Lisa Corva

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Avverbi autunnali.

Giovedì, 30 settembre 2010 @07:59

"E così ora ti senti
piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali,
di sostantivi distratti, di oggetti ritrovati
e subito perduti, sgretolati, di annotazioni che scorrono
per troppe pagine al piede della vita..."
(Roberto Sanesi)
Meglio stare in silenzio, allora; lascia che l’autunno ti abbracci e ti regali le sue parole.

(I versi di oggi sono tratti da "Poesie 1957-2000", di Roberto Sanesi, Oscar Mondadori. Mi piace l'idea di quegli "avverbi autunnali". Quali saranno? Forse "lentamente" è un buon avverbio autunnale, perché le foglie cadono lentamente per terra; noi lentamente tiriamo fuori maglioni e sciarpe dagli armadi, ci ricopriamo; le giornate si accorciano lentamente...)

Oggi sono una foglia.

Mercoledì, 29 settembre 2010 @09:24

"Cadi, foglia, cadi; appassite, fiori;
allungati, o notte, e accorciati, giorno
ogni foglia mi parla di pace soave
staccandosi con un sussurro dall’albero autunnale".
(Emily Brontë)

Oggi, sono una foglia. Mi abbandono senza paura. E’ bello lasciarsi andare, diventare autunno.

E’ proprio lei, l’autrice di "Cime tempestose". E i versi sono ancora più leggeri in inglese:

"Fall, leaves, fall; die, flowers, away;
Lengthen night and shorten day
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree".

Incontrarsi e dirsi addio.

Martedì, 28 settembre 2010 @08:47

"Pioveva appena, l’aria era mite, sapeva di elettricità, mista al respiro delle rocce e all’odore del mare, che impregna l’atmosfera dei litorali nell’Italia del Sud".
(Ferenc Körmendi)
Chiudo gli occhi e respiro il Sud. Le isole, l’elicriso e il pino, l’orizzonte. Vorrei portarlo dentro di me, il respiro del mare, per il lungo inverno in città.

La frase di oggi è tratta da "Incontrarsi e dirsi addio", di Ferenc Körmendi. Era un bestseller – ora dimenticato – degli anni Trenta. La storia? Uno scrittore ungherese arriva a Capri in una giornata di pioggia, di inizio primavera. Si accorge che la sua valigia è stata scambiata con quella di una donna sconosciuta, in un altro albergo…
Ma la storia più bella forse è quella della dedica. Il libro che ho in mano infatti è un'edizione Bompiani che si sta sfaldando: un regalo di mio padre, trovato a Trieste. In copertina, un disegno in bianco e nero di una donna sullo sfondo dei faraglioni di Capri. La dedica è questa: "A Torino nei giorni burrascosi e tormentosi dell’interrogativo del nostro incontro. Addio? Arrivederci?". E poi: 7-16 settembre 1943. Parole decise, l'inchiostro è quello di una stilografica. Ma chi le scrisse? Un uomo, penso; una donna, in quegli anni, forse non sarebbe stata così audace. E’ stato un addio, un arrivederci? Erano anni di guerra. Cosa successe di quell’incontro, di quell’amore? Ma è bellissimo pensare che quello struggimento è arrivato fino a qui, fino a me, fino a noi. Intatto.

Lo sgaiattolare del passato fuori dalle credenze.

Lunedì, 27 settembre 2010 @09:21

"C’è poco da stupirsi che ci siano tristezze e pensieri notturni e rimpianti e farfalle di ricordi che le frullano attorno per mezza giornata, e lo sgaiattolare del passato fuori dalle credenze".
(Joseph O’ Connor)
Di notte, quando non riesci a dormire, dalle credenze, tra i piatti e i bicchieri scompagnati, escono - senti come sussurrano? - anche i ricordi.

(La frase di oggi è tratta da "Una canzone che ti strappa il cuore", di Joseph O’ Connor, Guanda. La storia, vera e romanzata insieme, di un amore: quello tra Synge, drammaturgo irlandese di inizio Novecento, e la giovanissima attrice Molly Allgood. Raccontato da lei, sola, vecchia e alcolizzata, a Londra. Un amore osteggiato, brevissimo, indimenticabile. Uno di quegli amori che non ci lasciano mai: che rimangono con noi per tutta la vita)

Noi in profumeria, e i talismani perduti.

Sabato, 25 settembre 2010 @09:18

Ci sono rossetti, e creme, e profumi, che hanno questo potere. Li tiriamo fuori dalla scatola luccicante, li proviamo per caso, perché sono un regalo, perché li troviamo nel bagno di un’amica. E poi, come un amore, entrano nella nostra vita – e non ce ne siamo neanche accorte. Come un amore, più di un amore. Il rossetto diventa il piccolo gesto antidepressivo nelle giornate buie, quelle in cui non si ha il coraggio di affrontare niente: la pioggia, il freddo dentro e fuori, il traffico, un capo collerico. Giornate buie: illuminate all’improvviso da un lampo di rosso, quello che ci passiamo sulle labbra, e che ci rende immediatamente più belle, potenti, determinate, impermeabili alla pioggia e alle pozzanghere della giornata. E se succede qualcosa, pazienza, basta tirar fuori dalla borsa il magico rossetto, come un’arma, come un'aspirina. Rossetti salva-vita e salva-economia: anche nei momenti di recessione, l’unica cosa che si continua a vendere è il rossetto, proclama il Lipstick Index, ovvero la teoria del colosso beauty Revlon. Perché il rossetto costa poco, è piccolo, è coraggio in un solo gesto. Ed è un bene giudicato necessario anche in tempi di guerra, lo sapevate? Poi ci sono i profumi, aroma-terapia portatile; le creme, carezze sulla pelle quando nessuno ci accarezza… E infine i disastri imprevedibili, quando il talismano che ci accompagna da anni – quello che ci ha tenuto compagnia, accarezzato, consolato – non si trova più. Fuori produzione, dice la commessa della profumeria, soavemente inconsapevole della ferale notizia. Provi magari in un’altra città, una città più grande, una città più piccola; provi in un magazzino, provi on line, provi a chiedere alla profumeria all’angolo o a quella in centro. Ma il rossetto è introvabile, la crema ha cambiato composizione, il profumo è stato ritirato dal commercio, persino il deodorante ha cambiato elementi attivi e, semplicemente, non sa più di noi. E adesso come faremo? Come faremo ad alzarci al mattino, ad uscire di casa senza la sicurezza di quel piccolo gesto – il rossetto sulle labbra, una spruzzata di profumo sui polsi – che ci rende forti, sicure, protette?

A me succede di continuo. L'ultimo talismano sparito: la Brume Rosée Caressante di Décleor, che mi era stata regalata da un’amica tempo fa, una specie di crema per il corpo spray, al profumo euforizzante di rosa (sì, lo so che lo sapete: uso solo profumi alla rosa). Ma non sono l’unica, vero, succede anche a voi?

Io seguo la luce.

Venerdì, 24 settembre 2010 @12:43

"Seguo la scia di luce dentro i mesi, nella cripta autunnale
ascolto la prima pioggia ampia sulle grondaie.
Settembre – dice il calendario a metà consumato con figure
d’insetti sopra i fogli. Quasi ottobre anticipano i gusci di
lumaca uno per ogni giorno a disdire con lentezza la paura".

(Antonella Anedda)

Le giornate si accorciano, ma io seguo la luce.

(I versi di oggi sono tratti da "Il catalogo della gioia", di Antonella Anedda, Donzelli Editore).

Notte di luna.

Giovedì, 23 settembre 2010 @11:46

"Le lacrime diventano
incredibilmente facili
quando sorge la luna".
(Hino Sojo)
Così luna, per favore, portale via. Asciuga queste lacrime, accarezzami il viso; soffia via questa tristezza, questo smarrimento, dal mio cuore.

(I versi di oggi sono tratti dall’antologia "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi. Avete visto che luna?).

Al suono ipnotico della lavatrice.

Mercoledì, 22 settembre 2010 @14:26

"Al suono ipnotico della lavatrice
lavo le mie macchie
curo le ferite
trasformo il dolore in cicatrice".
(Francesca Genti)
Sarebbe meraviglioso poter mettersi in lavatrice, uscirne puliti e profumati: senza più le macchie dei rimpianti, delle malinconie, del disamore. E stenderci fuori ad asciugare, respirando l’ultimo tiepido sole.

(I versi di oggi sono tratti da "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", di una giovane poetessa italiana che mi piace molto: Francesca Genti. Ricordate "Ti aspetto sulla Via Lattea/ al chilometro numero nove"? Era il primo Buongiorno che le ho rubato, quello del 24 marzo. Altri suoi versi li trovate il 2, 15 e 29 aprile. A me però il Buongiorno di oggi ha fatto venire in mente Emma, Aspirante Madre nonché Casalinga Telematica, e il Richiamo della Lavatrice, ricordate?)

Le rose arrugginite dell'autunno.

Martedì, 21 settembre 2010 @09:10

Scusate l'assenza - dovuta a un diluvio che ha provocato, tra l'altro, un tilt telematico. (Certo, quando pensavo alla "pioggia che cuce il cielo alla terra", pensavo a una pioggia romantica, non certo a un'alluvione!)

- Ecco il Buongiorno di ieri, lunedì 20 settembre:

"Le rose arrugginite dell'autunno
osservano lo spazio bianco dalla pioggia -
la pioggia cuce il cielo alla terra
con mille brividi e punti".
(Maria Pawlikowska)

Ma come sono belle, anche se arrugginite, le rose dell'autunno. Come si abbandonano, alla pioggia.

(I versi di Maria Pawlikowska sono tratti da "L'altro sguardo - Antologia delle poetesse del '900", Mondadori).

- Il Buongiorno di oggi, martedì 21 settembre, invece è:

"Era puro il respiro di quest'armadio. Sapeva leggermente di mele ed era fresco, intonato alla vernice opaca del suo esterno bruno e cupo".
(Ferenc Körmendi)

Fa freddo. Cambio di stagione. Che piacere aprire gli armadi, tirare fuori calze e maglioni. E respirare l'odore dell'inverno che verrà.

La frase di oggi è dello scrittore ungherese degli anni Trenta Ferenc Körmendi, ed è tratta da "Incontrarsi e dirsi addio", in una vecchia edizione Bompiani)

Di notte.

Venerdì, 17 settembre 2010 @07:00

"Dopo aver fatto l’amore, dormiremo abbracciati. La tua schiena contro il mio ventre. E io stringerò le dita dei piedi intorno alle tue caviglie, come delle mollette, perché tu non possa volar via la notte".
(David Grossman)

I gesti dell’amore, i segreti della notte.

La frase di oggi è tratta da "Che tu sia per me il coltello" (Mondadori), dello scrittore israeliano David Grossman. L'ho incontrato la scorsa primavera, io, un giorno di pioggia, e un paio di galosce verdi. Leggete l'intervista nel post del 19 maggio.

Ti vedo, sei girato di schiena...

Giovedì, 16 settembre 2010 @08:26

"Lo vide. Di spalle. Seduto a un tavolino. Apriva i giornali, posava il telefono, faceva un segno al cameriere, ordinava, accavallava le gambe e si metteva a leggere. Era magico contemplarlo a sua insaputa, leggergli sulla schiena i segni della notte, l’inizio della giornata, la pausa sotto la doccia… Le si abbandonava, disarmato. Joséphine decifrava la sua schiena."
(Katherine Pancol)

Guardarti da lontano. Poter decifrare la tua schiena, visto che non so decifrare te.

La frase di oggi è di Katherine Pancol, tratta dal bestsellerone francese "Il valzer lento delle tartarughe", Baldini Castoldi Dalai. Ma è pensata per tutti gli uomini-rebus che a volte si incontrano nella vita…

Patria. Casa. E case per scrittori.

Mercoledì, 15 settembre 2010 @08:19

"Era come se gli stesse giungendo una notizia insieme tormentosa e liberatoria, come se, dopo un viaggio lungo e faticoso, egli fosse tornato in una patria distrutta, e la sua casa, benché in macerie, lo accogliesse tuttavia come luogo finale e definitivo di quiete".
(Gregor von Rezzori)

Questo meraviglioso, struggente, consolatorio senso di appartenenza: casa.

(Questa frase è tratta da "Disincantato ritorno", Sellerio. Lui, Gregor von Rezzori , è stato uno dei grandi scrittori mitteleuropei: i suoi libri più belli sono quelli autobiografici ( "Tracce nella neve" e "Sulle mie tracce", Guanda). Nacque nell'allora Impero Austroungarico e morì in Toscana: in una casa nel bosco, dove ora c'è una delle pochissime "writers' retreat" in Italia, diretta, in suo onore, dalla moglie. Ci sono stata, ma purtroppo solo per un'intervista! Vengono invitati solo autori stranieri… Ecco l'intervista che avevo scritto per "Il piccolo")


Beatrice Monti von Rezzori mi aspetta in fondo al giardino. Cammino su questo prato toscano dove ha camminato, prima di me, suo marito, uno degli ultimi grandi mitteleuropei, Gregor von Rezzori. Tra questi ulivi veniva a riposarsi l’instancabile viaggiatore Bruce Chatwin, qui hanno preso il tè -o più probabilmente bevuto un bicchiere di vino rosso - Michael Cunningham, Michael Ondaatje e Colm Toíbín; qui la bella trentenne Zadie Smith, già tre bestseller alle spalle, arriverà tra poco, con il marito, il poeta Nick Laird.
Cammino e mi sembra di camminare non sull’erba ma su pagine di romanzo, calpesto non margherite ma parole: questa casa, questo parco, hanno visto passare i più bei nomi della letteratura internazionale, e altri arriveranno ancora. Qui hanno scritto, riso, chiacchierato, si sono fermati davanti a una pagina vuota; qui, da questa porta, arriveranno tra poco nuovi nomi, nuovi scrittori, dall’America ma anche dall’Iran e all’Africa.
E forse è proprio questa la vera eredità mitteleuropea: aprire la propria casa, aprire le finestre ai venti e alle correnti del mondo. Gregor von Rezzori, nato a Czernowitz quando era ancora Impero Austroungarico, poi Romania, oggi Ucraina, ha visto e raccontato tutto: la dissoluzione dell’Impero, ma anche i crocevia di lingue, culture, destini, migrazioni. E la casa dove ha vissuto i suoi ultimi anni è diventata un rifugio per scrittori, sotto la guida sicura di Beatrice, grazie a una Fondazione chiamata semplicemente Santa Maddalena Foundation, dal nome dell’angolo di Toscana dov’è nata.

Una casa aperta agli scrittori. Cioé?

- Qui a Donnini offriamo una camera da letto con vista; uno studio con una porta da chiudere, silenzio, isolamento. Ho vissuto così tanti anni con uno scrittore, so che è di questo che si ha bisogno. Con in più la possibilità, a cena, di chiacchierare, bere un bicchiere di vino e parlare, volendo, di letteratura.

E a cena, si chiacchiera in inglese?

- Di solito sì. Ma c’è chi l’inglese non lo parla proprio. Come Péter Esterházy, che conosce praticamente solo l’ungherese. Il che non gli ha impedito di discutere di filosofia con Michael Cunningham (l’autore di "Le ore", da cui è stato tratto un film hollywoodiano con Meryl Streep e Nicole Kidman, ndr), che si aiutava con 25 parole in tedesco, e con Zadie Smith. Così diversi, ma si sono trovati. E’ questo che mi piace della Fondazione: le sorprese. Che nascono anche dagli intrecci, dalle simpatie, antipatie o dalle affinità inaspettate, tra gli scrittori che si ritrovano qui.

Zadie, la giovane scrittrice anglo-giamaicana così amata anche in Italia, torna spesso da lei...

- E’ venuta due volte, come "residente". Ma da quando lei e il marito, il poeta Nick Laird, si sono trasferiti a Roma, ci viene spesso a trovare, per il weekend. Loro e il loro carlino (Beatrice sorride e accarezza il suo: in una casa in campagna non potevano ovviamente mancare i cani).

Dunque ospita scrittori, ma anche i loro compagni?

- No, qui si viene per scrivere... L’unica eccezione "famigliare" è stata fatta per una madre e una figlia, entrambe scrittrici: Anita Desai e sua figlia Kiran. Ma sono molto indipendenti, non sono legate dal solito strettissimo cordone ombelicale. E Kiran ha scritto qui il suo "Eredi della sconfitta" (in Italia pubblicato da Adelphi, ndr), che ha vinto il Booker Prize.

Beatrice si alza, mi dice: "Ma lei vorrà vedere lo studio di Grisha"...

Certo che voglio. Grisha, ovviamente, è Gregor von Rezzori; e lo studio più bello, con una grande vetrata su Vallombrosa, è il suo, rimasto praticamente intoccato. C’è una vecchia macchina da scrivere, una foto in bianco e nero di una giovane, magnetica Beatrice; e poi, in piccolo, incorniciata, la città dove è cominciato tutto, e dove inizia anche "Sulle mie tracce": Czernowitz. Da lì von Rezzori è andato a Vienna, a Bucarest, a Berlino, a Parigi, a Roma... Ma, tra le pieghe della sua vita, c’è anche Trieste: perché, quand’era appena nato, scoppia la Prima Guerra Mondiale. I russi avanzavano, e la sua famiglia fuggì dalla Bucovina verso Occidente: in calesse. Tappa a Trieste, in una casa di vacanze del nonno paterno.

La Toscana sembra lontana secoli dalla Mitteleuropa. Come mai avete scelto di venire a vivere qui, tra Firenze e Arezzo, in una casa che ricorda ancora la descrizione di von Rezzori, "isolata come in una fiaba dei Grimm"?

- Non è difficile innamorarsi della Toscana. E nel 1967, quando abbiamo comprato la casa, che allora era in rovina, sembrava la soluzione più logica. All’epoca c’erano sessantamila case in vendita: difficile scegliere. Ma abbiamo deciso che la prima a piacere a tutti e due sarebbe stata nostra. E’ stata la seconda che abbiamo visto. E l’architetto Marco Zanuso, nostro amico, ci ha aiutato a ristrutturarla.

Beatrice mi accompagna a vederla, la "casa degli scrittori". Con quella che lei chiama "la torre", dov’era lo studio di Chatwin. Divani, tappeti, ricordi di viaggio, un’enorme vasca da bagno con i piedi, all’inglese, ma decorata e dipinta sui bordi; e libri, libri sugli scaffali, libri sui tavolini, libri che invitano a sedersi e prenderli in mano. Un grande camino nella sala da pranzo, il sottofondo perfetto per conversazioni in inglese (e forse in ungherese). E arte, ovunque. Beatrice infatti, a 25 anni, quando si chiamava ancora Monti della Corte, aveva aperto, a Milano, la Galleria dell’Ariete, portando in Italia l’arte pop americana, da Rauschenberg a Jim Dine. E ovviamente era amica di Leo Castelli, il grande gallerista newyorkese di origine triestina.

Lei vorrà vedere la tomba di Grisha...

A dir la verità non mi era neppure venuto in mente che potesse essere qui. Ma eccolo, in un angolo di bosco, con vista sulla piscina dove scrittori e scrittrici, immagino, fanno il bagno d’estate pensando alle loro trame. Qui c’è una piramide, ci sono le sue ceneri. E un’iscrizione voluta da Beatrice, che dice semplicemente "nato a Cernopol nel 1914, morto a Donnini nel 1998". Ma come, Cernopol? Cernopol non esiste, o meglio esisteva solo sulla carta: "L’ermellino di Cernopol" è il libro dove von Rezzori, che per lunghi anni fu un apolide, racconta la sua città natia, trasfigurata, immobile per sempre, senza guerre, senza lacerazioni di nazione e di confine. Ed è lì, in fondo, a Cernopol e non a Czernowitz, che da vero romanziere è nato.

Sono stata in questa "casa per scrittori" nel 2008. Da allora mi è capitato di incontrare e intervistare giovani, brillanti scrittori che in quella casa hanno scritto, trovato parole e ispirazione, e bicchieri di vino rosso. Due nomi: l'anglo-pakistana Kamila Shamsie (trovate l'intervista il 10 febbraio 2010, quando in Italia è uscito il suo intenso "Ombre bruciate", Ponte alle Grazie: il titolo del post è "Ci sono vestiti che conservano per sempre il ricordo di un giorno"). E Andrew Sean Greer , di cui forse ricordate molte poetiche frasi rubate per il Buongiorno di City. L'ho incontrato quando in Italia è uscito il suo secondo romanzo, "La storia di un matrimonio", Adelphi (trovate l'intervista il 30 luglio 2009, con il titolo: "Io e lo scrittore con la T-shirt di Obama").
Quello che mi è piaciuto, a proposito di "vestiti che portano sempre con sé il ricordo di un giorno", è che l'elegante, blasée baronessa ha regalato sia a Kamila Shamsie che ad Andrew Sean Greer dei vecchi abiti, intessuti di ricordi, del suo guardaroba. Kamila mi ha raccontato di aver accettato due vestiti estivi, uno a piccoli fiori; Andrew, delle camicie con le cifre ricamate a mano, che appartenevano al dandy Gregor von Rezzori. Un gesto che mi ha commosso e colpito: come certe nonne, o zie anziane, che insistono tanto per regalare abiti che non metteranno più, o di chi non c'è più.

Gli sms delle grafomani sentimentali.

Martedì, 14 settembre 2010 @08:37

"Caro Roger, come vedi non riesco proprio a lasciarti in pace. Devo scriverti. Non per questo devi necessariamente leggermi…".
(Elizabeth von Arnim)

No, non posso fare a meno di scriverti. Non posso fare a meno di pensarti, di desiderarti, disegnarti nel mio futuro. E voglio solo una cosa. Che tu finalmente riesca a vedere, pensare, leggere, desiderare: me.

(Anche questa frase di Elizabeth von Arnim è tratta da "Confessioni di una donna indipendente", Bollati Boringhieri: un romanzo sotto forma di epistolario. Tempi duri, nell’Ottocento come adesso, per le grafomani sentimentali: prima almeno ci si metteva un po’, per scrivere una lettera; si imbucava, si aspettava la risposta, e l'impresa durava, poste permettendo, almeno qualche settimana. Ora mandiamo un sms, e ci agitiamo perché la risposta non arriva nel giro di cinque minuti. Ma la von Arnim ci insegna – come Jane Austen, del resto – che prima o poi lo troveremo, qualcuno che capisce, legge, aspetta i nostri sms)

L\'autunno è una lumaca che sporge le corna.

Lunedì, 13 settembre 2010 @07:50

"E agosto finisce sono scalzi i giorni
fioriti gli astri già si sente il freddo
l’autunno è una lumaca che sporge le corna"
(Jan Skacel)

Sì, agosto è finito; settembre avanza, segue una musica tutta sua, ha il ritmo silenzioso e veloce delle foglie che cadono, delle gocce di pioggia. Presto, presto, ci avvolgerà l’autunno.

Ho usato spesso dei versi di Jan Skacel - tratti dalla sua antologia "Il colore del silenzio", Metauro - per il Buongiorno di City. I più belli, secondo me, sono quelli che ho rubato per il Buongiorno del 5 febbraio 2010:

"In cielo si raccoglie il vento,
il vento purpureo di domani,
e di nuovo l’amore,
di nuovo da tempo immemorabile
da lontano impedisce la morte".

Ankle boots, ma pur sempre tronchetti.

Domenica, 12 settembre 2010 @10:07

Sapete già (è il mio accorato post del 30 agosto) che vorrei fondare un movimento di resistenza contro il ritorno del color cammello. Ero tentata di prendere posizione anche contro gli ankle boots. Traduzione: i tronchetti: che, come dichiara saggiamente il nome italiano, troncano, in effetti, la figura. Però ne ho comprato un paio in tempi non sospetti, ormai anni fa; e in effetti li metto, a volte persino con i microabiti autunnali. Ecco l’articolo che ho scritto per Grazia.

Ma riusciremo a camminarci? La domanda non è così peregrina. Gli "ankle boots", ovvero i tronchetti che affolleranno le vetrine quest’autunno, sono così alti che ci fanno già rimpiangere gli stivaletti bassi, anfibi comodi e affidabili; che saranno poco femminili, ma almeno ci permettono di correre per prendere l’autobus. E invece no. La moda quest’autunno ci vuole über-femmine: ci tenta con il ritorno dei colori cammello, del retro-glam anni Cinquanta e Sessanta… Il tutto da abbinare a calzature che costringono a un’andatura sexy: e se non vi piacciono gli stivaletti alti, l’alternativa, attenzione, pare saranno le scarpe a punta.
Concentriamoci allora sugli stivaletti. I dubbi ci sono, tant’è che anche una giornalista fashion e cattivella, come l’inglese Hadley Freeman, che si scaglia contro mode e modi dalle pagine del "Guardian", li ha definiti a rischio: interrogandosi su quell’andatura alla Bambi a cui a volte costringono. Una camminata alla Bambi? Ma sì: come un cerbiatto che muove i primi passi. Questo per dirla poeticamente, anzi disneyanamente, ironizza la giornalista inglese: in realtà, il problema è che con certi altissimi tronchetti camminare risulta davvero un’operazione in bilico. Come dimostra, ahimé, un blogger ipercelebre. Ovvero Bryanboy, il ragazzo di Manila ormai così famoso per il suo blog di moda che ha una borsa dedicata a suo nome da Vuitton, e che ultimamente è stato visto aggirarsi alle sfilate con ai piedi un paio di altissimi "ankle boots". Lo so, lo so. C’è di che indignarsi. Se i maschi, o almeno certi maschi, dopo averci rubato le borse firmate (succede, tanto che alcuni brand hanno creato delle linee per uomini), si mettono anche i tacchi, è la fine.
Non resta dunque che concentrarsi sugli stivaletti autunnali, misurare bene i centimetri, e soprattutto provarli: anche perché, come ripete la saggia Hadley, il punto delle scarpe col tacco non è di farci incespicare, cerbiatte o no, per la stanza; ma di far sì che le nostre gambe sembrino più lunghe, e più sexy se possibile, come l’andatura.
Decisi i centimetri, rimangono un paio di dettagli. Gli ankle boots che sfoggeremo, li vogliamo con le fibbie, magari una sola alla caviglia; oppure con le stringhe; o magari, esageriamo, con tutte e due? Ci piacciono di più in stile alpino rivisitato o da Mary Poppins contemporanea? E se fossero foderati di pelliccia?
Una volta scelti, una volta sperimentata la falcata (pardon, la camminata), il più è fatto. Perché poi non ci sono problemi di abbinamento. Come dimostrano le solite celebrities, gli "ankle boots" si portano davvero con tutto: con i jeans o con un micro-abito, con i calzoni, le minigonne, e persino con i leggings. Voi cercate di non assomigliare troppo a Bambi, e buon autunno nelle foreste cittadine. (Quanto alla foresta di Sherwood, per fortuna non prevede "ankle boots". O no?).

Oro. (E hoodies girls).

Venerdì, 10 settembre 2010 @07:36

"Il sole mi è entrato nelle vene e ha trasformato tutto in oro".
(Elizabeth von Arnim)
La luce mi accarezza, l’estate mi ha riempito il cuore; davanti agli occhi, ho nuovi orizzonti. Tutto brilla d’oro, tutto è oro: luccica dorata, lo sento, anche questa nuova forza che mi vibra, piano, dentro.

(La frase che ho scelto per la mia rubrica su City oggi è tratta da "Lettere di una donna indipendente", Bollati Boringhieri: ed Elizabeth von Arnim, lo sapete, è una delle mie scrittrici preferite, la donna di cui avrei voluto essere amica! Intanto mi consolo pensando che quest'autunno uscirà un suo nuovo libro. Piaceri dell'autunno)

A proposito di piaceri dell'autunno. Leggo su skype lo status di un'amica (eh sì, il social networking è l'equivalente della pausa caffè, per noi Casalinghe Telematiche) che dichiara: "devo uscire dal tunnel delle felpe col cappuccio". Spiegazione: si occupa d'arte e vive tra l'Italia e Berlino, dove, evidentemente, la miglior divisa per affrontare l'autunno è la felpa-con-cappuccio. Una specie di pigiama esistenziale. Basta chiamarlo, come fanno le fashioniste, "hoodie". Io non possiedo "hoodies", eppure mi sento dentro una felpa-con-cappuccio esistenziale, quest'autunno, non è male... Hoodie girls, dunque, oltre alle serotonina girls. (Ma qui denuncerò un'altra amica, fashionista vera: lavora per uno stilista, non dirò quale! Tempo fa mi ha raccontato che il suo abbigliamento per dormire prevede proprio "hoodies" di felpa. Il fidanzato ha avuto pietà e l'ha sposata lo stesso).

More, mirtilli, e serotonina girls.

Giovedì, 9 settembre 2010 @09:39

"Il vento è freddo e sembra avere un sapore, come di more".
(Filip Florian)
Il vento è fresco e carezzevole, vento della sera, vento che ha dentro il verde dei boschi, l’acqua dei laghi e il ricordo del mare. Le more sanno di vento, o forse è il vento che sa di more; in bocca, ho ancora il sapore aspro e dolce dell’estate.

(Filip Florian è lo scrittore rumeno che ho intervistato – lo trovate nel post del 13 maggio - quando in Italia è uscito il suo romanzo, "Dita mignole", per Fazi)

Ieri, giorno di diluvio e di alluvionata tristezza: ben due amiche mi hanno detto che si sono arrese allo spleen e hanno cominciato a prendere psicofarmaci. Diagnosi, o almeno parte della diagnosi: calo inarrestabile di serotonina, l’ormone del buonumore. Ma non sarebbe bello se nelle more, o nei mirtilli di stagione, ci fosse della serotonina? Quasi una favola metropolitana: per curare le serotonina girls, basterebbe andare in un bosco. O al supermercato.

Gechi e pipistrelli.

Mercoledì, 8 settembre 2010 @08:11

"Mie care poesie,
mie piccole arroganti,
come i gechi nella notte estiva,
le dita aperte, in agguato sui muri,
preistoria
in attesa di sbadate prede."
(Anna Maria Carpi)
I gechi che ho incontrato nelle notti tropicali, le lucertole mediterranee di pigri pomeriggi al sole: ripenso a voi, nell’estate che finisce. Mi insegnate a diventare così? Rapida e prudente, curiosa, guizzante.

(I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "Almanacco dello Specchio 2009", Mondadori)

I gechi che ho visto nelle notti di Bali. Le lucertole del "meriggiare pallido e assorto" di Montale e del nostro mare. Però, posso aggiungere un pipistrello? Quello che ho visto stampato su un inenarrabile costume giallo e viola, al Bivio di Miramare a Trieste, quest’estate. Il fiero proprietario era un settantenne abbronzatissimo, un vero triestino che abbordava con nonchalance le ragazze e signore in bikini al Bivio. Batman power.

La strada dorme.

Martedì, 7 settembre 2010 @07:58

"La strada dorme: è bianca, è secondaria
all’alba suoni e passi mettono pezzi di suono dentro il sogno
una tessera, l’altra, nel mosaico che vive."
(Antonella Anedda)

La strada dorme. E’ la strada di un paesino. Di un’isola, forse. E’ una strada con i ciottoli per terra. Una strada senza macchine. Nel silenzio, dipano il filo dei miei pensieri. Nel silenzio, sogno il futuro.

(Nostalgia del silenzio, delle isole, dell’estate. Si sente che Antonella Anedda ha scritto questi versi alla Maddalena, in Sardegna? Sono tratti da "Il catalogo della gioia", Donzelli)

Stelle.

Lunedì, 6 settembre 2010 @08:04

Buongiorno, dunque! Da oggi ricomincia la mia rubrica su City. Con le stelle dell'estate:

"Gettasti i lenzuoli
apristi le finestre
ci riempimmo di stelle.
Una farfalla d’oro
sui tuoi capelli"
(Ghiannis Ritsos)

Ricordi? Abbiamo aperto la finestra. Sono entrati i rumori della notte: le auto, certo, le voci, la musica insistente; ma poi, li senti ancora?, i grilli, il mare, il vento, forse i gabbiani. E le promesse dell’estate: un’altra estate passata insieme a te.

(I versi di oggi sono tratti da un piccolo volume bianco, di poesie sensuali, di un poeta greco: il titolo è "Erotica", Crocetti editore)

Donne.

Domenica, 5 settembre 2010 @15:27

Donne: mi piace Michela Murgia che ha appena vinto il Campiello con "Accabadora" (che, confesso, non ho letto), e dedica il premio "Non alla mia Sardegna, ma a Sakineh", ovvero alla donna iraniana condannata alla lapidazione per presunto adulterio. (La Murgia la conosco solo obliquamente: mi aveva molto divertito "Tutta la vita davanti", il film che Virzì aveva tratto dal suo primo libro, tutto autobiografico e ambientato in un call center).

Mi piace Rula Jebreal , bellissima al Lido di Venezia: nuova vita e un nuovo amore. Da Israele a Roma, dove lavorava come giornalista, e ora New York: dove vive insieme al suo nuovo compagno, il poliedrico incredibile Julian Schnabel (pittore e regista: ricordate "Lo scafandro e la farfalla"?). Proprio insieme a lui ha appena presentato, alla Mostra del Cinema di Venezia, "Miral". La storia? La sua: quella di una bambina palestinese che cresce in un orfanotrofio; lì cresce, impara, perdona e sfida, e parte alla scoperta del mondo. Mi piace l'idea che una giornalista araba e un regista ebreo newyorchese si siano innamorati, e abbiano creato un film che è una dichiarazione di pace.

Donne come Sofi Oksanen , di cui ho letto qualche mese fa il duro, straordinario "la purga" (Guanda), e di cui vi metto on line l'intervista, che ho fatto per Grazia.

Capelli rasta blu e viola, un nome e un look da rockstar: Sofi Oksanen ha 33 anni e in Finlandia, infatti, è famosa quasi come una rockstar. Ma è una scrittrice. Ha scritto un libro potente dal titolo scomodo, "Purga" (Guanda), che tiene inchiodati come Millennium, la trilogia bestseller di Stieg Larsson. E comincia alla Larsson, con una giovane prostituta, Zara, che arriva tramortita sulla soglia di una fattoria in Estonia. Poi sterza bruscamente, e fa un salto all’indietro: la storia che vuole raccontare non è solo quella di Zara, vittima di "human trafficking", ma quella di sua nonna; la storia che vuole raccontare è quella dell’Estonia, di un odio/amore tra due sorelle prima e dopo la seconda guerra mondiale, di una ragazza che desidera così tanto il marito della sorella da perderla e perdersi, di stalinismo e deportazioni (le purghe del titolo)…
Scritto benissimo, quasi poetico anche se parla di stupro; e selvaggio. Con un grande merito: ci squaderna e ci racconta pagine di una storia a noi sconosciuta, quelle dell’Estonia. Non ce le scorderemo più.
Estonia: perché?
"Perché mia madre è estone. Perché mia nonna viveva nell’Estonia sovietica, in un kolchoz, e io andavo a trovarla ogni estate. E no, non mi sono ispirata a lei per il personaggio di Aliide, l’anziana della fattoria, la donna che incontra la giovane prostituta e reincontra il passato. Dietro c’è una storia che ho sentito spesso da bambina, ed è rimasta con me tutti questi anni: tanto che l’ho trasformata in una pièce teatrale prima, in questo romanzo poi. E’ la storia di una donna, una nostra parente, che viveva con la figlia in una fattoria in Estonia, appunto, ai tempi in cui la terra estone fu calpestata e occupata dalle truppe tedesche e poi sovietiche... Un giorno le due donne trovarono un soldato ferito nei loro campi, e decisero di nasconderlo finché non fosse guarito; costruirono una specie di nascondiglio segreto nella fattoria. Ma qualcuno del villaggio le tradì, e la polizia segreta venne a prelevare la ragazza per interrogarla. Tornò a casa, certo, ma non disse più una parola. E io mi sono chiesta che cosa può succedere, a una donna, per farle decidere di rimanere nel silenzio, per sempre".
Le pagine in cui descrivi le scene di violenza sono potenti: non c’è la descrizione dell’orrore, c’è solo il dopo, il lungo dopo. Come quando Aliide, dopo un interrogatorio appunto della polizia sovietica, torna a casa all’alba, da sola per i campi, e riesce a pensare, quasi in modo ossessivo, solo al fatto che ha le gambe nude, non ha più le calze, e questo è sconveniente…
"Forse ho pensato a quanto, in quegli anni, fosse potente il codice del guardaroba: una donna perbene doveva vestirsi in un certo modo, di sicuro non poteva uscire a gambe nude. Così come un tempo le donne non potevano farsi vedere a capo scoperto, o senza guanti. Le calze sono un simbolo, anche della femminilità violata".
Come mai hai voluto, per la copertina del tuo libro, anche quella italiana, un profilo di donna con un orecchino?
"La spiegazione è nella frase del poeta estone Paul-Eerik Rummo che ho scelto come epigrafe: "I muri hanno orecchie e le orecchie begli orecchini". E nel romanzo ci sono un paio di orecchini d’oro. Del resto nelle guerre, durante le occupazioni, ci sono sempre gioielli, c’è sempre dell’oro: serve per pagarsi la libertà, tentare la fuga. O è l’oro rubato a chi viene ucciso o deportato. Ma gli orecchini alludono anche a qualcos’altro: alla bellezza, allo sforzo per raggiungerla anche quando sembra impossibile".
Bellezza come resistenza umana?
"Esatto. Rummo mi raccontò che, quando l’Estonia venne occupata dai sovietici, decorare la propria casa secondo il proprio gusto, le proprie tradizioni, oppure tentare, per le donne, di mostrarsi sempre ben vestite, piacevoli, era un modo per resistere alla "russificazione": sembra assurdo, ma è così".
Per te, invece, la bellezza è la ricerca di un look estremo?
"Mi piace la moda. Mi piacciono Galliano, Alexander McQueen, Vivienne Westwood. E due stiliste finlandesi: Belle Modeste (crea dei "corsetti" rivisitati, un po’ burlesque, che Sofi indossa anche in occasioni ufficiali, ndr), e i cappelli, i turbanti e gli accessori in seta di Kirsi Nisonen".


Alla Biennale di Venezia: io, Sejima, e le calze di lurex.

Giovedì, 2 settembre 2010 @08:40

La prima cosa che noto di Kazuyo Sejima sono le calze: verde scuro, in lurex. Forse non è un caso: questo è un anno scintillante per l’architetto giapponese, 54 anni, la prima donna a dirigere la Biennale Architettura di Venezia (appena inaugurata), e seconda donna al mondo, dopo Zaha Hadid, a ricevere il Pritzker Prize, il più prestigioso premio di architettura. Eppure pochi, prima, conoscevano questa giapponese schiva e tenace, che con il suo studio SANAA, fondato a Tokyo nel ‘95 insieme al socio Ryue Nishizawa, ha firmato edifici poetici, lievi, tutti in "total white": dal New Museum di New York, quasi delle scatole candide in bilico una sopra l’altra; alla Scuola di Management e Design Zollverein, in Germania, un edificio bucherellato di finestre asimmetriche... Poetico è anche il titolo che ha scelto per la Biennale: "People meet in architecture". Forse perché l’architettura è sempre più un luogo di incontro? Penso a certi musei, il Guggenheim di Bilbao o il Maxxi di Roma firmato da Zaha Hadid; o ai design hotel. Ma anche il Learning Center Rolex a Losanna, in Svizzera: una costruzione sinuosa e morbida, a nastro; una specie di "università aperta" per la generazione Facebook, che è lo scenario del breve film in 3D di Wim Wenders che apre la Biennale, negli spazi bui dell’Arsenale, e dove vediamo in un buffo cameo Sejima sfrecciare per l’edificio che ha progettato, con un monopattino. Anche lei ascolta: "If buildings could talk", se gli edifici potessero parlare, è il titolo del film di Wenders e in fondo anche della Biennale. O della nostra vita…

"Il titolo "People meet in architecture" è volutamente ambiguo: non solo perché ci incontriamo in spazi architettonici, ma anche perché in questi spazi incontriamo qualcosa. Atmosfere. Suggestioni. E, in questo modo, possiamo capire qualcosa di noi. Lo vedrete in Biennale: ad esempio, nella "nuvola" di Transsolar Klimaengineering e Tetsuo Kondo".

Tutti, o quasi, gli edifici che lei ha disegnato sono bianchi: perché?

"Cerco di annullare la gerarchia tra l’interno dell’edificio, che è scuro, e l’esterno, che è chiaro. Il bianco serve a questo: a passare dall’esterno all’interno, nella luce, mantenendo la luce".

A proposito di bianco: guardando le sue architetture, mi ero convinta che lei si vestisse solo di bianco, oppure di nero. E invece: calze verde scuro di lurex, un abito lungo a grandi pois verdi e marroni…
Sejima ride.

"Le piacciono le calze? Le ho anche d’argento, sempre di lurex, regalo di un’amica. L’abito, invece, è un vecchio Comme des Garçons, avrà almeno vent’anni".

So che lei è una fan di Comme des Garçons.

"Sì. E quando ho ricevuto il Pritzker, uno dei messaggi che mi ha fatto più piacere è stato proprio quello di Rei Kawakubo, la fondatrice, che mi ha scritto quanto fosse orgogliosa che una donna, e giapponese, avesse vinto. Mi ha poi fatto un regalo bellissimo: avevo bisogno di un abito per la premiazione, a New York, e non riuscivo a trovare niente in negozio. Me l’ha disegnato su misura, in due settimane: quasi come a Hollywood!".

Mi sembra di capire che lei sia un’appassionata di shopping…

"Ma più di tutto mi piace comprare piatti".

Piatti?

"Piatti, ciotole, tazzine... A Venezia sono riuscita a scovare pezzi bellissimi, anche antichi".

Magari ha persino un "nukadoko"?

Sejima ride, sorpresa. E mi chiede: "Come fa a sapere cos’è?". In realtà l’ho appena scoperto, spiego, leggendo un romanzo: "Il ristorante dell’amore ritrovato", di una giovane scrittrice giapponese, Ito Ogawa (Neri Pozza). La protagonista, un’aspirante cuoca a Tokyo, viene lasciata dal suo fidanzato. Torna a casa una sera e scopre che lui si è portato via tutto: sedie, armadi, il letto, pentole e spezie. L’unica cosa che si è salvata è il "nukadoko" della nonna…

"Ma certo, conosco il libro: e il "nukadoko" è la ciotola tradizionale in cui ogni famiglia faceva fermentare, di notte, ortaggi per speziare il cibo. Anche noi ce l’avevamo: di mia nonna, appunto. E sa, tutto dipende dalla mano: che mescola il contenuto, ogni sera. Per questo dicono che dev’essere sempre la stessa persona, a farlo. Se cambia la mano, cambierà il sapore".

Quasi una piccola magia: in cucina, come in architettura, il segreto è questo.

(Come avete intuito, la giornalista fintoglam è stata all'opening della Biennale Architettura di Venezia. Questo è un articolo che ho scritto per Grazia).

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.