Lisa Corva

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Una tavola apparecchiata, una mappa cifrata.

Martedì, 30 novembre 2010 @08:32

"Questa tavola apparecchiata è come una mappa cifrata in cui chiunque abbia occhio può leggere la toponomastica del carattere di mamma: una donna per la quale il mondo è qualcosa di rassicurante, in cui tutte le cose sono al loro posto, e con uno scopo."

(Enrico Remmert)

Forse per questo mi piace apparecchiare. Bicchieri, piatti, posate; e colori. Un mondo ordinato, almeno per cena.


La tavola apparecchiata come una mappa cifrata (pensate al lapsus: mentre digitavo il titolo, ho scritto per sbaglio "mamma cifrata", e in effetti a volte le mamme sono cifrate, come noi), viene da un romanzo che ho appena finito di leggere, del torinese Enrico Remmert: "Strade bianche", Marsilio. Storia di un viaggio on the road, ma finalmente in Italia: da Torino alla Puglia a bordo di una vecchia Punto. Sono in tre, anzi quattro: lei, che deve dire a lui che non lo ama più; la migliore amica di lei… E un violoncello.

Se d'Annunzio diventa un tavolino design (e altre cronache milanesi).

Lunedì, 29 novembre 2010 @08:06

"Per l’amor che rimane
e a la vita resiste
nulla è più dolce e triste
de le cose lontane"
(Gabriele d’Annunzio)

L’amore, che sbriciola stelle nelle pozzanghere. L’amore, che ci fa passare frontiere di notte, da clandestini. Che ci fa vedere l’alba, sempre, dentro l’imbrunire.

(I versi di d’Annunzio sono tratti da "Poema paradisiaco")

Chissà cosa penserebbe d’Annunzio, scrittore, esteta, dandy di inizio Novecento, se sapesse che è stato trasformato in un tavolino design. E' successo da Rossana Orlandi: lo "store", come si dice ahimé a Milano, specializzato in design (lo stesso che compare, ops, negli ultimi capitoli di "Glam Cheap"). Sono appena andata al vernissage della mostra-installazione di una giovane coppia inglese, che ha trasformato vecchi libri (tra cui quelli di d’Annunzio) in tavolini e portacandelabri, vecchie valigie in nuove cassettiere, e che negli ultimi giorni prima dell’apertura era così concentrata e ispirata da dormire direttamente lì, in negozio (su un letto che è esposto). Si chiamano Jamesplumb – il sito è http://www.jamesplumb.co.uk/site/index.html - e la mostra è aperta fino al 24 dicembre, in via Matteo Bandello 14-16.

Ogni volta che torno a Milano mi sembra di finire dentro le pagine di un mio romanzo. E Stella? Non era nella lunga fila fuori dal negozio per l’apertura di Gap, ma è venuta con me il giorno dopo, a curiosare la nuova "capsule collection" di Valentino e, come me, non ha comprato niente (del resto, la chiamano moda democratica, ma forse è solo moda per eurostressati: giacche e felpe disegnate dalla grande maison, ma in vendita nel negozio low cost). C’era Stella anche al press sale (traduzione: svendita per la stampa) di cachemire, dove le diavolesse non vestono Prada ma si strappano di mano le sciarpe scontate. E c’era anche Emma: perché è lì che avevo ambientato una delle scene del libro rosa. Tanta fatica per entrare (ora ci vuole l’invito persino per una svendita, un prezioso cartoncino che permette l'ingresso a una sola persona; neanche fosse una festa da ballo a corte!); ma, anche lì, non abbiamo comprato niente.

E poi, nella Milano glam cheap, mi sono commossa. No, non davanti a una vetrina o un vestito. Ma quando, a una visita medica, l’assistente del dottore mi ha fissato e mi ha detto: "Ma è lei Lisa Corva di City, vero? Io la leggo sempre. E quando non trovo il giornale, vado sul blog". Ci siamo messe a chiacchierare come vecchie amiche di fronte al medico allibito (l’avremo convertito anche lui? Speriamo). Dunque, se mi incontrate per strada, fermatemi, mi raccomando! Forse sono con Stella. Forse con Emma. Ma sono io. E, mi raccomando, datemi del tu.

Mi metterete sotto l'albero, per Natale?

Sabato, 27 novembre 2010 @16:10

Ma voi state già ordinando, vero, nella vostra libreria di fiducia, o su ibs (ci arrivate anche cliccando qui a sinistra, sopra le copertine) dei libri della vostra Autrice preferita (sono io, spero! se non altro sono l'unica che profuma di rosa), da regalare per Natale?
L'invito sfacciato è rivolto soprattutto alle nuove sintonizzate del blog. Ma anche ai nuovi sintonizzati, che se non vogliono mettermi sul comodino avranno, immagino, qualche fidanzata, amica, sorella, moglie, mamma a cui regalarmi...

(A chi invece è già amica di Emma e Stella, sussurro una cosa all'orecchio: sto finalmente scrivendo. Il terzo libro, ovviamente!).

Spezie.

Venerdì, 26 novembre 2010 @09:05

"Raduni tutte le spezie necessarie: i chiodi di garofano, lo zenzero ma poco, la cannella e il cardamomo. Li mescoli e in qualche modo li macini. Poi metti tutto il profumo del mondo nell’acqua, la porti a ebollizione e, quando la stanza sa di cardamomo, spegni il fuoco e aggiungi all’acqua un pizzico di tè nero, copri la teiera e lasci un po’ le spezie a rimuginare nel tè".
(Kaha Mohamed Aden)

Il potere delle spezie: si sciolgono in bocca, e ci portano oltre confine.

(Mi piacciono le spezie che "rimuginano" e poi ci portano altrove. Mi piace il caffé con dentro, macinato, del cardamono, come l’avevo assaggiato a Petra, in Giordania. Mi piacciono gli stranieri che diventano nuovi italiani, e scrivono in un nuovo, reinventato italiano: come Kaha Mohamed Aden, somala che vive a Pavia. La frase di oggi è tratta dai suoi racconti: "Fra-intendimenti", Nottetempo)

Quando.

Giovedì, 25 novembre 2010 @08:31

"La memoria è un remoto quando
(quando ti conobbi, quando te ne andasti)
o imperfetto (quando eravamo piccoli,
quando eri con me)
. Nel desiderio siamo ancora più quando (quando tornerai,
quando sarà il momento, quando arriverà),

siamo subordinati e senza protezione...
Soltanto quando dormo il quando s’addormenta".

(Juan Vicente Piqueras)

E soltanto quando mi abbracci il quando affonda, finalmente, nell’adesso.

(Juan Vicente Piqueras è un poeta spagnolo che vive a Roma. I versi di oggi sono tratti dalla sua raccolta "Mele di mare", Le Lettere)

Oggi è Thanksgiving. Mi piace questa festa americana: il giorno in cui, semplicemente, rendiamo grazie. Per quello che abbiamo, che è tantissimo anche quando ci sembra poco. Questo ho imparato, strada facendo: la gratitudine. Del Thanksgiving mi piace questo, e la "pumpkin pie": la speziatissima e golosa torta di zucca che ho assaggiato per la prima volta nel mio primo Thanksgiving americano, tre anni fa, a Boston. Da vera golosa sono grata per tutte le dolcezze della vita, anche sotto forma di torta.

Poi a letto penso a te.

Mercoledì, 24 novembre 2010 @11:53

"Poi a letto penso a te,
la tua lingua metà oceano, metà cioccolata,
penso alle case dove entri scivolando,
ai tuoi capelli di lana d’acciaio,
alle tue mani ostinate e
come rosicchiamo la barriera perché siamo in due.
Come vieni e afferri la mia coppa di sangue,
mi ricompatti e bevi la mia acqua salata.
Siamo nudi. Ci siamo spogliati
e insieme nuotando risaliamo il fiume, l’identico fiume chiamato Possesso
e sprofondiamo insieme. Nessuno è solo".
(Anne Sexton)

Io, e te.

Anne Sexton, poetessa americana, icona degli anni Sessanta e Settanta; amica di Sylvia Plath, morta purtroppo suicida come lei, dopo di lei. I versi di oggi sono tratti da "Poesie d’amore", Le Lettere; con testo a fronte.

Finestre aperte sulla vita.

Martedì, 23 novembre 2010 @07:56

"Si era verso il finire dell’anno
il cielo era stato basso e scuro per giorni e giorni
e io bevevo un tè in una stanza con grandi vetrate
insieme a una donna che non aveva figli,
una porta da cui nessuno era entrato nel mondo".
(Billy Collins)

Donne e uomini senza figli. Porte chiuse, ma finestre spalancate sulla vita.

(I versi di oggi, del poeta americano Billy Collins, sono tratti da "Ballistics", Random House. La traduzione è mia. Emma, la mia protagonista di "Confessioni di un'aspirante madre", forse avrebbe pianto su questa poesia. Forse si sarebbe arrabbiata. Io, che sono stata Emma, oggi penso alle finestre aperte sulla vita)

Penso a te, con indosso niente.

Lunedì, 22 novembre 2010 @08:25

"Quando cammino, triste e abbattuto,
e ogni speranza, penso, ho perduto,
quando cammino e stanca è la mente
io penso a te, con indosso niente".
(Adrian Mitchell)
E non posso fare a meno di sorridere. Perché il mio sorriso, sei tu.

(I versi di oggi sono tratti da "Nuove poesie d’amore", un’antologia di Crocetti Editore. Un pensiero leggero leggero per il lunedì)

Rosso, rosso. E una collana di coralli.

Sabato, 20 novembre 2010 @17:19

E quando finalmente, a pagina 628, la bella Sira indossa un abito scarlatto di crêpe di seta, lungo fino ai piedi, con i capelli scuri raccolti in uno chignon, sappiamo che è la sera più importante della sua vita. E che quell’abito rosso non lo indossa per farsi coraggio (o almeno, non solo per quello), bensì per dire: "guardatemi". Dove siamo? Siamo nel bestseller che ha conquistato le spagnole, e che ora è arrivato in Italia, pubblicato da Mondadori: "La notte ha cambiato rumore" è la storia di Sira, una sarta-spia, una specie di Coco Chanel incrociata con James Bond, tra Madrid, il Marocco e la Lisbona degli anni Trenta. Ma siamo anche in certi momenti cruciali nella vita di una donna, quando quel che ci vuole è un abito rosso: magari lungo fino ai piedi, magari corto; comunque, spericolato.
Con un abito così non serve nient’altro, solo un paio di scarpe adeguate; basta non sbagliare la tinta del rossetto (piccolo scivoloso particolare); e poi, certo, bisogna avere la sera giusta, quella in cui vogliamo e dobbiamo dire: "guardatemi". Troppo spericolato? Troppo assertivo? Per fortuna il rosso è una dichiarazione così decisa che, per farsi sentire, basta un accessorio. Una borsa, certo. Un paio di scarpe. O una sciarpa rossa come quella della poesia di Louise Glück, ricordate? Era il Buongiorno del 9 novembre. "C’è sempre qualcosa che si può fare con il dolore"…
E un gioiello? Sì alla collana o agli orecchini di corallo, magari rubati dal portagioie della nonna o della mamma. Un ripasso sarà possibile con la mostra che apre il 12 dicembre a Palazzo Villalonga, Torre del Greco: a Napoli, certo, patria del corallo nazionale. Lì vedremo collier, anelli, ma anche amuleti e manici di vezzosi ombrellini, tutti oggetti antichi provenienti da Genova, Livorno e Napoli, quelli che facevano sognare le fashioniste dell’Ottocento. Qualcosa di più contemporaneo? La maison francese Baccarat ci crede così tanto che ha presentato una collezione autunno/inverno di cristalli scarlatti. Bicchieri, caraffe, ma anche gioielli: anelli, e ciondoli in cristallo che si chiamano "Pampilles" come i pendenti dei lampadari. Scintillano pericolosamente di rosso. Come voi, del resto, con quell’abito che, immagino, non vedete l’ora di appendere nel guardaroba, per quella sera fatale in cui avrete solo una cosa da dire: "guardatemi".

Io non ho una sciarpa rossa, ma una collana di coralli della mamma, anzi della nonna. I grani di corallo, che, quando si è rotta la collana, ho fatto lucidare e reinfilare da un gioielliere, sono lisci sotto le mie dita. Mi piace perché mi ricorda le collane "apotropaiche" che portano al collo certi misteriosi bambini dei quadri del Rinascimento, come nella Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Mi piace il potere dentro della parola: apotropaico viene dal greco αποτρέπειν, apotrepein: allontanare. Qualcosa che allontani tutti i mali. Lo sapete che è per questo che anche le balie indossavano dei monili di corallo? (E quello che avete letto, è un articolo che ho scritto per Grazia).

Mare d’inverno.

Venerdì, 19 novembre 2010 @09:15

"Primo per bellezza è sempre il cielo,
poi viene il mare, dopo ancora i baci,
il glicine e il suo viola, l’amor fati ,
poi l’onda conclusiva del pensiero.
Ultravioletta monta la marea
sopra la sabbia rimane una medusa,
ributtala nel mare dell’Idea
permetti all’onda di portarti via.
Cogli conchiglie e fanne poesia"
(Francesca Genti)
Mare d’inverno.

Ricordate Francesca Genti, la giovane bravissima poetessa che vuole "pattinare sulla Via Lattea"? I versi di oggi sono tratti dalla sua raccolta "Sotto botta".

Se almeno il freddo si facesse bianco, e si potesse toccare.

Giovedì, 18 novembre 2010 @09:09

"Nemmeno un po’ di luce, da queste parti.
Se almeno il freddo si facesse bianco
e si potesse toccare, seguendo le regole
dei grandi sistemi invernali, e le foglie
con qualche ruga più ruvida
ti assomigliassero"
(Roberto Sanesi)

Sotto questo cielo basso, questo cielo grigio, questo cielo freddo, chiudo gli occhi e penso alla luce. In fondo, lo sai, penso a te.

(Ricordate "E così ora ti senti/ piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali", che era il Buongiorno del primo ottobre? E’ dello stesso autore, Roberto Sanesi. E anche i versi di oggi sono tratti dalla sua raccolta, "Poesie 1957-2000", di Roberto Sanesi, Oscar Mondadori)

In un tramonto sospeso.

Mercoledì, 17 novembre 2010 @07:53

"Dal momento della tua partenza fino a ieri sera ho camminato staccata da terra. E’ un esercizio alquanto piacevole, come forse già sai. Non solo si cammina in aria, ma lo si fa in una sorta di tramonto sospeso, in un avvolgente bagno di oro liquido che si può toccare e respirare…" (Elizabeth von Arnim)
Così mi sento. In un tramonto sospeso. Dimmi solo una cosa: ci sei anche tu?

E del resto, cos’altro potevo scegliere per oggi, che è il mio onomastico, Sant’Elisabetta d’Ungheria? Una frase di Elizabeth von Arnim, con cui, così volentieri, prenderei un caffè e un marron glacé… O anche un gelato al caco e marron glacé, i miei gusti preferiti in questo momento (nella mia gelateria preferita: Grom). Elizabeth apprezzerebbe. La frase è tratta da "Lettere di una donna indipendente", Bollati Boringhieri.

La vita segreta delle poesie.

Martedì, 16 novembre 2010 @08:50

"Piove da due giorni…
La ragazza stringe una tazza bianca, da cui sale
un fumo chiaro. Sorseggia lentamente,
tiene il sorso nella bocca prima di spingerlo
in gola. Si chiede se la pioggia
rappresenti un nuovo stato, se tirando
le radici di un luogo le scopriamo
infinite. Si abita così, credendosi per sempre.
Lei beve a sorsi brevi, nel pensiero raccoglie
i frammenti dei volti, si domanda
perché mai con la pioggia
rifioriscano i ricordi".
(Massimo Gezzi)

Quando piove.

Allora, la storia è questa. Anni fa una mia amica ascoltò per radio, mentre guidava, una poesia che parlava di semi di tiglio, portati dal vento: che piovono sull’asfalto, dopo le piogge di settembre. Scrisse il nome, il poeta. Googlò la poesia e me la mandò via mail. E io cercai, nel web, il poeta. Così ho conosciuto Massimo: grazie alla vita segreta delle poesie, nell’aria, nel web. Semi di tiglio portati dal vento. I versi che ho scelto oggi per la mia rubrica di City sono tratti dalla sua nuova raccolta, "L’attimo dopo", Luca Sossella Editore, che è già alla seconda edizione. Per conoscerlo meglio, il suo blog: http://ilmareadestra.wordpress.com/
A lui, grazie, per la vita segreta dei poeti.

Quando il coraggio è grazia.

Lunedì, 15 novembre 2010 @07:45

"Il coraggio può essere un dono. Ma forse ancora più prezioso è il coraggio che non viene naturale, bensì nasce dallo sforzo e dalla fatica; il coraggio che viene dal rifiutare che la paura detti le proprie azioni. Un coraggio che può essere definito: grazia sotto pressione". (Aung San Suu Kyi)
Non abbassare la testa, guardare avanti: anche, dritto negli occhi, la propria paura.

Aung: la piccola grande donna birmana, Nobel per la Pace nel 1991, finalmente libera dagli arresti domiciliari. La frase di oggi è tratta da un discorso che tenne alla Pagoda di Shwedagon, a Rangoon, in Birmania, nel 1988. E, a proposito di grazia, avete notato che belli, quei fiori nei capelli, quando ha finalmente parlato al suo popolo?

I vestiti (e le borse, e le scarpe) che fanno Groarr!

Sabato, 13 novembre 2010 @11:04

Cosa penso del maculato? Vi dico solo che Stella, l’eroina del mio "Glam Cheap", soffre di Allergia Animalier. Cos’è? Mmmh, per scoprirlo le nuove sintonizzate dovranno leggere il libro! Ma è tutto inutile, il maculato avanza, e anche quest’anno Grazia mi ha chiesto di scrivere un articolo fintoglam sull’argomento…

Mi sono sempre chiesta se Sylvia Plath, proprio lei, la poetessa-icona degli anni Cinquanta, parlasse sul serio quando scriveva: "Dovrei pettinarmi i capelli seduta su uno scoglio in Cornovaglia./ Dovrei portare calzoni tigrati, avere un amante./ Dovremmo incontrarci in un’altra vita/ incontrarci nell’aria/ io e te". Possibile? Lei, mamma giovane, straziata e malinconica, ma sufficientemente glam per scrivere, in quegli anni, articoli per "Mademoiselle". Anni in cui il maculato era vero: cappottini e cappellini leopardati, quello che oggi chiamiamo rétro-glam. Di certo non poteva immaginare, la Plath, evocando quei misteriosi "tiger pants", che il maculato avrebbe conquistato milioni di donne. Donne che oggi, incuranti dei diktat della moda, reclamano, ad ogni stagione, qualcosa di maculato. Borse, scarpe, cinture, abiti, giacche… E, ovviamente, tutto "finto": non vere pellicce di leopardo o ghepardo, ma tessuti stampati, disegnati, reinventati. Ultimamente abbiamo visto (confessate, avete qualcosa nell’armadio?) persino il "maculato pop": virato in blu, verde, e rosso.
Ma la domanda vera è: perché? Io, che al maculato continuo a resistere, me lo domando a ogni stagione, davanti alle scarpe e agli abiti che fanno groarr dalle vetrine. E mi chiedo se alla Plath sarebbe piaciuta, ad esempio, una it-bag in versione ghepardata; o un micro-abito da panterina low cost; o ancora dei sandali altissimi maculati. Ci avrebbe scritto sopra una poesia?
In ogni caso, quest’anno il maculato che ruggisce è quello classico, nei toni del marrone per intenderci: ghepardi e leopardi che escono dalla savana per farsi indossare in città. E quindi giacchini da portare con tutto e su tutto; maglie super-attillate; e persino un inedito piumino. E poi, ovvio, ci sono scarpe di tutte le forme e dimensioni: decolleté, zeppe, basse, ballerine. E se cercate bene, sono sicura che troverete anche pantofole e galosce anti-pioggia. E poi borse, borse; secchielli e bauletti e tracolle…
Inimmaginabile, negli anni Cinquanta, quando Sylvia Plath scriveva, amava, sognava, soffriva. Allora i must del guardaroba chic erano un filo o due di perle intorno al collo e il twin-set di cachemire; non si usciva mai senza guanti, e con le scarpe (meglio a mezzo tacco) sempre abbinate alla borsa. Di quegli anni è rimasto solo il "little black dress", il piccolo abito nero, nel nostro guardaroba. Ora, i capi irrinunciabili nell’armadio di (quasi) tutte le donne, che amino la poesia o no, che sognino un amante o uno scoglio in Cornovaglia oppure no, sono tre: il piccolo abito nero che ci salva sempre; un paio di jeans che ci stia bene, anche se con strappi o glitter; e, ahimé, anche qualcosa di animalier. Forse questo voleva dirci la Plath: tiriamo fuori la tigre che è in noi? Se era questo, direi che l’appello è stato ampiamente recepito. Detto in altre parole: groarr!

Aung San Suu Kyi , la birmana Premio Nobel per la Pace nel 1991, da anni agli arresti domiciliari, mi perdonerà se la metto insieme alle donne animalier, ma qui un groarr ci vuole: è libera!

Ti ho sposato per allegria.

Venerdì, 12 novembre 2010 @08:40

"Lei rise. E lui pensò che non c’era lavoro più importante, e più gratificante, del riuscire a farla ridere ancora".
(Helen Simonson)
Forse, allora, questo è l’amore: avere qualcuno che ti faccia ridere e sorridere, una nuvola di leggerezza al tuo fianco, per sempre.

La frase di oggi è tratta da "Major Pettigrew’s Last Stand" (Bloomsbury), un’improbabile, ironica storia d’amore tra un ufficiale vedovo, in pensione in un piccolo paesino inglese e la vedova pakistana che gestisce il negozio all’angolo… Un libro super-elogiato dal New York Times, che non vedo l’ora venga tradotto in italiano, per poterlo regalare e consigliare. Già, perché ogni tanto – così raramente! - incontriamo dei libri che ci fanno sentire bene. Che ci fanno sorridere, guardare la vita con gratitudine e leggerezza. Che ci fanno – posso usare questa parola? – sentire più buoni, più allegri; un piccolo incantesimo, come una sciarpa rossa. Mi succede con Jane Austen, con tutti i libri di Elizabeth von Arnim, i gialli di Alexander McCall Smith, e con un meraviglioso romanzo inglese che finalmente è stato tradotto in italiano: "Diario di una lady di provincia", scritto da una vera Lady, ovvero Lady Delafield, negli anni Trenta (appena uscito per Neri Pozza). Nuvole di leggerezza. L'unica cosa che in genere mi stupisce è che mentre noi, ragazze di tutte le età, siamo perse dentro pagine romantiche e ironiche e nuvole alla Hollywood, gli uomini cosa leggono? In genere, libri truculenti di spionaggio e detective. O guardano sparatorie in tv. A ognuno la sua nuvola di relax. In quella dei maschi, a quanto pare, ci sono sempre delle pallottole.

Il corpo ricorda.

Giovedì, 11 novembre 2010 @07:52

"ll corpo si ricorda? Quando la mente ha dimenticato?"
(Joseph O’ Connor)

Si ricorda, il corpo? Si ricorda, la mia pelle, dell’impronta dei tuoi baci; si ricorda, la mia mano, di quando l’hai sfiorata; si ricorda il corpo del tuo odore, tra le lenzuola? Il corpo sa, il corpo ricorda: se ha bruciato, a contatto con un altro corpo. Il corpo si ricorda, anche quando noi sembriamo aver dimenticato.

(Ricordate "quella stanza dove mi nascondo quando penso a te"? Era il Buongiorno del 14 ottobre, tratto, come quello di oggi, da "Una canzone che ti strappa il cuore", di Joseph O’ Connor, Guanda).

Che cosa sognano i parchi?

Mercoledì, 10 novembre 2010 @09:03

"Il parco sprofondato nel sogno verde-nero di se stesso"
(Michael Cunningham)

Ma che cosa sognano i parchi? Sognano colori: di notte, verde scuro e nero petrolio, illuminato dalle luci pallide dei lampioni o dalla scia brillante della luna. Di giorno, sognano soffici sogni d’autunno, ascoltano il fruscìo delle foglie che cadono nei viali, sotto alberi carichi di rosso e giallo, così giallo che sembra oro.

Ci sono libri che non ci convincono, anche se una frase, magari soltanto una, ci rimane appiccicata addosso. E’ quello che mi è successo con il deludente "Al limite della notte" (Bompiani), l’ultimo romanzo di Michael Cunningham: la storia di un uomo che si scopre (forse) innamorato del fratello più giovane della moglie… Niente a che vedere con il suo indimenticabile "Le ore", da cui è stato tratto il film con Meryl Streep, Nicole Kidman e Julianne Moore, ricordate? Ma in ogni caso è bello ascoltare i sogni dei parchi: soprattutto se, come nel libro di Cunningham, siamo a Manhattan, e il parco è Central Park.

Una sciarpa rossa.

Martedì, 9 novembre 2010 @07:48

"C’è sempre qualcosa che si può fare con il dolore.
Tua madre lavora a maglia.
Fa sciarpe in tutte le tinte di rosso.
Erano per Natale, e ti hanno tenuto al caldo
mentre lei si risposava
e poi divorziava
e si risposava
e ti portava con sé."

(Louise Glück)

Una sciarpa, certo: per avvolgersi nella consolazione. O almeno, provarci.

(Questi versi sono tratti da "Love poem" della poetessa americana Louise Glück. La traduzione è mia. E c'era davvero qualcosa di consolatorio nel lavorare a maglia, vero?)

A me pare uguale agli dei.

Lunedì, 8 novembre 2010 @08:12

"A me pare uguale agli dei
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde sulla lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente".
(Saffo)
La tua voce, sulla mia pelle.

I versi che ho scelto oggi per City sono di Saffo (davvero! stavolta niente errori) e sono stati tradotti da un poeta: Salvatore Quasimodo, nei "Lirici greci" (Mondadori).

L’amore, come pioggia nel buio.

Venerdì, 5 novembre 2010 @08:02

"L’amore sorprende come pioggia
nel buio – e siamo fradici, senza
riparo, ancora lontani dall’alba."
(Giovanna Rosadini)
Ma mi voglio abbandonare, stavolta. Abbandonare all’amore. Alla pioggia. A te.

I versi di oggi sono tratti da un piccolo libro di poesie: "Unità di risveglio", Einaudi. Unità di risveglio, perché? Perché una donna come tante, una donna come noi, sposata, due figli, per un banalissimo intervento all’orecchio finisce in coma. In coma, per un anno. Queste sono le poesie che ha scritto "dopo": risvegliandosi alla pioggia e alla vita.

Tacchi, abiti spericolati di pelle nera, e gli uomini per cui testardamente li indossiamo.

Giovedì, 4 novembre 2010 @09:09

"Perché nessuno sospettasse i miei timori, li nascosi con un’andatura risoluta in equilibrio su un paio di tacchi alti e un’aria determinata. Perché nessuno intuisse l’immenso sforzo che dovevo fare ogni giorno, per vincere a poco a poco la mia tristezza".
(Maria Dueñas)
Allora a questo servono, a volte, i tacchi. A camminare veloci, calpestando paure e tristezze.

La frase di oggi, come quella che ho scelto per il 28 ottobre, è tratta da "La notte ha cambiato rumore" (Mondadori). E se abbinassimo i tacchi a un vestito di pelle? Lo so, lo so: un po’ risqué. E poi, chi se lo può permettere? Un’amica se l’è appena comprato, ma non vale, perché è alta, magra e come se non bastasse bionda. Io non ce l’ho, un abito tutto leather (mi sono comprata ilprimo chiodo appena l’anno scorso!). Ma dopo aver scritto questo pezzo per Grazia, sto cominciando a pensare che forse potrei osare… Se non di pelle, almeno scamosciato. Intanto ecco il mio articolo fintoglam:

Lo so, state per dire di no. Che proprio non se ne parla. Come vi capisco. Non solo è un abito di pelle, ma è anche un tubino. Come dire: pericolo al cubo. Del resto, ci sono pericoli che non sappiamo evitare. Li guardiamo dritti in faccia e invece di girare l’angolo o attraversare la strada, ci fermiamo: ipnotizzate. Sì, sto parlando d’amore e altre catastrofi. Per la precisione, sto parlando di quell’uomo che ha scritto sulla fronte "pericoloso" a caratteri lampeggianti, proprio quello che ci intestardiamo a tempestare di sms, che dice "richiamo io" e poi scompare; ma quando ci invita finalmente fuori, noi cancelliamo tutti gli impegni per precipitarci all’appuntamento. Un uomo da evitare? Ovvio. Così come dovremmo evitare quell’abito di pelle nera, troppo attillato; un abito che non perdona. Ma a volte, nella vita, non si riesce proprio a dire di no. Quindi, tanto vale dire un doppio sì: all’uomo e al tubino. E in effetti, dove mai potremmo indossarlo, un abito talmente rischioso, se non a un appuntamento intenzionalmente sexy? Soprattutto se ha una scollatura a cuore, se invece di essere nero è a squame di pesce, da sirena metropolitana, o è scamosciato con la gonna corta a balze. Certo, potremmo scegliere qualcosa di più accollato, e abbinare un golfino rétro-glam, ma vogliamo davvero?
In fondo un abito così lo si indossa sperando di toglierselo abbastanza velocemente; o di farselo togliere, abbastanza velocemente. Questo almeno è il meta-messaggio che mandano le dive, anche sul red carpet. Un consiglio? Fate come loro: accessori, zero. Ovvero: solo scarpe altissime e magari un po’ fetish, sandali con fibbie e lacci, o classici stiletto. O anche, come propone Dior in sfilata, un paio di stivali: cuissardes che arrivano fino alla coscia. Se proprio è indispensabile, una borsa: una clutch, ovviamente, da brandire come un’arma. Però niente gioielli, niente giacche, niente cappotto (se proprio nevica, lo lascerete all’ingresso). L’abito leather va portato così: pelle su pelle.
Vuitton lo declina con la gonna a ruota rétro-glam che va tanto di moda quest’autunno, e che sembra uscita da una puntata del serial televisivo "Mad Men"; aggiunge persino un paio di guanti lunghi. Aigner lo propone color terra bruciata, con stivali alti e una sciarpona tricottata; scamosciato per Hoss Intropia. Ma in fondo, sempre lì vogliamo arrivare: a quell’uomo che ci ha fatto perdere la testa. Sì, dovremmo solo cancellarlo, da Skype, dai nostri FB-amici e dalla memoria del cellulare. Ma il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: anche in epoca Facebook. Per questo, del resto, esistono gli abitini di pelle nera.

A proposito di Facebook: ho appena visto "The Social Network", il film dark, veloce, molto Balzac ispirato alla storia vera del giovane fondatore di Fb, appunto: Mark Zuckerberg. Il più giovane miliardario al mondo. Ma anche l'uomo-slogan del film: "Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico". Eppure, alla fine, quando clicca insistentemente su "add as a friend", mi sono quasi commossa. (Lo so: sono l'ultima romantica).
Menzione a parte per Don Draper, ovvero lui, il bellissimo pericoloso protagonista di "Mad Men" (il serial americano ambientato negli anni '50 a Manhattan di cui, con il solito ritardo - sono allergica alla tv - ho appena visto la prima puntata). Solo una puntata: ma adesso mi è chiaro perché ho tante amiche Mad Men-dipendenti. Lui è, come dire, l'uomo per cui vale la pena di indossare un abito di pelle nera, cuissardes compresi.

I sorrisi delle statue, e il profumo delle castagne chiuse, profumo di passione spenta.

Mercoledì, 3 novembre 2010 @08:04

"Il primo sorriso della vita non viene appreso per imitazione: è un bagliore. Le statue ci pensano bene, prima di mostrarlo. Se una statua inizia a sorridere, continua a farlo per tutta la sua esistenza".
(Chicca Gagliardo)
Ma non è così facile trovare, sopra i portoni, nel centro delle piazze, in giro per le città, delle statue che ci sorridano davvero…

Ricordate "Lo sguardo dell’ombra", la storia di un’ombra che si è staccata da un corpo, e si aggira per il centro di Milano, finché incontra una donna che profuma di riccio di castagna chiuso, il profumo della passione spenta? Sì: so che molti di voi (di sicuro il gruppo di lettura Amarganta a Roma), l’hanno letto. E adesso è uscito il nuovo libro di Chicca Gagliardo, sempre per Ponte alle Grazie: ma stavolta non è un romanzo, è una "passeggiata metafisica". Si intitola "Gli occhi degli alberi", ed è un libro di foto e micro-storie, a occhi aperti per leggere "attraverso".

Adesso fa notte, fa preghiera.

Martedì, 2 novembre 2010 @08:28

"Adesso fa notte – fa preghiera.
Apre le serrature del silenzio
fa apparire la mappa siderale
e ci inginocchia per quello spazio immenso
fra qui e l’orlo
del cominciamento
quando le spine dorsali
saranno tutte stese"
(Mariangela Gualtieri)

Ascolto le stelle, le costellazioni nascoste, le voci perdute: in silenzio.

(La poesia di oggi è tratta dalla raccolta "Senza polvere senza peso", di Mariangela Gualtieri, Einaudi. Mi è piaciuta leggerla adesso, che fa notte così presto. Forse troppo presto. Ma per fortuna adesso è anche il momento delle candele, delle luci basse che ci aspettano a casa, e del fuoco vero. Già: qui nel mio altrove sono diventata, oltre che Donna Felice con Asciugatrice, anche l'Autrice con Fuoco nel Camino!)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.