Lisa Corva

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Chiudo gli occhi e vedo te.

Martedì, 31 gennaio 2012 @08:06

"Se qualcuno ci avesse osservato da un punto altissimo, come il cielo, avrebbe visto solo due essere umani felici, insignificanti, piccoli, uno accanto all’altro; ma della nostra età, di quello che avevamo fatto fino a quel momento, non avrebbe percepito assolutamente nulla; così, per un attimo, pensai di essere sul punto di sollevarmi da terra. Chiusi gli occhi per vedere lo scintillio lieve che mi percorreva la punta delle ciglia".
(Banana Yoshimoto)
Chiudo gli occhi e vedo te.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo "High & Dry. Primo amore", Feltrinelli. Se cliccate sul nome dell'autrice trovate gli altri Buongiorno che le ho sforbiciato).

Oggi avrei preferito non incontrarmi.

Lunedì, 30 gennaio 2012 @08:28

"Oggi avrei preferito non incontrarmi."
(Herta Müller)
Certi lunedì mattina. Quando preferirei non essere me.

(La frase che ho scelto oggi è un titolo: il titolo di un romanzo della scrittrice rumena e tedesca, Premio Nobel per la Letteratura del 2010. Solo un titolo, ma a volte, purtroppo, è il titolo di un'intera giornata... Per saperne di più su Herta Müller, cliccate sul suo nome: trovate la mia intervista e il racconto del nostro incontro)

Dentro una borsa.

Venerdì, 27 gennaio 2012 @07:11

"La vecchia borsetta di pelle di mia madre;
dentro, le lettere che ha portato con sé
per tutta la guerra.
Il profumo della borsetta di mia madre:
mentine, rossetto e cipria Coty.
E quelle lettere, ammorbidite
e sgualcite sugli angoli,
aperte, rilette, ripiegate
così spesso.
Lettere di mio padre. Profumo
di pelle e cipria
che da allora per me ha significato femminilità
e amore, e angoscia, e guerra."
(Ruth Fainlight)

E nella mia borsa, il mio cellulare: dentro, tanti pezzetti di te.

E nella vostra borsa, cosa c'è? Ruth Fainlight è una poetessa americana, nata nel 1931 a New York. I suoi versi sono tratti dall'antologia "Staying alive", Bloodaxe Books. Traduzione, imperfetta, mia; ma potete leggere l'originale, come ogni venerdì, nella parte gloibish del sito. Friday Poetry, Friday Lisa!

La vita è una password.

Giovedì, 26 gennaio 2012 @10:24

"Arrivato davanti al portone esitò. Troppe sono le cifre che siamo costretti a memorizzare: i telefonini, le password di internet, i bancomat… Niente di più normale che giunga un momento in cui tutto si mescola e cerchiamo di entrare a casa con il numero di telefono."
(David Foenkinos)
La vita è una password.

La frase di oggi è tratta da uno strano, breve romanzo di un autore francese: si intitola "La delicatezza" ed è una storia d’amore, edizioni e/o. Non ho ancora capito se mi è piaciuto o no (sospetto che c’entri molto la traduzione, forse un po’ imperfetta: in francese sarebbe stato più delicato, buffo, leggero). Ma mi piace l’idea che da questo film, e da questa storia, sia stato appena tratto un film con Audrey Tautou: ricordate, la protagonista di Amélie? E mi piace l’idea di un’imprevista storia d’amore, che capita quando meno ce l’aspettiamo… Come è sempre l’amore, come è spesso l’amore.

Era felice la baciatrice? Oh sì, e anche il signore baciato lo era, e anche i baci di essere dati, tutti i conti erano tornati.

Mercoledì, 25 gennaio 2012 @08:27

"Era la sua baciatrice preferita.
Con lei si appartava un momento dal mondo, poi vi ritornava.
Era felice la baciatrice?
Oh sì, e anche il signore baciato lo era, e anche i baci di essere dati, tutti i conti erano tornati."

(Vivian Lamarque)

Un tuo bacio, un mondo solo per noi.

(I versi di oggi sono di una delle mie poetesse preferite, Vivian Lamarque, e sono tratti dalla sua raccolta negli Oscar Mondadori).

Allora. Troverete il Buongiorno di carta ancora fino a fine febbraio, pare: City uscirà ancora per un mese. E poi? Poi troveremo un modo per dirci sempre Buongiorno.

Svegliarsi, prima della luce.

Martedì, 24 gennaio 2012 @08:46

"Svegliarti, all’alba: col peso delle dita assonnate,
prima che suoni la sveglia, prima del viaggio; prima
che le sale d’attesa della stazione, i binari
prendano possesso di noi, avvolgendoci con l’involucro di metallo,
con il freddo. La luce sta appena montando le sue installazioni,
estrae dal buio i vestiti ripiegati, i libri…"
(Marzanna Bogumila Kielar)
Svegliarsi, prima della luce.

Prima del Buongiorno di oggi, un pensiero sul Buongiorno di ieri, posso? Perché anch'io oggi mi sono svegliata, un po' preoccupata, prima della luce... E’ che, alla fine della giornata di ieri – conclusasi con una pessima notizia, perché City, il quotidiano free press su cui usciva ogni giorno il mio Buongiorno, chiude un’amica mi ha rimandato la mia rubrica. La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti. Quale miglior incoraggiamento? E mi ha strappato un sorriso, perché vedete, l’effetto Buongiorno funziona anche con me.
Non so cosa succederà ai miei Buongiorno disoccupati, ma vi prometto che io li cercherò e li scriverò ancora, per voi. Voi, però, promettetemi, se vi piacciono ovviamente, che li farete conoscere, come sempre e ancora di più: mandate il link ad amici, amiche e fidanzati, postateli su Facebook, twittateli… (Aiuto, scritto fa ancora più ridere, anzi fa ancora più twit). D’accordo?


E ora, il mio Buongiorno di oggi. Marzanna Bogumila Kielar è una poetessa polacca, e i versi sono tratti dall’antologia Almanacco dello Specchio 2010-2011, Mondadori.

La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti.

Lunedì, 23 gennaio 2012 @08:51

"La vita si può capire solo all’indietro, ma si vive in avanti."
(Kierkegaard)

Lunedì. Guardo avanti. Fast forward.

(Frasi che mi vengono incontro. Questa, del filosofo danese dell’800, era in una mostra sul tempo alla Triennale di Milano, "O’ Clock").

Se Jane Austen avesse un iPhone...

Domenica, 22 gennaio 2012 @20:16

Che cosa farebbe Jane Austen oggi? Di sicuro si comprerebbe un iPhone, da infilare magari in una it-bag (o anche no, Jane Austen amava i vestiti, ma non sarebbe mai andata in bancarotta per una borsa), manderebbe sms puntuti e spiritosi all’uomo che le piace, e tra ragione e sentimento sceglierebbe comunque il sentimento. E poi aprirebbe Facebook per qualche gossip in diretta: perché, se non si può vivere senza amore, non si può vivere neppure senza pettegolezzi. E probabilmente sul suo iPhone (o magari sull’iPad), scaricherebbe "La trama del matrimonio" (Mondadori), il nuovo romanzo di Jeffrey Eugenides, l’autore del bestseller "Middlesex". E farebbe bene, perché la protagonista, Madeleine, "fotografata" il giorno della graduation, già dalla prima pagina si svela e rivela: è una "Incurably Romantic", un’inguaribile romantica, che si affaccia alla vita con un dubbio. Non avrà letto troppi romanzi di Jane Austen e di Henry James? Sopravviverà?
Ma certo. Sono tante, tantissime le ragazze di oggi fiere di essere testardamente, perdutamente romantiche: che abbiano 20 o 50 anni. "Indignadas" e post-femministe, disoccupate o multitasking, mamme trafelate o aspiranti madri, o anche solo aspiranti fidanzate. Tutte o quasi hanno Jane Austen in libreria, le più tecnologiche su Kindle; ed è una nuovissima scoperta (ma che meraviglia, scoprire Jane quando non hai più sedici anni), o un libro stropicciato dalle riletture. Le più groupies scelgono, come foto di profilo su Facebook, il broncio di Keira Knightley in "Ragione e sentimento". E postano Mr Darcy ergo Colin Firth nella sequenza you tube in cui cade nella fontana, e riemerge maschio e bagnato; in attesa di incontrarne uno vero, di Mr Darcy, a cui strappare la camicia.
Perché è questo che vogliono le "Incurably Romantic" di oggi e di allora: sognare. Giocare. Corteggiare e farsi corteggiare. E quindi sono abilissime nel passaparola romantico: perché da qualche parte bisogna pur impararlo, il linguaggio dell’ironia e del sentimento, e una volta finiti tutti i libri di Jane Austen, rivisti tutti i film su Dvd, che si fa? Per fortuna ci sono i remake; e l’ultimo "Jane Eyre", in versione un po’ gothic, con una bravissima Mia Wasikowska, ci ha fatto sognare con Michael Fassbender, il nuovo sex symbol (non crediate: le Incurably Romantic di oggi, come allora, sono molto sensibili a muscoli e testosterone, e nel frattempo si sono già precipitate a vedere "Shame", solo per le scene di nudo). E poi ci sarà "Cime tempestose", con un Heathcliff di colore; e molto sesso…
Ma il passaparola romantico è anche quello dei libri: un tam tam sotterraneo. Io ho già in mano il nuovo romanzo (uscirà a febbraio) di Elizabeth von Arnim, donna straordinaria di inizio Novecento, dalle molte vite e molti amori, con cui la Bollati Boringhieri mi sorprende ogni anno. Vi dico solo il titolo: "Il circolo delle ingrate"; ma attenzione, la von Arnim crea dipendenza. Per chi legge direttamente in inglese, un indirizzo cult: Persephone Books, la casa editrice british specializzata in reprint di romanzi introvabili (http://www.persephonebooks.co.uk/ ). Tutti super-chic, perché dietro la copertina grigia, uguale per tutti, c’è il risguardo con la stampa di un tessuto coevo all’epoca del romanzo. E da qui Neri Pozza prende titoli imperdibili, come "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew". Altri titoli? Aggiunteli voi… è il bello del passaparola.
E poi c’è la moda, romantica ma non troppo. Abitini a fiori, ma portati con un chiodo di pelle, giusto?
E Jane Austen, sarebbe d’accordo? Ma certo. Non solo con l’abitino a fiori portato con la giacca da biker. Ma anche e soprattutto con il romanticismo reloaded. E’ stata lei che ci ha insegnato a credere nel lieto fine, sempre e comunque. Nei buoni sentimenti. Nella capacità di indignarsi davanti alle ingiustizie. Nel potere della consolazione, che sia un libro o un paio di scarpe. Nell’humor che ti salva, sempre, anche in caso di cuore infranto come un vetro spezzato. Perché sono così le Incurably Romantic: sperano sempre che dietro l’angolo ci sia un (nuovo) Darcy. Preferibilmente con l’iPhone. E, preferibilmente, che mandi criptici sms da salvare nel telefonino, e da rileggere a letto. Cosa si è persa la Austen!

(Io ho un iPhone, molti libri letti e riletti di Jane Austen, e progetto di scaricarli presto sul mio iPad. Questo invece è, all'incirca, un articolo che ho scritto per Velvet, il mensile moda&altro di Repubblica).

Ma sapevi che ci sarebbe sempre stata una primavera.

Venerdì, 20 gennaio 2012 @09:14

"Ma sapevi che ci sarebbe sempre stata una primavera".
(Hemingway)
Perché anche le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore. Perché dentro di te c’è un’invincibile estate. Non dimenticare, non dimenticarlo: è tutto dentro di te.

Devo ringraziare una lettrice del blog, Ursenna, per il Buongiorno di oggi: aveva "incontrato" questa frase sottolineata in un libro, trovato per caso… Riporto il suo messaggio, era il commento del Buongiorno del 12 novembre 2009, intitolato "Sottolineature": "Le sottolineature sconosciute mi evocano la mia scoperta del book crossing, anni fa, quando nemmeno sapevo che esistesse il book crossing. Un albergo di Ravenna. Hemingway in inglese. Un libro dall'apparenza letto e riletto. Una sola sottolineatura: You knew there would always be a spring. Poi ho visto City of Angels. Poi ho vissuto a Parigi. E la primavera era là, ad accogliermi come una gioiosa ritrovanza. La Festa Mobile di una matita senza nome".
Il libro infatti era di Hemingway, "Festa mobile". (Mai letto, confesso). Ma la frase è rimasta in testa anche a me. Mi piace quella promessa di primavera.
Anche il mio commento di oggi sono altre sottolineature, vecchi Buongiorno che mi sono rimasti dentro, "sottolineati". Le pietre che dormono sotto la neve con sogni nel cuore sono dei versi del poeta norvegese Olav H. Hauge. E l’invincibile estate dentro di noi è una frase di Camus.


Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno di oggi anche in inglese, in Lisa globish. E iscrivendovi a Twitter, riceverete ogni mattina il Buongiorno sul vostro telefonino.

Nostalgia preventiva.

Giovedì, 19 gennaio 2012 @07:53

"Sai, in certi momenti mi guardi con nostalgia. Anche se io sono qui con te."
(Craig Thompson)
Perché ogni volta che ti lascio, è sempre troppo presto. Perché ogni volta che ti lascio, ti vorrei portare via con me.

(La frase di oggi è tratta da una graphic novel: "Blankets", di Craig Thompson, RIzzoli)

Un’ondata di fatica si abbatte su di me, un momento di spossatezza.

Mercoledì, 18 gennaio 2012 @08:58

"Un’ondata di fatica si abbatte su di me, un momento di spossatezza. Sono stata così diligente nel dividere in due parti la mia anima e nel tenere per me la mia metà, il mio vero essere; nel tenerlo al riparo dal mondo esterno, da mia madre che vuole vedermi al sicuro."
(Elena Gorokhova)
Quel nucleo segreto, quel nocciolo duro, dentro di me.

(La frase di oggi è tratta da "Una montagna di briciole", Piemme, storia di un'adolescenza nell'allora Leningrado, negli anni 60).

Quando sei al tempo stesso un uomo e un ragazzino.

Martedì, 17 gennaio 2012 @08:35

"I momenti migliori in cui guardarlo, mi dissi, sono quelli in cui le circostanze gli richiedono di essere al tempo stesso un uomo e un ragazzino."
(Amor Towles)
Che carezza al cuore quando ti guardo e, sul tuo viso, vedo tracce di te bambino, riconosco vecchie foto di te. Prima, molto tempo prima che tu esistessi per me.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo "La buona società" di Amor Towles, Neri Pozza).

Luce. Gennaio. Mattina presto. Respiro.

Lunedì, 16 gennaio 2012 @08:33

"Luce. Gennaio. Mattina presto.
Respiro – e incorona lo sguardo
il vuoto abbagliante del cielo.
Ammettimi nei tuoi infiniti
presenti, luce che vieni e assolvi
ogni speranza e inutilità,
ogni dimenticanza.
Oggi, pieno di tempo,
di tanta chiarezza che mi sopraffà,
immergimi dentro il freddo azzurro che inghiotte il suono."
(Gian Mario Villalta)
Luce di gennaio, luce che assolve.

(Gian Mario Villalta è un poeta italiano. L'ultima sua raccolta è stata pubblicata da Mondadori)

Non mi piacciono i little black dress. C’è qualcosa di sbagliato in me?

Sabato, 14 gennaio 2012 @18:32

Lisa, puoi scriverci un pezzo sui "little black dress", sui tubini (o anche semplicemente abitini) neri che ogni donna dovrebbe avere nell’armadio? Certo. Peccato che, anche stavolta, io mi ritrovi a guardare le foto dei suddetti abitini, nonché delle solite celebrities fascinose in black (ma tanto sarebbero fascinose con qualunque colore), per capire che, anche stavolta, non cambierò idea. Perché, semplicemente, non ci credo: non credo nell’abitino nero "passepartout, perfetto per qualsiasi occasione, basta saperlo accessoriare". (L’ho scritto, certo: una verità-moda che mi sembra valga per tutte, tranne che per me!). Ho fatto un’eccezione, anzi tre: due abitini neri comprati vintage, quando ancora tentavo di crederci (sono lì, nell’armadio, ogni tanto ci provo, ma senza speranza, e dire che uno hai degli splendidi bottoncini di madreperla). E un abito nero stupendo, vita stretta e gonna un po’ anni Dior, confezionato per me dalla "mia" stilista Colomba Leddi come regalo per il lancio di Glam Cheap, perché compariva trionfante sulla copertina (La vedete la copertina? E’ qui a sinistra). Sulla scollatura è ricamato in perline rosse e filo rosso il titolo del libro; e dietro, imbarazzante ma vero, "l’autrice": uno scherzo di Colomba che è diventato ricamo, e ben mi sta.
E dire che una regina dello chic come Ines de la Fressange si spinge fino al punto di dichiarare: "Il tubino nero non è un indumento: è un concetto. E’ astratto, universale e, proprio per questo, adatto a tutte". Cito dal suo "La Parigina", il manuale delle fashioniste che tengo anch’io sulla scrivania, sperando che lo chic mi scivoli addosso per contagio. E dunque, come consiglia di accessoriarla, Ines, "la petite robe noire"? Bastano, secondo lei, un paio di grandi occhiali scuri (i Persol anni ’80, specifica), e un paio di ballerine nere. Certo, facile per Ines, che è alta e superskinny (un metro e 80 per 50 chili, ho controllato, tanto per farmi del male). E che, d’inverno, consiglia anche di abbinare un paio di guanti lunghi e black. Fa molto Holly Golightly in "Colazione da Tiffany", ovviamente... Non tutte, però, abbiamo Audrey Hepburn dentro. Ecco, forse è questo il problema? Non ho Audrey Hepburn dentro. Né dentro né fuori, ahimè.

Il cielo diviso.

Venerdì, 13 gennaio 2012 @09:44

"Un tempo, le coppie di amanti prima di separarsi cercavano una stella, su cui i loro sguardi la sera potessero incontrarsi. Che cosa dobbiamo cercare noi? Il cielo almeno non possono dividerlo… Sì invece, disse lei piano. Il cielo è sempre il primo a essere diviso."
(Christa Wolf)
Il nostro amore, sotto lo stesso cielo.

Altre parole che mi vengono incontro. Dopo i versi di Ingeborg Bachmann sui quadri di Cy Twombly a Monaco, questo invece è un dialogo di Christa Wolf, la più grande scrittrice dell’ex Ddr, da poco scomparsa. Parole che mi sono venute incontro a Berlino: non dal suo libro, che è del 1963, ma dal film che ne fu tratto l’anno dopo, un film in bianco e nero che è quasi una piccola opera d’arte, e infatti era in mostra alla Neue Nationalgalerie: "Der geteilte Himmel", il cielo diviso appunto. Titolo del libro, del film, della mostra (di quadri e sculture dal 1945 fino al '68); titolo della Germania stessa fino alla caduta del Muro. Il cielo diviso è quello dei protagonisti: lui che decide di andare a Ovest (erano gli anni poco prima del Muro, in cui ancora si poteva), e cerca di convincere lei. Ma lei non parte…

Come ogni venerdì, trovate la frase di oggi anche in Lisa globish: ma stavolta, ovviamente, è in tedesco!

Nella penombra della mia camera, le cose che amo mi riconoscono e mi sorridono, quando finalmente siamo sole.

Giovedì, 12 gennaio 2012 @08:33

"E’ così ogni sera, quando chiudo dietro di me l’uscio della mia camera per andare a dormire; compio questo gesto semplice e consueto con avida ghiottoneria, assaporandolo: conosco il cigolìo della maniglia… Rimango lì davanti per un lungo momento, a pensare; poi, adagio, mi volgo e ricerco nella penombra le cose che da anni amo vedere attorno a me; ed esse, poiché finalmente siamo sole, mi riconoscono e sorridono".
(Alba de Céspedes)

Il piacere della solitudine.

Alba de Céspedes, dimenticata scrittrice del Novecento (nata nel 1911, morta nel 1997), romana, cognome che le veniva dal padre, ambasciatore cubano in Italia. Pre-femminista, abilissima nel disegnare i chiaroscuri della vita delle donne di allora: e quell’allora sono gli anni Trenta, Quaranta… Come in "Quaderno proibito", che avevo amato moltissimo, o "Nessuno torna indietro", una sorta di Sex and The City in epoca fascista. La frase di oggi è tratta invece da "Fuga", racconti pubblicati da Mondadori nel 1940; un libro dalla copertina blu che mi si disfa quasi tra le mani, che viene da un robivecchi triestino e che mi è stato regalato da mio padre. Lo sto leggendo, stupita come sempre dalle parole ormai perdute (uno dei racconti, bellissimo, si intitola "Il pigionante", ma anche nella frase di oggi, avete notato "uscio" e "ghiottoneria"?). Perduto anche, per fortuna, molto di quello che stringeva le donne alla gola. Solo un esempio: una delle protagoniste ha quarant’anni e si sente vecchissima, non più in diritto né di amare né di desiderare… Com’è cambiato il mondo. E non solo nei sentimenti: nel 1940, quando esce "Fuga", le donne non potevano neppure votare; era vietato il divorzio, l'aborto, la pillola, decidere di sé e del proprio destino era ancora quasi impossibile. Sì, com'è cambiato il mondo. Alba, la battagliera Alba, sarebbe contenta. Per saperne di più cliccate sul suo nome, andate in biblioteca o libreria: l’anno scorso la Mondadori ha ripubblicato i suoi romanzi, ormai introvabili, in un volume dei Meridiani. Che non amo perché hanno le pagine troppo fragili. Ma dentro c'è tutta Alba.

Toccare il mondo, tenerlo in mano.

Mercoledì, 11 gennaio 2012 @09:08

"L’aria fredda, le montagne rosse e gialle che brillavano in lontananza, il cielo limpido e azzurro. Nelle mani il tepore del bicchiere, come un uccellino. La superficie tremolante col suo colore intenso, ruvida… Di ogni cosa distinguevo la sola sensazione tattile, un po’ come quando, da bambina, giocavo in mezzo al fango".

(Banana Yoshimoto)

Toccare il mondo, tenerlo in mano.

(La frase di oggi è tratta da "High & Dry. Primo amore", Feltrinelli. Se cliccate sul nome dell'autrice trovate gli altri Buongiorno che le ho sforbiciato).

Se ci innamorassimo solo delle persone che sono perfette per noi, la gente non perderebbe tanto tempo a parlare d’amore.

Martedì, 10 gennaio 2012 @08:42

"Se ci innamorassimo solo delle persone che sono perfette per noi, la gente non perderebbe tanto tempo a parlare d’amore."
(Amor Towles)
Ma l’amore, com’è testardo, l’amore.

(La frase che ho scelto oggi per City è tratta da "La buona società", di Amor Towles, Neri Pozza. Un romanzo romantico rétro, in cui tutto comincia durante una notte di Capodanno del 1938, a Manhattan, con la neve, il jazz e le calze di seta. Un falso perfetto confezionato oggi da, incredibilmente, un uomo che nella vita è un investment banker; una protagonista romantica e determinata che ha qualcosa da insegnarci. Forse. Se solo in amore potessimo imparare dagli errori degli altri...).

Filastrocca di Capodanno, fammi gli auguri per tutto l’anno.

Lunedì, 9 gennaio 2012 @09:07

"Filastrocca di Capodanno
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente".
(Gianni Rodari)
Smile! :-)

Rieccoci! E' il primo Buongiorno del 2012. Speriamo in un anno in rima baciata.

La mia idea di felicità è stare seduto per sempre a un caffè in piazza del Campo a Siena: intervista a Billy Collins, poeta.

Venerdì, 6 gennaio 2012 @17:19

A volte i libri portano ad altri libri. Così ho conosciuto Billy Collins, lui, e i suoi versi che sanno di pioggia, di caffè del mattino, dello stupore sempre intatto della prima neve "a revolution of snow"), e di amore coniugale. L’ho conosciuto quando, intervistando anni fa una scrittrice americana, mi raccontò che, per la sua cena di compleanno, aveva deciso di farlo lei, un regalo a tutti gli invitati. E aveva scelto di mettere accanto al piatto di ogni commensale non un suo romanzo, bensì un libro di Collins. Perché, disse, abbiamo tutti bisogno di amore e di poesia. E’ stata, credo, l’unica cosa memorabile dell’intervista (era l’autrice di un dimenticabile chick-lit, "Libri e amori a Los Angeles": idea carina, la storia di una divorziata che quando è in crisi si chiude a casa, entra nella vasca, stacca il telefono e legge, ma purtroppo il risultato è un romanzo quasi noioso). Ed è andata a finire che mi sono ritrovata anch’io fan di Billy Collins.
Ora, finalmente, in Italia è uscita una sua raccolta, "Balistica" (Fazi). Non una delle migliori, purtroppo. Ma con un doppio piacere: il testo a fronte. E la scusa per intervistarlo, lui, uno dei "poets laureate" più amati d’America. Poeti laureati: ovvero un incarico ufficiale che dura due anni, copiato dagli inglesi, che un tempo in questo modo commissionavano componimenti per l’incoronazione o la morte di un re. Poeti laureati: quelli a cui accennava Montale, "che si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri o acanti". E concludeva: "Io, per me, amo i limoni". Ma anche Billy Collins, come Montale, preferisce i limoni. O l’ossobuco.

Una delle sue più belle poesie si intitola "Ossobuco": un elogio della cucina italiana, del matrimonio, e delle calde serate casalinghe in cui "il leone della contentezza appoggia una zampa calda sul mio petto". Ma l’ossobuco le piace davvero?
"Ovviamente! Mia moglie ha fatto un corso di cucina in Italia, e questo è uno dei piatti che ha imparato. Adoro l’Italia; uno dei miei più bei ricordi è di un reading che ho tenuto a Ravenna, nello spazio teatrale ricavato nel monastero di Santa Chiara, a quanto pare una delle chiese preferite da Dante. Non credo mi capiterà di sentirmi più vicino "fisicamente", a lui, di così".

I suoi sono libri da tenere accanto a letto; da leggere piano, la sera, prima di addormentarsi. Ma sul suo comodino, che cosa troviamo?
"Un’antologia Oxford di prosa umoristica, i racconti di P.G. Wodehouse, e il saggio di Helen Vendler sulle poesie Emily Dickinson. Ah sì, e una piccola radio bianca con tre paperette di plastica sedute sopra. Mi chiedo se a volte lì non faccia troppo caldo per loro".

Leggo da "Dettaglio": "Si faceva tardi nell’anno/il cielo era basso e nuvoloso da giorni,/e io bevevo un tè in una stanza di vetro/con una donna senza bambini,/un cancello dal quale nessuno era entrato nel mondo"… Un’immagine dura, forte. Lei non ha figli?
"No, e mi sembra che in America non diventare genitori sia molto più diffuso, e in qualche modo normale: o perlomeno, non tragico. In quei versi volevo spiegare che non avere figli può essere appunto un’opzione, una possibilità; non è una condizione da compatire".

Qual è il suo posto del cuore nel mondo?
"Le sembrerà banale, ma in genere è quello dove mi trovo. C’è un haiku giapponese in cui il poeta dice quanto gli manchino le montagne anche quando è in montagna; il che rivela l’assurdità – e la frenesia – di desiderare sempre un luogo migliore. Ma se dovessi scegliere un posto, uno solo, dove stare per sempre, sceglierei un tavolino all’aperto di uno dei caffè in Piazza del Campo a Siena. Il cameriere saprebbe chi sono, ovviamente, e mi basterebbe un cenno per farmi portare un’altra grappa".

Cliccando su Billy Collins, trovate i Buongiorno che gli ho sfilato nel tempo.
Ma soprattutto, come ogni venerdì, trovate il post di oggi anche in inglese: stavolta, tutta l’intervista. Vi ricordo poi che iscrivendovi a Twitter avrete ogni giorno Daily Lisa, direttamente sul vostro telefonino!

Perché non ho il coraggio di vestirmi di bianco d’inverno, e altre esitazioni fashioniste.

Mercoledì, 4 gennaio 2012 @09:47

Ci vuole una certa fiducia per vestirsi di bianco. Bisogna saper credere nelle favole d’inverno, soprattutto in quelle col lieto fine (anche e soprattutto se arrivano da Hollywood), nei fiocchi di neve, o quantomeno avere l’incrollabile certezza che, con un cappottino all white, non incontreremo neppure una pozzanghera. Il bello del bianco – bianco neve, bianco perla, bianco panna montata, bianco cielo d’inverno al nord, chiamatelo come volete – è che, a saperlo portare, sta bene sia alle bionde che alle brune. Basta avere, appunto, una certa fiducia e una certa allure: insomma, bisogna esserne convinte. Quello che gli americani chiamano, prendendo a prestito una fantastica espressione yiddish che sa tanto di Woody Allen, "chutzpah": ovvero, un misto di sfrontataggine e coraggio che permette di cavarsela evitando le pozzanghere, vere e metaforiche, della vita.
E poi, certo, bisogna che si presenti la serata giusta. Quella in cui ovviamente sanno scivolare con i loro tacchi le celebrities che vediamo paparazzate, tutte in abbagliante abito da sera white, compreso il pellicciotto, vero o finto non importa. L’ultima avvistata è Sarah Jessica Parker, con un modello dell’ultima sfilata di Vuitton, un’anteprima della prossima primavera, dove Marc Jacobs ha usato il laser per ritagliare margherite giganti di pizzo, un capolavoro.
Ma il vero motivo per cui non riesco a vestirmi di bianco d’inverno è, forse, un motivo poetico. E’ che non riesco a pensare che qualcuno potrebbe, vedendomi entrare nella stanza, scrivere così, d’emblée, qualche verso d’occasione, come fece Pasternak: "Tu apparirai sulla soglia, indossando/ qualcosa di bianco senza stranezze, /qualcosa proprio di quelle stoffe/ di cui si cuciono i fiocchi di neve". Quando l’ha scritto era il 1931, ed era un bianco gelato inverno russo. E allora, diciamolo: bisogna essere russi e quasi congelati post-rivoluzione per scrivere simili meraviglie? Io non ho mai ricevuto nessun commento poetico sul mio look; al massimo, dal consorte, qualcosa tipo: ti sei accorta che i tuoi jeans sono bucati? (Certo, li ho comprati e pagati così apposta). Ma perbacco, voglio pensare che magari Pasternak, se mi avesse conosciuto, avrebbe scritto qualcosa, sui miei jeans stracciati e glitterati. Chissà, magari mi avrebbe persino ritagliato un cameo nel Dottor Živago. Lasciatemi sognare.

(Questo è, all’incirca, un pezzo di moda che ho scritto per Grazia).

Cronache da Berlino: l’arte in un bunker, il burro sopra lo Stollen, e zuppe vietnamite.

Domenica, 1 gennaio 2012 @18:41

Ho aspettato l’anno nuovo a Berlino. Come ha riassunto l’amico artista (nonché berlinese) che ci ha ospitato, "Sono stata in Vietnam, ma che strano, sembrava Berlino": e tutto perché non riuscivo a staccarmi dai ristorantini vietnamiti, low cost e colorati e con dei Buddha sorridenti all’entrata. Ne ho sperimentato almeno uno al giorno (voto massimo alla "duck in pyjamas", ovvero l’anatra in pigiama, perché tagliata e avvolta nei "paper rice", dei rolls trasparenti di pasta di riso che adoro; e le noodles soup, zuppe tracimanti coriandolo fresco). Che dite? Poco berlinese? Vero. Ma dopo aver vacillato con lo Stollen (il dolce di Natale con uvette o mandorle, che viene servito spalmato di varie dita di burro e ricoperto di zucchero a velo), ho preferito seguire la pista asiatica.
Non mi sono limitata a mangiare. Ho bevuto plurimi caffé in bar dai nomi assurdi, tipo "Allegretto" (che mi perseguitava anche all’interno dei musei); e a Soho House, sul tetto del vecchio Politbüro e archivio sovietico, che ora è un albergo/club trendy. Sono stata nel concept store più modaiolo della città, dentro il cortile di una fabbrica dall'aria abbandonata, con gelide luci bianche al neon (quelle che usano nella gallerie berlinesi), e con pochi pezzi di shopping extralusso dall'aria sconsolata e altrettanto abbandonata. (Si chiama Andreas Murkudis, come il suo proprietario, ma non ve lo consiglio: lo shopping sconsolato e sovrapprezzo fa male alla salute).
Soprattutto ho fatto indigestione d’arte. Gallerie e musei, ma mi ha colpito soprattutto il Bunker, una vera esperienza: una collezione d’arte contemporanea (guardatela qui: http://www.sammlung-boros.de/ ), ospitata all’interno di un vero bunker nazista costruito negli anni ’40, poi abbandonato, occupato negli anni ’90 per party selvaggi techno e gay, e ora ristrutturato da una coppia di ricchi collezionisti, che vive sul tetto, in una casa di vetro e cemento. Ma la collezione è dentro: nel gelido bunker, cinque piani di arte e vibrazioni del passato. Impressionante. Una volta uscita, non desideravo altro che una zuppa bollente vietnamita.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.