, scherzo…
Questo era un articolo che, rivisto e corretto, ho scritto per Grazia.

Quanto al nuovo film di Sex and the City, una delusione, ammetto. Per due motivi. Anzi tre. Uno, è come se gli sceneggiatori non avessero il coraggio di raccontare veramente che cosa succede alle donne una volta passati i 40. Due, ma perché ambientare il tutto in una Abu Dhabi (tranne il suk, che in realtà è quello di Marrakech) piena di stereotipi sul mondo arabo, quando quello che vogliamo vedere con Carrie & C. è semplicemente Manhattan? Tre, il film ormai è un catalogo shopping, una lunga noiosa passerella di borse e scarpe che non ci vogliamo né possiamo comprare. Sarah Jessica Parker, ma perché hai accettato? (E mannaggia, mi hai quasi commosso: attenzione alle aspiranti madri, c’è un punto in cui Carrie e Mr. Big si dicono che saranno per sempre "just the two of us"…).
Vabbè, ammetto, mi sono divertita lo stesso. Anche perché stavolta al cinema sono andata nel mio altrove straniero, con un gruppo di nuove amiche gelidone (sempre gelidone ma anche un po’ sgelate), e ho visto per la prima volta, da vicino, un paio di Louboutin. Sì: le mitiche scarpe con la suola rossa, che nel film hanno quasi sostituito le Manolo. Non mi piacciono, ma mi è piaciuta la verve con cui una delle gelidone si è presentata, taccheggiando, raccontando che erano un regalo del marito (sì, è la più fashionista del gruppo). E sfoggiando un’indescrivibile pedicure con le unghie laccate in coccinella style. Avete capito bene: unghie rosse a puntini neri, con le antennine della coccinella. Il signor Louboutin sarebbe svenuto. Carrie, temo, no.

Il profumo della sera.

Venerdì, 18 giugno 2010 @08:31

"Sera primaverile.
Seguo un profumo
che sta per spegnersi."
(Yosa Buson)

Sì, sera di primavera. Seguo questo profumo, forse di fiori, di erba appena tagliata; forse di mare, forse di terra dopo la pioggia. Forse, una promessa di felicità.

(I versi della mia rubrica City di oggi, venerdì 18 giugno, sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi)

Oggi è venuta a trovarmi una rosa.

Giovedì, 17 giugno 2010 @07:14

"Ho ospiti oggi,
ho ospiti.
Oggi è venuta a trovarmi una rosa.
Dio, fà che io sia semplice e chiaro
come un gioiello prezioso,
come un coltello nudo in battaglia,
e in cuore la purezza di un bicchiere.
Stasera è venuta a trovarmi una rosa".
(Jan Skácel)
Stasera, chiudo tutto. Libri, tv, computer, cellulare. Stasera, voglio ascoltare: quel che ha da insegnarmi una rosa.

(Jan Skácel è uno dei maggiori poeti cechi del Novecento. I versi di oggi sono tratti dalla sua antologia "Il colore del silenzio", Metauro. Perfetti per me, l’Autrice che usa solo profumi alla rosa, che ama le rose…).

Che voglia di sbocciare, ancora.

Mercoledì, 16 giugno 2010 @09:25

"Era una sensazione che conosceva già, perché l’aveva provata in primavere così fugaci, quando sembrava che i gigli e i filadelfi s’affrettassero a fiorire tutti in una notte, ma era strano riviverla dopo cinquant’anni. Avrebbe voluto commentarla con qualcuno, ma si vergognava. Era così assurda per la sua età! Eppure, sempre più spesso, provava questa sensazione ridicola, come se presto avesse dovuto mettere le prime gemme".
(Elizabeth von Arnim)
Che voglia di sbocciare, ancora.

(Quella che parla è una delle quattro donne inglesi che in una Londra piovosa degli anni Venti decidono di affittare un castello in una Liguria all’epoca romantica ed esotica, in cerca di "glicine e sole"…Lei è la più anziana, la più burbera, la più delusa. Ma anche quella che, con grande stupore, si sente improvvisamente sbocciare. Perché la voglia di allargare le foglie sotto la pioggia, respirare, aprire i petali al sole ci prende e sorprende a tutte le età… La frase è tratta da "Un incantevole aprile" della mia amata Elizabeth von Arnim, Bollati Boringhieri)

Pungiglioni, veleni. Antidoti.

Martedì, 15 giugno 2010 @09:11

"Non posso evitare il veleno
Amando io il pungiglione della vita
E’ cibo ogni cosa che nutrisce
E vivifica strettura di petto
O rinfresca febbre ardente"
(Jolanda Insana)

Amo la vita, con tutti i suoi veleni. Ma cerco ancora un antidoto…

(Una poetessa che non conoscevo: Jolanda Insana. Me ne ha parlato l’artista argentina Florencia Martinez, che ha usato dei suoi versi come ispirazione per la sua ultima mostra, appena aperta a Palazzo Durini a Milano, in via Santa Maria Valle 2. Versi, come questi che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi 15 giugno, ricamati sulla stoffa dei suoi quadri)

Attenzione! Per un errore di trascrizione - nel senso che Florencia Martinez, l'artista, ha trascritto male la poesia mandandomela, ah Florencia! - i versi di Jolanda Insana sono usciti su City sbagliati. Ovvero: "vivifica strettura di petto" è diventato "vivifica struttura di petto". Entrambi enigmatici, direte voi... Ma Florencia, qui sotto, ci spiega perché, e io sono molto divertita da come una vocale basti a farci interrogare su un'enigmatica poesia!

Il lunedì degli oggetti.

Lunedì, 14 giugno 2010 @00:19

"Mentre la porta si richiude alle sue spalle, rovista nella borsa finché non sente il contatto con il metallo. Ha sempre paura di aver dimenticato qualcosa: le chiavi, il cellulare, il portafogli, l’abbonamento alla metropolitana. Prima, no. Prima non aveva paura. Prima, si sentiva leggera, non aveva bisogno di controllare. Prima, gli oggetti non cadevano dai mobili, non si rovesciavano, non la ostacolavano".
(Delphine de Vigan)
Forse ho paura di smarrirmi, insieme alle chiavi?

(La frase che ho scelto per City oggi, lunedì 14 giugno, è tratta dall’ultimo romanzo di Delphine de Vigan, "Ore sotterranee", Mondadori". Trovate la mia intervista alla scrittrice francese il giorno 1 giugno)

Siberia interiore.

Venerdì, 11 giugno 2010 @00:59

"Sono certo che tu mi capisci. Chi, se non tu? Hai raccontato un po’ dei tuoi anni bui, anni di Siberia interiore, il tuo primo matrimonio".
(David Grossman)
Siberia interiore. E geografia dei sentimenti. Quel gelo, quella desolazione, quel freddo: dentro un letto, dentro un matrimonio. Ma che cosa voglio? No, non il caldo appiccicoso dei Tropici. Voglio vivere dentro un amore a clima temperato, un’infinita dolce primavera.

(La frase di oggi è tratta da "Che tu sia per me il coltello", Mondadori: il libro dello scrittore israeliano David Grossman, di cui parlo nell’intervista che ho messo on line il 19 maggio)

Dita di ghiaccio sul cuore.

Giovedì, 10 giugno 2010 @07:40

"Non parla più di lui. Però lo pensa spesso e, anche se con un penoso rancore, ogni giorno ci sono mille occasioni in cui le manca. Le si insinua dentro a tradimento, quel momento di perdita irrevocabile, quel vuoto, una mano crudele che le stritola il cuore con dita di ghiaccio…"
(Anita Nair)
E io, che pensavo che tu non mi avresti mai fatto del male.

(Della scrittrice indiana Anita Nair forse qualcuno di voi ha letto, anni fa, "Cuccette per signora", Neri Pozza. La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi è invece tratta dal suo ultimo romanzo, "L’arte di dimenticare", Guanda. L'ho appena letto: la storia di un uomo e una donna segnati da un dolore, sull'orlo del precipizio esistenziale. Lei, una "moglie aziendale" lasciata dal marito; lui, un esperto di cicloni. Si incontrano, per caso. Si salveranno... Dentro l'India di oggi, una storia d'amore e rinnovamento che sa di curry e frangipani)

Il rumore dell'acqua.

Mercoledì, 9 giugno 2010 @08:24

"Freddo.
Il rumore dell’acqua
si è posato sul guanciale".
(Masaoka Shiki)

Freddo. Sento il rumore dell’acqua, acqua che scorre, mare e fiumi e tutto quello che mi separa da te.

(I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi).

I segreti dell'aria.

Martedì, 8 giugno 2010 @09:05

"Eppure c’è stata una notte
in cui rimasi sveglia, attenta e preoccupata, con la mia prima figlia
che si rigirava; malata, agitata.
All’alba tenni la mano sulla fronte sfebbrata
sulla pelle che aveva smesso di bruciare, come se conoscessi i segreti
della salute e dell’aria, come se li capissi
e ascoltai il silenzio
e pensai che dovevo averlo appreso da qualche parte."
(Eavan Boland)

I gesti della cura. Del diventare madre.

(I versi di oggi sono della poetessa irlandese Eavan Boland, tratti dalla sua antologia "Tempo e violenza", Le Lettere. Mi piace molto, e probabilmente ve ne siete accorti: dei suoi versi sono diventati il Buongiorno del 28 aprile, del 5 e 24 maggio)

Un pomeriggio al sole, ad esempio con le margherite.

Lunedì, 7 giugno 2010 @07:55

"La vita è una situazione ammirevole, non credi anche tu? Denota un tale ingegno avere un mese di giugno ogni anno e un mattino ogni giorno, per non parlare degli uccelli, di Shakespeare, e del proprio lavoro… Vedi quanto bene mi ha fatto un pomeriggio tranquillo al sole con le margherite?"
(Elizabeth von Arnim)
I piaceri di giugno.

Lei la conoscete, perché ve ne parlo sempre: Elizabeth von Arnim. La frase di oggi è tratta dal suo ultimo romanzo tradotto in italiano, "La storia di Christine". Ma se non avete mai letto niente, vi consiglio di cominciare con "Il padre" oppure " Il giardino di Elizabeth". Tutti i suoi libri sono pubblicati da Bollati Boringhieri.
Quanto agli altri piaceri di giugno: aggiungo le ciliegie (e lo strudel di ciliegie), mettere i piedi nell'acqua del mare ancora un po' fredda (e finalmente le infradito), i papaveri "spericolati" che crescono anche sui binari dei treni, le prime lucciole in giardino, scoprire nuovi gusti in gelateria (in questo momento: gelato al limone e zenzero, e ghiacciolo vero di fragola). Continuate voi...

Semplice abbondanza.

Venerdì, 4 giugno 2010 @07:58

"Forse era banale. Ma allora che lusso è la banalità!, pensò Annie, che aveva trascorso un gran numero di notti sola a letto con il suo libro. Amare ed essere amati secondo i propri bisogni, amare ed essere amati con tale abbondanza da poter sprecare intere serate a farsi semplicemente compagnia: era una ricchezza che riusciva a malapena a immaginare." (Cathleen Schine)

Semplice abbondanza.

(Anche il mio Buongiorno di oggi, come quello del 27 maggio, è una frase tratta da "Tutto da capo", il nuovo romanzo dell'americana Cathleen Schine. Lieve, divertito, divertente: storia di un matrimonio che finisce dopo 48 anni, di una madre divorzianda che si dichiara vedova, e di due figlie quasi cinquantenni che si sentono teenager dentro… Consiglio: libro per l'estate)

Le donne che ci hanno tenuto in braccio.

Giovedì, 3 giugno 2010 @07:38

"La nonna era stata a sedere in quella stessa cucina in cui sedeva lei poco prima, s’era svegliata nella stessa camera in cui s’era svegliata lei quella mattina, aveva bevuto l’acqua dello stesso pozzo ed era uscita da quella stessa porta… L’erba che faceva il solletico sotto i piedi di Zara era il tocco della mano della nonna e il vento tra i meli era il bisbiglio della nonna."
(Sofi Oksanen)

Le nonne, le madri, le donne che ci hanno tenuto in braccio.

Sofi Oksanen ha solo 33 anni e un look quasi gotico, capelli rasta blu e viola, un po’ Amy Winehouse. In Finlandia è famosa come una rockstar, ma è una scrittrice. Ha scritto un libro potente dal titolo scomodo che esce oggi, e che ho letto in anteprima: "Purga" (Guanda). Tiene inchiodati come Millennium di Stieg Larsson. E comincia come Larsson, con una giovane prostituta vittima di "human trafficking" che arriva quasi tramortita sulla soglia di una fattoria in Estonia (la madre della scrittrice è estone). E poi sterza bruscamente, e fa un salto all’indietro: la storia che Sofi vuole raccontare non è solo quella di Zara, prostituta e vittima per caso, ma quella di sua nonna; la storia che vuole raccontare è quella dell’Estonia, di un odio/amore tra due sorelle prima e dopo la seconda guerra mondiale, di una ragazza che desidera così tanto il marito della sorella da perderla e perdersi, di stalinismo e deportazioni (le purghe del titolo)… Scritto benissimo, quasi poetico anche se parla di stupro, e selvaggio. Con un grande merito: ci squaderna e ci racconta pagine di una storia a noi sconosciuta, quelle dell’Estonia. Non ce le scorderemo più.

Un uomo che sappia.

Martedì, 1 giugno 2010 @08:41

"Ogni tanto Mathilde sogna un uomo al quale possa chiedere: puoi amarmi? Con tutta la fatica di vivere che si porta dietro, la forza e la fragilità. Un uomo che conosca la vertigine, la paura e la gioia. Che non abbia paura delle lacrime dietro il suo sorriso né del suo sorriso fra le lacrime. Un uomo che sappia."
(Delphine de Vigan)
Un uomo che, semplicemente, sappia amare.

La frase di oggi è tratta dal nuovo libro di Delphine de Vigan, come la frase del 25 maggio. Ed ecco l’intervista che le ho fatto per Grazia:

La prossima volta che prendete la metropolitana, attenzione. Perché forse, nella folla, in piedi che ascolta musica con l’iPod, o davanti a voi che manda un sms, c’è la persona che potrebbe cambiare la vostra vita. Così almeno pensiamo dopo aver chiuso il nuovo romanzo di Delphine de Vigan, "Le ore sotterranee" (Mondadori). Ore sotterranee, perché i due protagonisti si sfiorano e si incrociano tra le migliaia di persone che ogni giorno prendono la metropolitana parigina. Due persone nella folla, forse predestinate. E quindi anche questo romanzo, come il precedente ("Gli effetti secondari dei sogni", uscito sempre per Mondadori due anni fa), è una storia cittadina: lì, ad incontrarsi, erano una tredicenne iper-intelligente e iper-sensibile, e una giovane homeless. Ma in stazione, tra i binari dei treni. Qui, un uomo e una donna: segnati dall’amore, o forse dalla mancanza d’amore. Ne deduciamo che Delphine è affascinata dai segreti della folla…
"Sì, assolutamente: dagli universi urbani. Dalla metropolitana, dalle stazioni, dai binari della RER francese, presenti praticamente in tutti i miei romanzi. La città mi affascina: per le mille vite, destini, traiettorie che sembra contenere".
Proprio a Parigi, in metropolitana, mi è capitato di leggere una frase di uno scrittore francese, Marcel Jouhandeau: "Se perdessi la mia biblioteca, avrei comunque la metropolitana e l’autobus. Un biglietto al mattino, uno alla sera, e leggerei i volti". (Ps: per i lettori del blog: ricordate? E' diventato anche un Buongiorno di City!)
"Sono io! In metropolitana, a volte, devo trattenermi, censurarmi, per non mettere a disagio le persone che mi sorprendo a fissare… E’ una vera malattia".
Mathilde e Thibault, la donna e l’uomo che si incrociano e sfiorano nel suo libro, sono descritti in un momento di grande fragilità. E lei descrive bene quella sensazione di fatica che a volte ci inghiotte; quell’abisso che a volte, nella vita, ci si spalanca davanti. Una sensazione che ha conosciuto?
"Certo. Viviamo a un ritmo frenetico, dentro automatismi che seguiamo senza neanche pensarci: ti svegli, esci, vai al lavoro… Poi, magari, un giorno, succede qualcosa: una piccola cosa che manda in tilt il meccanismo delle nostre vite. E ci si scopre immensamente fragili. Soli".
Nel libro, Mathilde va a prendere un caffè, il barista le dice una parola attenta e gentile, e lei sta per crollare: "Le persone gentili sono le più pericolose. Minano l’edificio, intaccano la fortezza, una parola ancora e Mathilde sarebbe scoppiata a piangere". Ci manca così tanto, la gentilezza?
"Viviamo in un mondo dove andiamo di fretta, sgomitando, urtando gli altri: come nei corridoi della metropolitana o su un autobus. Poi magari vediamo qualcuno che piange mentre aspetta alla fermata, e non siamo capaci di fermarci, di offrire un fazzoletto. Non siamo capaci, e lo dico anche per me: perché la vita quotidiana, e cittadina, è troppo veloce, brutale, anonima".
Mathilde, giovane donna coraggiosa, si è ricostruita una vita dopo aver perso il marito ed essersi trovata sola con tre bambini piccoli; ma diventa il bersaglio del suo capo, viene isolata; andare al lavoro diventa una tortura, un incubo. Una situazione di mobbing professionale, purtroppo sempre più frequente oggi, che la lascia paralizzata. Thibault invece si rende conto che la donna che ama non lo potrà mai amare. Due solitudini angoscianti. Ma se lei potesse consigliare qualcosa a Mathilde e Thibault, se potesse dir loro qualcosa...
"Direi: tenete duro. Tutto cambia così rapidamente nella vita. E arriva, rapidamente, anche la possibilità di ricominciare".
Parigi per lei: non solo metropolitana, immagino. Ci regali un suo luogo del cuore.
"Mi piace molto il quartiere dove vivo, l’11° Arrondissement: un villaggio dentro la città. Mi piacciono i caffè parigini: soprattutto, nel mio arrondissement, L’Autre Café, al 62 di rue Jean-Pierre Timbaud. A volte vado lì a lavorare; e se devo dare un appuntamento, è lì".


Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.