Lisa Corva

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Più notte la notte, quando sono con te.

Martedì, 31 maggio 2011 @07:01

"Profumo di rose.
La prima notte
s’avvia alla fine"

(Hino Sojo)

Più forti i profumi quando si fa notte. Più notte la notte, quando sono con te.

(Poesia concentrata: l’haiku è un brevissimo componimento giapponese, di solito da tre soli versi. Quello che ho scelto per la mia rubrica di City di oggi, è tratto da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi)

Io intanto vado all'opening della Biennale di Venezia. Ho da poco intervistato la direttrice, che per la prima volta è una donna, Bice Curiger. E sono molto curiosa. In valigia (minuscola: avrò imparato a viaggiare leggera?), solo infradito: è bello andare a Venezia, ma non essendoci taxi (i taxi in formato motoscafo o gondola se li può permettere solo Angelina Jolie), sono vietate le "scarpe da taxi", quelle così alte che ci si può permettere di arrivare solo fino alla macchina...

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Nei tuoi occhi.

Lunedì, 30 maggio 2011 @09:19

"I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya
sono così, le spighe, di primo mattino…"

(Nazim Hikmet)

Nei tuoi occhi porti sempre qualcosa di fuori: il cielo in tempesta, l’azzurro più azzurro, il sole.

Nazim Hikmet, poeta turco del Novecento, comunista romantico e rivoluzionario, incarcerato in Turchia, morto in esilio a Mosca. I versi che ho scelto oggi per City sono tratti da "Poesie d’amore", Mondadori.

Non male però il Buongiorno del poeta rivoluzionario proprio oggi. Gli sarebbe piaciuta Piazza Duomo in arancione dopo le elezioni!

Milano, la direttrice del Museo del Novecento ha un teschio tatuato sul cuore.

Sabato, 28 maggio 2011 @09:28

Marina Pugliese ha un teschio tatuato sul cuore. Ed è una sorpresa, questa quarantenne minuta e gentile, che nasconde però un’anima d’acciaio e un passato da punk: forse ci vuole, per dirigere l’appena ristrutturato Museo del Novecento a Milano, che, riaperto a dicembre dopo tre anni di lavori, ha conquistato i milanesi e non solo. In tre mesi, più di 500 mila visitatori, file costanti in piazza... L’abbiamo incontrata: sulla terrazza di Giacomo, il nuovissimo ristorante del museo, vista straordinaria su Piazza del Duomo.

Lei è una donna, ed è a capo di un team quasi tutto femminile. Però, nel Museo del Novecento, le donne artiste sono pochissime.

"Solo quattro, per l’esattezza. Grazia Varisco, Carla Accardi, Carla Badiali e Dadamaino (il nome d’arte di Eduarda Maino). Ma questa presenza/assenza non è, del resto, la storia del Novecento, della donna nel mondo dell’arte e del lavoro? Soprattutto in Italia".

Delle quattro artiste che troviamo al museo, quale le sta più a cuore?

"Carla Accardi, con la grande tela "Viola Rosso". Un alfabeto inventato, caratteri inesistenti, e colori quasi fluo, viola e rosso appunto: se le guardi a lungo, le lettere vibrano. Un quadro che ho fatto vedere al mio terzo figlio, che è dislessico: perché la lingua è una convenzione, che magari non ti aiuta davvero a comunicare. A differenza dell’arte".

Donne artiste poche, ma lei si circonda di collaboratrici.

"Non è casuale: è un trademark, per me. E’ anche un ringraziamento. Perché la mia carriera (io sono genovese, rifiutata purtroppo dalla mia città d’origine) è stata segnata da donne più grandi di me, che mi hanno passato il testimone. E quando il sindaco di Milano, a sorpresa, mi ha nominato, ho voluto ricordarle tutte: Alessandra Mottola Molfino, Maria Teresa Fiorio, Lucia Matino, Luana Codignoni, Claudia Gian Ferrari… Ma anche le più giovani, quelle a cui passo io il testimone: Danka Giacon e Iolanda Ratti".

Troppe. Ne scelga una.

"Troppe? Ma no, ho avuto semplicemente l’enorme fortuna di una rete di protezione al femminile, in un mondo, quello dell’arte, che sa essere feroce con le donne. E cos’avrei fatto senza Barbara Ferriani, la restauratrice che mi ha aiutato a scegliere il vestito per il giorno dell’inaugurazione, e mi ha persino fatto ridipingere con un pennarello la fibbia delle scarpe? Un po’ come una madre il giorno delle nozze della figlia. Un nome che vorrei ricordaste quando visitate il museo, perché è lei che ha restaurato il soffitto Fontana, all’ultimo piano: quello che era dell’Hotel del Golfo all’isola d’Elba. E’ una sala straordinaria, adesso, insieme al grande neon studiato per la Triennale del ’51, simbolo anche della ripresa di Milano del dopoguerra. Uno dei primi "ambienti" della storia dell’arte nel mondo: per godersi l’opera, lo spettatore si deve muovere, camminare. Ed è una sala che ha trasformato Piazza del Duomo".

Addirittura…

"Non trova? Quando lei è in piazza, è quello che vede, soprattutto di sera: il neon nella vetrata dell’Arengario. Bellissimo".

A quanti anni, in quale museo ha capito che quello era il suo mondo?

"Sinceramente? Non ho mai avuto un’illuminazione del genere. Io ho studiato tecniche artistiche del contemporaneo, su quello ho scritto libri, quello volevo insegnare. Poi è andata diversamente. E sono arrivata, felicemente, qui".

Ma un museo che l’ha particolarmente colpita?

"Il Louisiana, a qualche chilometro da Copenhagen, sul mare del Nord. Forse perché è stato concepito, negli anni Cinquanta, come un anti-museo: un giardino con sculture da toccare, una delle prime caffetterie, i primi laboratori per bambini…".

Portare i bambini al museo: lei ci crede?

"Certo. Tanto che insieme all’artista Conny Prantera abbiamo pubblicato una guida proprio per i più piccoli, con sticker e indovinelli".

Mazarine, la figlia "segreta" di Mitterrand, in un’intervista raccontò di un’abitudine che aveva con sua madre: si incontravano ogni giovedì, a ora di pranzo, e andavano a vedere una sala, una sola, al Louvre. Lei lo fa?

"Mi sembra un’idea bellissima. E sì, lo faccio con i miei figli, che hanno 11, 12 e 13 anni. Quando siamo stati a Parigi, li ho portati al Louvre a vedere un’opera sola: la Pietà di Avignone. Le sale che attraversi per arrivarci, quello è un modo per far vedere il museo come viaggio nel tempo".

E se portasse per la prima volta i suoi figli nel suo museo, cosa mostrerebbe?

"Scelgo Boccioni, "La Carica dei Lancieri": per spiegare il futurismo, e il movimento".

Un’opera a cui tiene in modo particolare?

"E’ "Scultura d’ombra", di Parmiggiani. Davanti agli Archivi del Novecento, è stata creata apposta per questo spazio. E’ una libreria creata con il fumo, un’impronta del tempo: per farla, l’artista ha posato contro la parete dei libri, e poi ha bruciato degli olii grassi. Il fumo entra negli interstizi e "dipinge". Ma è soprattutto un omaggio a una donna che mi ha insegnato molto, che amava Milano, e che non c’è più: la gallerista Claudia Gianferrari. Che a Milano, anche al museo, ha lasciato parte della sua collezione. Quest’opera d’arte era, anche, un suo sogno".

Il primo quadro che avete appeso?

"E’ di Tancredi: "Fiori dipinti da me e da altri al 101%". Volevamo che il primo a trovare la sua collocazione avesse un significato simbolico. Ed è tutto nel titolo: perché a questo museo hanno lavorato centinaia di persone. Io sono la 101, quella che l’ha ereditato".

Se potesse portarsi a casa un quadro, una scultura, di tutta la storia dell’arte, che cosa sceglierebbe?

"Nulla, davvero. Non sono una collezionista. Non mi importa il possesso. E poi, ho il museo!".

Ho intervistato Marina Pugliese per Grazia. Quello che non ho scritto, ma che racconto a voi qui sul blog, è che anche lei è (stata) un’aspirante madre; come Emma, la protagonista del mio primo libro; come molte di voi che mi leggete e che avete letto il Libro Rosa...
Il Museo del Novecento invece lo trovate qui: http://www.museodelnovecento.org/

Il paesaggio che tengo in mano.

Venerdì, 27 maggio 2011 @07:39

"Com’è bello questo piccolo paesaggio
Questi due scogli questi pochi alberi
e poi l’acqua e poi il fiume
com’è bello
Pochissimo rumore un po’ di vento
e molta acqua
E’ un piccolo paesaggio di Bretagna
può stare nel palmo della mano
quando lo si guarda da lontano"
(Jacques Prévert)

Ma quale paesaggio, quale mare, quale fiume tengo nella mia mano?

Io, mi sa, tengo in mano, racchiusa, Piazza Unità a Trieste, e l'orizzonte del mare. Ci ho ripensato grazie a Prévert, che non rileggevo da tanto, troppo tempo. I versi di oggi sono tratti da "Poesie", Newton.
E come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche nella parte globish del sito. Ma, visto che si tratta di Prévert, è in francese.

E con quell’unica parola non solo gli offriva se stessa, ma una nuova edizione, riveduta e corretta, del suo futuro.

Giovedì, 26 maggio 2011 @08:50

"Anthony, aveva detto lei. E con quell’unica parola non solo gli offriva se stessa, ma una nuova edizione, riveduta e corretta, del suo futuro."
(Jojo Moyes)
E dunque forse è anche questo l’amore: il dono non solo del presente, ma del futuro.

Sto leggendo dei "romanzoni d’amore" (mi piace questa definizione, un po’ rétro), per un articolo che devo scrivere per Grazia, e la frase che ho scelto oggi per City è tratta da uno dei migliori: "L’ultima lettera d’amore", dell’inglese Jojo Moyes, Elliot. Una ragazza a Londra oggi, amante di un uomo sposato che le manda solo brevissimi e clandestini sms, trova nell’archivio del giornale in cui lavora una lettera d’amore di cinquant’anni fa… E il libro fa un balzo all’indietro, portandosi dietro anche noi.

Bacio tradotto da una spina.

Mercoledì, 25 maggio 2011 @11:17

"Chi parla nella sera? Chi preme
ancora questo citofono? Cenere dei camion,
su quali labbra vuoi posarti? Misteriosa
ogni crescita. Benvenute, ombre. Eri
la trincea di ogni frase, un tuffo
nel petto immobile. Tu senza colore
scendevi nello specchio
delle sillabe solitarie. Cadevi
da un’antica giostra. Stella pesante,
acqua senza sonno, livido rimasto. Bacio
tradotto da una spina."
(Milo De Angelis)

Tu dolce, dolce livido.

I versi di oggi sono tratti da "Quell’andarsene nel buio dei cortili", di Milo De Angelis, Mondadori.

Così ti bacia, l’aria della sera.

Martedì, 24 maggio 2011 @08:04

"Son io colui che t’attende nella notte stellata.
Colui che sotto il tramonto insanguinato t’attende.
Guardo cadere i frutti nella terra cupa.
Guardo danzare le gocce di rugiada nell’erba.
Nella notte al denso profumo delle rose,
quando danza la ronda delle ombre immense.
Sotto il cielo del Sud, colui che ti attende quando
l’aria della sera bacia come una bocca."

(Neruda)

Quanti baci, nell’aria della sera.

I versi di oggi sono tratti da "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia.

Ricevuto del tempo libero dal Buddha, faccio il bucato.

Lunedì, 23 maggio 2011 @08:28

"Ricevuto del tempo libero dal Buddha,
faccio il bucato"
(Ozaki Hosai)

Lo zen e la casalinghitudine.

Ricordate, nel mio primo libro, Emma e il "sussurro della lavatrice"? I versi che ho scelto oggi per City le sarebbero piaciuti. Sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

Cronache da Atene: luce bianca e ciambelle ai semi di sesamo.

Domenica, 22 maggio 2011 @21:02

Quello che mi è piaciuto ad Atene: il caffè con terrazza dell’ipermoderno e nuovissimo Museo dell’Acropoli, con vista, ovviamente, sull’Acropoli. Portarsi dietro i Lirici Greci da leggere sotto gli ulivi del Partenone e ridere perché non ci ricordiamo (quasi) niente. Io, non contenta, ho poi confuso l’entasi (i leggeri rigonfiamenti sui fusti delle colonne del Partenone, una specie di voluta illusione ottica, mi hanno rispiegato le mie amiche) con l’enfasi. Del resto, anche l’enfasi del Partenone mi sembrava appropriata.
Mi sono piaciute le ciambelle ricoperte di semi di sesamo, dolci o salate, in vendita in chioschi improvvisati in giro per la città; ma anche bere un cocktail sul terrazzo dell’Hotel Grande Bretagne, di sera, con vista, ovviamente, sul Partenone (con enfasi). Mi è piaciuto scoprire nei musei dei piccoli gioielli a forma di serpenti, che servivano per fermare trecce e capelli. E gli "ostrakon", cocci su cui veniva scritto il nome di chi si voleva bandire dalla città (ne servivano almeno 6000, e l’esilio era di dieci anni). Da qui, ostracismo. Questa almeno la sapevo. Anzi, non sarebbe un’idea da copiare?
Mi è piaciuto scoprire in metropolitana che c’è una fermata dedicata ad Alexandros Panagoulis, rivoluzionario greco ai tempi della dittatura dei colonnelli, grande amore di Oriana Fallaci, a cui dedicò quello che mi è rimasto impresso come il suo libro più bello, "Un uomo".
Ma soprattutto, mi è piaciuto svegliarmi nella luce della Grecia: bianca, abbagliante. Il Mediterraneo.

Silenzio e nuvole.

Venerdì, 20 maggio 2011 @06:17

"Basta, voglio andare via, lontano dalle rive del linguaggio,
una barca senza nessuno a bordo,
persa in mare,
niente lettere, niente vocabolario,
neppure un nome dipinto sulla prua.
Nient’altro che silenzio, quel silenzio che scende
ogni volta che esco con un notes
e una nuvola improvvisa getta un’ombra sulla mia pagina."

(Billy Collins)

Finalmente, silenzio.

I versi di oggi sono del poeta americano Billy Collins, che mi piace molto, e sono tratti da "The Art of Drowning", University of Pittsburgh Press. Traduzione, molto imperfetta, mia.
Trovate, come ogni venerdì, i versi anche in originale nella parte globish del sito: Friday Poetry!

Sento primavera che si avvicina con i suoi fiori.

Giovedì, 19 maggio 2011 @07:50

"Io già sento primavera
che s’avvicina coi suoi fiori
versatemi presto una tazza di vino dolcissimo"

(Alceo)

Oggi voglio solo petali profumati. Oggi voglio solo che la primavera mi accarezzi.

Ancora un poeta greco: i versi di oggi sono tratti dai Lirici Greci tradotti da Salvatore Quasimodo, in un vecchio, ormai introvabile, libro Mondadori. Ancora un poeta greco, perché domani parto per un weekend ad Atene, con le mie due grandi amiche del liceo (classico): ora viviamo tutte e tre in tre Paesi diversi, dove parliamo tre lingue diverse. E la scommessa è vedere se sapremo ancora decifrare qualcosa dal greco antico. Io temo di no, ma forse le altre hanno già ripassato…

E’ un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma: Amore, poesia, luce.

Mercoledì, 18 maggio 2011 @09:07

"E’ un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
Amore, poesia, luce. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze... I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate ghiacce guardando le navi.
Soltanto questo ho voluto dire, fa niente se non mi credono."

(Ghiannis Ritsos)

Soltanto questo: amore, poesia, luce.

I versi di oggi, del sensuale Ritsos, che ha ispirato così tanti dei miei Buongiorno, sono tratti da "Poeti greci del Novecento", Meridiani Mondadori.

Guidando, di notte.

Martedì, 17 maggio 2011 @06:49

"Le strade in cui devo guidare di notte non sono illuminate,
le uniche luci sono i fari delle macchine
davanti o dietro.
La zona è collinare, però, e quindi i fari davanti e dietro scompaiono
nel buio a ogni collina.
E’ una strana sensazione, come essere seguita
o ingoiata da qualche cosa senza dio.
Tutte le ragioni per volere bambini sono sbagliate,
ed è per questo che ne voglio.
Sono stanca di queste bende di colline".

(Sheryl St.Germain)

Guidando, di notte.


Anche i versi che ho scelto oggi per la mia rubrica su City sono tratti dall’antologia "Motori di/versi", Crocetti.

Ginestre.

Lunedì, 16 maggio 2011 @07:32

"Un giorno qui che è maggio te ne accorgi
guidando l’automobile verso Genova:
di là dal parabrezza in corsa appaiono
insensibili, immense, le ginestre.
Sono lì, sregolate
come fascine di luce
piovuta e rappresa, come
covoni rovesciati, spezzati
favi.
Non si vedevano fino a qualche settimana
fa, nessuno le aspettava, loro, selvatiche.
Dov’erano, dove lo condensavano
tutto questo loro bagliore?"

(Giuseppe Conte)

Fiorire è sempre all’improvviso.

I versi che ho scelto oggi per City sono tratti dall’antologia "Motori di/versi", Crocetti: solo poesie, di autori italiani e stranieri, dove in qualche modo compaiono le automobili. Molto divertente.

Quando sei vicino a me.

Venerdì, 13 maggio 2011 @08:02

"Ma quando sediamo vicini, insieme, scivoliamo l’uno nell’altra, ci fondiamo con frasi e parole. Il confine tra noi sfuma, è avvolto nella nebbia. Siamo impalpabile territorio".
(Virginia Woolf)
Quando sei vicino a me.

La frase che ho scelto oggi per City è tratta da "The waves", uno dei primi libri che ho letto di Virginia Woolf. La traduzione, imperfetta, è mia.

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche in inglese. Ed ecco il mio solito appello del venerdì: se vi piace, diffondete, mandate, linkate i vostri amici globish! Portiamo un po' di bora poetica nel mondo, che ne dite?

L’abitudine alla gioia.

Giovedì, 12 maggio 2011 @07:59

"Finalmente la pioggia, la piazza fugge con rumore
di gambe e con lampi di luce – sotto la pelle
fiorisce la gioia come una sana abitudine"

(Daniela Attanasio)

Sotto ogni cosa, questa segreta, testarda voglia di felicità.

(La poesia di oggi è tratta da "Il ritorno all’isola", Daniela Attanasio, Nino Aragno Editore. Trovate altri suoi versi il 27 aprile, nel post "Quel che tu chiami amore", e il 14 marzo)

Un abito d'argento.

Mercoledì, 11 maggio 2011 @09:06

"Consegnò alla figlia una scatola legata da un fiocco. Quando la ragazza la aprì, ne uscì un vestito argentato. Provalo, la esortò il padre. Quando tornò, era trasformata in una creatura flessuosa che risplendeva e rifletteva la luce… Ma io sapevo che non si sarebbe mai messa quell’abito, e l’avrebbe relegato in fondo all’armadio, insieme ai tanti altri ricevuti in dono da lui". (Nicole Krauss)
Abiti, promesse e pentimenti. Quel che racconta l’armadio.

Sì, un'altra frase sfilata da "La grande casa", Guanda. Trovate la mia intervista a Nicole Krauss, l'autrice, nel post del 22 aprile, dal titolo "Le ragioni dell'addio". Mi piace quell'abito che luccica d'argento. Mi piacciono le storie che raccontano i vestiti. Anch'io ne ho, in armadio, di mai messi, o indossati solo una volta e dimenticati; ma anche abiti ormai lisi e rovinati, che non riesco a buttare.

Che niente a volte può essere più scardinante di quella oscura faccenda chiamata amore.

Martedì, 10 maggio 2011 @06:58

"Che niente a volte può essere più scardinante di quella oscura faccenda chiamata amore, che sempre gli umani si dividono in giocatori e no anche se non seduti a tavoli da gioco e che infine – nell’esistenza come a quei tavoli perdutamente verdi – ogni vittoria finisce per somigliarsi mentre le sconfitte sono diverse l’una dall’altra."
(Gianfranco Calligarich)
L’amore che mi gioca, mi scardina, mi vince e mi perde. Ma io, io gioco ancora.

La frase di oggi è tratta dalla pagina iniziale del nuovo romanzo di Gianfranco Calligarich: "Privati abissi", Fazi. Molti di voi forse hanno letto "L’ultima estate in città", che mi era molto piaciuto, racconto di un'estate a Roma e di un amore, un piccolo bestseller degli anni Settanta, riedito da Aragno. L'intervista la trovate nel post del 9 marzo 2010.

Io che ancora credo in te.

Lunedì, 9 maggio 2011 @07:27

"E in un cassetto
due biglietti per un film d’amore che
non hai visto con me, e altri libri, e anche
una camicia sbiadita con la quale dormo
di notte per stare più vicina a te; e da
tutte le parti, libri, tanti libri, tante
parole che mai mi hai detto prima della lettera che scrivesti quella mattina, e io,
io che ancora credo che tornerai, che
ritorni, sia pure solo per i tuoi libri".

(Maria do Rosário Pedreira)

Io che ancora credo in te.

(Ricordate il Buongiorno del 15 dicembre, "Ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo"? Sono, come quelli che ho scelto per City oggi, versi della poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira).

Poesia con ferro da stiro.

Venerdì, 6 maggio 2011 @07:01

"In un paesaggio senza enfasi,
leggero, lineare, pianificato con precisione,
un emisfero di cotone a strati, arieggiato,
un terreno di biancheria calda dal ferro
piegata e ripiegata, una pila alta
stirata, ordinata, che emana calore, e biancore."

(Eavan Boland)

Il profumo tiepido del ferro da stiro che liscia tutte le pieghe della vita. Pace.

(E dire che, da vera casalinga telematica, non mi piace stirare! Ma mi piace il profumo di buono delle lenzuola appena stirate. Come, immagino, alla poetessa irlandese Eavan Boland, che ha scritto i versi che ho scelto oggi per City, e che ho tratto dalla sua raccolta "Tempo e violenza", Le Lettere)

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche in inglese, nella parte globish del sito. E mi raccomando: se vi piace, diffondete, mandate, linkate i vostri amici che parlano globish!

I vecchi giorni reclamano ancora qualcosa.

Giovedì, 5 maggio 2011 @07:07

"Quando lei ed io ci nascondiamo nel treno di ritorno, i vecchi giorni reclamano ancora qualcosa malgrado il cuore duro che crede di averli lasciati indietro."
(Pablo Neruda)
Ma che importa, se oltre ai vecchi giorni ho anche giorni nuovi, tutti con te.

Continuo imperterrita a rileggere Neruda. La poesia di oggi è "Imperial del Sur", tratta da "20 poesie d’amore e una canzone disperata", Edizioni Accademia.

Tu, la tua casa.

Mercoledì, 4 maggio 2011 @08:54

"Cosa volevo sapere? L’aspetto del posto dove rientrava la sera. Cosa teneva appeso alle pareti, se aveva un fornello da accendere con i fiammiferi; se il pavimento era di piastrelle o di linoleum, e se portava le scarpe quando ci camminava sopra, e quale espressione assumeva guardandosi allo specchio mentre si sbarbava. Su cosa si affacciava la finestra, e com’era il letto: sì, stavo già immaginando il suo letto, con le coperte spiegazzate…"

(Nicole Krauss)

Sapere come sei.

La frase di oggi è tratta dall'ultimo romanzo di Nicole Krauss, "La grande casa" (Guanda). Trovate la mia intervista all'autrice nel post del 22 aprile.

Forse la felicità.

Martedì, 3 maggio 2011 @08:45

"Forse la felicità era un paese da costruire nell’aria e nel quale ballare".
(Paula McLain)
Che dici? Basta che in questo paese ci sia anche tu.

La frase di oggi è tratta da "Una moglie a Parigi", il romanzo appena uscito per Neri Pozza in cui Paula McLain dà voce alla prima moglie di Hemingway: la ragazza americana con cui visse a Parigi. Erano gli anni Venti, anni di jazz e di corride.

E questa è la scena del libro: "Non so per quanto ballammo quella notte, avanti e indietro per il salone in una lunga, lenta ellisse. Ogni volta che il disco finiva, Ernest si staccava un attimo da me e lo riavviava. Poi tornava tra le mie braccia nascondendomi il viso nel collo, le mani strette intorno alla mia schiena. Tre minuti di magia sospesa e subito ripristinata. Forse la felicità era una clessidra quasi vuota, i granelli che si accalcavano scorrendo verso il basso. Forse era una condizione mentale - come sottolineava Nora Bayes nella canzone, Fingi di essere felice quando sei triste - un paese da costruire nell'aria e nel quale ballare".

Cronache dalla Sicilia (e finocchietto selvatico).

Lunedì, 2 maggio 2011 @19:52

Ammetto: è meraviglioso fare delle vacanze in primavera. Soprattutto con un low cost. Soprattutto in Sicilia. Dove vacanze vuol dire anche: couscous di pesce (magari con il finocchietto selvatico), arancini al bar, paste ripiene di crema o ricotta insieme al caffè, latte di mandorle… Dove il pesce migliore è cucinato all'acqua di mare. Dove ovunque arrivano scalcinati Piaggio Ape a tre ruote, che si piazzano a un angolo di strada e vendono fasci di menta, mucchi di carciofi, fave, e foglie dall'aria misteriosa che, se ho capito bene, sono le foglie di zucchina, e si chiamano tenerumi (a me veniva in mente "teneroni", con un sorriso). Smetto? Smetto. Posso però dirvi che accanto ai templi di Selinunte, Agrigento e Segesta cresceva il finocchietto selvatico, di cui mi sono riempita le tasche (e la valigia) sperando di provare, a casa, a fare la pasta con le sarde. Tutto il resto l’ho lasciato sull’isola, insieme alla voglia di ritornare.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.