Lisa Corva

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Su questo molo sdraiato nel mare.

Lunedì, 31 gennaio 2011 @08:01

"C’era una volta
una donna da amare più forte del vento che soffia
su questo molo sdraiato nel mare"

(Roberto Uberti)

C’è un mare nella vita di tutti. Nella vita di tutti, c’è un orizzonte, un tramonto sospeso, un molo o una spiaggia su cui passeggiare. E un vento che ci scompigli capelli e desideri. Questo molo, questo mare, questo vento, è il mio.

(I versi di oggi sono tratti da "Urgimi addosso", L’arcolaio editore. Il molo? E’ il Molo Audace a Trieste…)

Attenzione: sono diventata lisacorva.com! Per favore mettete questo sito tra i preferiti, perché tra poco lisacorva.it non sarà più attivo. E il sito avrà un nuovo look: meglio, un nuovo "vestito"!

Un paio di jeans, due foulard di seta, e le donne che li hanno indossati.

Sabato, 29 gennaio 2011 @19:10

Tornata da Milano, vi vorrei parlare di vestiti: per l’esattezza, di un paio di jeans e due foulard. E delle donne che li hanno indossati.

La prima è "La donna che canta", ovvero il film duro, intenso, sofferente, ma bello, di quella bellezza che hanno solo, a volte, le pietre dure. Girato da Dennis Villeneuve, regista canadese, e basato sulla piéce teatrale di un rifugiato libanese, è ambientato proprio tra Canada e Libano. Perché è in Canada che una donna improvvisamente muore (scopriremo poi che è lei la "donna che canta", ovvero la prigioniera così soprannominata in quindici anni di carcere duro in Libano, perché, pur torturata, non smetteva di cantare) e lascia un testamento misterioso ai suoi due figli, due gemelli, un ragazzo e una ragazza ventenni. Il testamento è una richiesta: di cercare un padre che pensavano morto, un fratello che non hanno mai saputo di avere. E il film si sposta in Libano, il Libano di oggi e quello della guerra civile di ieri, mentre la ragazza (una bravissima Lubna Azabal, che recita sia la figlia che la madre) cerca, scopre segreti, scopre chi era davvero sua madre. I jeans? Sono i jeans a zampa d’elefante che indossa "la donna che canta" giovane e battagliera, tra i monti, gli ulivi e le mitragliatrici di un Libano anni Settanta in fiamme. I jeans della rivoluzione.

E i foulard? Sono due foulard "custom made", ovvero disegnati e prodotti apposta, con il loro nome scritto svolazzante sulla seta, da una delle più famose maison francesi, Dior, per Gigina e Nedda Necchi. Ovvero le ricchissime proprietarie di Villa Necchi Campiglio: la loro casa, una straordinaria villa modernista nel cuore di Milano, in via Mozart 14, lasciata in eredità al Fai, da qualche anno è aperta al pubblico, e l'ho appena rivista. Della casa vediamo tutto: gli arredi disegnati dall’architetto, Piero Portaluppi, negli anni Trenta; i quadri, i libri, il jardin d’hiver; la finestra a forma di stella nel bagno padronale, e che si apre sulla facciata; la stireria, il guardaroba con le cappelliere… E i foulard disegnati apposta per le sorelle (una sposata, l’altra no, ma vivevano insieme). Andate a visitarla. E andateci magari prima di vedere il film che è stato girato lì, in quella casa: "Io sono l’amore", di Luca Guadagnino. Anche lì c’è un abito, quello della protagonista, Tilda Swinton: un abito rosso di Jil Sander (ricordate il mio articolo sugli abiti rossi? l'ho postato il 20 novembre 2010), con così tanta forza che adesso è stato nominato agli Oscar come Best Costume Design, insieme a tutto il guardaroba indossato dall’attrice.
Oppure andateci ai primi di febbraio, quando verrà messo all’asta, proprio a Villa Necchi, il guardaroba privato di Bettina Gabetti: un evento quasi all’americana, dove gli abiti, le borse e gli accessori di una vita (firmati da Missoni, Hermès, Issey Miyake), saranno in mostra per tre giorni, il 4, 5 e 6 febbraio, e poi venduti. Il ricavato va al Fai (per visitare Villa Necchi, tel 02/76340121), che mantiene aperta queste e altre dimore, questi e altri sogni.

Ti mando una mail con il vento dentro.

Venerdì, 28 gennaio 2011 @09:49

"Il vento d’inverno
è il tintinnare di gocce di ghiaccio
nei miei occhi da allegare a una mail
che ti mando stasera o stanotte"

(Roberto Uberti)

Schegge lucenti di ghiaccio sulla mail che ti scrivo. Ma spero che tu leggerai solo la mia fame di tepore, di tenerezza, e di baci.

(I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "Urgimi addosso", L’Arcolaio Editore).

Sono tornata da un blitz milanese. E una delle cose che più mi ha colpito è stata un'amica, un'amica quarantenne, carina, allegra, occhi che scintillano, che al caffè, per spiegarmi come stava - non la vedevo da mesi - mi ha detto: "Sono anni che non ho più nessuno nel cuore". Ho pensato che è terribile, non avere più nessuno nel cuore. Non tanto essere da soli, o semi-single, no. Ma proprio non avere nessuno nel cuore, nessuno a cui mandare mail o sms con il vento dentro, nessuno da decifrare, aspettare, abbracciare, o di cui sognare gli abbracci. Com'è vera, la frase di ieri di Aciman: è il desiderio a renderci ciò che siamo. Quando nel cuore non c'è nessuno, c'è solo il vento, ed è un vento d'inverno.

Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo.

Giovedì, 27 gennaio 2011 @08:27

"Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo, ci rende migliori di ciò che siamo, perché il desiderio riempie il cuore. Riempie il cuore. Così come l’assenza e il dolore e il lutto riempiono il cuore".

(André Aciman)

Ed è per questo che ti desidero, anche quando non vuoi esserci, anche quando non ci sei. E il cuore, dolcemente, trabocca.

La frase di oggi è tratta da "Notti bianche", Guanda, il nuovo romanzo dello scrittore che ho conosciuto e intervistato a New York. Un uomo e una donna che si incontrano, a Manhattan, in una sera di neve, e si rivedono, per otto giorni e otto notti… Perché, come mi ha detto Aciman a New York, "Volevo raccontare l’incantamento. Quel momento di fascinazione che i francesi chiamano engouement. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche il loro desiderio". Presto metterò on line l’intervista; intanto il libro è uscito in Italia e confermo: mi piace tutto, compresa la copertina!

A proposito di nostalgia, dell’inverno, e del perché le cose importanti, nella vita, accadono.

Mercoledì, 26 gennaio 2011 @09:37

"Così si presenta l’inverno quest’anno.
Cresce la nostalgia, i giorni si fanno più brevi,
poi più lunghi.
No no, cuor mio
per me non c’è soccorso".

(Michael Krüger)

Questa nostalgia, che mi stringe appena il giorno scivola nel buio. Dimmi tu, che cosa posso fare, con questa nostalgia.

(I versi di oggi, del poeta tedesco Michael Krüger, sono tratti dalla sua antologia Mondadori, "Il coro del mondo").

Bellissimi anche in tedesco:

So sieht der Winter aus in diesem Jahr.
Die Sehnsucht wächst, die Tage nehmen ab,
dann zu.
Nein nein, mein Herz,
zu helfen ist mir nicht.

E, a proposito di nostalgia, mi piace riportare, qui, le parole con cui Nathania, la nipote di Tullia Zevi, voce dell’ebraismo, ha ricordato sua nonna, appena scomparsa, sul Corriere della Sera. "Ti penso, perché ci piacciono gli stessi profumi. Ti penso quando, come oggi prima del funerale, sto cercando un parrucchiere che mi faccia questa benedetta acconciatura a banana di cui parlavi sempre e con cui, adesso lo rimpiango, non ti ho mai dato la possibilità di vedermi… Ripetevi che quando si è giovani sembra tutto irreparabile, ma poi in fondo non lo è. Credo che tu abbia ragione ed ho capito che, proprio come dicevi tu, il cuore è un muscolo intelligente con una voce speciale, e "quando urla lo senti"… Una delle cose che mi hai insegnato è che una signora lascia sempre il suo bagno in ordine e che un bicchiere di vino rosso prima di affrontare una prova importante è un trucco che funziona quasi sempre. Un’altra è che le cose importanti, nella vita, accadono".

Vorrei essere il tuo bottone.

Martedì, 25 gennaio 2011 @08:23

"Mi sono affezionata all’attaccapanni
perché riceve con umiltà
la tua giacca, la tua camicia, i tuoi pantaloni.
E’ il mio complice più fedele
perché bada con zelo ai tuoi abiti quando mi ami.
Non dice che li accarezzo mentre dormi
né che alle loro asole abbottono i miei sogni.
L’attaccapanni soffre con me
se stacchi i tuoi indumenti per andartene
a camminare senza grinze per le strade"

(Lucía Rivadeneyra)

Vorrei allacciarti stretto a me, vorrei essere il tuo bottone.

(Lucía Rivadeneyra è una poetessa messicana. Scoperta grazie a Hermione che ne ha parlato sul blog, il 7 dicembre).

Zen in piscina.

Domenica, 23 gennaio 2011 @23:33

"Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia e gli occhialini
entra nell’acqua ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro…
(Mariangela Gualtieri)

Preghiere laiche. Preghiere liquide.

(I versi che ho scelto per City, lunedì 24 gennaio, sono tratti dalla raccolta "Bestia di gioia" della poetessa Mariangela Gualtieri, Einaudi)

Il tuo sms è uno scarabeo.

Venerdì, 21 gennaio 2011 @09:00

"La sua lettera di oggi è una di quelle che io porto con me, per un periodo di tempo, come un prezioso scarabeo, un amuleto. Poi ne viene un’altra ed è un nuovo scarabeo, dai simboli differenti e pure simili, sottilmente variati".
(Cristina Campo)
E il tuo sms, sai, è ancora dentro il mio cellulare; non voglio cancellarlo, prezioso scarabeo.

(Le frasi di oggi sono della poetessa Cristina Campo, e sono tratte dal suo epistolario "Vivere, certo, mio caro amico", Adelphi. Era il 1958, quando a un amico, per lettera, si dava del lei. Quando c’erano bracciali con scarabei portafortuna: io ne ho uno, con il fermaglio che non chiude più. Era di mia nonna…)

Nota web: vi siete accorte che sono diventata lisacorva.com? Fa parte di una serie di sorprese telematiche che sto preparando. Per favore mettete questo sito tra i preferiti, perché tra poco lisacorva.it non sarà più attivo.

Sfavorevole agli addii.

Giovedì, 20 gennaio 2011 @08:26

"E’ un anno e mezzo che ci diciamo addio. Sembra che ci siamo conosciuti apposta per dirci addio. Non ci sto più. Sono sazia di addii, nauseata dagli addii, traumatizzata dagli addii. Ti prego, stammi lontano".

(Daniel Glattauer)

Quando in realtà ti vorrei vicino, vicino, vicino.

Stavolta la frase è tratta da un libro che NON mi è piaciuto: "La settima onda", Feltrinelli, ovvero il sequel di "Le ho mai raccontato del vento del Nord", il racconto di una passione nata via e-mail, di cui avevo parlato il 2 agosto. Non vedevo l’ora di scoprire che cosa succedesse ai protagonisti, ma l’unica cosa buona del libro è che finisce bene… Sfavorevole agli addii è invece il titolo di una raccolta di poesie dell’israeliano Nathan Zach. Ricordate i versi che avevo usato per un vecchio Buongiorno? Erano: "Sii prudente. La tua vita apri/ solo a venti che portano carezza/ di lontananza".

Oggi che è un giorno al contrario.

Mercoledì, 19 gennaio 2011 @08:19

"Ora che tutto è al contrario come in una maglia con le cuciture di fuori".

(Viola Di Grado)

Oggi che tutto è al contrario, le strade che tornano indietro, i sogni che si riavvolgono su se stessi. E questo giorno che mi sembra troppo uguale a ieri, quasi un domani capovolto.

Ha solo 23 anni, i capelli lunghi lunghi e un look neo-gothic: si chiama Viola Di Grado e ha scritto un romanzo che ho letto in anteprima e che esce oggi, "Settanta acrilico trenta lana" (e/o). Dicono che sia la nuova Amélie Nothomb. Protagonista? Una ragazza dal nome di un fiore, Camelia, che vive traducendo manuali di istruzioni per lavatrici e i fiori, invece di raccoglierli, li decapita…

Leggi, sono questi i nomi delle cose che lasciasti.

Martedì, 18 gennaio 2011 @08:26

"Leggi, sono questi i nomi delle cose che
lasciasti – me, libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una
metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso, quando faccio questo elenco"

(Maria do Rosário Pedreira)

E penso, penso a te.

(Ricordate "Ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo", della poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira, che era il Buongiorno del 15 dicembre? Questo è l’incipit di un’altra sua poesia)

Oggi, mi sento un portacipria.

Lunedì, 17 gennaio 2011 @09:44

"La volta celeste
si scoperchia come
un portacipria,
e un refolo sospetto
solleva per dispetto
la nebulosa di cipria".
(Valentino Zeichen)

Un portacipria d’argento nella mia borsa, accanto al mio cellulare. La donna che avrei potuto essere, la donna che sono. Ma sempre la stessa voglia di vento, di azzurro, di fare un piccolo dispetto strizzando l’occhio alla dispettosa, lontana primavera.

(I versi che ho scelto per City oggi sono tratti da "Aforismi d’autunno", di Valentino Zeichen, Fazi. Io ce l’ho davvero un portacipria d’argento: piccolo, antico, tondo, con dentro uno sbuffo di cipria antica pure lei, perché non la uso mai. Lo tengo in borsa, è il mio specchietto; mi piace il clic di quando si apre, la zigrinatura dell’argento. Mi piace l’idea che venga da altri tempi, altri modi di essere donne. E da poco ho trovato, tra le cose della nonna, un piccolo meraviglioso cilindro d’argento che contiene aghi e filo da viaggio. Io, che non so rammendare nulla, se non, a volte, sentimenti, non credo lo userò mai. Ma è bellissimo)

Perché vale sempre la pena di accompagnare un uomo per saldi.

Sabato, 15 gennaio 2011 @19:34

Avete mai accompagnato un uomo a fare shopping? No, non l’amico gay di turno: lui magari accompagna voi, e non è detto che sia un bene. Sto parlando dell’uomo con cui dividete il letto e magari il conto corrente: marito, convivente, fidanzato. Io sono reduce da un giro di saldi con quello che è stato, nell’ordine, prima fidanzato, poi convivente, ora marito, e vi assicuro che è un’esperienza che mette alla prova anche i più collaudati matrimoni. Non sono riuscita a comprarmi niente. In compenso ho fatto da shopping assistant, consulente, e sherpa; lui era troppo occupato ad afferrare cose dagli scaffali e dire: questo come mi sta? Oppure, chiuso in camerino, mi ordinava: mi porti una taglia in meno/in più/un altro colore? C’è una scusante: il tutto è avvenuto in America il giorno dopo Natale, quando abbiamo scoperto che lì i saldi cominciano esattamente il 26. E che saldi: entrati da Banana Republic, i commessi si avvicinano e con aria complice ti comunicano che se compri entro le ore 14 (chissà poi perché le 14), hai diritto a un 50% di sconto aggiuntivo sul prezzo di saldo. Come fare a resistere? Non si può. Ci sono cose a cui neppure i maschi sanno resistere.
Siamo tornati a casa con un intero guardaroba-consorte: al costo, ammetto, di una mia sciarpona di cachemire. Io? Niente. Ero troppo occupata a fare da shopping assistant. Tornata nel mio altrove mi sono consolata da Zara con un abitino-homewear (sarò sì una casalinga telematica, ma elegante, perbacco), alla modica cifra di 9 euro e 90 centesimi.
Comunque, lo dico sottovoce, ne vale la pena. Forse è l’unico modo per essere sicure che il fidanzato/convivente/marito si vesta come piace a voi, anche se lui torna a casa felice con i pacchi, e voi con una crisi di nervi da shopping.

Ti rivedo, e.

Venerdì, 14 gennaio 2011 @09:11

"E’ davvero strano rivederti, gli dice. Un po’ come incontrare una vecchia versione di me stessa".
(Tom Rachman)

Ti rivedo ed è come ritrovare un vecchio libro, sottolineature di frasi che mi ero dimenticata. Un abito finito in fondo all’armadio, o che forse ho regalato. Ma un abito in cui sono stata felice, te l’avevo mai detto?

La frase di oggi è tratta dal romanzo "Gli imperfezionisti", Il Saggiatore, di Tom Rachman. Ed ecco l’intervista che gli ho fatto per Grazia.

Brad Pitt ha appena comprato i diritti per farne un film, ma noi vi consigliamo di leggerlo adesso: stiamo parlando di "Gli imperfezionisti", Il Saggiatore, romanzo d’esordio di Tom Rachman. Elogiatissimo dal New York Times, che l’ha definito un libro a incastro come un cubo di Rubik (un’allusione a un passo del libro), è infatti un incastro di storie e personaggi: tutti gli "imperfetti giornalisti" di un giornale di lingua inglese a Roma, ricalcato sull’International Herald Tribune dove Rachman ha lavorato per anni.

Lei descrive gli italiani come un popolo che vive in branco, frequenta solo i vecchi compagni delle elementari, e preferibilmente non si sposta mai dal quartiere dove è nato…

"Lo so: tutto il contrario di me. Sono nato a Londra, ma ho vissuto in Canada, a New York, a Parigi... Sono stato educato ad essere indipendente ed esplorare il mondo. Il che non toglie che provi una sottile invidia per chi è fortemente legato a un luogo: un senso di appartenenza che a me manca".

Ha appena lasciato Roma per Londra. Cosa le manca?
"La vista dal Gianicolo. La sensazione di felicità che provo ogni volta che attraverso Piazza Sant’Ignazio. La mozzarella di bufala. E la mia parola italiana preferita: cocomero. Per fortuna ci torno spesso: a Roma c’è la mia fidanzata e, sì, è italiana".

Maschi italiani così fashionisti: lei non si capacita che indossino "maglioni rosa con calzoni arancione". Dica la verità, non è cambiato il suo modo di vestirsi, vivendo in Italia?
"Spero di essere migliorato, ma per ora il mio capo d’abbigliamento preferito rimangono i jeans. Italiani, certo: Replay".

Incontriamo uno dei suoi personaggi mentre, in aereo, è immerso in un libro di Jane Austen; ma poi lo vediamo comportarsi in modo molto poco romantico. Morale: mai fidarsi di un uomo che legge la Austen?
"Non si preoccupi: non sono io, anche se ho letto la Austen. In realtà non sono nessuno dei miei personaggi: diciamo che mi sono limitato ad osservarli, dalla soglia di un’immaginaria redazione."

Il suo libro parla di giornalisti, ma la storia che colpisce di più è forse quella di una donna che si rifiuta di leggere il quotidiano del giorno, e legge solo, sempre più lentamente, i numeri arretrati; vive in una sua bolla spazio-temporale dove le Torri non sono ancora cadute e Bush è ancora presidente…
"L’ispirazione viene da una storia vera: un lettore di New York Times così determinato a leggere, anche nelle più piccole notizie, tutto il giornale, che era rimasto indietro di anni. Quando ho cominciato a scrivere il mio romanzo sugli "imperfetti" giornalisti, volevo anche raccontare una storia di chi, i giornali, li legge: e mi è tornato in mente questo lettore fuori dal tempo".

Quasi una metafora della fine dei giornali? L’ultima copia del New York Times di carta dovrebbe uscire nel 2043, e immagino che lei già ora i quotidiani li sfogli sul suo iPad.
"Non ho un iPad. Però è vero: i quotidiani li leggo on line. Ma il mio tecno-gadget preferito è esteticamente bellissimo, lo puoi infilare in tasca, dura una vita e le batterie non si scaricano mai. Indovinato? E’ un libro".

http://www.graziamagazine.it/people/autori/tom-rachman-segreti-e-bugie-in-redazione

Ci sono momenti che.

Giovedì, 13 gennaio 2011 @09:04

"A metà della cena già sapevo che avrei rivissuto la serata dall’inizio: l’autobus, la neve, la camminata lungo la leggera salita, la cattedrale in lontananza dritta di fronte a me, la sconosciuta in ascensore, l’ampio salone affollato di facce illuminate dalla luce delle candele…"
(André Aciman)

Ci sono momenti che cambiano la nostra vita per sempre, che si incidono sulla pelle. E noi a volte, con un brivido, lo capiamo. Questo, è uno di quei momenti.

Vi ho già parlato di André Aciman, lo scrittore che ho appena incontrato e intervistato a New York (era nel post del 2 gennaio). La frase che ho scelto per City è tratta dal suo nuovo romanzo, che esce oggi in Italia: "Notti bianche", Guanda. Anzi, è proprio l’inizio. Spero che vi piacerà, così come è piaciuto a me.

Questo freddo m'arroventa.

Mercoledì, 12 gennaio 2011 @08:59

"Questa stagione fredda mi arroventa
fino in fondo. Ho percorso
strade appese a un cielo di ghiaccio,
strade perse e ritrovate
come una moneta fuori corso.
Il mio venire a visitare il letto
su cui non è mai morta
la paura di sperare è solo un segno
dell’inconcepibile mia immensa
irrimediabile
rinuncia a rinunciare".

(Roberto Uberti)

No, non rinuncio. A questo servono, le mie preziose monete fuori corso: a comprare nuovi sogni, che mi indichino la strada.

(I versi di oggi sono tratti da "Urgimi addosso" di Roberto Uberti, L’Arcolaio Editore).

That’s how the light gets in.

Martedì, 11 gennaio 2011 @09:13

"C’è una crepa in ogni cosa.
E’ da lì che entra la luce".
(Leonard Cohen)

Sono le cose imperfette, le illusioni rammendate, i sogni sbriciolati nelle pozzanghere, i bicchieri spaiati, le finestre chiuse che si riaprono col vento; sono le cose imperfette, sai, che lasciano - improvvisamente - passare la luce.

Non uso mai versi di canzoni, per il Buongiorno di City. Ma quando ho visto queste parole come "status" di un'amica non ho saputo resistere. Sono di "Anthem", e in inglese suonano così: "There is a crack, a crack in everything. That’s how the light gets in." Non ditelo al Consorte, perché ama tanto Cohen, e io vorrei cancellarglielo dall'iPod che abbiamo in macchina. Dovrò ricredermi?

Cose che finiscono. Cose che iniziano.

Lunedì, 10 gennaio 2011 @09:31

"Cose che finiscono.
Cellulare definitivamente scarico,
auto definitivamente
senza benzina, soldi esauriti
ciò a cui avresti potuto forse
porre rimedio
ma ti è piaciuto aspettare,
essere testimone d’una caduta lenta
acquatica,
partecipare con distacco all’accadere necessario: gli sgoccioli
la fine
l’assenza".

(Valentina Diana)

E cose che iniziano: quest’anno.

(Questo è il primo Buongiorno del 2011. I versi di oggi - di Valentina Diana, un’altra giovane poetessa italiana, torinese, che mi piace molto - sono tratti da "Tre ore di notte e un pezzo del mattino", Edizioni Torino Poesia)

Perché il cachemire è sempre un buon investimento immobiliare.

Mercoledì, 5 gennaio 2011 @09:13

"Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri". Lo disse Coco Chanel e, visto che è lei, potremmo anche crederle. Purtroppo la regina dello chic fu molto fortunata col cachemire e meno in amore, e io, testarda romantica, al cappotto di cachemire preferisco comunque un marito. Ma di sicuro tutte - le sposate, le single e le semi-single, le innamoratissime e le sfidanzate proprio a Capodanno - concordano: con un cappotto di cachemire, ci si sente, comunque vada, molto amate.
Lo posso dire con sicurezza perché possiedo (le ho appena contate) ben tre sciarpone oversize di cachemire, più due plaid da usare in caso d’emergenza: emergenza affettiva, s’intende. Un vero e proprio capitale di morbidezza, accumulato in lunghi anni di meditati (o incontrollati, è lo stesso) acquisti. Fino al cappotto di cachemire consigliato da Coco non ci sono ancora arrivata ma, insomma, c’è tempo; ci vuole tempo, del resto, anche per mettere da parte il budget. Ma, sapete? Non mi sono mai pentita di quello che ho speso in cachemire. Di alcune borse sì; per non parlare delle scarpe. Ma del cachemire, mai. E consiglio, straconsiglio il saggio investimento. Così, se desiderate, fortemente desiderate qualcosa di caldo e voluttuoso, che abbracci senza farsi pregare e senza recriminazioni (a differenza di certi mariti e fidanzati), la soluzione è una sola: shopping. Shopping recessionista, s'intende, magari in saldo.
Ci sono i maglioni a collo alto, i maxicardigan, e gli abiti-cappotto da sfilarsi con una zip e indossare sopra i pantaloni o i leggings. Ci sono giacconi con cappuccio incorporato, e i berretti con guanti ton sur ton...
Come si indossa tutta questa morbidezza? Le celebrities si infilano un maximaglione sopra i jeans ed è fatta, basta abbinare un paio di stivaloni anti-freddo. E in sfilata ho visto grandi sciarpone o plaid drappeggiate sopra una gonna. Dunque è il caso che io esibisca le mie quasi-coperte anche in pubblico, come un maglione, sopra i jeans? Ci ho pensato… Ma, sinceramente, no. Perché ci sono morbidezze che si gustano meglio in privato. E ci sono sciarpe e stole e plaid di cachemire (o almeno in misto cachemire!), che odiano uscire, amano la clandestinità, e ci vogliono abbracciare solo a casa. Ci ricordano certi uomini, ma pazienza. L’importante è affondare completamente in quell’abbraccio, e dimenticare tutto, soprattutto il termometro sotto lo zero.

Questo, più o meno, è un articolo moda che ho scritto per Grazia. Io sono tornata nel mio gelido altrove, dal mio viaggio nella gelida America. Non mi sono mai separata dalla mia sciarpona di cachemire color panna, e mi chiedo, con in mano il prezioso investimento immobiliare: e adesso, come lo lavo? Sempre pericoloso lavare una coperta di Linus.

Cronache americane: cose che mi sono piaciute a New York.

Domenica, 2 gennaio 2011 @19:48

Il bagel strapieno di egg salad che fanno nella minuscola deli (quasi un baretto) accanto a casa dell'amica newyorkese che ci ha ospitato. I taxi gialli che basta fermare con la mano. La tiara tutta glitter che vendevano i vu' cumprà indigeni per strada - e che ho visto praticamente addosso a tutte le ragazze la sera di Capodanno. Gli scoiattoli che scoiattolavano (lo so, il verbo non esiste, ma non è carino?) nella neve di Central Park (momento di grande romanticismo, rovinato quando il consorte mi ha fatto notare un'aquila che ne aveva appena catturato uno. E' la legge della natura, ha chiosato. O della giungla metropolitana? E dire che pensavo di avere sposato un uomo romantico). Le vetrine su strada di Starbucks, dove con un caffè (magari al caramello, bleah) nel bicchiere di carta i newyorkesi si fermano per ore, come una volta nei caffè di Vienna o Trieste; qui, unica differenza, sono davanti a un laptop, con connessione wifi gratis, compresa nel prezzo del caffé. Tutti i da me invidiatissimi newyorkesi che nella subway non leggono libri, ma "libri elettronici": Kindle o Nooks nell'astuccio nero. Un signore con i capelli viola avvistato in una libreria. Una bimba serissima con un cappottino rosso.

Mi è piaciuto anche, molto, un libro che ho letto in anteprima e che uscirà in Italia a metà gennaio: "Notti bianche", di André Aciman. Mi è piaciuto perché è la storia d'amore di un uomo e una donna che si incontrano la sera di Natale, e si rivedono, per otto notti, in una Manhattan innevata: esattamente com'era in questi giorni. Mi è piaciuto perché ho intervistato l'autore nel caffè di Barnes & Noble, la libreria con vista su Union Square, e un pochino era come sfogliare un romanzo. Ma di questo, vi racconterò più avanti.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.