Lisa Corva

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Amori perduti, ombrelli dimenticati. (Ma anche libri da scambiare, e abiti riciclati).

Lunedì, 28 febbraio 2011 @07:41

"Gli amori perduti evocano
gli ombrelli dimenticati,
ma dove? Sarebbe struggente
ricordarsene sotto queste
piogge incessanti".

(Valentino Zeichen)

Chissà dove finiscono gli ombrelli smarriti, i guanti spaiati, gli sms mai arrivati... Forse è tutto lì, in un altro universo, l’universo dei perduti amori.

(I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "Aforismi d’autunno", di Valentino Zeichen, Fazi)

A proposito di ombrelli perduti e romanzi che passano di mano: volevo segnalarvi un incontro di "bookswap", ovvero scambio libri, a Milano. E’ ideato e organizzato, anche, da una mia amica, Gabriella Grasso… E il logo (vi piace?) l'ha disegnato mio fratello, Piero Corva, che è un illustratore. Si terrà la prossima domenica, 6 marzo, nel chiostro del Teatro Grassi, in pieno centro: un appuntamento in orario aperitivo (in puro stile milanese!), per conoscersi e scambiarsi libri. Cultura ai tempi dell’eurostress!
Per saperne di più:

http://www.bookswap.it/

e sui disegni di mio fratello (cuor di sorella):

http://www.pierocorva.com/

Infine, a proposito di Oscar, una piccola nota glam cheap: mi è piaciuto molto l'abito indossato sul red carpet da Livia Giuggioli, moglie di Colin Firth (che ha vinto l'Oscar per "Il discorso del re"), e che tra l'altro è italiana, lo sapevate? L'abito è stato creato riciclando pezzi di 11 abiti diversi, tutti dell'epoca in cui è ambientato il film. Un'idea vintage, eco-sostenibile (ovvero la battaglia di Livia Giuggioli), ma così glam cheap! A Stella sarebbe piaciuto moltissimo. Ora andrò a vedere il film.

Perché continuiamo a innamorarci di una borsa.

Sabato, 26 febbraio 2011 @08:06

La prima è stata lei. Intendo Jackie Onassis: la mai dimenticata first lady d’America, che amava così tanto la tracolla di Gucci creata negli anni Cinquanta, da far sì che diventasse la "sua" borsa. E infatti prese il suo nome: è diventata Jackie O., e rieccola, rivisitata e in colori quasi pop, nel nuovo modello di questa primavera. Si chiama New Jackie, e la vedete già al braccio delle solite fortunate celebrities, cui viene regalata per portarla a spasso. (Vi ho già detto quanto invidio le colf, o le amiche, delle dive sommerse da borse in regalo? Sono loro a portarsi a casa, immagino, le borse dismesse, a meno che qualche diva eurostressata non le venda surrettiziamente su eBay).
In ogni caso, la prima è stata lei. Anzi, a dire la verità, la seconda: la prima assoluta, la prima borsa che prese il nome da una donna di stile, è stata la Kelly di Hermès, la preferita di Grace Kelly. Come faccio a saperlo? Studio, perbacco. Studio borse, soprattutto le nuove it-bags di primavera, per scriverne, da brava giornalista fintoglam. E, all’occorrenza, ripasso: Grace (Kelly) e Jackie (Onassis) le ho riviste, insieme alle loro borse, in un libro appena uscito: si intitola "Una questione di stile" (Edizioni White Star, testi di Paola Saltari); sono ritratti, soprattutto fotografici, ma non solo, delle dieci donne che hanno rivoluzionato l’universo femminile. Un consiglio? Procuratevelo e tenetelo saggiamente vicino all’armadio, per quei giorni in cui vi sembra di non avete niente da mettere, o, peggio ancora, in quei giorni in cui vorreste vestirvi a occhi chiusi pur di non guardarvi allo specchio. Ispirazione e consolazione garantita.
Sì, mi piacciono sempre le storie delle borse. E le storie di donne innamorate di borse che costano come un affitto (anche un affitto in pieno centro). L’ultima? Ilaria Bellantoni, giornalista e scrittrice dolcemente al cianuro (già, niente zucchero ma cianuro: basta leggere il suo ironico "Lo chef è un dio", uscito da Feltrinelli, perfetto se siete appassionate di grandi chef, gossip e segreti in cucina). Negli ultimi mesi Ilaria Bellantoni era innamorata pazza. Non del marito, neppure della sua bimba, e neppure, che il protettore dei cuochi non voglia, di un nuovo chef. No: Ilaria era innamorata perdutamente di Lady Dior. Finché l’ha ricevuta in regalo per il compleanno (una colletta? No: il marito. A volte i mariti, se sfiniti a sufficienza, ci accontentano). Una Lady Dior rigorosamente nera, uscita da una scatola con fiocchi bianchi… (E qui ci vuole un sospiro: il sospiro di chi è innamorato e finalmente può accarezzare ed esibire l’oggetto del desiderio).
Come la capisco. Come capisco la voglia di innamorarsi di una borsa nuova e strapazzarla: si fa con ogni amore che si rispetti; e lasciarla sul pavimento, sotto la sedia, sulle piazze dove in primavera, con il sole, ci viene voglia di perdere tempo e magari sedersi per terra o sul bordo di una fontana… A differenza di certi amori, una borsa non si può ribellare; e chissà, magari ci amerà ancora di più per questo. Certo, forse non sarà così contenta se si chiama Lady Dior; ma comunque, ci si può provare lo stesso.

(Questo all'origine era un articolo moda per Grazia. Rimaneggiato e arricchito per voi).

I tuoi polsi, purissimi meravigliosissimi fiori.

Venerdì, 25 febbraio 2011 @08:42

"La mia donna è un giardino d’avorio
le sue spalle sono fiori lucenti
e lisci
e sotto di loro i fiori nuovi e
affilati dei suoi piccoli seni che amorosi puntano in alto
la sua mano è cinque fiori
sopra il suo ventre bianchissimo poggia
un fiore astuto a forma di sogno
e i polsi sono purissimi meravigliosissimi fiori"

(e.e.cummings)

E quando ti guardo, per me è primavera.

(Edward Estlin Cummings, uno dei più grandi poeti americani del ‘900. I versi di oggi sono tratti da "Che cosa è per me la tua bocca", appena uscito per Ponte alle Grazie: bello, perché raccoglie anche dei disegni, molto sensuali, del poeta).

Avviso ai nuovi sintonizzati: ricordatevi, se volete mettere questo sito tra i preferiti, che ora sono lisacorva.com e non più it; e che, ogni venerdì, c’è il mio Buongiorno anche in inglese. Basta andare sulla parte english, anzi "globish", del blog! Quindi, se vi piace, diffondetemi!

Per quel tuo cuore che io largamente preferisco ad ogni altra burrasca.

Giovedì, 24 febbraio 2011 @07:26

"Per quel tuo cuore che io largamente preferisco ad ogni altra burrasca".

(Amelia Rosselli)

Il tuo cuore che mi precipita in un deserto, quando non mi chiami; il tuo cuore che è vento che sbatte le porte, e mi raggela, quando mi allontani. Il tuo cuore, è il mio meteo.

Nasce a Parigi nel 1930: il padre, Carlo, era un esule antifascista, morto assassinato. Tornò in Italia solo con la Liberazione. Morì suicida come Sylvia Plath, che amò e tradusse. Questo è uno dei suoi versi più famosi.

Questa settimana ho amato un giardino.

Mercoledì, 23 febbraio 2011 @09:54

"Io non ho niente da raccontarle perché non amo niente, come le ho detto. No, questa settimana ho amato due cose: un film e un giardino".

(Cristina Campo)

E anche il primo caffé del mattino, e un tramonto inaspettato all’angolo della strada, e il letto rifatto con le lenzuola che sanno di bucato, ancora tiepide di ferro da stiro… Com’è facile, in fondo, farsi amare dal mondo.

Le frasi di oggi sono tratte da una lettera della poetessa Cristina Campo - il film di cui parla è "L’Arpa birmana"; il giardino è dietro il lago, a Villa Borghese a Roma - e sono tratte dal suo epistolario "Vivere, certo, mio caro amico", Adelphi. Era il 1958: anni in cui, a un amico, si dava del lei.

Mai la vita è stata solo inverno.

Martedì, 22 febbraio 2011 @10:46

"Non aver paura dell’amore. Posa la tua mano
lentamente sul petto della terra e senti respirare
i nomi delle cose che lì stanno
crescendo: il lino e la genziana, la verzura odorosa
e le campanule blu; la menta profumata per
le bevande dell’estate e l’ordito delle radici di una
pianticella d’alloro che si organizza come un reticolo
di vene nella confusione di un corpo.
Mai la vita
è stata solo inverno".

(Maria do Rosário Pedreira)

Per questo crediamo nella primavera.

(Vi ricordate "Ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo", il Buongiorno dello scorso 15 dicembre? E’, come questo, della poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira).

Il tuo sonno è circondato tutto dalle mie domande.

Lunedì, 21 febbraio 2011 @07:49

"Cominciano ad accendersi
le domande alla notte.
Ve ne sono distanti, quiete,
immense, come astri:
chiedono da lassù
sempre
la stessa cosa: come sei.
Altre, fugaci e minute,
vorrebbero sapere cose
lievi di te e precise:
misura
delle tue scarpe
nome
dell’angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.
Tu non le puoi vedere,
ma il tuo sonno
è circondato tutto
dalle mie domande."

(Pedro Salinas)

La prima è: chi sei; e poi quando, quando sarai per me.

I versi di oggi, come quelli che ho scelto per il 14 febbraio, sono del poeta spagnolo Pedro Salinas, e sono tratti da "La voce a te dovuta", Einaudi, la sua raccolta degli anni Trenta.

Cronache da Berlino: all shades of grey.

Domenica, 20 febbraio 2011 @19:06

A Berlino c’erano: tutte le gradazioni del grigio. C'è un nuovo museo che in realtà è vecchio: si chiama Neues Museum, ed è stato inaugurato, dopo anni di abbandono e ristrutturazione, dov'era il museo distrutto alla fine della guerra: l'architetto, l'inglese Chipperfield, ha lasciato le pareti a vivo, le tracce degli affreschi, segni del tempo e della disfatta del Terzo Reich; ma oltre alla meravigliosa, enigmatica Nefertiti (il museo ospita le collezioni di arte antica), mi sono piaciuti i bagni, un tripudio di legno e design; mai visto dei bagni così belli in un museo, sembravano quelli di un boutique hotel. E poi? Poi a Berlino c’era un baretto fantastico sotto casa del mio amico storico, un baretto ricavato in una vecchia latteria, con giornali e Apfelstrudel e cappuccino quasi vero, e un tè speziato che si chiama "Winter in Berlin", inverno a Berlino: il tutto a Mitte, o Prenzlauer Berg, un tempo ex Ddr, ora il quartiere più caldo e trendy, di locali e negozietti. Scusate, ho detto caldo? Ho sbagliato. L’inverno a Berlino è freddo; il cielo non è mai azzurro, è in tutti i colori del grigio, è grigio perla e antracite e grafite e neve sporca; le ragazze vanno in giro in bici anche sotto la neve; e a cena nell’Einstein Café, una vecchia villa con giardino, ci sono candele bianche su ogni tavolo, tanto per darti l'illusione di scaldarti un po'.

E quello che vorrei dirti di più bello, non te l’ho ancora detto.

Venerdì, 18 febbraio 2011 @07:26

"Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto".

(Nazim Hikmet)

Ma se mi abbracci, se mi abbracci forte, lo capirai, lo capirò.

(Nazim Hikmet, il romantico comunista, poeta turco, morto in esilio a Mosca nel 1963. Questa è una delle sue poesie più belle)

Quando l’inverno ha fretta.

Giovedì, 17 febbraio 2011 @08:58

"L’inverno passò su Westport rapido e spietato, come se avesse fretta e volesse sbrigare la faccenda il più presto possibile."
(Cathleen Schine)

D’accordo, allora. Allora pioggia noiosa, e freddo quasi seccato, e anche un po’ di ultima neve, ma in fretta per favore: qui, aspettiamo la primavera.

(La frase di oggi è tratta da un libro di Cathleen Schine che mi ha molto divertito: "Tutto da capo", Mondadori, storia di un divorzio tardivo)

Non so se l'inverno abbia davvero fretta: quello che so è che mi sono svegliata a Berlino e oggi c'è aria di neve.

Quando a scaldarci di più è un vecchio maglione.

Mercoledì, 16 febbraio 2011 @08:03

"Si era rannicchiata in un grande maglione sformato lavorato a maglia, lo stesso che suo padre indossava quando usciva in mare nelle giornate fredde. Allungò le maniche per metterci dentro le mani intirizzite…"

(Camilla Läckberg)

Come ci scaldano, e scaldano anche il cuore, i vecchi maglioni che portano ancora l’impronta di chi ci vuole bene.

(Continuo a preferire, tra le gialliste nordiche, Liza Marklund, ma non è male neppure Camilla Läckberg: la frase che ho scelto oggi per City è tratta da "La principessa di ghiaccio", che ho appena finito di leggere. L’editore è Marsilio).

La lama affilata dell'amore.

Martedì, 15 febbraio 2011 @08:12

"Eros, come tagliatore d’alberi
mi colpì con una grande scure,
e mi riversò alla deriva
d’un torrente invernale".
(Anacreonte)

Sento l’acqua che mi scorre addosso, acqua fredda, acqua di monte. Sento ancora la lama affilata dell’amore. Sento. Ma posso solo arrendermi: all’amore e alla corrente. Lasciarmi andare…

(I versi di oggi sono tratti dai "Lirici greci" tradotti da Salvatore Quasimodo)

Quando tu mi hai scelto (fu l’amore che scelse).

Lunedì, 14 febbraio 2011 @07:57

"Quando tu mi hai scelto
-fu l’amore che scelse-
sono emerso dal grande anonimato
di tutti, del nulla.
Fino ad allora
mai ero stato più alto
delle vette del mondo.
Non ero mai sceso sotto
le profondità massime
segnalate dalle carte di mare.
E la mia allegria era triste,
come quei piccoli orologi
senza polso cui cingersi
senza carica, fermi.
Ma quando mi hai detto "tu"
-a me, sì, a me, fra tutti-
volai più in alto
di stelle o coralli".

(Pedro Salinas)

Io, fra tutti.

(San Valentino, giusto? I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "La voce a te dovuta", Einaudi, una raccolta di poesie scritte dallo spagnolo Pedro Salinas negli anni Trenta. Forse vi ricordate un Buongiorno di un paio d’anni fa, esattamente il 18 settembre 2009: "Non ho bisogno di tempo/ per sapere come sei:/ conoscersi è luce improvvisa".)

E proprio per San Valentino, invece di un mazzo di rose, di stelle o coralli ho ricevuto in regalo il nuovo vestito per il blog: grazie a tutti, al paziente Miloš Sluga dell'agenzia web, alla mia amica art director Valeria Settembre che ha disegnato e immaginato la nuova impaginazione, alla fotografa Jana Urbas che è venuta con me in piazza Unità a Trieste e mi ha scattato le foto che vedete qui in alto... Ma anche al consorte che mi ha aiutato a scegliere il vestito nuovo, e lo sapete come si annoiano gli uomini quando vi accompagnano a fare shopping!

E se in piazza, domani, andasse anche una cospiratrice dell’800? Una fashionista con sciarpa tricolore.

Sabato, 12 febbraio 2011 @09:49

No, non vi voglio parlare di quanto mi commuovano le piazze italiane (e anche certe vecchie pasticcerie, a dire il vero), non vi voglio raccontare della luce calda a Piazza Del Campo a Siena, dove sono stata nei giorni scorsi, o di quella fredda in una Piazza Anfiteatro, a Lucca, che rendeva la piazza quasi bianca. Non vi voglio parlare di pici all’aglione o di finocchiona (però potrei, per ore). Vi voglio invece parlare di una donna così in contrasto con le ragazze del bunga bunga, quelle che si vendono per una borsa firmata e un paio di occhiali che costano come un affitto. Si chiama Giuditta Bellerio Sidoli. Non ne avete mai sentito parlare? Neppure io, fino a quando sono entrata, per caso, nel Museo del Tricolore a Reggio Emilia (non sapevo neppure che proprio lì, esattamente il 7 gennaio 1797, fu "inventata" la bandiera italiana). Lì, in una vetrina del piccolo museo, ci sono le sciarpe e gli jabot tricolori che lei portava, rischiando il carcere: perché Giuditta, nata nel 1804, era una rivoluzionaria e cospiratrice. Aveva sposato un altro "patriota" (metto fra virgolette la parola, che sembra così antica, in questa nostra Italia maltrattata), Giuseppe Sidoli. Seguì il marito in esilio, e quando morì, il suocero le tolse i figli e lei tornò in Italia: in quella che ancora non era Italia. Conobbe Mazzini, si innamorarono… Vado avanti? No. Mi è bastato vedere quella sciarpa, quello jabot, quei sogni intrecciati nella stoffa; e pensare come potrebbero portarlo, oggi, delle fashioniste rivoluzionarie, al posto della pashmina, per ricordare che l’Italia è anche di chi ci crede. Non sarebbe bello vedere anche Giuditta, con le sue crinoline e lo jabot, domani, in piazza?

Quel che resta dell'amore.

Venerdì, 11 febbraio 2011 @08:20

"Cose che non esamino più da vicino.
Mercatini, posta indesiderata, certezze,
lampadine rotte, batterie solitarie,
necrologi del New York Times
-i resti delle nostre vite.
I prezzi nelle boutique più chic,
quello che è successo prima di venerdì,
come le lentiggini disegnano una stella sul tuo viso,
e quel che rimane dell’amore".
(Anna Evans)

E tutto quello che l’amore supera, per restare amore.

(I versi di oggi sono tratti da "Not a muse - A world poetry anthology", Haven Books).

Attenzione: sono diventata "dot.com", quindi per favore mettete questo nuovo sito tra i preferiti. Oggi trovate anche il mio secondo Buongiorno in inglese, o meglio in "globish". Lo troverete ogni venerdì, cliccando sulla parte "english" del blog. Quindi, se vi piace e avete amici non italiani, diffondete! Via web, Facebook, mail, sms...

Là dove sei.

Giovedì, 10 febbraio 2011 @07:24

"Là dove sei
fa sempre così freddo, mi dicono.
E non ti sei portato
neppure una coperta.
Copriti bene
con la tua terra."

(Andonis Fostieris)

Là dove sei, dove non riesco a raggiungerti, neppure in sogno. Dove non arrivano aerei, treni, neppure sms. Forse arrivano solo i miei pensieri. Là dove sei.

(I versi di oggi sono tratti da "Poeti greci del Novecento", Meridiani Mondadori)

Un vestito che amerò per sempre se me lo sfili adesso.

Mercoledì, 9 febbraio 2011 @08:29

"Un vestito che amerò per sempre se lui me lo sfila adesso".

(Viola Di Grado)

Un vestito che amerò per sempre, se me lo togli adesso, e per favore posso tenere gli occhi chiusi?, perché non so cosa succederà, dopo, e forse tu neppure lo sai, ed è come stare per sempre sull’orlo della notte, e del desiderio.

Non è il primo Buongiorno che "sfilo" dal libro d'esordio di Viola Di Grado. Ecco l'intervista che le ho fatto per Grazia.

"Settanta acrilico trenta lana": non è solo il titolo di un romanzo d’esordio potente, della giovanissima Viola Di Grado, 23 anni, pubblicato da e/o. E’ anche, spiega l’autrice, una metafora per la vita soffocante della sua protagonista: Camelia, che ripesca abiti dai cassonetti e decapita fiori; vive prigioniera di una madre che smette di parlare e fotografa buchi; si innamora, ideogramma dopo ideogramma, di un ragazzo cinese… Un titolo-maglione: perché?

"I maglioni settanta acrilico trenta lana non riscaldano abbastanza, non sono di qualità e spesso fanno sudare freddo. Camelia, la protagonista, da anni si sente così: dentro un eterno dodici dicembre. Nel romanzo c’è una dimensione ciclica di cose che ritornano: i vestiti buttati nel cassonetto tornano a essere indossati, i ricordi si ripresentano sempre a distruggere il presente, dicembre appena finisce ricomincia sempre daccapo, e Camelia scopre di rivivere le stesse esperienze di una ragazza misteriosamente scomparsa".

Ti è mai capitato di ripescare vecchi vestiti dai cassonetti, sforbiciarli e reinventarli, come fa Camelia?
"No, li ripesco solo dai mercatini. Adoro quelli di Londra, dove vivo, e studio filosofia cinese e giapponese: Notting Hill, Brick Lane, Camden Town. Mi piacciono i vestiti che hanno una pre-esistenza, i pizzi vittoriani e le spille antiche. Ma specialmente amo riconvertire materiali di ogni genere nei collage: contaminazioni di stoffe, vecchi scontrini e biglietti, bottoni, carte di biscotti…".

Dunque la moda ti piace.
"Mi piace inventarla. Ho appena fatto una collana solo con oggetti raccolti per terra. Ieri ho curato una spilla rotta appiccicandoci sopra un fiore di lana cotta trovato in metropolitana, e sopra un pupazzetto playmobil ripescato nella cantina di un amico. Il mio stilista preferito era Alexander McQueen".

Come Camelia, studi cinese. E il tuo ideogramma preferito è…
"Il vuoto. Nella sua forma antica, rappresenta una balla di fieno con delle fiamme sotto. Perché il vuoto nella filosofia cinese non è una condizione, è lo stadio di un processo: le fiamme evocano l’azione che porta allo svuotamento".

Il tuo luogo del cuore nel mondo. Immagino non la grigia Leeds, dov’è ambientato il romanzo.
"L’Islanda. Non ci sono mai stata, ma so che lì addestrano gli astronauti perché somiglia alla Luna. E visto che sulla Terra mi sono sempre sentita una turista…".

Hai qualcosa nell’armadio a cui non rinunceresti mai?
"Il mio travestimento di Halloween da bambina assassina di The Ring. E’ perfetto per spaventare la gente.

Vorresti che le persone chiudessero il tuo libro e pensassero…
"Qual è l’ordine dei giorni della settimana? E che mese viene dopo dicembre?".

Non potresti mai vivere senza?
"Il mio caleidoscopio".

Tutto quello che è scritto su questo vecchio cucchiaino d’argento.

Martedì, 8 febbraio 2011 @09:47

"Le anime dimenticate, le cui elaborate iniziali erano iscritte sulle nostre posate d’argento, non avevano mai attraversato l’Atlantico, né tanto meno sentito nominare la 106esima o Straus Park, o le generazioni future che un giorno avrebbero ereditato i loro cucchiai".

(André Aciman)

Tutto quello che è scritto su questo vecchio cucchiaino d’argento.

(La frase di oggi è tratta da "Notti bianche", di André Aciman, Guanda. Anch'io ho, a casa, delle vecchie, brunite posate d'argento; le iniziali sono di nomi di persone che non ho mai visto, neppure in foto; persone che hanno vissuto in altri Paesi, altri secoli. Altre storie, altre tavole apparecchiate, altre speranze, altri destini: tutto dimenticato, ormai, ma tutto ancora scritto in un vecchio cucchiaino d'argento).

L’amore è un piccolo cane che mi aspetta.

Lunedì, 7 febbraio 2011 @08:31

"Ma l’amore
che fa piovere le gocce e precipita
il più piccolo seme e lo riproduce
nella sua fabbrica di corolle
adesso dorme sotto forma di paesaggio
invernale. Adesso suona come campane.
Adesso è un piccolo cane che mi aspetta".

(Mariangela Gualtieri)

Adesso l’amore mio è in letargo. Dorme.

(I versi di oggi sono tratti dalla raccolta "Bestia di gioia" della poetessa Mariangela Gualtieri, Einaudi. O, come diceva Charlie Brown, l'amore è un cucciolo caldo)

Sono a Firenze e tra poco uscirò, cercando un City con il mio Buongiorno sotto il sole toscano...

L’Egitto, l’esilio - ma anche Manhattan e la magia del desiderio. Un caffé con André Aciman.

Sabato, 5 febbraio 2011 @09:51

L’ultimo, magico romanzo di André Aciman parla d’amore, ma è di Egitto che cominciamo a parlare. Non a caso: il primo libro dello scrittore newyorkese racconta l’Egitto, il "suo" Egitto: "Ultima notte ad Alessandria" (Guanda), ovvero l’ultima notte di un giovanissimo André, e della sua famiglia di ebrei sefarditi cacciati nel ’65. Parla di segreti di famiglia e di estati al mare, di posate d’argento perdute e sapori perduti, come le marmellate di fichi e datteri servite con il tè… Un Egitto nel cuore, l’Egitto dell’esilio. Ma è da New York, dove Aciman vive, che lo scrittore guarda quello che succede in Egitto oggi. Guarda le manifestazioni, la polizia, la folla.

"Quello che vedo non è solo scioccante: è inedito. In Egitto non c’è alcun precedente di manifestazioni, scioperi, marce di protesta; nessun precedente di disobbedienza civile. Gli unici momenti in cui il popolo è sceso in piazza, o in cui è stato tollerato che il popolo scendesse in piazza, sono stati quando è morto il presidente Nasser, nel 1970: a seguire il funerale c’erano 5 milioni di persone. E poi, cinque anni più tardi, per i funerali di Om Khaltoum, l’amatissima cantante, e star, l’anima vibrante del Paese. Più che una manifestazione, un corteo di dolore".

Mentre l’Egitto di adesso?
"Gli egiziani vogliono, per la prima volta, qualcosa di nuovo. Non sanno che cosa esattamente: ma è per quello che scendono in piazza. E non c’è modo di fermare la folla. Qualcosa sta succedendo in Medio Oriente, non solo in Egitto: c’è un vento nuovo, forse un vento d’incendio, che porta verso un nuovo mondo arabo, e non possiamo fermarlo".

Ma veniamo all’ultimo romanzo. Perché, dopo "Ultima notte ad Alessandria", e dopo il potente "Chiamami con il tuo nome" (in Italia arrivato a cinque edizioni, ndr), è appena uscito "Notti bianche" (sempre per Guanda). Un romanzo che parla, testardamente, magicamente, d’amore. Di un uomo e una donna che si incontrano in una Manhattan innevata, e non possono fare a meno di rivedersi, per otto giorni e otto notti. E’ di questo che parlo con Aciman: che ho incontrato, come nel suo romanzo, in una sera di neve a New York. In una variante moderna dei vecchi caffè mitteleuropei: ovvero, al bar di una libreria, Barnes & Noble, con vetrate su Union Square e sui grattacieli. Se non fosse per i clienti che stanno ore, ai tavolini, con davanti non solo libri, ma anche laptop, e libri elettronici (qui a New York sono diffusissimi i Kindle e i Nook: piccoli astucci neri che contengono decine di e-books, romanzi da leggere a video), l’atmosfera potrebbe essere quella del Caffè degli Specchi o del Caffè San Marco, a Trieste. Glielo dico.

"Purtroppo a Trieste non ci sono mai stato. Ma quanto ho amato Svevo! In "Senilità" c’è quella descrizione, quell’analisi quasi anatomica della gelosia…".

Lei, invece, in questo nuovo romanzo, ci racconta il desiderio. E niente sesso: anche se si respira ad ogni pagina.
"Perché volevo raccontare l’incantamento. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche quella "no man’s land" tra due persone, quella terra di nessuno prima che succeda qualcosa, prima che succeda tutto".

Una "no man’s land" segreta: ha rubato le parole a Nina Berberova, da uno dei suoi libri più belli, "Il giunco mormorante"?
"Conosco la Berberova. Ma in questo libro ci sono le notti bianche di Dostoevskji, i film di Rohmer, un racconto di Joyce. E c’è musica, molta musica".

E’ nato in Egitto, vive a New York. Ma il suo posto del cuore, qual è?
"Forse il posto del cuore è quello dove si vorrebbe essere seppelliti. Ed io, sinceramente, non lo so. Non a Milwaukee, comunque, dov’è la famiglia di mia moglie. So anche che non voglio che le mie ceneri vengano sparse in posti diversi, come si usa in America: ho vissuto sparpagliato tutta la mia vita, mi offenderebbe. Forse il posto dove mi sento più io è New York: una città, anche, di esuli. Dove sei libero di diventare chi vuoi".

Questa intervista è uscita su Il Piccolo, il quotidiano della città dove sono nata, Trieste. Gruppo La Repubblica.

Piccola nota: in questi giorni sono in Italia. Sabato, a Reggio Emilia, a un press preview della Collezione Maramotti (la collezione d'arte contemporanea del signor Max Mara, nella vecchia fabbrica degli anni '50). E, nella bella piazza del Duomo di Reggio Emilia, un flash che mi porta in Egitto: un gruppo di manifestanti, tutti egiziani che lavorano qui in Italia, donne con l'hijab bianco e rosa (ma anche senza velo), bambine per mano, e dei cartelloni in italiano e arabo: abbasso il dittatore Mubarak. Anche questa è l'Italia, questo intreccio di mondi.

Forse perché voglio credere in questa danza cosmica.

Venerdì, 4 febbraio 2011 @08:30

"Perché leggo ogni giorno l’oroscopo,
la posizione del sole che influenza la mia vita,
pianeti che mi dicono di evitare certi acquisti, certi impegni?
Forse perché voglio credere in questa danza cosmica,
in onde che vibrano lente e mi attirano a loro come la marea
e fanno sì che mi chiami qualcuno che non ho sentito da sei anni…"

(Ann Cefola)

Voglio credere in un disegno, in un ordine paziente e nascosto. Ho fiducia che l’universo si prenda cura di me.

(I versi di oggi sono tratti da "Not a muse - A world poet anthology", Haven Books, un'antologia di poetesse che mi "aspettava" nella sezione poesia e libri usati di The Strand Bookstore, a New York. La traduzione è mia).

Attenzione attenzione: oggi divento "globish"! Da oggi, e per ora ogni venerdì, se cliccate sulla parte "english" del blog, trovate il Buongiorno in inglese. Anzi, scusate, in "globish", perché l'inglese che scrivo e parlo io è un po' meticciato... E' l'inglese dei non inglesi. Globish, appunto. E a brevissimo anche il blog cambia vestito e colore. Quindi, se vi piace e avete amici globish, diffondete il virus Lisa! Via web, Facebook, mail, sms...

E alla fine, tu.

Giovedì, 3 febbraio 2011 @10:21

"I tuoi istinti più i miei
La tua vita meno il tuo tempo
La tua cintura per le mie poesie
E alla fine dei conti
Tra le mie gambe
Tu"

(Lucía Rivadeneyra)

Nient’altro, oggi, m’importa.

(Lucía Rivadeneyra è una poetessa messicana).

E' contenta la persona se trova parole che somigliano alla vita.

Mercoledì, 2 febbraio 2011 @09:25

"E’ contenta la persona se trova parole che somigliano
alla vita. Se con la vita proprio adesso
si sono messe in relazione.
E’ così che viene a sapere".
(Piera Oppezzo)

Trovare parole che ci assomiglino. Parole che consolino e sorridano. O che scavino nel cuore come coltelli. Parole felici e leggere; o parole-medicine, da tenere accanto nel silenzio e nel dolore. Parole come schegge di luce nel buio: illuminano la strada. Le leggiamo, e siamo noi.

Piera Oppezzo è una, ormai dimenticata, poetessa italiana. Nata a Torino nel ’34, faceva la commessa alla Standa: altri tempi, altre Italie. Poi ci fu Milano, i collettivi femministi, le case occupate. E’ morta nel 2009, lo stesso anno in cui scomparve Alda Merini. Se ho incontrato i suoi versi – tratti da "Andare qui", Manni - è stato grazie a un’altra poetessa, la giovanissima Francesca Genti, che conoscete perché ho rubato spesso dei Buongiorno dalla sua raccolta "Poesie d’amore per ragazze kamikaze", Purple Press. Mi piace questo ricordare e salvare le parole, la memoria, lo scrivere. E dividerle. Francesca Genti l’ha fatto con me, io lo faccio con voi.

Cominciò febbraio e questo suo cominciare contagiava tutto.

Martedì, 1 febbraio 2011 @08:52

"Cominciò febbraio e questo suo cominciare contagiava tutto. Ogni cosa prese il vizio di cominciare ininterrottamente".

(Viola Di Grado)

Come resistere alla febbre della primavera? Sono i petali che ritoccano in segreto il loro colore; gli abiti leggeri che vogliono uscire dall’armadio; la voglia di vivere, sperare, aprire le finestre, camminare in riva al mare. Tutto comincia. Forse comincio, o ricomincio, anch’io.

Ricordate "Ora che tutto è al contrario come in una maglia con le cuciture di fuori"? Era il Buongiorno del 19 gennaio, ed una frase del libro "di debutto" di Viola Di Grado, "Settanta acrilico trenta lana" (e/o). Lei ha 23 anni, un'aria neo-dark ed è bravissima. Spero solo che non vada in giro a decapitare fiori come la sua protagonista...

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.