Lisa Corva

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E’ nel buio che devi guardare.

Giovedì, 30 giugno 2011 @08:16

"E’ nel buio che devi guardare, con disobbedienza, ottimismo e avventatezza."

(Marguerite Yourcenar)

E’ nel buio che devi guardare, e cercare una traccia di luce.

Una stropicciata allegria.

Mercoledì, 29 giugno 2011 @08:15

"Siedi più vicina, raccontami
della paura di dormire,
della nostalgia di abbandoni
che tu non conosci che non conoscevi.
Schiudi infine il miraggio
delle tue allegrie di seconda mano,
gualcite come il vestito a fiori
che indossi, meravigliosa
oltre il buon senso e ogni dubbio."
(Riccardo Bertolotti)

Così, una stropicciata allegria.

I versi di oggi sono tratti da "Geometria della scoperta", di Riccardo Bertolotti, Campanotto Editore.

Nell'amore di mio marito.

Martedì, 28 giugno 2011 @09:25

"Lei non disse niente, perché captò nell’amore del marito un’insolita cupezza che, dato il suo umore tetro, la scaldò come la dolcezza non sarebbe riuscita a fare."

(Lucy Dillon)

Dolce anche quando è cupo: amore coniugale.

Sono un po’ Crudelia Demon, eppure questo romantico romanzo-con-cani mi ha conquistato, e lo consiglio a chiunque abbia un cucciolo: "Il rifugio dei cuori solitari", Garzanti. Attenzione, perché una delle protagoniste – come l’autrice stessa, che ho intervistato, è un’aspirante madre, proprio come Emma…

Il passato è un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare.

Lunedì, 27 giugno 2011 @08:45

"Il passato è un buon rifugio, ma il futuro è l’unico posto dove possiamo andare."

(Renzo Piano)

Direzioni.

Stavolta il Buongiorno non è di un poeta, nè di uno scrittore, ma di un architetto: Renzo Piano, uno dei più famosi architetti italiani.

Flats! Ovvero perché, d’estate, amo le infradito.

Domenica, 26 giugno 2011 @15:15

D’accordo, i tacchi. Non sono come Stella - la Ragazza dallo Sguardo Prezzante, protagonista del mio "Glam Cheap", che vede luccicare il suo destino (e il suo amore in bancarotta) negli strass delle sue vertiginose Caovilla – ma i tacchi mi piacciono. Però. Però d’estate sono felice, perché è il trionfo delle infradito. Finalmente è un piacere camminare rasoterra: a piedi nudi sulla spiaggia, preferibilmente, ma anche sugli scogli, sull’erba ancora fresca del mattino. E se proprio non ci si può togliere le scarpe (ad esempio, è altamente sconsigliabile farlo in metropolitana), ci si può sempre infilare un paio di infradito.
Problemi di abbinamento? Nessuno: le infradito si portano con tutto, con i jeans e con i "little white dress", gli abiti bianchi che d’estate sono un passepartout, come e di più del classico tubino nero. E confesso, mi tentano persino le "flats" con le cavigliere, sandali bassi con due, tre, quattro giri di perline o lacci colorati intorno alla caviglia, che vedo ovunque… Tutto, pur di evitare i tacchi, e soprattutto – orrore! - quegli strani ibridi marziani comparsi sul nostro pianeta: stivali "peep toe", ovverossia stivali in genere di camoscio leggero o stringato, ma aperti davanti, da cui fanno capolino le dita dei piedi. No, non mi avranno!
Sì alle infradito, dunque, per camminare spedite nell’estate appena cominciata. Un’unica cosa rimane da abbinare: no, non il guardaroba, neppure la borsa. Ma, avete indovinato, lo smalto. Sarà meglio un classico Rouge Noir, o il color fango di Particulière, o ancora verde acqua, o glitterato… Non importa il colore: l’importante è che, abbassando lo sguardo sulle vostre infradito, vi sentiate felici. E’ a questo che servono le scarpe, giusto?

Questo - molto, molto rimaneggiato - è un elogio delle infradito che ho scritto per Grazia.

Buongiorno, estate.

Venerdì, 24 giugno 2011 @07:48

"Policroma
la voce di un venditore ambulante
fluente lungo i mattoni come un uccello arrampicatore
se n’è andata
a dire al bambino che l’attendevano i fiori
E il bambino ha scelto il mazzo più bello
per fare gli auguri all’Estate"

(Jacques Prévert)

Buongiorno, estate.

I versi di oggi sono tratti da "Canto d’amore" di Prévert, una vecchia edizione Newton Compton del 1977, traduzione di Bruno Cagli.

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche nella parte globish del blog.

Vivere è non sapere le ragioni.

Giovedì, 23 giugno 2011 @08:36

"Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle donne
a rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare"

(Daria Menicanti)

Come mi piace stare accanto a te: tu mia ombra, tu mio sole.

I versi di oggi sono tratti da "L’altro sguardo – Antologia delle poetesse del ‘900", Mondadori.

Radici.

Mercoledì, 22 giugno 2011 @07:12

"Lo so stasera, o cara. I nostri cuori
sono nati da un’unica magnolia,
quell’albero di casa che a Torino
nel cortile distrutto sbandierava
due fiori soli a ogni primavera.
L’albero non c’è più. Sotto la nera
terra, da tanto esilio e tanta arsura,
sento che va intrecciandosi ancor viva
una radice all’altra."

(Maria Luisa Spaziani)

Famiglia. Radici.

I versi di oggi sono tratti da "Poesie 1954-2006", di Maria Luisa Spaziani, Oscar Mondadori.

Ascolta come batte, in ogni cosa, il cuore dell’estate.

Martedì, 21 giugno 2011 @08:45

"Era cominciato lo spettacolo del buio, e tutta la strada si foderava di stagnola. Ogni cosa, perfino l’asfalto e le antenne, non era più grigia e sporca, ma argentata… E tutte le cose lievitavano piano, come avessero un cuore che batteva dentro".

(Elvira Seminara)

Il cuore dell’estate.

Ricordate Viola Di Grado, e il suo straordinario romanzo d’esordio, "Settanta acrilico trenta lana" (e/o) da cui ho sfilato tanti Buongiorno? (L'intervista, invece, la trovate il 9 febbraio 2011). Bè, sorpresa: ha una madre - e d’accordo, questa ce l’abbiamo tutti - ma una madre scrittrice. La frase di oggi, che è il primo giorno d'estate, è tratta dal suo "Scusate la polvere" (Nottetempo). Che inizia –solo un caso? – come il libro della figlia: un uomo muore in un incidente, finisce in un fosso con la macchina, e l’amante. Ma da quel fosso partono due libri molto, molto diversi, come madre e figlia.
A tutti, buona estate.

Sogni.

Lunedì, 20 giugno 2011 @10:02

"Mi sento sola
nella confusione
della notte primaverile"

(Sugita Hisajo)

Tu dici che sono solo sogni. Illusioni. Ma forse sono desideri che, ora lo so, lasciano tracce luminose: bisogna seguirli.

Da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

Pizzi, uncinetto, e l’abito bianco di Emily Dickinson.

Sabato, 18 giugno 2011 @14:56

Sapete che cosa mi piacerebbe? Avere un baule magico, dove rovistare tra abiti d’antan. Ma abiti speciali: quelli che appartenevano a scrittrici e poetesse, artiste o esploratrici. Che, in fondo, sono le nostre antenate. In un baule così, probabilmente, troverei molte cose di pizzo bianco: camicie da notte, soprattutto, che potrei usare come copricostume. E, magari, potrei trovare persino l’abito bianco di Emily Dickinson. Già, lo sapevate? La leggenda dice che la schiva poetessa americana dell’Ottocento amasse vestirsi di bianco. E nella casa-museo a lei dedicata, ad Amherst, c’è ancora l’abito che lei usava per stare a casa (si chiamavano "wrapper", all’epoca), sedersi alla scrivania e scrivere le poesie con cui ancora oggi ci fa chiudere gli occhi e sognare. L’abito è di cotone candido, accollato, maniche lunghe, e un tocco prezioso: una fila di bottoncini di madreperla, che luccicano come i suoi frammenti di poesia.
Oggi, forse, Emily Dickinson in versione "homewear" si infilerebbe un paio di leggings comprati da H&M o da Zara. Ma oso pensare che sceglierebbe di sicuro un abito bianco per uscire: incontro all’estate, alle api, le nuvole, le farfalle, tutto quello che poi afferrava e fermava nei suoi versi. Versi leggeri di gratitudine. E speranza. E magari abbinerebbe un'incredibile pochette o un paio di scarpe con una decorazione in macramè; oppure, visto che non ce la vedo proprio Emily con ai piedi dei sandali vertiginosi, un paio di sneakers effetto pizzo (ci sono anche queste!). E che ne dite di un cappello bianco in crochet? Certo, se lo infilerebbe: per proteggersi dal sole.
Oppure "Emily reloaded" non sarebbe per niente così romantica, e darebbe una bella sforbiciata al suo abito troppo lungo, e troppo accollato, trasformandolo in un "little white dress". O forse ancora, Emily oggi si vestirebbe solo in jeans. Ma, in un attimo di cedimento romantico, si allaccerebbe al collo una collana che sembra quasi lavorata all’uncinetto; oppure una leggerissima farfalla in pizzo, chiusa con un nastro (ci sono, ci sono!). Chissà. Di sicuro, però, in jeans o con un abito di crochet bianco, scriverebbe ancora: "La speranza è quella cosa piumata/ che si posa sull’anima/ canta melodie senza parole/ e non smette mai". O almeno, così mi piace pensare. Sarà colpa, senza dubbio, del pizzo.

Questo, un po' sforbiciato, è un articolo moda che ho scritto per Grazia.

Tristezza da abbracciare.

Venerdì, 17 giugno 2011 @08:59

"Sei triste perché sei triste.
E’ nella testa. E’ l’età. E’ la chimica.
Va’ dallo psicologo o prenditi una pillola,
o abbraccia la tristezza come una bambola senza occhi
di cui hai bisogno per dormire."

(Margaret Atwood)

E stasera, la voglio abbracciare tutta, la mia tristezza.

Canadese, nata nel 1939, femminista quando ancora il femminismo non era un insulto, scrittrice dura e a volte anche poetessa: è Margaret Atwood. I versi di oggi sono tratti da "Mattino nella casa bruciata", Le Lettere.

Per leggerli in originale, come ogni venerdì, Friday Poetry: cliccate sulla parte globish di Lisa!

Acqua, ombra, argento.

Giovedì, 16 giugno 2011 @08:48

"M’hanno portato una conchiglia.
Dentro le canta un mar di mappa.
Il cuore
mi si riempie d’acqua
con pesciolini
d’ombra e d’argento.
M’hanno portato una conchiglia."

(Federico García Lorca)

Tutto quello che amo ha dentro il mare.

Corrispondenze.

Mercoledì, 15 giugno 2011 @08:37

"Il tipo di rapporto che preferisco è ultraterreno: vedere in sogno. Il secondo è la corrispondenza."
(Marina Cvetaeva)
Ed è per questo che, quando ti sogno, ti scrivo… E quando non ti sogno, ti scrivo, sperando di sognarti.

Ricordate il Buongiorno del 14 ottobre 2009? ""Qualsiasi vento è vento di mare". Sono parole della poetessa russa Marina Cvetaeva. Anche la frase che ho scelto oggi per City è sua, tratta da una delle (tantissime) lettere che scrisse a Boris Pasternak (proprio lui, quello del "Dottor Živago"). Si scrissero per anni senza incontrarsi. Se non per lettera, e in sogno.

Il buio, che ti porta più vicino.

Martedì, 14 giugno 2011 @08:37

"Adesso, al buio, col ricordo del suo corpo appoggiato al mio, non dovevo fare altro che pronunciare il suo nome e sarebbe stata sotto le coperte, muovermi di un centimetro e avrei trovato una spalla, un ginocchio, sussurrare ancora il suo nome e ancora e ancora, finché non avrei giurato stesse facendo altrettanto con il mio, al buio le nostre voci unite come quelle di due amanti in una favola antica".
(André Aciman)
Il buio, che ti porta più vicino.

Questa frase è tratta da un libro che ho molto amato: "Notti bianche", Guanda. L'intervista che ho fatto ad André Aciman, che ho incontrato quest'inverno a Manhattan, la trovate on line in archivio, il 5 febbraio 2011.

Oh, madri.

Lunedì, 13 giugno 2011 @09:15

"Mia madre è troppo, spiegò. In che senso?, chiesi. In tutti i sensi, rispose."
(Vanessa Diffenbaugh)
Oh, madri.

La frase di oggi è sfilata da "Il linguaggio segreto dei fiori", Garzanti. Dove ho scoperto che il muschio simboleggia l'amore materno, perché cresce senza radici.

Perversioni glam cheap: incontrare un artista superstar come Anish Kapoor e parlargli... di scarpe.

Domenica, 12 giugno 2011 @11:26

La prima cosa che vorrei chiedere ad Anish Kapoor è dove ha comprato le sue scarpe. Ma, visto che l'artista anglo-indiano ormai è una superstar, e che quando lo incontro è stanco, o di cattivo umore, o forse le due cose insieme (siamo all’inaugurazione di "Ascension", nel mezzo delle follie della Biennale di Venezia), non oso. Però, visto che sono testarda, lo tallono dalla conferenza stampa al pranzo (dove mi infilo come "imbucata speciale"), in attesa di potergli parlare di… scarpe. Vorrei quasi toccarle per capire di che materiale sono, ma si può? Sono davvero belle, e sembrano morbidissime, ton sur ton con la sua giacca blu cobalto e gli abiti grigio antracite. Cromatismo perfetto: è un artista, del resto. Per ora lascio perdere le scarpe e, invece, gli dico:

Dunque questo è il suo anno, l’anno di Kapoor? Dopo la grande mostra a Parigi (al Grand Palais), ora è a Milano (alla Fabbrica del Vapore e alla Rotonda di via Besana), e a Venezia, nella Basilica di San Giorgio…

"Pura coincidenza". (Ma sorride).

Il fumo che si leva verso l’alto di "Ascension", verso la cupola del Palladio, è stato paragonato alla colonna che guidò Mosè nel deserto. E’ un ricordo che ha guidato anche lei?

"Certo: è il bisogno che tutti abbiamo di tornare verso il mito".

Il mito è uno dei suoi temi ricorrenti. Anche nel titolo della mostra al Grand Palais: "Leviathan", il nome di un mostro biblico. Lei però l’ha dedicata a un artista in carcere, il cinese Ai Weiwei.

"Non lo conosco personalmente, ma mi è sembrato doveroso. Weiwei è agli arresti dai primi di aprile. Qual è il suo reato? Essere un artista? Ma se questo è un crimine, è un crimine profondamente umano: puntare il dito sulle cose, farcele vedere. Trovo che i musei dovrebbero tutti chiudere almeno un giorno, un giorno di protesta e di supporto a Weiwei: non succederà, ma mi sembrava giusto almeno proporlo".

(E qui Kapoor si illumina, molto di più che non quando parla delle sue opere. Che sia il momento di chiedergli delle scarpe? Forse non ancora).

Lei progetta opere giganti, come "Cloud Gate" a Chicago, 110 tonnellate di acciaio che sono diventate una nuvola pesante e lucida in cui i passanti si specchiano. O come Orbit, la torre-spirale di 115 metri in costruzione a Londra per i Giochi Olimpici: che tutti aspettano coma una nuova Torre Eiffel… Ma crea anche opere minime. E’ stata appena presentata a Venezia la sua tazzina di caffè per Illy Art Collection, un riassunto dei suoi temi: l’argento, lo specchio, il riflesso. E in passato ha firmato anelli per Bulgari, gemelli da polso....

"Che importa?", risponde bruscamente. "La dimensione non è altro che una delle forme espressive della scultura".

Ma lei porta, ad esempio, gli anelli che ha disegnato? E ha mai creato un gioiello speciale per sua moglie?

"A questa domanda, mi spiace, non voglio rispondere".

Ma guarda altrove, e solo dopo capisco dove: guarda una donna molto bella, con una collana d’oro dal ciondolo abbagliante. La collana è un’edizione più che limitata che Kapoor ha creato per Louisa Guinness, una galleria d’arte di Londra. La donna, che gli sorride, è sua moglie. Così tento il tutto per tutto:

Non mi dica che ha disegnato lei anche le scarpe che porta?
Ride, finalmente:
"Le ho fatte fare a Bombay. Ma sul materiale, sinceramente, non so risponderle".

"Dai, Anish, mostra le scarpe…", scherza la moglie. "Che siano di pelle di delfino?".

Tutti ridono mentre Kapoor alza il piede e mostra la calzatura incriminata. Io penso ai delfini, e alle razze (o "galuchat", il pesce con cui - ho imparato nella mia carriera da giornalista fintoglam - si confezionano scarpe pregiate); penso agli oceani, visto che il padre di Kapoor, a Bombay, era un idrografo, disegnava mappe marine. Forse da lì viene il suo istinto verso il vuoto, verso altri, più misteriosi spazi? Kapoor non nasconde di essere stato per anni in analisi, e ha paragonato, con un’immagine straordinaria, l’arte alla psicanalisi. "Sei sul lettino e depositi materiale nello spazio tra te e il tuo analista", ha detto, "crei quindi un terzo spazio". Un "terzo spazio" quasi come quello in mostra a Milano, alla Fabbrica del Vapore: "Dirty Corner" è un tunnel di 60 metri, alto 8, in cui entrare, al buio. Un fallo gigante, un utero, come suggerisce il titolo? Quasi troppo facile ripensare a quella che viene riportata come una delle più battagliere dichiarazioni di Kapoor, un po’ alla Woody Allen: "Il mio lavoro non è la storia della mia vita. Non è la storia della mia nevrosi". L’avrà detto davvero? D’accordo, lasciamo perdere… Stavolta è meglio limitarsi alle scarpe.

Questa NON è l'intervista che leggerete su Elle Decor prossimamente. Quella sarà molto, molto più seria. Peccato!

E’ questo che aspetto: un tuo bacio.

Venerdì, 10 giugno 2011 @09:17

"Ti sei seduto accanto al letto
e mi hai guardato.
Poi mi baciasti - cera bollente sulla mia fronte.
Volevo che lasciasse un segno:
è così che ho capito quanto ti amavo"

(Louise Glück)

E’ questo che aspetto: un tuo bacio. Ed è questo che voglio: che lasci il segno.

Louise Glück è una poetessa americana, Premio Pulitzer. I versi di oggi (traduzione, imperfetta, mia) sono tratti dalla sua poesia "The Encounter": una delle poesie più sensuali ed erotiche che io abbia mai letto. Peccato tagliuzzarla: più che un Buongiorno dovrebbe essere una Buonanotte…

Dunque, ho dimenticato qualcosa? Certo, ormai lo sapete, ma io cocciuta e noiosa lo ripeto: oggi, Friday Poetry. Il Buongiorno lo trovate anche nella parte globish del blog. Diffondetemi!

Guarda, le prime lucciole.

Giovedì, 9 giugno 2011 @07:06

"Avrò avuto sette anni… Il prato si era riempito di lucciole. Era la prima volta in vita mia che le vedevo e mi sembrava una magia. A un certo punto un bambino con cui avevo giocato per tutto il tempo si è avvicinato con le mani chiuse a conchiglia e mi ha detto di stare ferma. Ha dischiuso leggermente le mani davanti al mio viso, illuminandolo con la luce di una mezza dozzina di lucciole. Volevo vederti ancora un po’, ha detto. Io sono scappata via".

(Enrico Remmert)

Piccole magie.

Proprio qualche giorno fa il Consorte mi ha fatto vedere, in giardino, le prime lucciole. Un piccolo gesto di Romantico Coniugale che mi fa piacere condividere con voi. Ci sono uomini che non regalano mazzi di fiori (peccato!), però portano lucciole nel cavo della mano... La frase di oggi è tratta da "Strade bianche", di Enrico Remmert, Marsilio

Se è amore, è una nuvola.

Mercoledì, 8 giugno 2011 @08:56

"C’è sempre qualcosa di insolito nell’aria quando sono insieme. Non la puoi chiamare quiete e non la puoi chiamare tempesta. Sa di mandarini e di mandorle tostate e di mare e di biscotti appena sfornati e di primavera. Quasi fossero avvolti in una nuvola. Alcuni pensano che sia turchese, quella nuvola, ma altri no, altri dicono arancione."

(Nataša Dragnić)

Se è amore, è una nuvola.

La frase che ho scelto per City è tratta da un romanzo che esce oggi, e che ha dentro il mare: "Ogni giorno, ogni ora", Feltrinelli. L'autrice, che debutta a 46 anni con un libro già venduto in 28 Paesi, l'ha scritto in tedesco, perché vive in Germania, ma è croata; e dentro c’è il mare della Croazia, mare e onde e nuvole ovviamente. E’ la storia di Dora e Luka: bambini in un paese di mare, bambini subito inseparabili ma separati, lei a Parigi, lui a Makarska, finché… Uno di quei libri che hanno la forza cocciuta e testarda delle favole per grandi.

Tentativi per sconfiggere la nostalgia.

Martedì, 7 giugno 2011 @09:10

"Tu sai già quello che voglio scriverti, queste parole sono in realtà indirizzate a me stesso, solamente tentativi per sconfiggere la nostalgia."

(Jan-Philipp Sendker)

Tu sai già quello che voglio scriverti, forse. Ma mi manchi così tanto; scriverti è un modo per sfiorarti, prenderti per mano, parlare con te.

La frase di oggi è tratta da "L’arte di ascoltare i battiti del cuore", Tea. Uno di quei libri così sentimentali, troppo, come una caramella troppo dolce. Come a volte i miei commenti, confesso! Ma questa frase mi è piaciuta.

Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere.

Lunedì, 6 giugno 2011 @08:54

"Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere."
(Josephine Hart)
Ferite, cicatrici, visibili o nascoste. Lividi. Ma dovremmo essere grati di essere sopravvissuti. E’ pericoloso solo chi nel cuore ha il ghiaccio. O la vendetta.

Josephine Hart è morta pochi giorni fa. La sua frase – tagliente e bollente insieme – è tratta dal suo primo libro, "Il danno" (Feltrinelli), un vero bestseller, da cui nel ’92 fu tratto un film con Jeremy Irons, Miranda Richardson e Juliette Binoche. Ho riletto la frase, e mi sono fermata a pensare.

Venezia, Bice Curiger e la Biennale: a proposito di arte, felicità, e it-bags rivoluzionarie.

Sabato, 4 giugno 2011 @16:35

La prima cosa che dico a Bice Curiger è: grazie. Grazie perché, prima di incontrarla per l’intervista - è lei la direttrice della Biennale Arte appena inaugurata a Venezia, la 54esima – sono andata a rivedermi la Scuola di San Rocco, con i capolavori del Tintoretto. Che c’entra, un maestro del Cinquecento con l’arte contemporanea? C’entra. Perché Bice Curiger inaugura questa Biennale con una piccola provocazione. Ovvero, ha messo nel cuore della mostra, ai Giardini, in mezzo ad installazioni, video, e suggestioni sperimentali, tre grandi tele del Tintoretto. Che, semplicemente, attraversano la laguna: sono in prestito dalla Basilica dell’isola di San Giorgio Maggiore, e dalle Gallerie dell’Accademia. Perché?

"Perché chi viene in Biennale, di solito, viene a vedere la Biennale e basta: una bolla di arte contemporanea nella città. Volevo ricordare che, fuori, c’è Venezia".

Ricordarlo con la luce del Tintoretto, visto che il titolo della "sua" Biennale è "ILLUMInations"?

"E’ vero, ho scelto tre tele del Tintoretto dove la luce ha un ruolo importante. Penso agli angeli immateriali dell’Ultima Cena, solo pennellate di luce, appunto; o al temporale nel
"Trafugamento del corpo di San Marco". Ma la mia è anche una provocazione per gli artisti presenti in Biennale, un invito al confronto con il passato. Una provocazione raccolta, ad esempio, da Pipilotti Rist, che per la Biennale ha fatto copiare, in Cina, tre opere della scuola del Canaletto, e ci ha "lavorato", trasformandoli in video".

Pipilotti Rist è l’artista svizzera che è stata chiamata dall’archistar Jean Nouvel per il nuovo albergo Sofitel a Vienna: il suo soffitto decorato e ipercolorato, del ristorante all’ultimo piano, è diventato un nuovo landmark della città, visibile anche da lontano. E’ a questo che ha pensato, a quando l’arte diventa "luogo"?

"Diciamo che conosco e seguo Pipilotti Rist da anni, così come altre artiste presenti alla Biennale. Come Cindy Sherman, che qui è presente con un "wallpaper", un’inedita carta da parati. Sa cosa trovo straordinario della Sherman? Che ha saputo reinventarsi. Alla fine degli anni Ottanta di lei dicevano: ha già fatto tutto. E invece…".

Donne artiste. Lei ha scritto un libro su Georgia O’ Keeffe, su Méret Oppenheim…

"Quella sulla Oppenheim era una biografia. Me l’ha chiesto lei: un onore, perché all’epoca avevo trent’anni, e lei, già anziana, era una delle grandi protagoniste del surrealismo. E’ stato molto emozionante conoscerla e lavorare con lei: intelligente, ironica, ancora così aperta sul mondo. E mi ha fatto un regalo bellissimo, quando il libro uscì: un collage che Max Ernst, suo grande amore, aveva creato per lei, dedicato a lei. Regalarmelo è stato un atto di fiducia, un consegnarmi qualcosa di intimo e prezioso, a cui teneva molto".

Se potesse portarsi a casa qualcosa della Biennale, della sua Biennale, che cosa sceglierebbe?

" Forse la balena di Loris Gréaud? (ride: è un’installazione all’Arsenale, un’enorme balena "spiaggiata", dove si può entrare a carponi, come Pinocchio, ndr). Ma no, nel mio appartamento certo non ci entrerebbe. Però a casa ho molte cose degli artisti che ho conosciuto, di cui ho curato mostre: ho sempre comprato qualcosa, dopo, magari qualcosa di piccolo. Sono per me come pagine di diario, cerchi di una biografia. Non sono una collezionista: non venderei mai niente. E ho anche dei disegni di Meret Oppenheim: nel suo testamento, lasciò scritto che potevo scegliere quello che mi piaceva. Un altro gesto toccante".

Torniamo al titolo della Biennale, "ILLUMInations". La luce, dunque. Forse la luce è molto importante per lei, che è nata e vive in Svizzera, ed è curatrice alla Kunsthaus, il museo di Zurigo: la luce di Venezia e dell’Italia, che affascina da sempre chi viene da Nord.

"Il mio primo ricordo dell’Italia, in realtà, è la pioggia. Siamo arrivati a Milano, alla Stazione Centrale, e abbiamo preso un taxi. Diluviava, i tergicristalli erano rotti. Il tassista è sceso, ha tagliato una patata, e l’ha usata per pulire il vetro: funziona, per via dell’amido… Io avrò avuto cinque anni, e la ricordo come una piccola magia".

Quasi un’installazione d’arte! Ma a proposito di installazioni, lei spera che una persona venga alla Biennale e…

"Si senta felice".

Felicità? Nell’arte contemporanea non si parla mai di felicità, è una provocazione?

(Sorride). "Eppure l’arte riesce, in questo: a illuminarci, a volte anche di gioia".



E dunque, dopo aver intervistato Bice Curiger per Grazia, ho visto. Ho visto i Tintoretto portati all’interno della Biennale (ma che strano, sembravano quasi falsi, con sopra i "piccioni" di Cattelan appostati ad ogni angolo); ho visto i video di Pipilotti, bellissimi, coloratissimi, tre quadri di Canaletto trasformati in video magici, una specie di Venezia reloaded; ho visto la balena, che non mi è piaciuta, e il primo padiglione dell’Arabia Saudita, con due donne artiste, due sorelle, e un’installazione, Black Box, che è un pellegrinaggio alla Mecca ma in realtà è una festa di colori e luci… Ho visto Venezia trasformata in un luna park dell’arte contemporanea, opening e feste e installazioni ovunque, e a volte anche bellissimi vestiti, come all'apertura del museo della Fondazione Prada. Ma sapete quali sono le it-bags più belle? Le shopper rosse con su scritto in bianco "Free Ai Weiwei", l’artista cinese in prigione da due mesi.
Ho camminato ovunque e ho persino incontrato un’americana che aveva le mie stesse scarpe, delle infradito d’argento di Sigerson Morrison (anche dietro queste scarpe c’è una storia incredibile che avevo raccontato su Grazia: ma lasciamo perdere, come sempre mi perdo e Faccio Trama). Le ho portate così tanto che si stanno disfacendo, come abbiamo commentato, disperate, entrambe. Vi è mai capitato di fermare qualcuno e mettervi a chiacchierare perché ha lo stesso vestito, o le stesse scarpe? Alla Biennale (e non solo) si può.


La 54esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, quest’anno per la prima volta diretta da una donna, apre oggi, 4 giugno, e chiuderà il 27 novembre. Info: www.labiennale.org. Per raccogliere invece l’invito di Bice Curiger e riscoprire il Tintoretto, prima di immergersi nell’arte contemporanea, la Scuola di San Rocco è aperta ogni giorno dalle 9.30 alle 17.30. Ovviamente è un fuori Biennale!

Ciò che poteva essere e ciò che è stato.

Mercoledì, 1 giugno 2011 @09:26

"Ciò che poteva essere e ciò che è stato
Tendono a un solo fine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria
Lungo il corridoio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo mai
Sul giardino delle rose"

(T.S.Eliot)

Quello che poteva essere, quello che è stato; indelebile, eternamente presente, in me.

A vent'anni leggevo Neruda, ed Eliot: anche se mi sembra di capirlo solo adesso. I versi di oggi sono tratti da "Quattro quartetti", Garzanti, e venerdì li troverete, come sempre, in versione globish.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.