Lisa Corva

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Istanbul: profumo di mare, di tiglio, e il museo di un amore.

Lunedì, 30 aprile 2012 @06:19

"Fuori il cielo era terso, il cielo tipico delle giornate di primavera a Istanbul… Dalla finestra aperta del balcone soffiò una brezza primaverile profumata di mare e di tiglio che fece trasalire i nostri corpi nudi"
(Orhan Pamuk)
Profumo di mare e tiglio. Profumo di primavera.

Vi scrivo questo Buongiorno da Istanbul, dove, dalla mia finestra, non entra purtroppo nessun profumo nè di mare nè di tiglio. In compenso sono appena andata a vedere il nuovissimo e bizzarro Museo dell'Innocenza, tratto dal libro omonimo di Orhan Pamuk (in Italia pubblicato da Einaudi), premio Nobel per la letteratura: già quando cominciò a scriverlo, iniziò a raccogliere con accanimento nostalgico e feticista tutti gli oggetti di cui è composto il museo, in una vecchia casa di legno ridipinta di rosso cupo. Forcine, vecchie foto, spille a forma di farfalla, bottiglie di gazzosa, mozziconi di sigaretta fumati dalla bella protagonista del libro: ogni capitolo è una bacheca, con dentro gli oggetti di un'Istanbul perduta, quella degli anni 70, e di un perduto amore. È' la prima volta che un romanzo diventa museo e installazione d'arte insieme: l'incredibile storia di un'ossessione d'amore.

Quello che ogni donna dovrebbe avere in borsa.

Venerdì, 27 aprile 2012 @09:13

"Quello che ogni donna dovrebbe avere in borsa.
Mia madre mi ha dato la preghiera di Santa Teresa.
Ho aggiunto un vecchio biglietto della metropolitana, kleenex,
mentine, un assorbente, pesetas,
un fiorino. Non mi aspetto niente, sia chiaro,
ma del resto non mi fido di te, quindi: una confezione da 3.
Ho una penna. C’è spazio per il mio angelo custode,
ma dovrà piegare le ali. Il passaporto.
Una chiave. Ansia, per quello che (non) ho detto
quando una volta (non) avevi bisogno di me. Un analgesico.
Una carta di credito. Il suo viso l’ultima volta,
la mia impazienza, la mia inutile giovinezza.
Quel sacchetto vuoto, il mio cuore. Una scatola di fiammiferi".
(Maura Dooley)
Quello che devo tenere in borsa: fiducia in me.

I versi di oggi, della poetessa inglese Maura Dooley, sono tratti dall’antologia "Staying alive", Bloodaxe Books. La traduzione è mia; ma, come ogni venerdì, trovate l’originale in inglese. Leggetelo: mi piace quel "guardian angel who has to fold her wings".

Il miglior modo di farlo, è farlo.

Giovedì, 26 aprile 2012 @08:10

"Il miglior modo di farlo, è farlo".
(Amelia Earhart)
Azione.

Amelia Earhart, americana, una delle prime donne pilota. Da ragazza raccoglieva in un notes tutti gli articoli sulle donne che, all'epoca, tentavano di farsi strada in un mondo maschile: le prime donne ingegnere, manager, nell'industria del cinema, in pubblicità. Scomparve nel 1937 attraversando il Pacifico.

Le donne del 25 aprile.

Mercoledì, 25 aprile 2012 @08:07

"Luciana che partorisce in un basso di Napoli nell’intervallo tra due bombardamenti; Bianca che con i figli, il grammofono e la cassetta dei gioielli attraversa a piedi l’Abruzzo; Marisa che a Roma occupata dai tedeschi impara a sparare; Sofia che da Milano si rifugia con le sue provviste di tè e la sua biblioteca in un paesino al confine con la Svizzera; Zita, la mondina di Cavriago che ha il fratello partigiano e il fidanzato nell’esercito repubblichino; e ancora la confinata Cesira, Lela che comanda le ausiliarie di Salò nel Veneto; Carla che durante tutta la guerra fa la postina aspettando il ritorno del marito; Lucia che impara a guidare il tram a Milano e il marito non lo aspetta più; la Biki che continua imperterrita a preparare le sue collezioni di abiti da sera… Alla fine non ho scritto la storia di una soltanto di loro. Ho tentato invece di scrivere la storia di tutte queste donne insieme, attraverso gli anni che vanno dal 1940 al 1945".
(Miriam Mafai)
La storia di tante, la nostra storia.

Così comincia "Pane nero" (Mondadori), così voglio ricordare il 25 aprile 1945, e Miriam Mafai, grande donna, e grande giornalista, che in quegli anni c’era, che quegli anni li ha raccontati. Il libro, se non l'avete mai letto, lo trovate in vendita da oggi con Repubblica, il giornale su cui scriveva. E’ un modo per ricordarla e per ricordare le donne, tutte, del 25 aprile.

Voglio essere sincero come la camicia bianca che porto.

Martedì, 24 aprile 2012 @07:55

"Voglio essere sincero come la camicia bianca che porto."
(Odisseas Elitis)
Oggi, per me, una camicia bianca.

Il Buongiorno di oggi è tratto dalla raccolta "E’ presto ancora", Donzelli Editore, del poeta greco Elitis, che nacque a Creta nel 1911.

Sulla nave avevamo con noi, dentro i bauli, tutto quello che ci sarebbe servito per la nostra nuova vita.

Lunedì, 23 aprile 2012 @08:15

"Sulla nave avevamo con noi, dentro i bauli, tutto quello che ci sarebbe servito per la nostra nuova vita: kimono di seta bianca per la prima notte di nozze, kimono di cotone colorato da indossare tutti i giorni, pennelli da calligrafia, sottili fogli di carta di riso sui quali scrivere lunghe lettere a casa, minuscoli Budda di ottone, bambole con le quali dormivamo dall’età di cinque anni, lisce pietre nere del fiume che scorreva dietro casa nostra, una ciocca di capelli di un ragazzo che avevamo toccato, e amato, e al quale avevamo promesso di scrivere pur sapendo che non l’avremmo mai fatto…"
(Julie Otsuka)
I talismani per una nuova vita.

Mi piacciono quei sassi levigati dal fiume, ricordo di casa. Mi piace pensare a quello che metteremmo, oggi, nella valigia per una nuova vita: un laptop o un iPad, non più pennelli e sottili fogli di carta di riso, come le ragazze giapponesi che partirono all’inizio del Novecento per andare in spose a uomini mai visti prima, in California. E la cui storia corale è stata raccontata da Julie Otsuka, californiana giapponese, discendente di quelle donne, nel poetico, brevissimo "Venivamo tutte per mare", Bollati Boringhieri. E oggi? Oggi non partiremmo senza l’abito del cuore e il telefonino con dentro tutto il nostro mondo, e l’uomo sconosciuto l’avremmo visto almeno una volta su Facebook.

Perché mi piace stare dentro un romanzo.

Venerdì, 20 aprile 2012 @06:42

"Leggere romanzi è un modo di immaginare una vita altra dalla nostra, il che ci rende anche più empatici con il mondo. Seguire storie e intrecci complessi spinge la mente al di là dei 140 caratteri di un Tweet e del pensiero breve. E saper stare dentro il mondo di un romanzo ci insegna ad rimanere tranquilli ed in silenzio, due abilità che stanno scomparendo più velocemente dei ghiacci artici".
(Ann Patchett)
Saper stare dentro un romanzo. Un altro modo di essere al mondo.

Ann Patchett è una scrittrice americana, poco conosciuta in Italia. La frase di oggi è tratta da un suo articolo sul New York Times, dove commentava il fatto che quest’anno non è stato assegnato il Pulitzer Prize per i romanzi. Ad essere premiato, invece, è stato il web. Leggetemi, come ogni venerdì, in Lisa globish. E seguitemi su Twitter!

Cogli l’attimo. Pensa a tutte quelle donne sul Titanic che non si sono fatte dare la carta dei dessert.

Giovedì, 19 aprile 2012 @08:43

"Cogli l’attimo. Pensa a tutte quelle donne sul Titanic che non si sono fatte dare la carta dei dessert".
(Erma Bombeck)
Se per caso oggi avessimo bisogno di un incoraggiamento per avvicinarci a del cioccolato.

Lo so, lo so. I miei Buongiorno sono (quasi) tutti zuccherosi e poetici. Iperglicemici, a volte. Ma oggi mi sento come un cioccolatino con dentro un pizzico di peperoncino. In onore alle donne del Titanic e ad Erma Bombeck, casalinga (quando ancora si usava questa parola) e giornalista americana degli anni Sessanta, famosa per le sue esilaranti rubriche.

Solo di una cosa si potrebbe prendere coscienza: non tutto è in mano ai vivi.

Mercoledì, 18 aprile 2012 @08:18

"Solo di una cosa si potrebbe prendere coscienza: non tutto è in mano ai vivi."
(Odisseas Elitis)
L’ombra che ci sta accanto. Le ombre che ci stanno accanto.

Il Buongiorno di oggi è del poeta greco Elitis, ed è tratto da "E’ presto ancora", antologia di sue poesie e suoi scritti, Donzelli.

Su questo lungomare che è la vita.

Martedì, 17 aprile 2012 @08:06

"Io sono la ragazza con la valigia.
E ho un cappotto blu
vado di notte.
Su questo lungomare che è la vita.
E il vento batte sulle palme scardinate
la pioggia batte sulle stagioni andate
il mare scardina le barche di immigrate.
Io sono qui. Ti aspetto alla frontiera.
Al guinzaglio dell’orso della luna,
il fango nelle mani, per fare un neonato.
Tu aspettami inchiodato, nella sera".
(Francesca Genti)
Sul lungomare, sul binario, sul molo. Ti aspetto, alla frontiera tra me e te.

Questa è una poesia inedita di Francesca Genti (cliccate sul suo nome, se ancora non la conoscete). Sul lungomare (magari della Liguria), sul Molo Audace a Trieste, ci unisce la stessa cosa: saper camminare sul confine.

Sull’oliveto c’è un cielo schiacciato e una scura pioggia di astri freddi.

Lunedì, 16 aprile 2012 @08:31

"Il campo
di ulivi
s’apre e si chiude
come un ventaglio.
Sull’oliveto
c’è un cielo schiacciato
e una scura pioggia
di astri freddi.
Giunco e penombra tremano
sulla riva del fiume.
Il vento grigio s’increspa.
Gli ulivi sono carichi di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le lunghissime code nell’ombra".
(Federico García Lorca)

Questa scura pioggia di astri freddi. Questa primavera oggi grigia, verde e lucente come le foglie degli ulivi.

(La poesia di oggi si intitola "Paisaje", "Paesaggio", ed è tratta dall’antologia delle poesie di Lorca; l'editore è Newton. Lorca la scrisse all’inizio degli anni Venti. Gli uliveti che aveva davanti agli occhi era quelli spagnoli, dell'Andalusia dove nacque. Io penso invece agli ulivi millenari della Puglia e del nostro Sud)

Lei, lui e gli spermatozoi: dopo l’aspirante madre, l’aspirante padre.

Domenica, 15 aprile 2012 @17:57

Fa un certo effetto, dopo aver scritto "Confessioni di un’aspirante madre" (ovvero il libro rosa, ovvero il libro di Emma, il mio primo libro, uscito per Sonzogno nel 2005), leggere le confessioni… di un aspirante padre. Ne ho parlato su Grazia.

Lui e gli spermatozoi. Anzi, gli "animalcules". Così Simone Lenzi, del gruppo rock Virginiana Miller, nel suo primo libro "La generazione" (Dalai Editore), che sta già diventando un film, racconta il punto di vista maschile sui misteri della sterilità, prendendo a prestito un termine desueto dei primi esperimenti sul tema. Per la precisione, da Antoni van Leeuwenhoek, che a Delft nel 1700 studiava tutto al microscopio, anche il suo stesso sperma. E, tra abati e medici di corte, in un surreale controcampo, ecco la storia di Guido, portiere di notte, che insegue un bambino che non arriva, e Antonia, che ad ogni mestruazione lo guarda e dice di sentirsi "scadere"... Aspirante padre: ovvero, come riassume Lenzi, "uno al quale si chiede apparentemente solo di masturbarsi un paio di volte in uno sgabuzzino".

E la "scena dello sgabuzzino" in ospedale è una delle più dolceamare del libro. Però un’aspirante madre, se va bene, si confida con la sua amica del cuore (ma anche no: l’invidia delle pance è sempre in agguato, come sa bene Emma); o in rete, con le altre "fivettare" (Fivet, ricordate?, è l’acronimo di fertilizzazione in vitro con embrio-transfer). Mentre un aspirante padre, con chi parla?
"L’aspirante padre del mio libro, che ha un sacco di tempo anche perché fa il portiere di notte, e sta sveglio quando tutto il resto del mondo beatamente dorme, cerca di rispondere interrogando la sapienza umana, i grandi medici e i filosofi del passato che dagli animalcules in avanti si sono posti la domanda sulla "generazione" prima di lui. Lo fa perché ama leggere e perché non ha nessuno con cui parlare, se non i libri".

Il tuo aspirante padre è molto solo…
"Ma è così. Il maschio che vive un percorso di procreazione assistita si trova spesso in una condizione di profonda solitudine. Quella specie di liturgia farmacologica che invade il corpo della donna, lo riguarda solo passivamente".

Eppure sono struggenti le pagine in cui lui, nel bagno di un treno, fa le iniezioni di stimolazione ormonale alla moglie; quasi una "cerimonia privata", per usare le tue parole; in cui, ogni volta che le buca la pancia con una siringa, la prende come "legittima sposa", forse più del giorno in cui le ha messo l’anello al dito. E’ un modo surreale e tenero di raccontare il cammino della Fivet…
"Perché l’aspirante padre deve o dovrebbe esserci, rispondere, calmare, ascoltare, accogliere le ansie della compagna; ma spesso non ha nessuno con cui parlare. Di che dovrebbe parlare, del resto? Non è il suo corpo che viene messo in gioco in tutte quelle manipolazioni ospedaliere".

E il ruolo dell’aspirante padre dunque qual è, a parte il monologo con gli "animalcules"?
"Al netto del prelievo del seme, il suo compito diventa quello di riuscire a scardinare con la sua compagna il ricatto dell'equazione fra femmina e madre, e quello fra maternità come accoglienza e funzione biologica. Deve dimostrare a se stesso che, qualunque sia la risposta, la cosa più importante è essersi posto quella domanda insieme ad un altro essere umano".

Tua moglie, cos’ha detto del libro?
"Mia moglie è stata la mia prima lettrice. Mi ha detto che il libro l’aveva commossa e divertita. Ho creduto allora di aver conquistato la parte di pubblico cui tenevo di più".

Vorresti che un lettore, o una lettrice, chiudesse il tuo libro e pensasse…
"Che il senso ultimo del nostro stare al mondo non dipende mai dalla realizzazione di un desiderio, ma dalla passione che ci ha portato a concepirlo".

Non sei (ancora) padre, ma sei figlio. Il miglior consiglio che ti abbiano mai dato i tuoi genitori?
"Più che un consiglio è stato un esempio costante: si può sorridere di tutto ed essere persone serie."

Il film di Paolo Virzì tratto dal tuo libro arriverà nelle sale come "Tutti i santi giorni". E sono anche un po’ invidiosa: anche a me sarebbe piaciuto un film tratto dalla storia di Emma… Ma già un film, com’è possibile?
"Semplice: siamo entrambi livornesi, e amici; Virzì aveva letto il libro ancora in bozze".

Il protagonista del film è Luca Marinelli (già visto in "La solitudine dei numeri primi"). Mentre l’aspirante madre è un’esordiente: Thony, una giovane cantante siculo-polacca. E’ vero che l’hai scoperta tu su web, e proposta a Virzì?
"Eravamo al telefono e Virzì mi raccontava di come vedeva il personaggio di lei. Ci vorrebbe una cantante, diceva. Una che ha mollato famiglia e paesello ed è venuta a cercare fortuna a Roma. Magari siciliana. Così, mentre parlavamo, ho semplicemente digitato "cantante siciliana" su Google, e Google ha fatto il miracolo. Abbiamo visto le foto di Thony - che in realtà si chiama Federica Johanna Victoria - su Myspace, ascoltato un paio di suoi brani. Virzì l'ha scelta al volo. Detto questo però non me la sento di garantire che, digitando "amante perfetto" su Google, chi ci sta leggendo in questo momento trovi il paradiso…".

Uomini e fiori.

Venerdì, 13 aprile 2012 @08:36

"Ci sono uomini che non ci pensano mai.
Ma tu sì. Tu arrivavi
E mi dicevi che avresti voluto comprarmi dei fiori
Ma poi qualcosa era andato storto.

Il negozio era chiuso. O avevi dei dubbi.
Quel genere di dubbi che menti come le nostre sembrano sempre avere.
O avevi pensato
Che io non volessi i tuoi fiori.

Io a quel punto sorridevo. E ti abbracciavo.
Sorrido ancora adesso.
Perché vedi, quei fiori che non mi hai mai portato
Durano ancora".

(Wendy Cope)

Uomini e fiori.



Wendy Cope, poetessa inglese, nata nel ’45. Mi piacciono quei fiori che non appassiscono, quell’amore che non appassisce. Anche se l’ideale sarebbe avere sia l’amore che i fiori, ma insomma non esageriamo. Leggete i versi in inglese (e non la mia imperfetta traduzione), su Lisa globish, come ogni venerdì. And please follow me on Twitter! Vi manderò ogni mattina dei fiori che non appassiscono.

Sei entrato nella stanza e l’aria s’è improvvisa colmata di tenerezza.

Giovedì, 12 aprile 2012 @08:10

"Sei entrato nella stanza e l’aria s’è improvvisa colmata di tenerezza intorno al mio corpo in attesa. Sei entrato nella stanza e (improvvisa) l’aria intorno al mio corpo s’è colmata."
(Goliarda Sapienza)
Sei entrato nella stanza.

Il Buongiorno di oggi è tratto da un libro di appunti e pensieri di una donna che sto scoprendo adesso: Goliarda Sapienza, "Il vizio di parlare a me stessa" (Einaudi). Siciliana, attrice, visse soprattutto a Roma; nata da una famiglia "socialista rivoluzionaria", morta nel 1996, riscoperta per i suoi scritti solo in questi ultimi anni. Le parole delle donne prima di noi.

Alcuni sciocchi chiamano freddezza il precipizio che sovrasta la carezza.

Mercoledì, 11 aprile 2012 @08:27

"Alcuni sciocchi chiamano freddezza
il precipizio che sovrasta la carezza"
(Vittorio Lingiardi)
Io lo chiamo
quasi amore.

(I versi di oggi sono tratti da "La confusione è precisa in amore", Nottetempo).

Miriam Mafai, l’importanza del tweed e della trasgressione.

Martedì, 10 aprile 2012 @09:42

"La guerra è proprio finita. Le donne si rimettono le calze, si sposano, abortiscono, partoriscono, lasciano il lavoro, cercano il lavoro, affollano le parrocchie, vanno in sezione, voteranno per la repubblica, voteranno per la monarchia. Ricorderanno la guerra. La dimenticheranno. Fino alla prossima trasgressione."
(Miriam Mafai)
L'importanza della trasgressione.


Questa, così potente (ma la guerra è stata davvero una trasgressione, perché ha obbligato le donne a cercare un nuovo posto nel mondo) è la frase finale di "Pane nero", Mondadori, che ho ripreso in mano ieri, dopo aver saputo della morte di Miriam Mafai: lei, antifascista, comunista, figlia di artisti, compagna di un partigiano, madre… Ma soprattutto una donna che ci ha insegnato – scrivendo – ad essere più donne, diversamente donne, donne nuove.

Chissà cos’avrebbe detto, la Mafai, se le avessi raccontato che il suo più bell’epitaffio l’ho letto su Facebook. Forse si sarebbe fatta una delle sue roche risate. Forse le sarebbe piaciuto, diventare uno stato d’anima (ma sì, in fondo lo "status" è questo) di una poetessa, Francesca Genti: "Grandi vecchi, perché morite?". A cui un amico (uno di questi non meglio precisati "friends" che incrociamo su Facebook) ha risposto: "Per farci capire come la vita va vissuta".
Com’è, vero, Miriam. Per me, che ti ho conosciuto, che ti leggevo ogni settimana su Grazia (più che leggerti, facevo i titoli della tua rubrica, cercando ogni volta di non mettere "donne" nel titolo, perché il titolo era proprio questo, "Le donne parlano"). Miriam che non ho interrogato quando ancora potevo, ed ho sbagliato. Perché chissà quanto avresti potuto ancora dirmi, raccontarmi, sgridarmi (ma sì, e ne avrei avuto bisogno). Miriam che mi ha regalato una frase che è sul retro della copertina di Glam Cheap, viatico per il mio romanzo. Miriam che una volta mi ha detto: bello il tuo articolo sul tweed. Bello? Mi ha quasi imbarazzato. Lei che scriveva di politica, io di (necessaria) frivolezza… Ma mi piace pensare che il tweed forse le ricordava gli anni dopo la guerra, anni di ricostruzione, di battaglie, scarpe basse e, appunto, tweed. Sai che a me, Miriam, il tweed non è mai piaciuto? Troppo severo, in fondo. Troppo rude. Ma è così che voglio ricordarti: una donna severa e rude, capace di ridere e di ripensare a un tailleur. E se penso a cosa ho imparato da te (così poco), di una cosa sono sicura: tutti quegli anni, tutte quelle lettere, quelle voci di donne a cui rispondevi, tutto questo mi è passato dentro. In un qualche modo che forse non so ancora. E se non ho imparato ad essere più seria e severa, ho imparato però che amore, per una donna oggi, è anche lucidità. E che non bisogna imbrogliare, neppure nei sentimenti. Vero, Miriam?

Displacement: perché sogniamo sempre un diverso altrove. Conversazione con André Aciman.

Domenica, 8 aprile 2012 @11:33

E se fosse questo il vero, nuovissimo sentimento della modernità? Displacement: ovvero il sentirsi fuori luogo, displaced appunto, mai nel posto giusto, sempre in un altrove strano, sbagliato, o desiderando nostalgicamente un diverso altrove. Questo almeno è quello che pensa, scrive e vive André Aciman, che di "displacement", sottolinea ironicamente, è un vero esperto. Nato ad Alessandria d'Egitto in una famiglia di ebrei sefarditi, già per conto loro migranti (venivano dalla Turchia); forzato ad andarsene ancora ragazzo dalle leggi di Nasser, nel 1965; arrivato prima a Roma poi a New York, dove vive e insegna alla City University. Displaced anche nella lingua (in famiglia parlava francese, ma è in inglese che scrive), ha raccontato la sua casa perduta e il suo esilio nel primo romanzo, un memoir che in America è stato il suo primo bestseller ("Ultima notte ad Alessandria"), seguito poi da "Chiamami con il tuo nome" e, l'anno scorso, da "Notti bianche" (tutti pubblicati in Italia da Guanda).
Ma è nel suo nuovo libro, "Alibis" (Farrar, Straus and Giroux), che racconta il suo, il nostro displacement. Essays on elsewhere, è il sottotitolo. Saggi sull'altrove. Un altrove geografico e psicologico. Il profumo alla lavanda che usava il padre, e tutti i profumi della sua vita; i fantasmi del passato in via Clelia, a Roma, dove ha vissuto per tre anni aspettando un visto per gli Stati Uniti, sempre sognando di essere altrove, magari in quei romanzi stranieri che leggeva nelle ore di caldo romano; Place des Vosges a Parigi e tutti i fantasmi letterari sotto i portici; e il suo "Monet Moment", il quadro di una casa al mare dipinta da Monet, sul calendario che ha davanti alla scrivania, e che lo spinge a cercarla, quella casa, e quella vista, fino a Bordighera (ed è la stessa casa dove ambienterà "Chiamami con il tuo nome").
Non è nostalgia, dunque, la nostalgia di un impossibile ritorno. O perlomeno, non solo. È un senso di straniamento, di vaga insoddisfazione, di smarrimento. Per cui, racconta prendendosi in giro, quando è a New York sogna di andare a Parigi e, per combattere o forse assecondare il "displacement", chiama una cara amica che vive a a Parigi e che invece sogna New York. Ma quando arriva il momento di prendere l'aereo non è più sicuro di voler davvero partire... "Facciamo così", taglia corto l'amica. "Vieni, come deciso, e quando sarai qui cerca di ricordarti quanto ti sembrava bella Parigi da Manhattan".
Ma il "displacement" non è un sentimento puramente geografico. "Sono le strade che avremmo potuto prendere e non abbiamo preso", dice Aciman. "La vita che avremmo potuto avere, che potremmo avere, e che invece non è nostra. È l'inafferrabilità del what might have been ". Un sentimento sempre più contemporaneo. "Non solo perché continuano le migrazioni, volontarie o forzate. Ma perché sempre piú spesso abbiamo non un lavoro, ma due; viviamo in una città, ma sentiamo di appartenere a un’altra; dividiamo il letto con qualcuno, ma è un'altra la persona che sogniamo...". E non ci stacchiamo mai dal nostro smartphone: siamo a pranzo o a cena, però non possiamo fare a meno di buttare l'occhio sul cellulare... Aciman ride: "Del resto è dal nostro telefonino che aspettiamo quel messaggio, quel miracolo che potrebbe cambiare la nostra vita, per sempre".
Perché certo, c’è il "displacement" dell'innamoramento. E pochi scrittori, come Aciman, hanno saputo raccontarlo: il turbamento e la magnificenza del desiderio, dell'incontro, quello scintillìo che è la vita stessa. La Manhattan in cui si rivedono, per otto notti di fila dopo Natale, l'uomo e la donna di "Notti bianche", come in una palla di vetro dove cade la neve. Quel momento irripetibile in cui tutto è possibile... In cui siamo pronti ad essere "displaced". E quella piazza con una panchina tra gli alberi, davanti a casa della donna che ha appena conosciuto, dove il protagonista torna, ogni notte, nella neve, a guardare le sue finestre, a pensare a quello che potrebbe essere e forse sarà. Ma Straus Park esiste davvero? "Sì, è un minuscolo angolo di verde nell'Upper West side. È il luogo dell'esilio, dove guardo l'Hudson che scorre e penso che potrebbe essere la Senna, o forse il Nilo. O forse è un luogo mitico, irreale, come l'appartamento I. Lo sa che a Manhattan gli appartamenti passano dalla H alla J, la I viene saltata? Ma il 9-I è sul mio pianerottolo, invisibile; è dove passo ogni ottavo giorno della settimana, il giorno che non esiste tra la domenica e il lunedí; dove ci sono gli oggetti perduti della mia infanzia, i romanzi russi aperti e lasciati a metà; dove mi chiudo all'insaputa di tutti, mia moglie, i miei figli. Ed è il luogo, forse, della mia, della nostra vita più vera".

Questo è un articolo che ho scritto per Velvet, il mensile di Repubblica. Il displacement, spesso, è anche mio.

Persefone mette i jeans oggi.

Venerdì, 6 aprile 2012 @08:41

"Persefone mette i jeans

oggi ma è sempre la stessa dolce

ragazza è di nuovo primavera e lei

se ne viene dagli inferi

col lauro sulla fronte portando

i semi che rinnoveranno

la terra e faranno rinascere

tutti i fiori e le piante

lei scioglie la neve

calma il mare

ora ogni cosa

cresce lei è l’albero in foglia"

(James Laughlin)

Anch’io come Persefone. Oggi sono pioggia, sono un albero che mette le foglie, porto nella tasca dei jeans i semi della primavera.

Mi piace sempre il mito di Persefone, la figlia perduta, anzi rapita; la figlia che per amore rimane nell'aldilà - ma quando torna, ogni anno, è primavera. I versi di oggi sono tratti da "Una lunga notte di sogni – Poesie 1945-1997" (Guanda), dell’americano James Laughlin.
Come ogni venerdì, li trovate anche in Lisa globish. E vi ricordo che con Twitter potrete avere ogni giorno il mio Buongiorno sul vostro telefonino… Buone feste di primavera.

Città d’acqua.

Giovedì, 5 aprile 2012 @08:11

"Venezia. L’unica cosa che potrebbe superare questa città d’acqua sarebbe una città costruita nell’aria."
(Iosif Brodskij)
Come amo le città d’acqua. Città di mare, di fiumi, di canali. Ma solo Venezia ha l’immobilità magica e liquida della laguna.

La frase di oggi è tratta da un piccolo libro Adelphi che è una lunga passeggiata e una grande dichiarazione d’amore per Venezia: "Fondamenta degli incurabili", scritto nel 1991 dal poeta russo Iosif Brodskij.

Quando me ne sono andata di casa, ho comprato un piccolo tappeto. Era il mio mondo arrotolato.

Mercoledì, 4 aprile 2012 @08:07

"Quando me ne sono andata di casa, ho comprato un piccolo tappeto. Era il mio mondo arrotolato. Lo srotolavo in qualunque stanza, in qualunque alloggio provvisorio dove mi sia capitato di abitare. Era la mappa di me stessa. Invisibili agli occhi degli altri, ma racchiuse nel tappeto, erano tutte le stanze in cui avevo vissuto, per qualche settimana, per qualche mese. Quando dormivo per la prima volta in un luogo estraneo, mi sdraiavo sul letto e traevo conforto nel guardare il tappeto: mi ricordava che avevo tutto ciò che mi serviva, anche se quel che avevo era così poco."
(Jeanette Winterson)
I talismani che ci accompagnano nelle case, nel mondo. Una tazza, un cuscino, una coperta… Un tappeto.

La frase di oggi è tratta da un libro straordinario che sto leggendo in questi giorni: "Perché essere felice se puoi essere normale?" (Mondadori), la frase che la mamma adottiva disse a Jeanette Winterson, l’autrice, quando scoprì che la figlia era lesbica…

Bianco il nostro letto.

Martedì, 3 aprile 2012 @07:42

"Bianco il nostro letto
di giorno
e calmo e teso
somiglia a un grande mare
che lieve la schiuma luccicante
appena increspa.
Bianco morbido e immobile
come un monte innevato
dignitoso e altero come
un ghiacciaio distante
che attende la conquista
e sfiora il sole"
(Paola Roman)
Bianco il nostro letto. Vieni. Riposa, col tuo sonno nel mio sonno…

(Le avete riconosciute? "Riposa, col tuo sonno nel mio sonno" sono parole di Neruda. Il letto bianco è quello che sogno per i giorni di pioggia in aprile)

L’improvviso turbine argentato delle margherite.

Lunedì, 2 aprile 2012 @08:56

"Era immersa nelle sue fantasticherie, e guardava fuori dalla finestra, senza neppure vederli, i campi di ranuncoli, o l’improvviso turbine argentato di margherite sull’argine vicino a una galleria."
(Stella Gibbons)
Quel flash argentato della primavera. Mi basta poco, oggi, per essere felice, per essere me.

(Il Buongiorno di oggi è tratto dal buffo, romantico, ironico: "I segreti di Sible Pelden", Astoria Edizioni, scritto nel 1938 dall’inglese Stella Gibbons. E ambientato, ovviamente, nella campagna inglese. Tra turbini argentati di margherite).

Piaceri semplici di aprile.

Domenica, 1 aprile 2012 @17:09

Sì, piaceri semplici durante la recessione. Ho cominciato con marzo, e continuerò ogni prima domenica del mese. Per marzo è andata così: sul tavolo ho ancora dei profumati giacinti in bulbo che stanno fiorendo, ho mangiato insalate di tarassaco, ho tirato fuori dei foulard dal fondo dell’armadio, ho spiato il ciliegio fuori dalla mia finestra, che pian piano ha messo le gemme ed è fiorito. E oggi mi sono fermata a pensare alle cose semplici di aprile. Ecco le mie. Raccontatemi le vostre…

Daffodils, e il cuore che balla. Ovvero la magia gialla dei narcisi, come l’ha raccontata Wordsworth: "And then my heart with pleasure fills/and I dance with the daffodils" (era il Buongiorno del 31 marzo del 2010. Recuperatelo in archivio. E’ bellissimo).
Togliersi le calze. Se fa ancora troppo freddo, è consentito barare: con i calzoni e con i leggings. Però intanto, che bello vedere le prime unghie laccate…
Asparagi, piselli & fragole. Non insieme, certo. Ma adesso arriva la stagione dei primi tenerissimi piselli, degli asparagi, delle fragole… Il momento di recuperare le vecchie ricette, e di provarne qualcuna di nuova.
Dipingere delle uova di Pasqua. Come fanno in Russia. Con i vostri bambini, o nipotini, se ne avete. Oppure anche solo per sé, per il piacere di averle a casa: in una grande ciotola uova sode che sono diventate rosse, verdi, blu, ma anche un po’ art, con grafismi e disegni. E sono meno peccaminose delle uova di cioccolato!
Curiosare in un vivaio. E comprare non solo delle nuove piante, ma le nuove erbe di primavera per la cucina: basilico, erba cipollina, menta, timo, quello che più vi piace e che profumerà la casa e i piatti.
Passeggiare (anche sotto la pioggia leggera di primavera). Perché a un certo punto pioverà, si spera!. E allora bisogna avere tutto quello che serve a portata di mano: un cappello e galosce antipioggia, per uscire lo stesso. Oppure un plaid, un angolo del divano, un nuovo tè, un libro che ci tenga compagnia. Mentre la pioggia scende leggera.
Fare il cambio armadi. D’accordo, per molti (me compresa) non è un piacere, ma uno stress. Però, in tempi di recessione, non è male scoprire di avere molto, molto più di quello che pensavamo; ritrovare vecchi amici (quell’abito-petali che non mettevamo da anni e che per fortuna non abbiamo buttato via), e soprattutto scoprire che certe cose non passano mai di moda. Tutto funziona. Basta saperlo accessoriare.
Scrivere a qualcuno: "Vorrei fare con te quel che la primavera fa con i ciliegi". O anche solo pensarlo. Le parole sono di Neruda, la magia è della primavera.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.