Lisa Corva

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Un abito può cambiarci la vita?

Domenica, 24 luglio 2011 @09:55

Certo, soprattutto se è di Dior! Questa è la morale di un lievissimo bestseller anni Cinquanta: "La signora Harris", di Paul Gallico, ora pubblicato in Italia da Frassinelli. E come non tifare per Mrs Harris, proletaria domestica inglese, che si innamora di un improbabile abito di Dior, un abito da sera splendido e sontuoso che sicuramente non metterà mai, e risparmia finché riuscirà ad andare a Parigi, per ordinarlo direttamente alla "maison"? Nonostante la brutta copertina (peccato!), è un libro che fa sorridere: e piacerà alle fan di "Zia Mame".

Ma forse sono io che, giornalista fintoglam, da quando scrivo di moda vedo abiti e scarpe ovunque, una pericolosa perversione. Ne parlo a chi intervisto, anche se è un’artista superstar, vedi Anish Kapoor, o scrittori, come Andrew Sean Greer (trovate le interviste, con loro che perplessi rispondono alle mie domande-guardaroba, qui sul blog: il 12 giugno 2011 e il 30 luglio 2009). Non solo. Inciampo in abiti e scarpe anche dentro le pagine dei libri che leggo.
Con "Passione Vintage" (Leggereditore) però è stato facile. Non aspettatevi troppo: è un libro semplice, un post-chick lit. Eppure fa venir voglia di innamorarsi: non solo di uomini, ma di abiti. Perché la protagonista è una ragazza inglese che apre un negozio di vintage, e la seguiamo mentre si innamora (c’è una storia d’amore, certo), e soprattutto mentre compra e vende vestiti meravigliosi. Che, in ogni bottone o zip, nascondono promesse e segreti.
Anche l’autrice, Isabel Wolff, ha un abito con un segreto, e ce lo mostra. Sono a Londra, a casa sua. Lo tira fuori dall’armadio, se lo appoggia addosso: è color ametista, di un materiale insolito e prezioso che sembra quasi gros-grain. "E’ stato cucito nell’India dell’Impero Britannico, su misura, per mia nonna", racconta. "Lei lo indossò al matrimonio di mia madre. Io l’ho messo per il lancio del libro. E lo passerò a mia figlia". Abiti vintage, abiti con una storia. "E abiti che trovano una nuova vita", dice Isabel. "Un tema che mi sta molto a cuore, perché in tutti i miei romanzi io cerco di offrire alle mie eroine una seconda possibilità, un’altra chance: che non sempre ci è concessa, nella vita". E’ la storia della giovane donna che entra in negozio cercando un "happy dress" , un abito che la renda felice: e scoppia in lacrime, raccontando che sta cercando di rimanere incinta e che è fallita l’ennesima Fivet. O l’anziana signora che vuole disfarsi di tutto il suo guardaroba, tranne un cappottino blu da bambina conservato nell’armadio: perché nasconde una storia di guerra e di Olocausto. Leggere questo libro è come curiosare in un vero negozio vintage, sentire gli abiti che parlano, in un frusciare di stoffe: una storia dietro l’altra, dai micro-vestiti di Mary Quant e Biba; agli abiti-capolavoro plissettati di Madame Grès, comprati all’asta; o i coloratissimi abiti-pasticcino dei balli scolastici anni Cinquanta, con il corpetto in raso e la sottogonna di tulle. Perché, come dice la protagonista: "Non riesco mai a guardare un capo, come questo tailleur – una giacca attillata con gonna in tweed blu scuro degli anni Quaranta – senza pensare alla donna che lo possedeva. Quanti anni aveva? Era sposata? Era felice?". E le scarpe: "Un paio di pantofole di broccato di seta degli anni Trenta, ricamate con rose gialle… Le guardo e immagino la donna che le possedeva mentre ci cammina, o balla, o bacia qualcuno".

Abiti da romanzo. Abiti che ci sembra quasi di toccare. Come quelli che ci vengono incontro in "Una moglie a Parigi" di Paula McLain (Neri Pozza), il libro poetico che dà voce a Hadley, la prima moglie di Hemingway, con cui lui visse a Parigi negli anni Venti, gli anni del jazz e delle corride. Abiti come dichiarazioni: "Indossavo l’abito di pizzo nero. Era il mio preferito in assoluto perché ogni volta mi faceva sentire un po’ come Carmen. Forse il vestito e il vino complottarono per farmi sollevare e posare la mano sulla manica della giacca di lui…". O abiti che rendono gelose: "Mi scrisse che la sera prima, a una festa, era rimasto affascinato da una ragazza in uno scintillante abito verde. Leggerlo mi fece star male. Non avevo vestiti di un verde scintillante, e in ogni caso lui non li avrebbe visti. Era a chilometri e chilometri di distanza…". Lui è Hemingway, e lei è già innamorata: "Scorsi Ernest sulla banchina, praticamente nello stesso punto in cui l’avevo lasciato a novembre. Avevo la bocca secca e uno sciame d’api nello stomaco. Era splendido con la giacca marinara color carbone e la sciarpa, e gli occhi accesi dal freddo. Scesi dal treno e lui mi abbracciò sollevandomi da terra". E poi c’è Parigi e la bohème, e un mondo dove si va a cena con Ezra Pound e Gertrude Stein. E forse non è un caso che la donna che le ruberà Hemingway è una delle prime a vestire la trasgressiva, per l’epoca, Coco Chanel: "Arrivò ad Antibes in un pomeriggio abbacinante. Indossava un abito bianco e un cappello di paglia abbinato, e pareva incredibilmente linda e fresca, un vero cono gelato". Quella donna si chiama Pauline e diventerà la seconda moglie di Hemingway. Ma a quel punto siamo già in un altro libro.

E infine siamo nel futuro, il futuro "distopico", un’utopia all’incontrario, di "Storia d’amore vera e supertriste" (Guanda). L’autore è Gary Shteyngart. Il libro non mi è piaciuto, ma gli onionskin jeans sì! Scenario: New York. Un uomo. Una donna. E gli onionskin jeans, appunto: jeans trasparenti, a pelle di cipolla, ferocemente sexy e rivelatori dei "segreti depilati", come dice cupamente Shteyngart, delle ragazze che li indossano. Jeans che però tutte vogliono, insieme agli "äppärät", una specie di versione evoluta dell’iPhone, che rivela in diretta i pensieri del proprietario… "Ho filmato il mio äppärät con il suo äppärät, mentre io mandavo giù un altro boccale di trigliceridi. Erano comparse alcune ragazze di Staten Island vestite secondo una moda rétro che mi riportava qualcosa della mia giovinezza, e avevano un’aria molto Media con i loro stivali Ugg pelosi e le bandane incastonate di strass; alcune mischiavano abiti della vecchia scuola con jeans Onionskin che aderivano fino alla trasparenza alle loro gambe sottili e ai sederi rosa e polposi, rivelandoci tutti i segreti delle loro depilazioni. Anche le ragazze guardavano dalla nostra parte, facendo scorrere su di noi i loro apparecchi". Avremo davvero dei jeans evoluti e dei cellulari che leggono nel pensiero? Forse. Ma la vera notizia, ahimé, è che non ci sbarazzeremo mai degli Ugg; anche se, nel frattempo, saranno vintage.

La traccia di questo post è un articolo moda che ho scritto per Grazia. E la risposta alla mia domanda è: sì, un abito può cambiarci la vita. Non ne avete forse uno così, nell'armadio?

Ho abbracciato l’alba d’estate.

Venerdì, 22 luglio 2011 @08:34

"Ho abbracciato l’alba d’estate."

(Arthur Rimbaud)

Ho abbracciato l’estate. E l’estate, abbraccia me.

Con questo Buongiorno, City va in vacanza fino a settembre, e io con lui. Ma, per chi rimane sintonizzato, posterò (e twitterò) ancora qualcosa. Qualcosa di lieve, aereo, summer style...

Intanto, su Lisa globish, trovate Rimbaud in francese. Friday Poetry!


E qui sotto, su gentile richiesta!, piccola lista dei "libri che ho regalato e regalerei"...

L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso.

Giovedì, 21 luglio 2011 @08:22

"Non portai mappe. Non so leggerle – perché sigillare l’acqua che scorre? Dopo tutto, l’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso."

(Anne Carson)

Parti. Senza mappe, non importa. L’importante è attraversare i confini. E augurarsi che la strada sia lunga, che i mattini d’estate siano tanti quando sbarcherai nei porti…

La frase di oggi è tratta da un bizzarro libro-saggio dell'americana Anne Carson: "Antropologia dell’acqua", Donzelli. I mattini d'estate nei porti sono quelli di Kavafis, ricordate? "Quando ti metterai in viaggio per Itaca"...

Un bambino, un palloncino, un cielo blu.

Mercoledì, 20 luglio 2011 @08:20

"Ecco un bimbo di spalle:
certamente ha con sé un palloncino
che vuol volare nel cielo azzurro."

(Ogiwara Seisensui)

Palloncini colorati, vento, leggerezza. Per sempre, cieli blu.

Anche i versi di oggi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

Ora che ti vedo, ora che vivo su quest’isola fresca…

Martedì, 19 luglio 2011 @09:36

"Ora che ti vedo,
ora che vivo
su quest’isola fresca…"

(Natsume Soseki)

Ora che posso addormentarmi all’ombra del nostro amore.

I versi di oggi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

Una vaga nostalgia di futuro.

Lunedì, 18 luglio 2011 @09:25

"Non so se avete mai provato quella strana felicità, immotivata e incongrua, che prima ti solleva e poi ti lascia a mezz’aria, sospesa, e sei leggera e vibrante, un po’ intontita, e non solo senza passato ma senza alcuna biografia, e tutto intorno è così tiepido e gentile che ti viene da piangere… Una vaga nostalgia di futuro."
(Elvira Seminara)
E io ti sorrido, futuro!

La frase di oggi, come quella del 21 giugno, è tratta da "Scusate la polvere" (Nottetempo).

Il silenzio è fatto di parole che non abbiamo pronunciato.

Venerdì, 15 luglio 2011 @08:42

"Il silenzio è fatto di parole che non abbiamo pronunciato."

(Marguerite Yourcenar)

Che non abbiamo pronunciato, ancora.

Un rumoroso silenzio, dunque. Ma forse a volte è meglio non pronunciarle proprio, quelle parole, lasciarle nell'aria. Intanto, in Lisa globish, le parole della Yourcenar in francese.

A proposito, continuano ad arrivare i primi followers, che emozione... Dunque, se siete su Twitter, cercatemi! @lisacorva

Ma lo sai che piaci al mio gatto?

Giovedì, 14 luglio 2011 @09:35

"Il gatto si ricorda di te negli intervalli. Attende
con occhi accesi le storie che ci racconti.
Passeggia inquieto sul davanzale e rizza
il pelo, complice, quando intuisce che torni.
Arrivi sempre di notte. Io ti offro il silenzio di una piccola stanza appartata,
le ombre nel retro della mia pelle... Ti sento raccontare
la stessa favola con labbra sempre nuove. L’imparo
e la dimentico.
Mai la sapremo a memoria, il gatto o io".
(Maria do Rosário Pedreira)

Il gatto ed io.

Non ho gatti (neppure cani, a dir la verità!), ma mi piaceva questa poesia un po' felina, della poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira.

Questo è il mio secondo Twitter! Un twitt di Buongiorno, ovviamente. Quasi un cip cip bucolico (scherzo, scherzo!). E voi siete già arrivati, primi "followers", che bello. Vi aspetto su @lisacorva

La madre dell’uomo con cui salto attraverso il fuoco.

Mercoledì, 13 luglio 2011 @08:40

"Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice dagli occhi grigi.
La barca su cui, anni fa,
lui navigò fino a riva.
E’ da lei che è venuto fuori nel mondo,
nella non-eternità.
Genitrice dell’uomo
con cui salto attraverso il fuoco.
E’ dunque lei, l’unica
che non lo scelse
pronto, compiuto. Da sola lo tirò
dentro la pelle a me nota,
lo attaccò alle ossa
a me nascoste.
Da sola gli cercò
gli occhi grigi
con cui mi ha guardato."
(Wislawa Szymborska)
Sua madre.

Wislawa Szymborska, nata nel 1923 in Polonia, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, una delle mie poetesse preferite. I versi di oggi sono tratti dalla poesia "Nato", nella raccolta "La gioia di scrivere", Adelphi.

Oggi il mio primo tweet! Per diventare follower (aiuto, come parlo?), mi trovate, ovviamente, come @lisacorva

Seguendo i fiori di sambuco.

Martedì, 12 luglio 2011 @10:58

"Ci son contrade dove i bimbi salutano ancora i treni.
Noi siamo sempre un pochino tristi
a quelle stazioncine
dove nessuno aspetta.
D’un tratto l’anima è bianca di sambuco,
d’un tratto c’è in noi troppo dell’uomo."

(Jan Skácel)

Verrebbe quasi voglia di scendere, in quella piccola stazione dove non scende mai nessuno. E ricominciare daccapo, una nuova vita, seguendo i fiori di sambuco.

Jan Skácel è un poeta della Repubblica Ceca; i versi di oggi sono tratti da "Il colore del silenzio", Metauro edizioni. Mi piacciono i fiori di samubuco che crescono alti e un po' selvaggi, ma soprattutto mi piace, d'estate, bere acqua e sciroppo di sambuco, una leccornia!

Avete visto che da oggi lisacorva è anche twitter? Devo ancora scoprire come funziona ma ci siamo... Mi sento un po' Barack Obama, o forse Lady Gaga?

Per le mattine estive in cui ci svegliavamo in porti stranieri...

Lunedì, 11 luglio 2011 @10:11

"Ti prego, ti prego per tutto ciò che abbiamo amato.
Per le mattine estive in cui ci svegliavamo in porti stranieri che nemmeno avremmo potuto immaginare,
con una tale sensazione di benessere, con una tale gioia di non sapere cosa ci fosse dietro le montagne.
Ti prego per i porti in cui la brezza è piena di spezie, che rivelano
la presenza di deserti e strani rituali funebri.
Per le notti sul Mediterraneo…"

(Henrik Nordbrandt)

E per le notti d’estate che ci aspettano. Se vorrai.

I versi di oggi sono del poeta danese Henrik Nordbrandt, tratti dalla sua antologia: "Il nostro amore è come Bisanzio", Donzelli Editore.

Prova costume (via Skype).

Domenica, 10 luglio 2011 @10:13

"Mi sono comprata un costume crociera", annuncia trionfante una mia amica storica, con cui condivido, tra le altre cose, la stagionale disperazione per la prova costume. "Vorrai dire cruise collection?", ribatto con nonchalance. Da quando scrivo di moda, non riesco a resistere: tento sempre di stupire le amiche con le mie raffazzonate nozioni glam. "No, la commessa l’ha chiamato proprio costume crociera… Aspetta, te lo vado a prendere".
Il tutto avviene su Skype, perché ormai viviamo in due città diverse, anzi, in due Paesi diversi: e dove finirebbero le amicizie storiche senza le nuove tecnologie? Ed eccola riapparire sulla webcam con un costume intero, total black, leggermente rinforzato come usava negli anni Cinquanta, con una decorazione a oblò davanti. Così, con mio sommo disappunto, ho dovuto dar ragione a lei e alla commessa: quello che si è appena comprata è un costume crociera. Anche perché le "cruise collection" sono in realtà le mini-collezioni che certe maison lanciano a novembre/dicembre o a febbraio, per chi in quella stagione va su uno yacht o alle Maldive; comprendono abiti, scarpe, non solo costumi, e comunque non solo costumi neri. Vabbè, comunque avevo studiato.
Come c’è da studiare, sempre, prima dell’acquisto costume. Si studiano i modelli (ma quei tagli "artistici" dei modelli "cut out" lasceranno dei buchi nell’abbronzatura?), i prezzi (com’è possibile che un costume costi quanto un abito?), le fantasie (le righe orizzontali faranno ingrassare?), i dettagli (i laccetti sui fianchi non faranno troppo teenager?). E soprattutto si cerca una soluzione all’eterno dilemma: meglio l’intero, che slancia, ma lascia la pancia bagnata e bianchiccia; o il bikini che lascia invece vedere tutto, e per tutto intendo anche quello che preferiremmo nascondere? Temo che le risposte dovrete cercarvele da sole, preferibilmente insieme a un’amica disposta ad accompagnarvi per negozi, o quantomeno a darvi un giudizio finale via Skype.

Le mie riflessioni sui costumi crociera (nonché cruise) erano un pezzo di moda per Grazia.

Sopravvissi, non so come, alla notte.

Venerdì, 8 luglio 2011 @08:12

"Sopravvissi, non so come, alla notte
ed entrai nel giorno -
a chi è salvo basta essersi salvato
senza una formula."

(Emily Dickinson)

La salvezza è, a volte, nel nuovo giorno. E a volte, nell’abbraccio della notte.

Oggi, venerdì, Friday Poetry: trovate la Dickinson in originale, cliccando su Lisa globish.

L’estate è una ciliegia, un’albicocca, un pomodoro.

Giovedì, 7 luglio 2011 @08:31

"Se c’è un libro dei sogni nella
mia vita lasciatelo aperto al
rosso dei pomodori
rimasti a seccare sotto il sole
su tavole di legno"

(Daniela Attanasio)

Estate. L’estate è una ciliegia, un’albicocca, un pomodoro…

(La poesia di oggi è tratta da "Il ritorno all’isola", Daniela Attanasio, Nino Aragno Editore. Trovate altri suoi versi il 12 maggio, "L'abitudine alla gioia", il 27 aprile, "Quel che tu chiami amore", e il 14 marzo)

Tante ali di farfalla da piegare i fiori.

Mercoledì, 6 luglio 2011 @09:06

"Tante ali di farfalla da piegare i fiori".
(Ogiwara Seisensui)
Vedi? Questo vorrei essere oggi: leggerezza. E colori che cambiano nella luce.

I versi di oggi sono tratti da "Il grande libro degli haiku", Castelvecchi.

L'infanzia ritorna, con un profumo.

Martedì, 5 luglio 2011 @09:21

"Erano gli odori, ciò che ricordava più di ogni altra cosa. Le polpette di pesce della nonna. L’aneto sull’uovo. Il legno carbonizzato. L’erba e il miglio sulle dune e la dolce fragranza delle fragole e del profumo della nonna. Mughetto. Il piccolo flacone stava sulla mensola sopra il lavandino del bagno. Se si metteva sulle punte riusciva a raggiungerlo. Fu quel profumo a rimanerle dentro, quando infine si addormentò".

(Elsebeth Egholm)

Il profumo dell’infanzia.

Estate, tempo di gialli? A me piacciono quelli "nordici". Dopo l’abbuffata di Millennium e Stieg Larsson, e aspettando il nuovo thriller della svedese Liza Marklund, ho appena scoperto una danese. Lei si chiama Elsebeth Egholm; la sua protagonista, una giornalista di "nera" in una Danimarca multietnica, si chiama Dicte; i crimini hanno a che fare con la fame di bambini nel mondo e gli uteri in affitto… Molto contemporaneo, molto thriller. Ma la frase di oggi – tratta da "Il danno", Einaudi - è poetica, ci racconta le estati nel Nord, con quei profumi a noi sconosciuti: il miglio sulle dune, l’aneto sull’uovo. Gli odori dell’infanzia.

E questo cielo, sette volte azzurro.

Lunedì, 4 luglio 2011 @10:05

"Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,
perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso,
scrivo il mondo.
Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume.
Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio."

(Ghiannis Ritsos)

E questo cielo, sette volte azzurro.

Conoscete già il poeta greco Ghiannis Ritsos: i versi di oggi sono tratti da "Pietre, ripetizioni, sbarre", Crocetti Editore.

Il cuscino di una ragazza innamorata. (E un’intervista al poeta Charles Simic).

Venerdì, 1 luglio 2011 @09:08

"La fatica maggiore era come sempre cancellarsi,
diventare qualcosa di completamente diverso:
il cuscino di una ragazza innamorata,
una pallina di lanugine che si finge ragno."

(Charles Simic)

Oggi mi sono svegliata, e mi sono accorta di non essere altro che questo: il cuscino di una donna innamorata.

I versi di oggi sono tratti da Club Midnight, Adelphi.
Li trovate, come ogni venerdì, nella parte globish del sito: Friday Poetry!

E questa è la mia intervista a Charles Simic, che è uscita per Il Piccolo nel 2008.

Charles Simic, nato a Belgrado nel 1938, ha perso un accento nell’emigrazione: la "c" finale, che è rimasta nuda. Non è stata l’unica cosa che ha perso: ha perso una patria (quella serba) e una lingua: perché il Premio Pulitzer 1990, nonché l’ultimo "poeta laureato" d’America, ha scritto le sue surreali, cupe, caustiche poesie in inglese. Tutte. Compresa l’ultima raccolta appena uscita in Italia, per Adelphi: "Club Midnight". Poesie dove le stelle sono "impronte di denti sulle matite dei bambini". Dove l’amore è "quel maledetto idiota, che punta una torcia/dalla pila moribonda sul passato". Dove "ancora vivo in tutte le mie vecchie case/ e porto occhiali neri anche dentro/ e divido in segreto il mio letto/con i fantasmi, e vado in cucina/ dopo mezzanotte a controllare il rubinetto". Poesie non consolatorie; perché, ha dichiarato, "Dimentichi così tante cose della tua vita. Dimentichi amori tempestosi. E quello che rimane con te, alla fine, è la vetrina di un negozio, con dei manichini nudi, in una via buia". L’abbiamo intervistato.

Lei è arrivato in America a 16 anni. La sua madrelingua è il serbo, ma si è scoperto poeta in inglese. Quanto è stato difficile impadronirsi di un’altra lingua?

"Non è stato difficile: è stato naturale. Ho dovuto imparare l’inglese per andare a scuola. Ho cominciato a scrivere in inglese, perché vivevo in America e tutti i miei amici erano americani. So che tutti si stupiscono perché non ho mai scritto neppure un verso in serbo. Ma perché avrei dovuto? Le ragazze che volevo conquistare parlavano solo inglese".

C’è una parola, una frase in serbo che lei continua a usare; una parola per cui non esiste l’equivalente in inglese?

"Come no: gli insulti. Il peggio immaginabile. Tutto in serbo. Mi escono di bocca senza che me ne renda conto".

Dopo i primi anni a New York, lei ora vive nel New England, e insegna all’University of New Hampshire. E’ mai tornato a Belgrado?

"Nei quasi sessant'anni che sono trascorsi dalla mia partenza, tre volte. Mi piace Belgrado, mi ci trovo sempre bene; ma ci sono tante altre città nel mondo che amo".

Quindi per lei la nostalgia, il dolore di un impossibile ritorno, non è legata alla Serbia?

"Non ho mai provato nostalgia. Ho lasciato un Paese dove sono stato quasi ucciso dalle bombe durante la seconda guerra mondiale; io e mia madre siamo stati imprigionati per aver cercato di passare il confine e andare in Austria; di cosa dovrei avere nostalgia?"

Duro, Simic. Però le sue poesie raccontano, come sempre, qualcosa di più. Poesie come questa: "A pagina uno del mio libro dei sogni/è sempre sera/in un paese occupato./L’ora prima del coprifuoco./Una cittadina di provincia./Le case tutte al buio./I negozi sventrati". Ricordi certo non nostalgici. Del resto Simic fu sbalzato dal letto da una bomba tedesca quando aveva appena tre anni; da ragazzino giocava alla guerra, mentre la guerra divampava attorno a lui... "Le mie agenzie di viaggio sono state Hitler e Stalin" ha dichiarato, caustico, parlando del suo arrivo in America. "I tedeschi e gli alleati mi bombardavano a turno, mentre giocavo, sul pavimento della mia stanza, con la mia collezione di soldatini". Un’immagine che è finita in una sua poesia: "Giocavamo alla guerra durante la guerra,/ Margaret. I soldatini erano molto richiesti,/il tipo in terracotta./Quelli di piombo finivano sciolti a far pallottole,/immagino". Humor balcanico?

A proposito della lingua serba, lei spesso racconta un aneddoto divertente e surreale. Di quando, con suo zio Boris, mentre discutevate animatamente in un bar americano, una signora si è avvicinata per chiedere in che lingua parlavate. E voi...

"Noi abbiamo risposto che eravamo gli unici due superstiti di una tribù di africani bianchi, che parlava una lingua ormai estinta. Ci ha creduto. Gli americani del resto hanno un’idea molto vaga della geografia mondiale, nonché della storia, quindi sono sempre tentato di prenderli in giro. Una volta – ero su un treno che attraversava l’Ohio – ho raccontato a una giovane donna che ero un principe russo in esilio, e le ho descritto, minuziosamente, tutti i palazzi che possedeva un tempo la mia famiglia. Lei era incantata".

Una poesia che le ha cambiato la vita?

"Di Walt Whitman: "Crossing Brooklyn Ferry" ("Sul ferry di Brooklyn", ndr)".

In un’intervista al New York Times, lei ha dichiarato: per essere felici, bisogna imparare a cucinare. Quindi lei cucina? Qual è il suo piatto preferito?

"Adoro le ostriche e le vongole. Abito vicino al mare, e ne approfitto. Cucino, certo: anche se le mie ricette serbe non vengono mai come vorrei. Il mio stile culinario è piuttosto italiano/spagnolo/greco".

Scrive poesie a mano, o al computer?

"A mano. Il computer arriva dopo, lo uso come fosse una macchina da scrivere, per l’ultima versione. Ma le mie giornate cominciano al computer: mi alzo molto presto, verso le cinque, e leggo on line i giornali".

Leggere i quotidiani on line: molto contemporaneo. Quali?

"New York Times, Washington Post, The Guardian, Danas, Politika. E qualcun altro. Abbastanza da farmi rabbrividire ogni mattino".

Un commento sulle sue poesie che l’ha inorgoglita, o commossa.

"Quando una coppia è venuta da me, dopo uno dei miei reading, e mi ha raccontato che si erano innamorati leggendosi, l’un l’altra, uno dei miei libri di poesie".

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.