Lisa Corva

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Una passeggiata sulla High Line.

Venerdì, 30 luglio 2010 @08:31

No, non sono a New York. Ma visto che qualcuna di voi sta partendo per Manhattan, ecco un articolo che ho scritto tempo fa per Grazia: su uno dei miei posti del cuore, la High Line (anche se continuo a preferire Piazza Unità a Trieste, sarà perché c’è il mare?).

Dimenticate la Quinta Avenue. E Central Park. Il nuovo cuore di New York – il cuore più trendy, più design, ma anche più poetico – batte sulla High Line. Un cuore aereo: è la nuovissima "passeggiata sopraelevata" di cui i newyorkesi si sono subito innamorati. Un progetto ambizioso e semplice insieme: ridare vita alla vecchia ferrovia industriale costruita negli anni Trenta, a 10 metri da terra. E trasformarla, appunto, in una passeggiata: con tanto di sdraio in teak, fiori e piante apparentemente selvagge (ma in realtà curatissime) sui vecchi binari, e vista sull’Hudson… Non un parco, ma un lungo rettilineo dove darsi appuntamento, sedersi a leggere un libro, scrivere, ascoltare musica con l’iPod, organizzare un pic-nic, e dedicarsi al people-watching. O, ancora meglio, fare tutte queste cose insieme.
Non a caso, subito dopo il grande opening (a giugno di un anno fa) è arrivato l’imprimatur di Bill Cunningham. Il mitico fotoreporter fashion, che ogni domenica racconta sul New York Times i nuovi look della città, ha dedicato alla High Line un’intera puntata del suo "On the street". Perché, in fondo, è una passerella di moda metropolitana: e anch’io, quando ci sono stata, non ho potuto fare a meno di ammirare le ragazze con vertiginose scarpe architettoniche, proprio quelle che di solito non si incontrano al parco.
Ma la High Line non è (solo) una passeggiata aerea o un osservatorio fashion. Sotto le arcate, la città cambia forma e ritmo; si aprono boutique, ristoranti, caffè. Qui c’è il quartier generale di Diane von Furstenberg, con una galleria d’arte (e qui la vostra giornalista glam cheap è stata invitata a una festa, per la Fashion Week newyorchese!). Qui ci sono le vetrine di Stella McCartney, Louboutin… E il Chelsea Market, il vecchio mercato di frutta e verdura, che ora accoglie ristorantini e micro-negozi, compresa una libreria in cui rifugiarsi quando piove. Qui Balasz, re degli hotel trendy americani (è suo Chateau Marmont a Los Angeles), ha aperto The Standard, 337 stanze e un piccolo scandalo: perché i clienti "dimenticavano" di tirare le tende, offrendo inaspettati spettacoli osé a chi passeggiava sotto. Vero? Falso? Per non sbagliare limitatevi ad andarci a pranzo: lo Standard è uno dei migliori ristoranti in zona.
Dietro questo progetto visionario, chi c’è? Il comune di New York, certo. Un gruppo di mecenati privati, tra cui Diane von Furstenberg. Ma soprattutto una donna: l’architetto Elizabeth Diller, dello studio Diller Scofidio+Renfro. Fu lei a firmare, per l’Expo.02 in Svizzera, lo straordinario "Le nuage": una struttura di metallo sul lago di Neuchâtel, a cui si arrivava con una passerella, con più di 30mila augelli che spruzzavano e vaporizzavano l’acqua lacustre, creando una specie di effetto nebbia. Per cui l’impressione era proprio quella di entrare dentro una "nuvola mobile"… In cima, l’Angel Bar, con acque minerali da tutto il mondo. La nuvola-capolavoro era purtroppo solo un’installazione, non esiste più: ma io ricordo ancora l’emozione che ho provato entrandoci. E in fondo, che cos’è la High Line se non il sogno di una nuvola a New York?

Per le fortunate che stanno andando a NYC adesso:
La High Line è nel West Side; attraversa il Meatpacking District, West Chelsea e Clinton/Hell’s Kitchen. Si sale grazie a scale o ascensori, per ora in cinque punti. A fine lavori, sarà lunga 2 chilometri e mezzo. Il sito è: www.thehighline.org/ e raccoglie anche foto degli entusiasti frequentatori.

Buongiorno, estate.

Lunedì, 26 luglio 2010 @08:26

Oggi niente Buongiorno, e sapete perché? Perché City, il giornale free-press della Rizzoli, va in vacanza; e con il giornale, va in vacanza anche la mia rubrica. Fino ai primi di settembre.
Anch'io tra poco vado in vacanza, ma il blog rimane comunque aperto per voi, "aperto per ferie"!

Libri nella valigia dell'estate.

Domenica, 25 luglio 2010 @11:03

Ma quali?
Sapete che consiglio sempre Jane Austen ed Elizabeth von Arnim, non c’è bisogno di ripeterlo. Sapete anche che mi sono molto divertita a leggere "Tutto da capo" di Cathleen Schine (Mondadori), da cui ho rubato molte frasi per i miei Buongiorno. Il libro è lieve, divertito, divertente: storia di un matrimonio che finisce dopo 48 anni, di una madre divorzianda che si dichiara vedova, e di due figlie quasi cinquantenni che si sentono teenager dentro.

Però vi consiglio anche, tra i titoli usciti in questi mesi:

"Innocente" (Mondadori), il sequel che l’avvocato americano Scott Turow ha scritto dopo il suo bestseller "Presunto innocente". Molto più di un legal thriller: un grande romanzo. In fondo è un thriller sul matrimonio, sulla passione che scompagina tutto, sul desiderio, sui segreti.
"Purga" (Guanda), di Sofi Oksanen. Lei ha solo 33 anni, è finlandese, e ha scritto un libro potente dal titolo scomodo, che tiene inchiodati come Millennium di Stieg Larsson. E comincia quasi come Larsson, con una giovane prostituta vittima di "human trafficking" che arriva tramortita sulla soglia di una fattoria in Estonia (la madre della scrittrice è estone). E poi sterza bruscamente, e fa un salto all’indietro: racconta di un odio/amore tra due sorelle prima e dopo la seconda guerra mondiale, di una ragazza che desidera così tanto il marito della sorella da perderla e perdersi, di stalinismo e deportazioni (le purghe del titolo)… Scritto benissimo, quasi poetico anche se parla di stupro, e selvaggio.
"Il ponte del Corno d’oro" (Ponte alle Grazie), di Emine Sevgi Özdamar. E' la sua storia, la storia di una novella Alice nel paese delle meraviglie: quando, alla fine degli anni Sessanta, è arrivata in Germania, lasciando Istambul, il sogno di una scuola di teatro, e la sua lingua. Per ritrovarsi a Berlino, a fare l’operaia, a cercare di capire e addomesticare una Germania dura e grigia, pezzo per pezzo, partendo dal puzzle della lingua, stavolta quella straniera. Risultato? Un libro straordinario, "Il ponte del Corno d’oro" appunto: un libro che parla di migrazioni e di libertà, del ’68 e di politica, di Germania e Turchia, ma soprattutto di una ragazza che impara il tedesco, l'indipendenza e l'amore.

Mi sono piaciuti anche:


"Il ristorante dell’amore ritrovato" (Neri Pozza), di Ito Ogawa. Sarebbe bello che esistesse davvero, un ristorante così: quello che apre la protagonista, una ragazza di Tokyo, dopo una delusione d’amore, dopo che il fidanzato se n'è andato senza una parola, portandosi via tutto, pentole e spezie comprese... Ma non la voglia di ricominciare: con un ristorante nel paesino dell'infanzia, dove la protagonista decide di cucinare solo per una coppia alla volta. E ad ogni cena, un piccolo incantesimo dei sentimenti.

"Africa Social Club" (Newton Compton), di Gaile Parkin. La storia di Angel, che cucina e vende torte. Con disegni a tema, e glasse coloratissime. Ogni torta, una storia: ma attenzione, le storie sono quelle dell’Africa di oggi, storie di Aids, massacri, sopravvivenza, ricostruzione. Perché Angel vive a Kigali, in un Ruanda che sta rinascendo dopo la guerra civile. E l’Africa che scopriamo in queste pagine è lieve, illuminata dalla speranza. Mi ha ricordato molto il tono affettuoso e leggero, che mi piace molto, dei gialli di McCallSmith ambientati in Botswana, con la fantastica detective oversize Precious Ramotswe.

"Un giorno" (Neri Pozza), di David Nicholls. Ne abbiamo parlato, ricordate? Un bestseller inglese che sta per diventare un film con Anne Hathaway: e per forza, "Un giorno" è una perfetta commedia sentimentale. Protagonisti, Dexter ed Emma: li seguiamo per vent’anni e quasi 500 pagine. E sempre lo stesso giorno: il 15 luglio, il giorno fatidico della laurea nel 1988, giorno in cui si conoscono ad una festa, si annusano, finiscono a letto insieme... E poi? Si lasciano, si ritrovano, si rivedono, per vent'anni, e noi li seguiamo e spiamo, sempre il 15 luglio...

"Le ho mai raccontato del vento del Nord" (Feltrinelli), di Daniel Glattauer. Ne abbiamo parlato, anzi me ne avete parlato, proprio qui sul blog, e mi avete incuriosito: quindi, l'ho letto. Piaciuto, ma non troppo: diciamo che non lo regalerei mai. E' una specie di "Che tu sia per me il coltello" versione pop, un romanzo epistolare reloaded 2010: ovvero e-mail sempre più travolgenti tra due perfetti sconosciuti. Lei sposata, lui single e deluso; cominciano a scriversi per un messaggio all’indirizzo mail sbagliato e non smettono più. Perché dentro le loro mail c’è il vento del Nord, che inquieta e scompiglia... 750mila copie in Germania, già passaparola romantico in Italia. Ma è una specie di Moccia per adulti.

E gialli, thriller?
Ne parlo il 24 giugno, con una lista di quelli che mi piacciono di più. Nel frattempo ho letto "Hotel Bosforo" (Sellerio), di Esmahan Ayhol. Con una nuova detective per caso: Kati, turco-tedesca come l’autrice. Che vive a Istanbul, dove ha aperto una libreria di soli gialli. E rimane coinvolta in un omicidio. Arma del delitto: un asciugacapelli. Il personaggio è molto simpatico, ma il libro ha qualcosa che non funziona, o è scritto male o è tradotto male, chissà. Peccato.

E - posso ripeterlo, vero? - per le nuove e i nuovi sintonizzati che non hanno ancora conosciuto Emma e Stella, le protagoniste dei miei libri: bè, non vedono l'ora di finire in nuove mani, nuove case, nuove valigie per l'estate.

Saldi & strass.

Sabato, 24 luglio 2010 @09:14

Questo è l’attacco di un pezzo moda che ho scritto per Grazia. Mi sono così auto-convinta che dopo averlo scritto ho ceduto: e ho comprato un capo glitter ai saldi.

E se i saldi servissero ad osare? Osare, e presentarsi al mondo luccicanti di strass? Proprio così. Tutto quel che brilla è una tentazione, ma è anche un capriccio, al limite del kitsch. A questo però servono le svendite, ad essere audaci, e comprare quel bikini sfacciatamente glitterato che continuiamo a vedere in spiaggia. E quanto brillano quest’anno, al mare, gli strass, il luccichìo moltiplicato dal sole: sui bikini, sulle T-shirt, sui fermagli per capelli, sulle infradito di gomma… Magari persino una passata di glitter sopra lo smalto colorato delle unghie dei piedi. Dunque, coraggio. In fondo, le svendite servono anche a questo. A toglierci dei capricci modaioli, e osare quello che magari, a prezzo pieno, non abbiamo il coraggio di portare a casa. Poi, casomai, pentite fashion, potremo sempre regalare il capo troppo luccicoso a un’amica, o meglio ancora fare "swap": barattarlo, tutto molto glam cheap…

E dunque, siete curiose come me? Volete sapere quale strass in saldo mi sono portata a casa? Attenzione: un paio di jeans. Per la precisione, il mio secondo paio di jeans (per la storia dei miei primi jeans, giuro, non li avevo mai posseduti prima, leggete il racconto, postato il 25 luglio 2009). Jeans morbidi, con strappi da cui occhieggiano delle paillettes dorate. Ma il meglio è stato l’acquisto. Li vedo in vetrina (ero a Trieste, in questi giorni). Passo e ripasso davanti, finché oso ed entro dentro: non solo c’erano loro, i jeans glitterati d’oro, ma erano anche in saldo… E’ rimasta solo una taglia: 42. Me li provo, mi stanno un po’ largotti. Chiedo alla commessa, sentendomi la donna più "skinny" del mondo: scusi, non avrebbe una taglia in meno? (Pronta poi a comunicare alle amiche che ormai sono magrissima). E la commessa: mi dispiace, qui teniamo solo dalla 42 in avanti… Alzo gli occhi e vedo solo in quel momento il nome del negozio: "Oltre". Sottinteso: per taglie oltre. Va da sé che li ho presi lo stesso!

Cerco una baia sperduta.

Venerdì, 23 luglio 2010 @08:56

"Baia sperduta: non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar,
la cala azzurra prova a farsi turchina.
Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
Oltre il quale prende fuoco la stella".
(Iosif Brodskij)

Finalmente: io e un tramonto sul mare.

(Una poesia con il nome di un’isola: si intitola, infatti, "Procida". E’ del poeta russo Iosif Brodskij ed è tratta dall’antologia "Poesie di viaggio", Edt. E, posso dirlo?, che voglia di baie sperdute...)

Il cibo della memoria.

Giovedì, 22 luglio 2010 @08:12

"Le ciambelle erano state fritte dolcemente in olio di sesamo ed erano grandi quanto bastava per farne un unico boccone. Ogni volta che ne mettevo una in bocca, mi tornavano in mente le giornate trascorse in compagnia della nonna, dalla consistenza soffice come schiuma e piacevoli come il crogiolarsi al sole."
(Ito Ogawa)
Cibo, quando è il sapore della memoria.

(Ito Ogawa è una giovane scrittrice giapponese. La frase che ho usato per il Buongiorno di oggi è tratta dal suo romanzo "Il ristorante dell’amore ritrovato", Neri Pozza. Storia di un amore che finisce e di una ragazza che rinasce; storia di tutto quello che ci racconta, ci ispira, ci ricorda il cibo)

Pelle contro pelle.

Mercoledì, 21 luglio 2010 @08:28

"Sento soltanto che lei ha bisogno di avvicinarsi a me il più possibile, dato che qualunque cosa sia quello che sta cercando, lo può assorbire soltanto pelle contro pelle."
(Scott Turow)
Stammi vicino. Più. Vicino.

(Altro che legal thriller: "Innocente", il sequel che l’avvocato americano Scott Turow ha scritto dopo il suo bestseller "Presunto innocente" - e se non l’avevate letto vent’anni fa avete, immagino, visto il film con Harrison Ford – è un grande romanzo, un thriller sul matrimonio. L’ho appena letto, ho rubato il Buongiorno di oggi, e lo straconsiglio. L’editore è Mondadori)

Rammendi.

Martedì, 20 luglio 2010 @09:43

"Oggi rammendo
l’affetto verso il mondo
il nido
il maglione bucato.
il manto dell’edera
le parole rosso sangue
il futuro il presente il passato.
voglio provare a fare la pace.
voglio provare a intenerire il creato".
(Francesca Genti)

Proprio io, che non so cucire? Ma sono capace di rammendare la mia vita: con fili morbidi ma forti, quelli della speranza e della tenerezza.

(Mi piace molto questa giovane poetessa italiana: altri suoi versi li trovate il 29 aprile, 15 aprile, 2 aprile e 24 marzo. Tutti tratte da "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press)

Un balcone per guardare le stelle.

Lunedì, 19 luglio 2010 @08:07

"Quando si era messa alla ricerca di un nuovo appartamento, la sua prima domanda all’agente immobiliare, prima di sapere il prezzo, l’esposizione al sole, il piano, il quartiere, la fermata del metrò, lo stato del tetto e delle grondaie, era sempre: c’è un balcone? Un vero balcone dove potersi sedere, allungare le gambe e guardare le stelle".
(Katherine Pancol)
Un balcone, un terrazzo, una finestra sui tetti: per non dimenticarmi delle stelle.

(La frase usata per il mio Buongiorno di oggi è tratta da "Il valzer lento delle tartarughe" di Katherine Pancol, di Baldini Castoldi Dalai: un romanzone al femminile che in Francia è stato un bestseller, e che sto leggendo adesso)

Con gli occhiali da sole.

Sabato, 17 luglio 2010 @09:58

Scrivere questo pezzo è stato un tormento. No, non perché la caporedattrice continuasse a dirmi: quando è pronto?, sbattendo la sua borsa sulla scrivania, con preziosi occhiali da sole dentro. Per carità, certe scene esistono solo nel "Diavolo veste Prada". (Lo so, non ci credete e fate bene). Il tormento è dovuto al fatto che da anni voglio comprarmi un nuovo paio di occhiali da sole, e non mi sono ancora decisa. C’è un perché, e ve lo dico subito così potete ridere alle mie spalle. Sono miope, e i miei occhiali (anche quelli da sole) sono "graduati". Quindi, quando vado a provarmi una nuova montatura, mi guardo e non vedo… niente. Mi devo avvicinare così tanto allo specchio, che l’effetto glam è rovinato, e la voglia shopping è passata. Certo, potrei farmi accompagnare da un appropriato consulente, direte voi. Ma provate a trascinarvi dietro un consorte recalcitrante, soprattutto d’estate, quando i marciapiedi bollono dal caldo. Anche le amiche indietreggiano. Lenti a contatto? Non le porto. Ma per fortuna, scrivendo questo pezzo qualcosa ho deciso.
Diciamo subito che scarto gli occhiali neri e vintage. Certo, sono belli. Ma non mi convincono. Troppo seri. E mi trasformerebbero istantaneamente in una prof anni Cinquanta, altro che giornalista aspirante glam. Vintage, ma decisamente più soft, gli occhiali effetto tartaruga.
E puntare sul colore? Tinte pastello, ad esempio, che ci permettono l’abbinamento con i vestiti flower power che ci piace indossare d’estate, e con il "little white dress", il piccolo abito bianco che al mare sostituisce quello nero. Poi ci sono gli occhiali a righe, a zig zag, a grafismi. Oppure, più audaci, quelli dalle montature pop o retrò: grandi e bicolori, quasi a forma di cuore… Ah, ne ho visto un paio tartaruga e affilati, con la montatura quasi a farfalla. Sono firmati dallo stilista Tom Ford, in perfetto stile anni Sessanta come il suo primo lodatissimo film, "Un uomo solo", uscito quest’inverno, e tratto da un romanzo di Christopher Isherwood. Ricordate il protagonista? Colin Firth, gay, tormentato, elegantissimo nei suoi abiti di sartoria, nella sua casa-capolavoro di architettura californiana. Portava, per l’appunto, un paio di occhiali dalla montatura nera e vintage. Poi c’era lei, l’amica disperatamente e inutilmente innamorata di lui, occhi bistrati con il kajal: la meravigliosa Julianne Moore. Avrebbe avuto bisogno anche lei di un paio di occhiali, graduati però; perché l’amore è cieco e a volte miope, ma in certi casi bisogna saperci vedere bene. Anche e soprattutto quando abbiamo il sole in faccia.

L'articolo l'ho scritto per Grazia. I nuovi occhiali da sole però non li ho ancora comprati.

Ti allunghi sulla spiaggia come una stella marina.

Venerdì, 16 luglio 2010 @09:25

"Ti allunghi sulla spiaggia come
una stella marina, il tuo tocco calma
lo scompiglio delle onde,
i capelli, alghe di gesso.
Io vengo dai labirinti:
i semafori mi parcheggiano negli occhi
prima di attraversare, le autostrade si biforcano e
finiscono come vene nella mia mano."
(Manohar Shetty)

Vengo dai labirinti della città e vado verso il mare. Finalmente, verso di te.

(La poesia di oggi è tratta da "Amore in versi", della rivista letteraria Panta, 1999, Bompiani)

Vedere, sentire, respirare. Fallire.

Giovedì, 15 luglio 2010 @07:28

"Insegnami, Iddio, a pregare
sul mistero di una foglia appassita,
sulla luce che manda un frutto maturo
su questa libertà: vedere, sentire, respirare
sapere desiderare e fallire".
(Leah Goldberg)
Sbagliare, inciampare. E andare avanti.

I versi che ho scelto per la rubrica di City di oggi - come quelli del 1° luglio, sulle memorie d'amore e i capelli grigi, ricordate? - sono di Leah Goldberg, una poetessa ebrea-lituana, nata all’inizio del Novecento, morta a Gerusalemme. E sono tratti da "L’altro sguardo – Antologia delle poetesse del ‘900", Mondadori. Bellissimi i versi finali:

"Insegna alle mie labbra a ringraziarti e darti lode
nell’eternità del tuo tempo, il mattino e poi la sera
affinché il mio giorno non sia mai come quello di ieri
una pigra abitudine."

Io. E te.

Mercoledì, 14 luglio 2010 @07:37

"Con che intensità desiderava di nuovo essere importante per qualcuno! Per una persona soltanto, nell’intimità, senza che nessuno lo sapesse o vi badasse. In un mondo così affollato, non sembrava pretendere troppo: chiedeva solo una persona, una tra tutti quei milioni, tutta per sé. Qualcuno che avesse bisogno di te, che ti pensasse, che fosse ansioso di vederti… Oh, com’era forte il desiderio di sentirsi preziosi!"
(Elizabeth von Arnim)
E il bisogno di un abbraccio.

(La frase di oggi, di Elizabeth von Arnim, è tratta dal suo romanzo "Un incantevole aprile", Bollati Boringhieri)

Se mi incontrassi.

Martedì, 13 luglio 2010 @09:33

"In quel preciso istante ebbi la sensazione d’imbattermi nel mio vecchio io. Durò solo per un breve attimo, eppure era lì, la ragazzina che dieci anni prima teneva il naso appiccicato al finestrino per ammirare le mille luci della città, come fosse un sogno. Sì, era lì, dietro il finestrino dell’autobus notturno che sfrecciava nella direzione opposta".
(Ito Ogawa)
E io cosa direi, alla me stessa di dieci, venti, trent’anni fa?

(La frase di oggi è tratta dal romanzo di una giovane scrittrice giapponese, Ito Ogawa: "Il ristorante dell’amore ritrovato", Neri Pozza. Storia: la protagonista, una ragazza che fa l'aspirante cuoca e vive a Tokyo, innamoratissima di un cuoco indiano, torna a casa una sera e trova la casa vuota. Lui si è portato via tutto, e non solo i mobili: persino le pentole, persino le spezie. Ha lasciato solo il prezioso recipiente, ben nascosto, con il "nukadoko" speziato della nonna (non avevo idea neppure io di cosa fosse, e dire che adoro il sushi!). Insomma, cosa fa l'intraprendente ragazza con il cuore spezzato? Torna nel villaggio da cui se n'era andata, anni prima: da lì aveva preso l'autobus notturno "nella direzione opposta" di cui parla la frase che ho citato. E apre un minuscolo ristorante, dove decide di cucinare solo per una coppia, o un cliente, alla volta. Ma ecco: ogni cena una storia, e a ogni cena, per i suoi clienti, si sprigiona un piccolo incantesimo dei sentimenti. Magie del cibo)

Espresso.

Lunedì, 12 luglio 2010 @10:04

"Ma cosa ci importa del resto del giorno
il languore del pomeriggio,
l’improvviso balzo nella sera,
la notte con i suoi conosciuti profumi,
le sue stelle a punta?
Questo è il meglio: scostare le lenzuola
i piedi sul pavimento freddo,
e svegliarsi per la casa a ritmo di espresso".
(Billy Collins)

Estate, luce e caffè.

(I versi del poeta americano Billy Collins sono tratti da "Picnic, lightning", University of Pittsburgh Press. Traduzione purtroppo mia. Purtroppo perché mi sono arrovellata per settimane sull'ultimo verso, "buzzing around the house on espresso", ma "ronzare" per la casa mi sembrava così fastidioso, che mi sono presa una licenza poetica e ho preferito un più fresco svegliarsi. E mi piace l'idea di mettere i piedi sul pavimento freddo, adesso che fa così caldo... Mi vengono in mente certi pavimenti di terracotta in Toscana, un piacere camminarci scalzi)

Uomini, abiti, petali.

Venerdì, 9 luglio 2010 @08:07

Oggi i giornali, come sapete, non escono, per protesta contro la legge sul bavaglio dell'informazione. (E qui se potessi metterei un post-it giallo di protesta anch'io). Quindi non esce neppure il mio Buongiorno di City. Vi parlerò invece di petali, posso?

Brutti scherzi fa l’amore. Ad esempio, fa comprare a un uomo una tovaglia, solo perché gli ricorda un nostro abito a fiori. Certo, l’uomo in questione è un poeta, ma insomma, non lamentiamoci che i maschi non si accorgono di cosa ci mettiamo addosso:

"Ci terrei a precisare che ho comprato questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori verde scuro non menzionati da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito, hai sempre sostenuto-
che non ti ho mai detto che mi piaceva). Bè, mi piaceva, sai, mi piaceva…".

Così dichiara Andrew Motion: i versi sono tratti da "Nuove poesie d’amore", Crocetti Editore. (E avete riconosciuto il Buongiorno del 31 maggio, vero?) Chissà se il poeta innamorato oserebbe comprare, oltre alla tovaglia tutto petali, anche una versione a righe, o addirittura animalier. Sul maculato ho i miei dubbi (soprattutto ce li ha Stella, la protagonista del mio "Glam Cheap", che soffre, e come la capisco, di Allergia Animalier); ma quando ci si innamora, come ben sappiamo, tutto è possibile.
Di sicuro, però, l’abito dell’estate, l’abito di certi primi appuntamenti e dei primi baci, è bello così: frusciante, lungo fino ai piedi. Anche di giorno: perché la moda rovescia le regole, e decreta che i vestiti maxi vanno portati non di sera, ma quando splende il sole. Gli accessori? Pochissimi: un paio di infradito, una it-bag dove infilare il cellulare in attesa di un sms romantico, e un paio di occhiali da sole.
Comunque vada, l’importante è che quell’abito attiri sguardi e pensieri. Rubiamo ancora le parole ad Andrew Motion:

"E’ passato tanto tempo ormai, amore mio, tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima notte sono qua,
la testa leggera fra le mani e il bicchiere pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli, di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa, calda, candida come la luna".

Solo che, essendo noi mediterranee, la pelle sarà ambrata come il sole, ma insomma non facciamo troppo le difficili: un uomo innamorato avrà pur diritto a una licenza poetica.

Questo (molto, molto accorciato) è un pezzo moda che ho scritto per Grazia. Gli abiti-petalo mi piacciono molto, ma, a quanto mi risulta, nessun mio ex ne ha mai ricavato né una poesia, né una tovaglia.

Che fare, di questa nostalgia.

Giovedì, 8 luglio 2010 @08:23

"Avesse corpo la nostalgia per poterla spingere fuori dalla finestra".
(Odisseas Elitis)
Avesse corpo la nostalgia, per potersene liberare. Vorrei, anzi voglio, togliere la polvere dalla mia vita, buttare e regalare quello che non mi serve, smettere di guardare dentro l’armadio del passato, aprire le finestre: il mondo è fuori.

(La frase del poeta greco Elitis è tratta da "Odisseas Elitis, "Un europeo per metà", Donzelli)

Alba.

Mercoledì, 7 luglio 2010 @08:10

"Era l’ora in cui lo stomaco di chi è stato in piedi tutta la notte esige qualcosa di caldo, l’ora in cui le mani si cercano sotto le lenzuola mentre i sogni si fanno più vividi, l’ora in cui i giornali profumano di inchiostro e il giorno manda avanti le staffette dei primi rumori. Era l’alba e tutto ciò che restava della notte erano due ombre sotto gli occhi di quella strana ragazza al mio fianco".
(Giorgio Calligarich)

Era l’alba, forse anche l’alba del mio amore per te.

La frase è tratta da un romanzo che racconta un amore e un’estate alla fine degli anni Sessanta a Roma: "L’ultima estate in città", Nino Aragno Editore. Potete leggere la mia intervista all’autore, Calligarich, se tornate indietro al 9 marzo. Ve la consiglio! Non solo l’intervista, ovviamente, ma anche il libro, uno dei più interessanti che io abbia letto quest’anno. Il sito di Calligarich invece è http://www.calligarichgianfranco.com/

Profumi. E pelle.

Martedì, 6 luglio 2010 @09:03

"Stava diventando l’estate delle mille fragranze – una forma perversa di aromaterapia. Anche oggi, se a una festa in giardino mi metto a occhi chiusi in mezzo a uno stuolo di ragazze, riesco a distinguere il profumo di ciascuna con la stessa facilità con cui dico l’alfabeto: l’Air du Temps, Chanel N° 5, Trésor, Youth Dew, Shalimar..."
(Elizabeth Kelly)
Riconoscerti: basta il tuo profumo.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo di Elizabeth Kelly, "Chiedi scusa! Chiedi scusa!", Adelphi).

L’Autrice che usa solo profumi alla rosa ne ha uno preferito, molto vintage: Elizabethan Rose di Penhaligon’s, un vecchio brand inglese.
Buffo pensare a noi e i profumi. C'è chi ne usa solo uno, solo quello: ed è terribile quando - a volte capita - esce di produzione. C'è chi ha il profumo dell'inverno e quello dell'estate. Chi continua a sperimentare: tante boccette ancora mezze piene, come le fasi della vita, capitoli chiusi. Chi non l'ha ancora trovato... Forse di un profumo bisogna innamorarsi, riconoscerlo come proprio, sentire che la pelle lo riconosce. Del resto, non annusiamo i neonati, con quel loro sapere di "nuovo"? E quando amiamo qualcuno, non è forse vero che lo riconosciamo, ci innamoriamo, ci avviciniamo, perché sa di buono?

Farfalle.

Lunedì, 5 luglio 2010 @08:10

"Ai raggi del tramonto
una farfalla
vola sulla città"
(Takarai Kikaku)

Ma dimmi, se io fossi una farfalla, mi seguiresti con lo sguardo? Mi lasceresti avvicinare di più? Apriresti la mano, sperando di sentire, leggerissimo, il mio palpito, la mia carezza iridescente?

(I versi che ho scelto oggi, lunedì 5 luglio, per il Buongiorno di City, sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi).

Quel che racconta una T-shirt.

Sabato, 3 luglio 2010 @09:58

La T-shirt va di moda? Ma no, certo: la T-shirt non è mai passata di moda. Da quando ha fatto la sua apparizione (dobbiamo ringraziare, pare, la marina militare americana, che la incorporò nella divisa dei marinai), non è mai scomparsa dal guardaroba. Scollo tondo o a V, larga o super-attillata, con qualche scritta più o meno spiritosa o con il logo di uno stilista in un angolo più o meno nascosto: sempre lei, sempre con noi. E chi non ha, almeno una volta nella vita, comprato una "T-shirt cartolina", per dire a tutti: lì (in quella spiaggia, quella città, quella mostra, quel concerto) ci sono stato anch'io?
La T-shirt è sfacciata e democratica, e si è conquistata sgomitando un posto nel guardaroba, accanto ai classici: eccola lì, insieme al "little black dress", il piccolo abito nero che si porta ovunque… Soprattutto se è bianca, su un paio di jeans, è l’easy chic alla sua massima potenza. E anche le più tradizionaliste (o le più fashioniste, che a volte è la stessa cosa), ne hanno una. Quantomeno, avranno una T-shirt rovinata ma ammorbidita dai troppi lavaggi, magari la vecchia maglietta di un fidanzato un tempo (e forse tuttora) molto amato, che diventa la coperta di Snoopy con cui dormire in notti particolarmente piovose, tristi e solitarie.
D’accordo, non dilunghiamoci sulle T-shirt troppo sentimentali. E neppure su quelle che diventano pigiami. (Queste le lasciamo alla vostra discrezione o ai vostri tumulti del cuore). Concentriamoci invece sulle T-shirt più modaiole e, soprattutto, su come portarle. Passiamo direttamente all’opposto di una notte solitaria, ovvero una notte glitter: già, perché la T-shirt è stata sdoganata anche come look da sera. Ci sono dive che la sfoggiano con un cuore glitter insieme ad un mini-blazer tutto lustrini d’argento… Perfetta per far finta di essere Cenerentola, a qualsiasi party.
Non solo cuori ma anche teschi: non c’è niente da fare, ossa e tibie continuano a piacere. Io, che sono una donna-cuore, non posso che disapprovare; ma se voi avete un lato più dark potete copiare le solite celebrities, e indossare le immancabili magliette-teschio. (Skull fashion: ricordate la Pierre Non Pierre, l’amica di Stella in "Glam Cheap"?)
Ma il bello delle T-shirt è che a volte non c’è proprio niente da decifrare. Sono segni grafici o paesaggi urbani... Con che cosa abbinarle? Con tutto: con i jeans, i leggings, una minigonna, i pantaloni larghi e "baggy" perfetti per il weekend. E con una morbida consapevolezza: mal che vada, dopo qualche lavatrice e qualche candeggio di troppo, la T-shirt in disuso diventerà un perfetto, anche se poco romantico, pigiama.

Questo, rivisto e corretto, è un articolo che ho scritto per Grazia. (Le T-shirt, quando occorre, le rubo a mio marito. Consorte-fashion).

In cucina, di notte, a chiacchierare con te.

Venerdì, 2 luglio 2010 @08:10

"Che strano, ti scrivo improvvisamente come se già da vent’anni mi fossi abituata a stare in cucina, di notte, a chiacchierare con te".
(David Grossman)

Quanta voglia, davvero, di chiacchierare con te. Ti vorrei qui, stasera, insieme a me, con la tazza in mano, intorno al tavolo, mentre fuori fa buio. Quante cose da raccontare, su quante cose ho bisogno che si posi la tua amicizia, il tuo sguardo.

(La frase di oggi è tratta da "Che tu sia per me il coltello", di David Grossman, Mondadori. Potete leggere l’intervista allo scrittore israeliano, dove abbiamo parlato anche – soprattutto - di questo "longseller", nel post del 19 maggio)

Rughe, capelli grigi e filigrane.

Giovedì, 1 luglio 2010 @07:55

"Di memorie d’amore
gli anni hanno adornato il mio viso
segnandomi i capelli di lievi filigrane grigie:
son diventata così bella".
(Leah Goldberg)
Le rughe, sono solo le carezze di chi ti ha guardato e lungamente amato.

Leah Goldberg fu una poetessa ebrea-lituana, nata all’inizio del Novecento a Königsberg, che un tempo era Germania, ora è Kaliningrad - a proposito di migrazioni e confini che si spostano... Morì a Gerusalemme. I versi di oggi sono tratti da "L’altro sguardo - Antologia delle poetesse del ‘900", Mondadori.
Mi piacciono questi versi, in tempi di Botox ad ogni costo, di Carle Bruni e Nicole Kidman che mostrano facce plastificate, irrigidite, deformate. Mi piacciono le rughe sensuali di Meryl Streep e Julianne Moore. Mi piacciono questi versi che dichiarano la possibile bellezza dell'età e della memoria, contro la plastificazione imperante. Mi piacciono le donne del Nord che si lasciano i capelli grigi, aggiungono delle méches viola, si mettono leggings e gioielli d'argento. E sono belle.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.