Lisa Corva

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Il primo bacio. (E l'abito da sposa di Kate).

Venerdì, 29 aprile 2011 @10:07

"Rimasi quasi immobile mentre Toofat mi baciava – non durò poi molto – e pensavo "questa sono io, e lui mi sta baciando"; ma allo stesso tempo ripensavo a Thomas Hardy; guardavo l’albero con tutte le luci e il prato verde fuori dalle finestre; ascoltavo la musica che veniva dalla casa; odoravo il caprifoglio; e mi dicevo che volevo incidere nella memoria tutto questo, ogni piccolo dettaglio, per sempre"

(Diana Athill)

Il primo bacio.

Diana Athill è una scrittrice ed editor inglese, ormai novantenne: lavorò, tra gli altri, con Philip Roth, Simone de Beauvoir, Mordecai Richler (quello de "La versione di Barney", Adelphi, libro cattivo e geniale e besteller di qualche anno fa, l’avete letto?). La frase è tratta da un suo racconto pubblicato da Persephone Books, di cui vi ho raccontato nelle mie cronache di Londra. Perché la sua protagonista ripensa a Thomas Hardy? Perché, come spiega nel racconto, da ragazzina aveva letto in qualche romanzo di Hardy che il primo bacio è sempre deludente, e se lo ricorda proprio durante il primo bacio…

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche in inglese, nella parte globish del sito. E, se vi piace, diffondete, mandate, linkate i vostri amici che parlano globish!

Amori ritrovati.

Giovedì, 28 aprile 2011 @08:25

"In fondo, imparare una nuova lingua non era diverso dall’imparare a innamorarsi del proprio marito una seconda volta".

(Dinaw Mengestu)

Riavvicinarsi. Scoprirsi di nuovo, capirsi di nuovo: provarci. Un po’ come imparare una lingua straniera. Sono le cose di sempre – prendere un autobus, ordinare un caffè – ma com’è difficile farlo, se non abbiamo ancora le parole per dirlo.

La frase di oggi è tratta da "Leggere il vento", di Dinaw Mengestu (Piemme), sicuramente il più bello dei romanzi che ho letto per scrivere questo pezzo per Grazia, sugli amori ritrovati.

La storia è questa. L’avete incontrato, vi si siete innamorate, con lui c’è stato un bacio – solo un bacio, ma che bacio, di quelli che durano pagine di romanzo, scene intere di film – e poi se n’è andato, lontano oceani. Dicendo che tornerà. Passano gli anni e lui in effetti torna: sotto forma di lettera, però (ma chi scrive più lettere adesso? Facciamo sotto forma di mail, o sms); chiedendovi comunque di partire, raggiungerlo, cominciare una nuova vita insieme. Bene, voi che fate? Vi lascio con l’interrogativo (ma magari, vi è successo o vi sta succedendo), e vi dico invece quel che fa Alcina, la protagonista di "Tutta la vita" (Longanesi): prende la prima nave per l’Argentina, e parte. La nave e non l’aereo, perché nel romanzo di Romana Petri siamo nel 1948, e Alcina è un’ex partigiana nella campagna umbra. E il libro è un feuilletton scritto con linguaggio quasi antico, anche se Alcina poi, a Buenos Aires, non troverà solo l’amore ma anche gli orrori della dittatura. Ma non andiamo avanti di troppe pagine…
No: concentriamoci sulle pagine, quelle di libri appena usciti o che stanno uscendo, dove di questo si parla. Di amori che vanno e tornano, di amori che aspettiamo e che riappaiono quando ormai non ci speravamo più. "Eppure io non ho mai rincorso un perduto amore", dice Romana Petri. "La vita è troppo breve per sprecarla in rimpianti; il mondo è vastissimo, ricco di doni e traversie. Io uso il passato per scrivere, e il futuro per vivere". Ma allora Alcina, la sua protagonista? "Quello tra Alcina e Spaltero è un amore autentico, compiuto, d’una forza quasi virile. Un amore esemplare. Mi sembra siano gli unici per i quali valga la pena".
Attenzione, allora: perché il rischio degli amori perduti è quello di trasformarsi in amori-cartolina. Così li liquida, con una buffa immagine pop, Luca Bianchini: "L’aveva semplicemente idealizzata: una cartolina incorniciata cui aggrapparsi ogni volta che ne sentiva il bisogno, quando l’autostima era sotto le scarpe o un cliente si permetteva di chiedergli se era sposato". E’ una frase sfilata al suo ultimo romanzo, "Siamo solo amici" (Mondadori). Dove c’è Giacomo, solo e solitario portiere d’albergo a Venezia, e la "sua" cartolina: Elena, una "madamina" torinese. Con lei, arrivata in laguna col marito, c’era stato poco e moltissimo: una passeggiata, un gelato, un bacio… Finché, improvvisamente, inaspettatamente, riappare. Solo una cartolina? "Non è detto: ci sono amori speciali che rimangono congelati per anni; ma poi, se ci si rivede, si torna in un flash all’attrazione originaria. Non ci sono spiegazioni: è chimica". A tornare, nel suo libro, è anche l’amico perduto, di cui Giacomo era, forse, innamorato… Già: forse il protagonista è etero, forse è bisex, forse non importa. In ogni caso, è una moltiplicazione delle possibilità di amare. "Dal punto di vista narrativo, sono le storie più interessanti; e appena posso mi ci butto, per far vibrare tutte le corde dell’amore".
Eppure gli amori perduti, quello che poteva essere e non è stato, continuano a commuoverci, toccarci, a illuderci: perché hanno in sé una carica fortissima di sogno. E’ l’idea, quasi magica, di ritrovare ciò che eravamo. Ed è quello che sognano due uomini in un bizzarro viaggio on the road dalla Puglia verso Nord (e ritorno): sono i protagonisti di "Il mare perché corre", di Livio Romano, appena uscito per Fernandel. Uno ha 46 anni, l’altro 82. "Si chiamano entrambi Piero, uno speculare all’altro, con storie e trascorsi che sembrano due tessere di un puzzle che aspettavano di combaciare", racconta Livio Romano. "Anche le donne perdute sono antitetiche. Una ebrea, sopravvissuta ai lager nazisti. L’altra musulmana, un giovane medico di Mostar. Entrambe scampate a una guerra orrenda. Il vecchio Piero del suo amore cerca ancora l’aura, il profumo, un’ultima volta prima di morire. Piero il giovane, invece, solo con Helena si è sentito vivo, davvero. Quando lei lo molla, non può far altro che mettersi dentro a una vecchia BMW e andarsela a riprendere, a 1200 km di distanza". Ma arriva sempre un momento nella vita in cui ci si ritrova a fantasticare su un perduto amore? "A volte, e per gli uomini è un classico – è Baglioni: "Adesso che/ saprei cosa dire, adesso che/ saprei cosa fare". Che si può tradurre in: adesso che e –in definitiva- ho imparato a fare sesso in maniera magistrale…".
A volte però l’amore da ritrovare è un altro. E’ quello in matrimoni dove la tenerezza si è sfaldata, e va ricucita, rammendata. Nello struggente "Leggere il vento", di Dinaw Mengestu (Piemme), c’è Mariam, ragazza etiope che raggiunge, dopo anni di guerre e separazione, il marito in America, e pensa: "In fondo, imparare una nuova lingua non era diverso dall’imparare a innamorarsi del proprio marito una seconda volta". Forse perché, come dice Mengestu, che tra l’altro è per il New Yorker tra i più interessanti scrittori americani under 40: "Il motivo per cui molti matrimoni si spezzano, compreso quello nel mio libro, è l’incapacità di comunicare, di tradurre in parole quello che proviamo e pensiamo. E, ovviamente, l’incapacità di ascoltare". Ma forse questa è una debolezza degli scrittori: pensare che grazie alle parole si possa sempre trovare, e ritrovare, un amore.

Quel che tu chiami amore.

Mercoledì, 27 aprile 2011 @08:54

"Ti conosci ma non abbastanza per fronteggiare il terrore di un cielo
troppo scuro sopra la tua testa e di un blu
troppo profondo per essere semplicemente mare.
Dentro o dopo c’è un bianco accecante – tu lo chiami amore"

(Daniela Attanasio)

Quel che ci abbaglia, è quel che chiamiamo amore. Per questo non dobbiamo avere paura.

(La poesia di oggi è tratta da "Il ritorno all’isola", Daniela Attanasio, Nino Aragno Editore)

Finalmente, primavera.

Martedì, 26 aprile 2011 @08:01

"Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra fredda l’acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera."

(Alceo)

Finalmente, primavera.

I versi che ho scelto oggi per City sono di Alceo e sono stati tradotti da un poeta: Salvatore Quasimodo, nei "Lirici greci" (Mondadori).

Cronache da Londra: picnic thai nel parco, e scarpe di lucertola.

Sabato, 23 aprile 2011 @09:13

Sono appena tornata da Londra. Glicini in fiore e tulipani, ma il meglio dei parchi londinesi è poter camminare a piedi nudi sull’erba e fare un pic nic fusion: noodles piccanti in versione thai comprati da Wagamama (una catena iper-golosa di cibi orientali), da mangiare sdraiati sotto un albero in fiore… Anzi, sdraiate, perché ero con un’amica (ospite del suo divano a Chelsea). Molto romantico, e anche se entrambe eravamo senza consorte, pazienza; ci sono cose romantiche anche da fare con le amiche. Altri momenti meravigliosi di Londra: prendere la bici in affitto e lasciarla dove vuoi; le patatine di Eat, fatte non di patate ma di barbabietole e carote croccanti (e di una radice strana che in inglese si chiama "parnsip", in italiano pastinaca, ma è deliziosa); le "mugs", le tazze con le facce di William e Kate, in vendita ovunque; camminare sul Millennium Bridge la sera, dopo aver passato il pomeriggio alla Tate.
E la libreria più romantica che ci sia: Persephone Books, l’unica che conosco con vasi colmi di fiori e giacinti tra i libri; vecchi tavoli, e una poltrona vintage. Persephone Books pubblica solo riedizioni: di libri introvabili, non più in commercio, quasi tutti di donne, quasi tutti inglesi, e tutti di un bel grigio perla, mentre il "risguardo" di copertina ha la stampa di un tessuto coevo all’epoca. Bellissimi, vero? Eccoli: http://www.persephonebooks.co.uk/ E in più hanno il grande merito di aver scoperto e ripubblicato un libro dimenticato degli anni Trenta, che poi è diventato un film, ed è anche stato tradotto in italiano: "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew", di Winifred Watson (Neri Pozza). Un libro di quelli che ti scaldano come un maglione.
Poteva mancare un’avventura glam cheap? Ovviamente no. E infatti, visto che proprio davanti a casa della mia amica c’era il negozio di Manolo Blahnik (le scarpe preferite di Carrie-SJP, ma non le mie), prima di partire l’ho trascinata dentro, a provarsi scarpe che costano come un affitto (neanche un prezzo in vetrina, che fa poco chic, ma noi abbiamo chiesto, così tanto per farci del male). Il commesso, mingherlino e ovviamente gay, non ha battuto ciglio di fronte ai miei piedi con unghie non laccate, che necessitavano urgentemente di cure e pedicure (che vergogna), e mi ha fatto provare tutto quello che mi ingolosiva. Le più belle? Un paio di sandali di lucertola. Prezzo? Che sarà mai, ha dichiarato il commesso, un paio di scarpe di lucertola dura per sempre. Con questo dubbio, ma con bene in mente il cartellino del prezzo, sono tornata a casa.

A questo punto, buona Pasqua o, come dicono a Trieste, "boni ovi"!

Le ragioni dell'addio. (E perché con Nicole Krauss ho parlato di scrivanie).

Venerdì, 22 aprile 2011 @07:52

"Nell’inverno del 1972 R e io ci lasciammo, o piuttosto dovrei dire che fu lui a lasciare me. Si giustificò con ragioni vaghe, ma in sostanza disse di avere un io segreto, un io vile e spregevole che non avrebbe mai potuto mostrarmi: aveva bisogno di andarsene, come un animale malato… Cercai di oppormi, ma fu tutto inutile."

(Nicole Krauss)

E ancora adesso, non capisco perché non sei qui, qui con me.

La frase di oggi è tratta dall'ultimo romanzo di Nicole Krauss, "La grande casa" (Guanda). E' un libro che, come la scrivania antica a cui è ispirato, ha molti, forse troppi cassetti. E’ fatto di voci a incastro: le persone che hanno usato la scrivania, ma non solo loro; ed è questo il problema, perché alla fine, chiuso il libro, rimangono dei punti di domanda e dei misteri insoluti. Ma questa, forse, è la vita...
Ecco comunque l'intervista che ho fatto a Nicole Krauss per Il Piccolo. Nella parte globish del blog troverete, come ogni venerdì, la frase in inglese. Friday Poetry, come la chiama una mia amica danese che vive in Cina: più globish di così!

Dopo aver finito di leggere questo libro, non riuscirete più a guardare nello stesso modo la vostra scrivania. Soprattutto se è antica, o semplicemente vecchia, usata, trovata magari nella cantina di famiglia. Perché è una scrivania, con i suoi misteri, i suoi segreti, la vera protagonista dell’appassionato "La grande casa" (Guanda), il nuovo romanzo della scrittrice americana Nicole Krauss (che, anche se lei non ha piacere che lo si sottolinei, è la moglie di Jonathan Safran Foer: di cui forse molti tra di voi avranno letto "Ogni cosa è illuminata", o, come me, lo straordinario "Molto forte, incredibilmente vicino"). Una scrivania, dunque, che viene raccontata da quattro voci: si comincia a New York, con una donna a cui viene prestata, negli anni Settanta, insieme ad altri mobili, da un poeta cileno che sta tornando in patria, ma che dal Cile della repressione non tornerà più indietro… Poi la scrivania ci porta a Londra, in Israele, ma anche nella Budapest degli anni Trenta. C’è la guerra, l’Olocausto; ma soprattutto l’amore, l’abbandono, i sogni, tutto dentro quei diciannove cassetti, compreso uno che non si riesce ad aprire. Una scrivania che contiene storie: e la Storia. E una scrittrice, Nicole Krauss, a 37 anni e al terzo romanzo (dopo "La storia dell’amore" e Un uomo sulla soglia").

La scrivania protagonista del suo romanzo esiste davvero?
"Sì. E’ la scrivania enorme, con una serie verticale di cassetti, su cui ho scritto il racconto che ha dato origine al libro. Una scrivania ingombrante, pesante, che ho ereditato dal proprietario della casa in cui vivo, che ho cominciato ad usare senza in realtà averla scelta davvero…".

Ma in realtà, lei dove preferisce scrivere?
"Scrivo dopo posso, quando posso. Ho scritto questo romanzo in parecchie stanze diverse: a Brooklyn, a Berlino, a Parigi, a Tel Aviv, ma anche in una biblioteca, la New York Public Library. E quando non scrivevo, pensavo, immaginavo, sognavo le pagine del libro, nella subway newyorchese".

Un'amatissima illustratrice americana, Maira Kalman, ha dichiarato: "Quando sono in crisi d’ispirazione, esco di casa e passeggio per Manhattan. Funziona, sempre". Lo fa anche lei?
"Mi piace camminare, e per me è una buona pausa dalla scrittura. Ma passeggiando non trovo ispirazione: piuttosto, sollievo".

Leah, una delle protagoniste del libro, riceve in regalo dal padre un magnifico abito d’argento, che finirà nell’armadio, e non metterà mai. Nel suo armadio, invece, che cosa c’è?
"Molti abiti che mia madre indossava prima che io nascessi. E la camicia da smoking plissettata che mio padre portava il giorno del matrimonio. Ma, se devo essere sincera, spesso penso che sia tutto un peso: gli abiti, i libri, i mobili… Mi piacerebbe potermene liberare. E infilare tutta la mia vita dentro un’unica valigia".

Qual è il suo posto del cuore nel mondo?
"Ci sono molti luoghi, o frammenti di luoghi, a cui sono profondamente legata. La vista da Manhattan attraverso l’East River, ad esempio: con le fabbriche, il ponte della 59esima, la vecchia pubblicità icona della Pepsi Cola. E’ stato il mio primo sguardo sul mondo; il mio orizzonte anche quando ho scritto il mio primo romanzo, e l’inizio del secondo. E poi le spiagge di Tel Aviv, dove si sono sposati i miei genitori, dove mio padre nuotava da piccolo, dove io nuotavo da piccola, dove ora i miei bimbi nuotano. E ancora Hampstead Heath a Londra. La vista dalla finestra dei miei nonni a Gerusalemme… Ma la lista è lunga!".

Trieste: c’è mai stata?
"Mai, purtroppo. Ma è la città da cui, negli anni Trenta, mio nonno, che era ungherese, partì: su una nave che andava in Palestina. Fu lì che conobbe mia nonna".

Sotto i bianchissimi meli in fiore.

Giovedì, 21 aprile 2011 @08:47

"Perché tu eri solita
camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi
le mani sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così - dicevi; ricordami così, coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi...
Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso".

(Ghiannis Ritsos)

Ricordo.

Non sono bellissimi, quei meli in fiore? E i versi di oggi, tratti da "Poeti greci del Novecento", Meridiani Mondadori. Ritsos già lo conoscete, per tutti i versi sensuali che ho usato per dei Buongiorno, tratti dalla sua antologia "Erotica" (Crocetti). Forse il più struggente è questo, un Buongiorno del novembre 2008:

"Le mie mani ti ricordano
più profondamente della memoria."

Non ci sei ma le mie mani ricordano: sanno ripercorrere la carta geografica del tuo corpo, disegnare il tuo profilo, accarezzare i tuoi capelli. Si sono abituate a te, il tuo corpo-continente. Io intanto cucino, scrivo, apro porte, allaccio bottoni, stringo mani altrui; quante cose faccio con le mie mani; una sola cosa vorrei, accarezzare te.

Perché in primavera non riesco a lavorare.

Mercoledì, 20 aprile 2011 @08:25

"Questa primavera mi rende difficilissimo lavorare. Ho trascorso a Roma una settimana molto bella: le strade come grandi tapis-roulants d’oro azzurro e la notte una pioggia purpurea sulle selci nere delle piazze. Giravo sola (ignorando i musei) e tutti mi davano fiori".

(Cristina Campo)

Primavera: ho voglia solo di spalancare le finestre, uscire a camminare senza orari e senza meta, accarezzare petali… Sdraiarmi sull’erba e sognare.

(Ricordate il Buongiorno sulla "meravigliosa ferocia della primavera", il 21 marzo, e "il tuo sms è uno scarabeo", del 21 gennaio? Ispirati, come quello di oggi, dalle parole della poetessa Cristina Campo. La frase di oggi è tratta dalle sue lettere a Remo Fasani: "Un ramo già fiorito", Marsilio)

Per me, i libri.

Martedì, 19 aprile 2011 @08:22

"Il sacco della sapienza umana si era rotto e si sgranava nella notte di Temuco. Non dormivo, nè mangiavo, per leggere. Inutile dire che leggevo senza metodo. E chi legge con metodo? Solo le statue… Da tutti gli angoli della terra si entra nella conoscenza. Per alcuni la rivelazione è un manuale di geometria, per altri sono le righe di una poesia. Per me i libri furono come la selva in cui mi perdevo, in cui continuavo a perdermi."

(Neruda)

In cui continuo a perdermi.

Ancora Neruda: ormai l’avete capito, mi piace leggere e rileggere Neruda, quando è primavera.

La fatica di diventare grandi. (E perché ho parlato di pesci con Niccolò Ammaniti).

Lunedì, 18 aprile 2011 @07:15

"Mi sono accorto di essere felice. Il mondo oltre i finestrini e io e mamma in una bolla nel traffico. La scuola non c’era più, i compiti nemmeno e tutti i miliardi di cose che avrei dovuto fare per diventare grande".

(Niccolò Ammaniti)

Tutto quello che bisogna attraversare per diventare grandi. Una vertigine, voltarsi e ripensare a quanto ci è voluto.

Questa frase è tratta da "Io e te" (Einaudi), il nuovo bestseller di Niccolò Ammaniti dopo "Io non ho paura". E questo, un po' rimaneggiato per voi, è il racconto del mio incontro con lui, per un’intervista che è uscita su Il Piccolo, il quotidiano di Trieste.

Con Niccolò Ammaniti volevo parlare di libri, della fatica di diventare grandi, e mi sono ritrovata a parlare di pesci. Forse perché ho incontrato lo scrittore romano - 44 anni, tradotto in 44 Paesi, oltre 400mila copie per il suo ultimo libro, che è il piccolo, appena 116 pagine, "Io e te" (Einaudi) - al caffè di un grande albergo; al nostro fianco, un acquario, da cui non riesce a staccare gli occhi. Non è un caso: Ammaniti ha due cani, cui è legatissimo; uno dei suoi libri preferiti è "Zanna Bianca". E ci sono molti bizzarri animali nelle pagine di "Io e te": i lucertoloni giganti di Komodo, un’isola in Indonesia, che Lorenzo, il piccolo protagonista che invece di partire per la settimana bianca si nasconde nella cantina di casa, sogna di addomesticare per difendersi dal mondo; le mosche tropicali che si travestono da vespe, con antenne e pungiglioni finti, e che piacciono a Lorenzo, appena arrivato al liceo, perché bisogna saper imitare i più pericolosi, per sopravvivere…

Continua a guardare i pesci dell’acquario alle nostre spalle, le piacciono?

"Moltissimo." (mi guarda sorpreso). "Io li allevavo, sa? Quando vivevo ancora con i miei genitori. Avevo una grande stanza piena di acquari: con piccoli pesci d’acqua dolce, che poi vendevo. Ma questo è un acquario marino. Vede l’anemone? E poi il pesce pagliaccio, il pesce chirurgo… Così si usavano gli acquari negli anni Settanta e Ottanta: ornamentali, d’arredo, inseriti nelle pareti, e dannosi, perché per il fondale si staccano pezzi di corallo e di roccia. A me interessano acquari diversi, piccoli ecosistemi. Ma in ogni caso, ogni volta che ne vedo uno, mi viene voglia di rimettere in piedi le mie vecchie vasche".

Che cosa la affascina dell’acquario?

"In fondo è una metafora: persone diverse, che arrivano da culture o paesi diversi, ma costrette a convivere. In un acquario possono trovarsi pesci che arrivano dalla Cina o dall’Africa: magari si uccidono, e l’acquario muore; oppure costruiscono un nuovo equilibrio, una nuova armonia".

Sta pensando all’Italia multietnica, come fosse un acquario?

"Perché no? (Sorride, e torna con lo sguardo ai pesci colorati). Ma sto anche pensando che se non avessi fatto lo scrittore, forse alleverei pesci".

Il suo primo libro, in effetti, che si intitolava "Branchie" (ripubblicato da Einaudi), racconta proprio la storia di un ragazzo che fabbrica acquari.

"Sa com’è nato quel libro? Ero in un periodo di tristezza totale, stavo scrivendo, e un amico, che lavorava per una nuova casa editrice, mi ha chiesto di darci un’occhiata. Gli è piaciuto. Credo fosse disperato anche lui, non sapevano proprio che cosa pubblicare (ride). Così l’ho finito. Ma la seconda parte, tra l’altro ambientata in India, è completamente diversa, allegra, surreale: per forza, ero così felice all’idea di essere pubblicato! E sa cos’hanno scritto i critici? Che il libro era ispirato nella prima parte al minimalismo americano, nella seconda al surrealismo francese… E’ stato lì che ho pensato di avere poteri soprannaturali: essere influenzato da libri che non avevo mai letto!".

E poi, oltre che di pesci, parliamo di "Io e te", che sta per diventare un film, con la regia di Bernardo Bertolucci. Parliamo dei suoi occhiali, legati con lo spago: mi piace l’idea, e glielo dico… Che sia una deformazione professionale? Alla fine, mi ritrovo a porre domande di look e guardaroba a chiunque incontro. Così, provo a chiedere anche a lui: qual è l’indumento a cui non rinuncerebbe mai? Ammaniti è sorpreso, ma risponde: "Una felpa rossa che avevo comprato a Taos, in Messico, e che non riesco proprio ad abbandonare; né, per ora, abbandona me". Una felpa-talismano. E anche questo, insieme ai pesci, mi fa simpatia.

Il QB fashionista, ovvero i miei primi cuissardes.

Sabato, 16 aprile 2011 @10:48

QB: ovvero, quanto basta. Una piccola sigla che, secoli fa, alle prese con le mie prime ricette di cucina, mi aveva messo in crisi: sale quanto basta, pepe quanto basta, zucchero quanto basta. Già, facile. Ma quant’è il quanto basta? Poi ho capito. QB è una formula magica non solo in cucina, ma nella vita. Perché dobbiamo imparare ad essere dolci ma non iper-zuccherose, speziate ma non terribilmente piccanti: e quindi, sul lavoro come in amore, determinate ma non aggressive, morbide ma non arrendevoli… Che fatica, vero? Soprattutto con gli uomini, siamo d’accordo. Saper flirtare e corteggiare (ormai loro ci vogliono anche così), ma senza spaventarli. Eppure è tutto lì, in quel QB, il misterioso "quanto basta". Ed ecco adesso il QB fashionista: ovvero il look soft/rock. Perché basta un capo o un accessorio rock, possibilmente uno solo, per mettere grinta in una mise iper-femminile e soft: basta un chiodo di pelle nera, una borsa con le borchie…
Io ci provo. Ormai indosso il chiodo di pelle nera, da biker, insieme agli abitini colorati e flower power; i tacchi, insieme ai jeans. Ho provato anche a mettere un paio di cuissardes (proprio loro, gli stivaloni alti quasi fino alla coscia), abbinati sfacciatamente a un abito corto. Risultato: il Consorte mi ha detto che sembro il gatto con gli stivali. Ma vi avviso: non rinuncio. Intanto ringrazio la calda primavera che mi fa mettere i cuissardes nell’armadio e passare più opportunatamente alle ballerine; e, con calma, alle infradito.

Questo è un estratto di un articolo che ho scritto per Grazia. Ringrazio la pr ottimista che mi ha convinto a provare i cuissardes; che sono portoghesi, per fortuna bassi e sportivi: Catarina Martins http://www.catarinamartins.com/ #/

Dissi: forse la Patagonia.

Venerdì, 15 aprile 2011 @07:50

"Dissi: forse la Patagonia, e immaginavo
una penisola, grande abbastanza
per un paio di sedie a sdraio
su cui dondolare nell’alta marea. Pensavo
a noi in un freddo mozzafiato, davanti
a un orizzonte tondo come una moneta…
Quando dissi Patagonia, volevo dire
cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire
anni. Li volevo tutti con te."

(Kate Clanchy)

Con te, semplice orizzonte, semplicemente cielo.

I versi che ho scelto oggi per City, della poetessa Kate Clanchy, sono tratti dall'antologia "Nuove poesie d’amore", Crocetti. E come ogni venerdì, trovate i versi anche in inglese, nella parte "globish" del blog.



La tua presenza assenza.

Giovedì, 14 aprile 2011 @07:33

"Quando lui esce la mattina, lascia in casa una parte di sé. A volte lei si rivolge alla sua presenza assente e gli racconta qualcosa che le è venuto in mente. Strano, le è più facile parlargli quando non è in casa."

(Aharon Appelfeld)

E’ così: a volte ci sei anche quando non ci sei. La tua presenza assenza riempie la stanza. Se chiudo gli occhi, ti potrei quasi toccare…


(La frase di oggi è tratta da un romanzo di Aharon Appelfeld, "L’amore, d’improvviso", Guanda)

Il nostro amore, un garofano nel buio.

Mercoledì, 13 aprile 2011 @08:44

"Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia
corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra".

(Pablo Neruda)

Il nostro amore: un lampo nel buio, un garofano che apre i suoi petali – di notte.

(La poesia di oggi è tratta da "100 Sonetti d’amore" di Neruda, un vecchio libro Edizioni Accademia)

Quella strada che passa dritta per il mio cuore.

Martedì, 12 aprile 2011 @08:38

"In verità niente è mutato:
il castagno davanti a casa, nel tormento dell’edera,
i susini sul loro tappeto azzurro,
il dolce sentore dell’infanzia e della rovina.
Su per la valle rombano i camion
e l’ombra corre attorno alla casa,
in senso antiorario e studia il dolore.
Persino il pozzo sta lì come una poesia…
Soltanto le strade nel paese sono aumentate,
e una dritta dritta passa per il mio cuore."

(Michael Krüger)

Quella strada, che attraversa il mio cuore.

(Ricordate "La parola amore la imparai a memoria, per non doverla usare"? Era il mio Buongiorno del 28 marzo. La poesia di oggi è tratta dalla stessa raccolta: "Il coro del mondo", Mondadori, del poeta tedesco Michael Krüger)

Biancospino in fiore, mio primo alfabeto.

Lunedì, 11 aprile 2011 @08:39

"Biancospino in fiore, mio
primo alfabeto."

(René Char)

E’ che dietro ogni cosa, dietro ogni petalo, dietro ogni fiore abbagliante e profumato o ancora indeciso, ci sei tu, primavera. Tu che disegni l’alfabeto delle stagioni, della vita che ricomincia, dell’amore testardo. Il mio primo, il nostro primo alfabeto.

(I versi di oggi, del poeta francese René Char, sono tratti da "Due rive ci vogliono", 47 traduzioni inedite di un altro poeta, Vittorio Sereni. L'editore è Donzelli)

Beauty & grooming: ovvero una giornalista glam cheap sulla Costiera Amalfitana.

Domenica, 10 aprile 2011 @22:14

Confesso: sono appena tornata dalla Costiera Amalfitana (lo so, lo so, mi invidio da sola). Ero a Ravello, in uno di quegli alberghi da capogiro dove una camera costa come una it-bag (o un affitto, è lo stesso), a fare la giornalista fintoglam (ogni tanto mi capita), per un convegno di "beauty & grooming" (commento di un’amica: ma il grooming non è quello per i cavalli? A quanto pare no: è il beauty versione maschile, e in effetti sono stata edotta per un’intera mattinata su nuovi tecnologici rasoi). Vi risparmio i rasoi, d'accordo. In compenso potrei parlarvi delle limonaie (e dei meravigliosi alberi carichi di limoni con vista mare), dei glicini in fiore, delle mozzarelline di bufala persino a colazione, della pastiera napoletana con la scorzetta d’arancio che si scioglieva in bocca, della meraviglia di aprire gli occhi e vedere, come prima cosa, cielo e mare. (E shampoo hi-tech. In fondo ero lì per quello).
Ma soprattutto, quasi mimetizzata in un plotone di giornaliste milano-style (mi ero dimenticata di certi geniali commenti vipereschi, tipo: come, non la conosci? è il genere "je me la tire"), ho anche cercato di imparare qualcosa. Dalla "facialist" londinese (che massaggia il viso anche a Gwyneth Paltrow) ho imparato che qualsiasi crema è inutile se non te la massaggi, al mattino, almeno per un minuto. Dalla "colorist" newyorchese, che ritocca il colore alle dive, che bisogna fare attenzione: quando una donna è incinta, si sta per sposare o sta divorziando – ha spiegato – in genere si precipita dal parrucchiere (dall’hair stylist, scusate). Meglio però evitare tagli troppo corti, e colori troppo scuri. Perché il pentimento è proprio dietro l’angolo, appena uscite dal parrucchiere. Siete avvisate. E io anche: stamattina, mentre mi spalmavo sul viso la mia solita crema alle rose, sentivo una vocina che mi diceva "un minuto, un minuto"…

Una lettera dell\'Ottocento, un sms, un bacio.

Venerdì, 8 aprile 2011 @07:52

"Bacerò il tuo nome e il mio, lì dove si sono posate le tue labbra – labbra! Perché mai un prigioniero come me dovrebbe parlare di baci, e labbra?"

(Keats)

E adesso che non scriviamo più lettere a mano, che non conosco neppure la tua calligrafia, che cosa posso baciare? Terrò in tasca, prezioso amuleto, il tuo sms: nel mio telefonino.

La frase di oggi è di una lettera di Keats a Fanny Brawne: una lettera appena venduta all’asta, in Inghilterra, per più di centomila euro. Keats prigioniero: perché il poeta inglese, morto di tisi nel 1821 ad appena 24 anni, era prigioniero della tubercolosi, prigioniero dei pochi soldi che non gli permettevano di sposarsi, mentre avrebbe voluto essere solo prigioniero d’amore, prigioniero dei baci. Come racconta il lievissimo "Bright Star", lo struggente film del 2009 in cui Jane Campion ha raccontato la loro storia. La storia di un poeta innamorato di una ragazza che si cuce i vestiti da sola, una fashionista dell'Ottocento; una storia di petali, di primavera e farfalle. E baci...
E, visto che oggi è venerdì, trovate Keats in inglese, nella parte "globish" del blog.

Mia madre, quel che ricordo.

Giovedì, 7 aprile 2011 @08:27

"Mia madre era in primo luogo soprattutto un odore, per me. Indescrivibile. Lasciamo perdere. E poi una sensazione, le sue mani sulla schiena, la lana morbida del suo cappotto sulla guancia".

(Nicole Krauss)

Quando ancora c’era qualcuno che ci sollevava, e ci prendeva in braccio.

La frase che ho scelto per il Buongiorno di oggi, 7 aprile, è tratta dal nuovo romanzo della scrittrice americana Nicole Krauss, "La grande casa", Guanda.

Migranti.

Martedì, 5 aprile 2011 @23:46

"Di solito in tardissima serata nel mare comparivano, accanto alle lampare dei pescherecci, piccole luci rosse come le spie degli aerei in volo, erano gli occhi elettrici dei gommoni e degli scafi che a una ventina di metri dalla riva sbarcavano nell’acqua scura i migranti".

(Mario Desiati)

Quegli occhi elettrici e disperati di chi cerca una nuova vita.

Nel nuovo romanzo del giovane scrittore pugliese Mario Desiati, "Ternitti", Mondadori, i migranti sono gli albanesi che sbarcavano sulle coste della Puglia, non i tunisini e i libici che stanno arrivando (se non affogano prima) oggi a Lampedusa. Ma i migranti sono anche gli italiani che andavano a lavorare in Svizzera, nelle fabbriche di "lu ternitti", ovvero "eternit", a respirare amianto che li avrebbe uccisi: quello che racconta nel libro. Per non dimenticare: che siamo tutti migranti.

Riposa, col tuo sonno nel mio sonno.

Martedì, 5 aprile 2011 @07:58

"Ormai sei mia. Riposa col tuo sonno nel mio sonno.
Amore, dolore, affanni, ora devono dormire.
Gira la notte sulle sue ruote invisibili
e presso di me sei pura come l’ambra addormentata.
Nessuna più, amore, dormirà con i miei sogni.
Andrai, andremo insieme per le acque del tempo.
Nessuna viaggerà per l’ombra con me,
solo tu, sempre viva, sempre sole, sempre luna".

(Pablo Neruda)

Così mi piace: guardarti, mentre dormi.

Quando comincia la primavera mi piace sempre rileggere Neruda. La poesia di oggi è tratta dal vecchio libro su cui l'ho scoperto, "100 sonetti d’amore- Canzone di gesta", Edizioni Accademia.

Nella mattina splendente.

Lunedì, 4 aprile 2011 @08:20

"Nella mattina splendente
anche i toast
sembrano imbarazzati"

(Hino Sojo)

Nella mattina splendente, in questo primo caffè che beviamo insieme, in questa cucina che non conosco ancora, che non conosci ancora, in questo stare insieme che è tutta luccicanza, non riesco a toglierti gli occhi di dosso, e non riesco a guardarti in faccia. Amore.

I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

Resisti, cuore.

Venerdì, 1 aprile 2011 @08:16

"Tu sei ben nascosto mio cuore
Là nel tuo rifugio
Nessuno ti vede
Ben sicuro tu batti
Ma nessuno ti colpisce
Dimmi mio cuore dimmi
Il terrore
I berretti
I carri armati
Non ti colpiscono
Al sicuro dai proiettili
Ma mio cuore
Tu credi
Tu credi ai fuorilegge
Il loro sangue scende in te
E brucia, brucia
Come fuoco di fiamma
E le tue lacrime mio cuore
Sono indegne di te
Tu dovresti balzare
Scagliarti
Gridare
E non piangere"

(Nadia Guendouz)

Lotta, cuore. Resisti.

Libia, Siria, Yemen… Ma i versi che ho scelto oggi per City sono stati scritti alla fine degli anni Cinquanta, quando a bruciare era l’Algeria, all’epoca ancora colonia francese (diventò indipendente nel 1962). E sono stati scritti da una donna.
Sono tratti da un vecchio libro un po' sgualcito trovato in un bookcrossing: "Poeti algerini", Guanda, stampato nel 1966. Un bookcrossing in farmacia: proprio dove cerca i libri Stella, la protagonista eurostressata del mio "Glam Cheap".

E visto che la poesia di oggi è stata scritta in francese, la trovate, proprio in francese, nella parte "globish" del blog: è il Buongiorno del venerdì.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.