Lisa Corva

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Il messaggio segreto dell’inverno. (E altri piaceri semplici di gennaio).

Giovedì, 31 gennaio 2013 @07:28

"Tu sai, Signore, che io amo pregarti seguendo i ritmi stagionali, perché la preghiera non è una petizione astratta o un parlare con te che prescinda dal momento di vita, dalle situazioni, dalle emozioni, dai colori che vedono i nostri occhi, dagli odori che vengono su dal suolo: le foglie macerate dalla pioggia, i funghi che nascono dai boschi, la dolce ovatta delle nebbie… Dacci dunque, Signore, di comprendere il messaggio segreto dell’inverno: di attendere la nuova primavera nel pensiero, nella speranza, nell’attesa dei cieli nuovi e delle terre nuove che tu farai risorgere dalle ceneri del mondo."
(Adriana Zarri)
Il messaggio segreto dell’inverno è la primavera.

E’ arrivato l’ultimo giorno di gennaio, e visto che anch’io ero in letargo, come le raggelate terre invernali, ecco – soltanto oggi – i piaceri semplici del mese. Stavolta tutti ispirati da parole poetiche. Come quelle della teologa Adriana Zarri, tratti da "Quasi una preghiera", Einaudi. Perché questo gennaio i buoni propositi non mi hanno fatto solo lucidare (finalmente) le vecchie posate d’argento della bisnonna o il bollitore Alessi (sì, come avete capito ho avuto un momento Sidol); questo gennaio ho deciso di lucidare, piccolo atto di meditazione casalinga, pensieri e progetti per il futuro. Mentre fuori fa freddo e nevica.

Le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore. Ricordate? Sono versi del poeta norvegese Olav H. Hauge (ed è anche un mio vecchio Buongiorno). Non sono soltanto le pietre che sognano, sotto la neve: anche noi, d'inverno, abbiamo sogni verdi del cuore.
Parole forti per spezzare il ghiaccio. Altri versi, un altro Buongiorno: questi sono di Carol Ann Duffy. "Seduta nella fredda stanza di pietra/ sceglievo parole forti, granito, selce" per spezzare il ghiaccio. Perché sì, servono parole forti per la nostra vita. Libertà, coraggio, empatia, democrazia, determinazione.
La silenziosa rivoluzione della neve. Svegliarsi. E vedere che mentre dormivamo c’è stata una rivoluzione, la rivoluzione della neve: "Oggi ci siamo svegliati con una rivoluzione di neve/ le sue bianche bandiere sventolano su tutto/ il paesaggio è svanito…". Ed è Billy Collins. Ma anche saper ascoltare il silenzio della neve, come ci sussurra Orhan Pamuk.

Aspetto, come al solito, i vostri piaceri semplici del mese.

La città che si siede al tavolo con noi.

Mercoledì, 30 gennaio 2013 @08:58

"Guardati intorno, chiunque sia seduto in questo caffè, in questo momento è seduto anche in un altro posto, nella sua mente, con qualcun altro. Accanto a ogni coppia che vedi qui di fronte alle candele, c’è seduta una terza persona che uno dei due immagina. Che uno dei due è costretto a immaginare per poter rimanere seduto. Questa vostra Tel Aviv, nu, come potreste sopportarla se non immaginaste un’altra città, più bella, di continuo?"
(Eshkol Nevo)
La città che si siede al tavolo con noi.

Il Buongiorno di oggi è tratto da "Neuland" (Neri Pozza) di Eshkol Nevo, lo scrittore israeliano che ho incontrato (a un caffè, tra l’altro: il Tazza d'Oro, come quello romano) e intervistato a Tel Aviv. Ora è uscito il mio primo reportage design: il mio viaggio di ottobre, tra architetture, mare e nuove energie, su Elle Decor che trovate in edicola. C’è anche Eshkol Nevo, seduto proprio al caffè dove abbiamo chiacchierato. C’è lo straordinario Design Museum di Holon fatto da Ron Arad, quasi quasi un giocattolo di strisce arancione concentriche nel mezzo della periferia. E ci sono soprattutto le foto di Giorgio Possenti. E’ bello viaggiare con un fotografo. Impari a vedere una città in un altro modo. Attraverso (anche) i suoi occhi.

Mi piace ascoltare il silenzio della neve.

Martedì, 29 gennaio 2013 @09:44

"Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato "silenzio della neve" ciò che sentiva dentro".
(Orhan Pamuk)
Mi piace svegliarmi e ascoltare il silenzio della neve.

Ieri nel mio altrove ha nevicato. Ancora. Piano. Verso sera sono uscita per andare a passeggiare. Mi piace la "twilight", quell’ora di confine in cui sta per diventare buio, e le luci si accendono, piano, nelle case. Mi piace sapere che ho una casa che mi aspetta. Mi piace il silenzio della neve. Il Buongiorno di oggi è l’incipit di un libro dello scrittore turco Pamuk, "Neve" (Einaudi).

Perché ogni tanto, nella vita, è necessario svuotare una stanza.

Lunedì, 28 gennaio 2013 @10:15

"Ho sempre desiderato svuotare le stanze".
(Andrée Putman)
Perché ogni tanto, nella vita, è necessario svuotare una stanza.

Andrée Putman è morta pochi giorni fa, a più di ottant’anni. Francese, "ambasciatrice di stile", ma soprattutto una delle pioniere del design d’interni: suoi i negozi di stilisti famosi negli anni Ottanta, come Claude Montana e Thierry Mugler; disegnò anche l’interno del Ministero della Cultura francese, ai tempi di Jack Lang, e uno dei primi boutique hotel al mondo, il Morgans a New York, con dei bagni a scacchiera bianchi e neri, perché costava di meno, perché era stata chiamata a disegnarli "non di marmo". Ma forse quello che mi piace di più non è tanto il suo stile, ormai datato (o forse semplicemente entrato nel gusto comune, il che è sempre un buon segno), bensì questa dichiarazione di vuoto, del "fare spazio". Aveva appena quindici anni quando, in una Parigi ancora ricca (e lei era nipote di Rose de Montgolfier, la famiglia che inventò le mongolfiere appunto), nel 1940, svuotò la sua stanza da ragazza. Letteralmente. Basta ricchi decori e soprammobili. Tenne solo il letto, una sedia di Mies van der Rohe e una leggerissima lampada del giapponese Noguchi. Virginia Woolf, più o meno in quegli anni, scriveva: "una donna ha bisogno di denaro e di una stanza tutta per sé, se vuole scrivere". Aggiungo: una stanza vuota, forse, essenziale, per lasciare spazio alla creatività. Forse è un desiderio da casalinga telematica che vive nel caos. Ma mi piacciono le stanze delle donne che hanno creato. E il pensiero di oggi va anche alla stanza - ma forse aveva diritto solo a un angolo di una stanza - dove Jane Austen scrisse i suoi più bei romanzi: "Orgoglio e pregiudizio" uscì il 28 gennaio del 1813, esattamente duecento anni fa. Che bello ripensarci, oggi, nella mia (purtroppo caotica) stanza.

E, in onore ad Andrée Putnam, a Jane Austen e a tutte le "rooms of my own", il Buongiorno di oggi anche in inglese, su Globish Lisa.

A proposito della casalinga che è (molto nascosta) in me, di poteri magici e di Sidol.

Venerdì, 25 gennaio 2013 @08:15

"La mia idea di lavori di casa è pulire la stanza con un solo sguardo."
(Erma Bombeck)
Adoro la parola casa, soprattutto se non è associata con: lavori.

Qualche settimana fa una mia cara amica (per la precisione: la mia compagna di banco del liceo; perché sì, ancora adesso ci sopportiamo) per inaugurare l’anno mi ha portato un pacchettino di carta colorata e luccicante: dentro, una confezione di Sidol, una di miracoloso pulisciargento e delle pagliette per pulire il metallo. Tutta colpa mia. Le avevo raccontato che ero tornata da Parigi estasiata per la casa dei miei amici (pulita, ordinata, un trionfo di design nordico e home decor parigino) e in vena di decluttering, e avevo detto che – visto che il lavoro ahimé scarseggia – mi sarei dedicata a pulire la casa… (Ho ancora degli scatoloni mai più aperti dal trasloco, ma non ditelo a nessuno). Detto, fatto: mi è arrivato un kit da brava casalinga. Il pulisci argento serve per le posate della bisnonna, che non uso mai (perché prima, appunto, bisognerebbe pulirle). Il Sidol per il bollitore Alessi (avete presente, quello di Michael Graves con l’uccellino?), che dopo anni e anni di uso ininterrotto era diventato di un altro colore. Morale. Ho aperto la confezione vintage di Sidol e ho lucidato il bollitore, così bene che adesso ci si può specchiare. Non vedevo l’ora che il consorte tornasse a casa perché notasse la differenza (credo si sia molto preoccupato). L’ho anche mostrato in diretta a delle amiche lontane su Skype. Però continuo a pensare che sarebbe stato più semplice se fosse tornato lucido semplicemente grazie ai miei poteri magici (qualcuna qui si ricorda di "Vita da strega", il mio telefilm preferito prima di "Sex and the city" e "Downton Abbey"?). Tutto sommato, non credo di avere la vocazione della casalinga. Speriamo nell’effetto terapeutico del pulire le posate d’argento.

Grazie a Erma Bombeck e alle donne che ci insegnano a riderci su. E, come ogni venerdì, cliccate su Friday Lisa: il Buongiorno di oggi anche in inglese. Vi ricordo che mi potete seguire su Facebook (iscrivendovi agli "aggiornamenti") e su Twitter. Buon Sidol a tutte.

L’allungarsi dei giorni scopre il fianco ai baci.

Giovedì, 24 gennaio 2013 @09:19

"L’allungarsi dei giorni scopre il fianco ai baci".
(Manuela Dago)
Non vieni più vicino?

Ho sfilato questa frase a Manuela Dago, che con Francesca Genti cuce i piccoli libri colorati di poesia contemporanea di Sartoria Utopia. Mi sono appena arrivati, un pacchetto di rosso, verde e "arancione che mi ha salvato dalla malinconia". Li trovate qui, i libri delle sarte poetesse: http://sartoriautopia.freshcreator.com/


Sempre, quando fa più freddo, ho più bisogno di te.

Mercoledì, 23 gennaio 2013 @09:35

"Il nord mi costrinse a fare affidamento unicamente su di me. Tutt’a un tratto compresi cosa significa l’isolamento. E il freddo."
(Ilma Rakusa)
Sempre, quando fa freddo, ho più bisogno di te.

Ma il Nord costringe davvero a fare affidamento solo su di sé? Ci spinge a chiuderci, o ad avvicinarci agli altri? Mi sono sorpresa a sottolineare queste parole, leggendo il libro di ricordi di Ilma Rakusa, pubblicato (ma tradotto non bene, sento qualcosa che incespica nella scrittura ed è un peccato) da Sellerio: "Il mare che bagna i pensieri". Nata nel 1946 nello "spazio geografico" tra Trieste e Cracovia, a Rimaszombat, prima Ungheria ora Slovacchia; dove "l’ago della bussola interiore indica l’est", scivola tra le lingue e le città: Budapest, Lubiana, Trieste… E infine Zurigo, dove arriva negli anni Cinquanta e dove "la prima sorpresa fu la neve".

Ciao, dico. (Ovvero perché gli uomini, una volta che li sposi, non ti ascoltano più).

Martedì, 22 gennaio 2013 @07:53

"Ciao, dico. Ho su il cappotto, gli stivali, i guanti, la borsa a tracolla, il biglietto del metrò in mano. Il compagno della mia vita alza gli occhi dal giornale che gli concilia la siesta pomeridiana. Sbatte le palpebre. Dove vai?, chiede, stranito. Gliel’ho detto almeno tre volte ieri pomeriggio e altre tre volte stamattina. Non ascolta quello che dico, o se ne dimentica subito, e dopo dice che non gliel’ho detto. Per essere onesti, anch’io faccio così con lui, ma non sempre".
(Brunella Gasperini)
Ovvero perché gli uomini, una volta che li sposi, non ti ascoltano più.

Ho ripreso in mano Brunella Gasperini: il Buongiorno di oggi è l’incipit di "Una donna e altri animali", una vecchia riedizione tutta spiegazzata di un libro del 1978. Mi ero dimenticata di Brunella e di quanto fosse divertente, con un fondo di malinconia ma davvero divertente, il suo sguardo sul domestico, sulla vita domestica. E com’è difficile, guardare il domestico (mariti compresi) e raccontarlo, con ironia. Ci sono riuscite poche donne: lei, negli anni Settanta; e Lady Delafield, negli anni Trenta, nel suo capolavoro, "Diary of a provincial lady", un libro che non mi stancherò mai di rileggere. (Peccato per la non altrettanto divertente traduzione italiana).
Quanto ai mariti… Bè, se sostituiamo l’iPad, dove il Consorte ora legge il giornale ("Io? Io non rinuncerò mai al giornale di carta", disse e continua a dire, apparentemente inconsapevole del fatto di avere un iPad in mano), sono ancora così, come li hanno raccontati Brunella e Lady Delafield (il suo si trincerava dietro il Times).


E visto che il Consorte di sicuro non è interessato all’argomento, avete voglia di dirmi la vostra sul look di Michelle Obama per il ballo inaugurale? L’abito (rosso rubino, lungo, di Jason Wu, che aveva disegnato il monospalla bianco di quattro anni fa) non è particolarmente emozionante, ma qualcosa di nuovo c’è: la frangetta. Non male cambiare completamente pettinatura e osare una frangia alla sua età (che è poi la mia). Ho solo un dubbio. Se io cambiassi pettinatura, il Consorte se ne accorgerebbe, alzando gli occhi dall'iPad?

Speranza, una nuova costellazione. Alza gli occhi. La luce è quella, non perderla.

Lunedì, 21 gennaio 2013 @19:30

"Speranza: una nuova costellazione. Saremo noi a mapparla, noi a trovare un nome alle stelle, una dopo l’altra".
(Richard Blanco)
Alza gli occhi. La luce è quella, non perderla. Speranza.

Oggi, una Buonasera invece di un Buongiorno. Perché, la scrittrice recessionista (ebbene sì, io) ha dimenticato di pagare l'affitto annuale del sito (eh sì, si paga un affitto), che quindi è rimasto bloccato tutto il giorno. Una dimenticanza fortunata, perché mi ha fatto afferrare al volo la poesia di oggi, che viene dall'Inaugurazione di Obama, dalla cerimonia di insediamento presidenziale, e dalla poesia composta per l'occasione dal "poet laureate" scelto dal presidente americano: Richard Blanco. Segni particolari: poeta, ispanico (figlio di immigrati cubani), gay. Seguo il suo invito e alzo gli occhi verso la notte, verso le stelle, la nuova costellazione: speranza. E il Buonasera di oggi, in omaggio a Obama e alla cosmica speranza, anche in inglese: cliccate su Lisa globish.

Credo nel caos profondamente ordinato.

Venerdì, 18 gennaio 2013 @08:52

"Credo nel caos profondamente ordinato."
(Francis Bacon)
Metto ordine nel caos. Comincio oggi. Comincio da me.

Anche il Buongiorno di oggi è la frase di un artista: l’inglese, anzi irlandese Francis Bacon, morto a Londra nel '92, inquieto e inquietante, immagini e visi distorti (no, non piacerebbe alla piccola Ashi, molto peggio di Picasso). Una sua frase in cui sono inciampata per caso, lavorando per Elle Decor: una frase che è stampata su un asciugamano. Quando l’arte moderna diventa (colorato, impensato) merchandising.

Come ogni venerdì, Friday Lisa: il Buongiorno di oggi in inglese.
In più, potete seguirmi su Twitter e su Facebook (dove potete iscrivervi ai miei aggiornamenti, e dove vedrete l’impensato asciugamano).

Ciò che credevo ombra è il vero corpo.

Giovedì, 17 gennaio 2013 @08:26

"Ciò che credevo ombra è il vero corpo."
(Shimon Adàf)
Ciò che credevo ombra è la vera me.

(Il Buongiorno di oggi è tratto dall'antologia "Poeti israeliani", Einaudi).

Abbracciami, ti respiro.

Mercoledì, 16 gennaio 2013 @08:05

"Lo abbracciai. Chiusi gli occhi, inspirando il suo profumo… Mi sforzai di non pensare a niente. Cercavo soltanto di esserci, cercavo di assorbire l’uomo che amavo per osmosi, cercavo di imprimere su me stessa quello che mi rimaneva di lui."
(Jojo Moyes)
Abbracciami, ti respiro.

Ci sono libri romantici e un po’ vigliacchi che ci strappano una lacrima. Come questo da cui è tratto il Buongiorno di oggi, "Io prima di te" (Mondadori). Jojo Moyes è una scrittrice inglese di cui mi era molto piaciuto "L’ultima lettera d’amore" (Elliot). il suo nuovo romanzo è vigliaccamente romantico (lo uso con un sorriso, l’avverbio): la storia di una ragazza disoccupata, intrappolata in un paesino inglese, che si ritrova a fare da assistente a un giovane uomo, ricco ovviamente, bello ovviamente, tetraplegico dopo un incidente. Si innamorerà dell’uomo in carrozzella? Non vi dico nulla. Sembra un po’ un bel film francese, "Les intouchables – Quasi amici" e, confesso, mi è piaciuto. Nella sua semplicità ti fa ripensare alla tua vita. Il che non è mai male.

In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico.

Martedì, 15 gennaio 2013 @09:44

"In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico."
(Tornatore)
In ogni bugia c’è sempre un’ombra del vero. Anche nelle tue parole. Anche, sai, nelle mie.

Il Buongiorno di oggi è la frase-chiave di un film, l’ultimo di Tornatore (il nostro Oscar per "Nuovo Cinema Paradiso"). Un film sulle opere d’arte e sui falsi, perché in ogni falso c’è sempre qualcosa, un’ombra, un dettaglio, un segno personale; l’artista che, pur copiando, non può fare a meno di lasciare la sua firma. O forse è l’ombra del vero, anche nei rapporti d’amore. Un film fatto di scatole una dentro l’altra, di ombre e verità, un giallo dentro un amore, o forse un amore dentro un giallo. Lui, il battitore d’aste, collezionista d’arte e protagonista del film, è il bravissimo attore australiano Geoffrey Rush (ricordate "Shine" o "Il discorso del re"?). E c’è anche Trieste, una Trieste nascosta, fatta di scorci e piazze e portici, senza il mare. Ma c’è.

Quando non ho più blu, metto del rosso.

Lunedì, 14 gennaio 2013 @10:08

"Quando non ho più blu, metto del rosso".
(Pablo Picasso)
La creatività della mancanza. E se fosse anche una strategia esistenziale?

A Milano, sono andata a vedere la mostra di Picasso con una bambina di due anni. E no, non le è piaciuta. Sono rimasta sorpresa: pensavo che Picasso, con le sue linee sghembe, le sue facce decostruite, gli occhi al posto della bocca e viceversa, fosse esattamente alla portata di una bimba di due anni: forse perché è quello che disegna lei, è come disegna lei. Ed è proprio per questo, sospetto, che non le è piaciuto. La piccola Ashi (sì, esiste davvero una bimba che si chiama così, come quella del mio libro) ha protestato sala dopo sala, e si è fermata solo davanti all’unico dipinto per lei comprensibile: un gatto che mangia un uccellino (non si deve, ha commentato. Ma la scena splatter le è rimasta molto impressa). Poi, a casa, quando le ho chiesto un disegno in regalo, mi ha bucato con aria seria un foglio con la matita e me l’ha consegnato. Quasi un Lucio Fontana live. I danni dell’arte contemporanea…
(A me invece, della mostra di Picasso, che rimane aperta a Palazzo Reale a Milano fino al 27 gennaio, è piaciuto soprattutto il quadro che Picasso dedicò all’amico Matisse, appena scomparso: il suo atelier, con piante e tappeti e "papiers découpés", quasi orientaleggiante, con al centro un cavalletto e una tela bianca. Il lutto, la scomparsa).
Quanto ad Ashi e all’arte contemporanea, bè, ci riproveremo più avanti.

La forma di una città cambia più in fretta, ahimé, del cuore degli umani.

Venerdì, 11 gennaio 2013 @14:44

"La forma di una città cambia più in fretta, ahimé, del cuore degli umani"
(Jacques Roubaud)
Le mutazioni del cuore.

Ma è vero che una città cambia più in fretta del cuore degli uomini? Mi è piaciuta questa frase - sulla copertina di un libro che mi ha regalato un amico a Parigi - ma non credo di essere d'accordo. Le città, almeno quelle italiane, cambiano molto, molto lentamente. Tranne Milano, che sta cambiando vertiginosamente: saranno i cantieri per l'Expo del 2015, la nuova città che sale. E quello che viene abbandonato, per sempre: Hoepli e Utopia, due librerie storiche, sono in crisi e probabilmente chiuderanno i battenti, magari per essere sostituite, come ha detto amareggiata un'amica milanese, dall'ennesimo negozio di mutande (low cost, aggiungo io). Passando per caso davanti a Garbagnati, la panetteria accanto al Duomo dove i miei genitori compravano il pan di segale e la Sacher torte nei giorni di festa, omaggio a un passato mitteleuropeo, ho scoperto che non c'è più: al suo posto, un outlet di moda. Cosa ce ne faremo di tutte queste mutande, di tutte queste scarpe, se non avremo il pane e le rose? Badate bene, non è nostalgia: mi piace la città che sale, mi piacciono i grattacieli, mi piace il nuovo. Ma mi piacciono anche le città il cui cuore non batte solo nei negozi di mutande.

Come ogni venerdì, Friday Lisa: il Buongiorno globish, stavolta in francese.

E, a proposito di una Milano che non c'è più: vorrei ricordare una milanese sorridente che se n'è appena andata, Mariangela Melato. Da ragazza lavorava come vetrinista alla Rinascente, per pagarsi i corsi di recitazione (e poi cominciò a lavorare con Ronconi, Dario Fo, Visconti). Una vita-manifesto di donna sola, appassionata, seria, indipendente. Mi chiedo cosa sognino le ragazze che oggi fanno le vetriniste o le commesse alla Rinascente, forse solo di potersi comprare una it-bag di quelle che mettono in vetrina. Speriamo di no. Io penso di no. Penso che ci siano tante ragazze con le unghie dipinte di blu che sognano un futuro diverso. Fatto anche di poesia.

La sera stava sconcertata fra i lampioni delle strade, il suo oro tutto macchiato dalla polvere della città.

Giovedì, 10 gennaio 2013 @19:00

"La sera stava sconcertata
fra i lampioni delle strade,
il suo oro tutto macchiato
dalla polvere della città".
(Tagore)
L'oro della sera.

Oggi non un Buongiorno, ma una Buonasera, in una Milano dove vedo accendersi le luci della città. Oro e polvere.

La mia tazza del mattino. La sicurezza degli oggetti.

Mercoledì, 9 gennaio 2013 @09:30

"Se decido di prenderla in mano, questa tazzina bianca con la sua unica scalfittura vicino al manico entrerà a far parte della mia vita? Questo semplice oggetto, questa tazzina più avorio che bianca, troppo piccola per il caffè della mattina, persino un po’ sbilanciata, potrebbe trovare posto nella mia vita di cose maneggiate, precipitare nel territorio della narrazione personale, di quell’intreccio sensuale fra cose e ricordi, diventare un oggetto preferito".
(Edmund de Waal)
La sicurezza degli oggetti.

Ce l'avete anche voi la tazza preferita del mattino, il vostro rito di porcellana, il vostro Buongiorno al mondo? La mia - ne ho tante, a dir la verità - è una piccola tazza teiera ricoperta di petali di rose, regalo di un'amica. E' quella che vedete nella foto qui a fianco. Ma in questo momento sto bevendo il tè da un'altra tazza, a geometrie verdi e blu, che viene dal Marocco, regalo dal viaggio di un'amica, un'altra amica. In effetti spesso le amiche mi regalano tazze. Forse perché mi vedono proprio così, a leggere e scrivere, con una tazza di tè.
E anche la frase di oggi è tratta da "Un'eredità di avorio e ambra" (Bollati Boringhieri), il libro di cui vi ho raccontato da Parigi.

Negli ultimi vent’anni sono stata perennemente a dieta. In totale ho perso 357 chili.

Martedì, 8 gennaio 2013 @07:13

"Negli ultimi vent’anni sono stata perennemente a dieta. In totale ho perso 357 chili. Teoricamente dovrei stare appesa a un braccialetto come un ciondolo."
(Erma Bombeck)
Una parola da ingoiare come un cioccolatino: dieta.

Grazie a Erma Bombeck, che ci ha insegnato a riderci sopra, sempre (e cliccate sul suo nome se volete scoprirla meglio). Ma sono io l’unica che ha passato le feste a mangiare, quest’anno? Per fortuna che a casa non possiedo una bilancia… ma i vestiti non mentono.

Piena di te è la curva del silenzio.

Lunedì, 7 gennaio 2013 @08:36

"Piena di te è la curva del silenzio."
(Neruda)
Ci sei anche quando non ci sei. Il silenzio è solo desiderio di te.

Reset your expectations.

Venerdì, 4 gennaio 2013 @11:31

Reset your expectations.

Può la frase di un’amica diventare un Buongiorno? Lo so, è brutto quel "reset", così duro, ma così vero. Provare a resettarsi, come un computer. Me l’ha scritto un’amica del cuore, Alessandra, amica ora oltreoceano, in risposta alle mie preoccupazioni da scrittrice recessionista (Lo so, continuo a usare questa parola, ma almeno mi fa sorridere. E del resto, chi vorrà le mie parole? Dovrò cambiare lavoro? Argh. Più ne parlo più mi autoannoio! E' una promessa: ora basta). Preoccupazioni che girano in tondo, appunto. Eppure il problema non è la delusione, la crisi, i sogni infranti. Il punto - ed ha ragione lei - è essere capaci di resettare le nostre aspettative. In tutti i campi: amore, lavoro, figli che non arrivano o non sono mai arrivati… Ognuno ha le sue aspettative, da riprogrammare. E’ questa la vera saggezza, il vero atto di coraggio. E il mio proposito 013.

Trovate, come ogni venerdì (Friday Lisa!), il Buongiorno anche in inglese. Per il resto, seguitemi su Twitter, su Facebook... e in libreria!

Parigi, rue Monceau: a proposito di famiglie e collezioni, case che diventano musei (e romanzi) e le storie racchiuse dentro un oggetto.

Giovedì, 3 gennaio 2013 @11:27

"Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati è pura narrazione. Ti lascio questo perché ti voglio bene. Oppure perché qualcun altro l’ha lasciato a me. Perché l’ho comprato in un luogo speciale. Perché te ne prenderai cura. Perché ti complicherà la vita. Perché farà schiattare d’invidia il tale o il tal altro. Le eredità non sono mai banali. Che cosa viene ricordato e cosa dimenticato, nel passaggio? L’oblio può perpetuarsi, i possessori di un tempo esser via via cancellati, ma può anche verificarsi l’opposto, una lenta accumulazione di storie".
(Edmund de Waal)
Le storie che raccontano gli oggetti. Proviamo ad ascoltare.

(La frase di oggi è tratta da "Un’eredità di avorio e ambra", Bollati Boringhieri)

Ci sono oggetti che raccontano storie (anche i più semplici, gli orecchini lasciati da una nonna molto amata, la tazza scompagnata e rovinata che ci piace usare al mattino e che viene da chissà dove). Ci sono oggetti che portano a storie, strade che portano a romanzi interi, quello che sto leggendo adesso, "Un’eredità di avorio e ambra", appunto.
Tutto è cominciato a Parigi, quando un’amica mi dice: sei vicinissima a rue Monceau, perché non vai a vedere il museo di Nissim de Camondo? Rue Monceau era la strada dei ricchi banchieri e collezionisti ebrei nell’Ottocento, la strada dove è ambientato il romanzo di de Waal (un romanzo che mi aspettava, da anni, sulla pila dei libri-che-vorrei-leggere-ma-non-adesso). Una coincidenza? Così, vado. Il museo è un ricco hôtel particulier, costruito all’inizio del Novecento, con vista su Parc Monceau: c’è un cortile privato dove entravano prima le carrozze e poi le auto, una grande scalinata d’entrata; in basso le cucine, le pentole di rame ancora lucidatissime, il quadro con i campanelli per i domestici (bureau, salon, madame, mademoiselle, tutto molto downstairs e upstairs, come in "Downton Abbey", il serial tv inglese di cui sono addicted); ai piani superiori le camere da letto, i saloni, la tavola ancora apparecchiata per un pranzo di gala, e poi oggetti, quadri, stampe, la collezione del vecchio Moïse de Camondo. E una storia, la storia di una famiglia che non c’è più. Perché il museo – ovvero la loro ricca, sfarzosa casa di famiglia – fu donata dal padre allo Stato francese; un padre dal cuore spezzato, perché l’unico figlio, Nissim, bruno, bello, aviatore, era morto in guerra, la prima guerra mondiale. E così Moïse decide che il suo patrimonio d’arte rimanga a tutti: che la casa diventi un museo. Che gli oggetti – quasi tutti del Settecento francese, anche se i Camondo venivano da Istanbul – diventino un piacere per tutti. C’è anche una figlia, Béatrice, sposata, un'aristocratica appassionata di cavalli, due figli; la più grande, Fanny, era una bella, elegantissima amazzone di cui vediamo nel museo ancora le foto mentre salta gli ostacoli. E un ostacolo non superato: la guerra. Il nazismo. I Camondo, pur ebrei, non se ne vanno, si sentono cittadini francesi, Nissim non è del resto morto per la Francia? Ma nel ’43 verranno deportati e moriranno ad Auschwitz. Ed è la fine della famiglia Camondo.

Quante storie raccontano gli oggetti, quanta ricerca di bellezza, quante speranze. Esco dal grande portone di rue Monceau, direttamente dentro le pagine del romanzo che ho appena iniziato: qui, in questa via elegante parigina, oggi così silenziosa, alla fine dell’Ottocento c’erano carrozze e brusìo; non c’erano solo i Camondo, ma anche gli Ephrussi (quelli dell’eredità di avorio e ambra del libro). E il salotto del giovedì di Madeleine Lemaire, un’acquarellista di fiori, di cui racconta anche Proust. Si sente quasi un profumo di gigli, sostiene de Waal nel libro. Io sento solo il silenzio e il sussurro degli oggetti.

:-)

Mercoledì, 2 gennaio 2013 @17:26

E va bene, ammetto. Una volta le detestavo, le faccette. Poi ho cominciato a usarle anch’io. E quindi mi fa piacere ricordare che quest’anno lo smiley, la faccetta gialla sorridente che poi è diventata l'emoticon che usiamo (quasi) tutti, compie 50 anni: è stato inventato esattamente nel 1963 da Harvey Ball, un grafico americano (non avevamo dubbi, l’ottimismo quasi sempre è targato Usa), incaricato di creare un piccolo gadget per gli impiegati di una compagnia di assicurazioni, preoccupati dalla fusione con un’altra compagnia. Venne pagato 45 dollari; e purtroppo, non pensò a registrare il copyright. In compenso invase il mondo di faccette sorridenti, prima sotto forma di spillette gialle, poi sotto forma di… tutto.
Questo, dunque, è il mio augurio per l'anno nuovo: semplicemente :-)!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.