Lisa Corva

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Tienimi ancora un po’ preziosa, mangiami a Natale.

Giovedì, 12 dicembre 2013 @09:04

"Tienimi ancora un po’ preziosa
mangiami
a Natale."
(Vivian Lamarque)
Per Natale regala un pezzettino di te. Basta solo una foto, un messaggio, un sorriso. Come se tu fossi un biscotto al cioccolato.

Questo è il mio #spillo su Gioia in edicola. Ricordate, vero, quanto mi piaccia Vivian Lamarque, quanto ho saccheggiato il suo bellissimo Oscar Mondadori di poesie per i miei Buongiorno? (Ed è low cost, come i miei libri: 10 euro). Anche questo è un regalo di Natale: mandate anche solo una poesia, una foto instagram di una poesia, ritagliate o fotografate lo #spillo su Gioia che è tutto arancione e mandatelo a una persona a cui volete bene. Buon Natale.

Io da domenica sarò off line, in fuga dal Natale, con il Consorte. Aspetteremo il 2014 in un lontano altrove. Ogni tanto bisogna "sconnettersi"… Per ritrovarsi. Ma mi trovate, nelle prossime settimane, ogni giovedì su Gioia!, con i miei #spilli; di sabato su D di Repubblica; e su Elle Decor di dicembre, con il mio viaggio in Patagonia. E ovviamente, nei miei libri. Ci rivediamo a gennaio! Buon 2014 a tutti.

E in Friday Lisa la mia password per il 2014.

Quest’ostinata speranza. (E i miei libri di Natale).

Mercoledì, 11 dicembre 2013 @09:11

"Mi piacciono le feste di Natale esattamente per la stessa ragione per cui mi manca mia madre: perché entrambe sono state con me generose, illuminate e sagge. Adesso so che, a dicembre, era mia madre a impersonare il Natale. E tutto la evoca, quindi non ho intenzione di sottrarmi all’impegno di ricordarla con allegria; di ritrovarla nelle candele, nei dolci, nella riffa dei regali, nel cosa per chi, nel quante gocce di vaniglia e quanta cannella per che cosa. Molte persone care si rattristano in questi giorni. Non credo sia giusto, anche se le emozioni non sono questione di giustizia, ma di stolta ingiustizia. A ciascuno quello che gli spetta: l’ostinato desiderio di speranza in cui sono stata cresciuta mi obbliga a rispondere con quello che ho ricevuto. Non permetterò, in questi giorni, più tristezza di quella che vorrei evitare di vedere negli occhi degli altri, quella che vorrei evitare di vedere ovunque".
(Angeles Mastretta)
Quest’ostinata speranza.

In realtà a mia madre non piaceva il Natale; come non piace a me, che a dicembre cerco sempre una fuga… Forse perché penso che il Natale sia solo dei bambini, forse perché non amo gli affollamenti di famiglia, chissà. Però mi ha toccato ugualmente questo brano di "L’emozione delle cose": l’autobiografia, per piccoli frammenti, della scrittrice messicana Angeles Mastretta, appena uscita per Giunti. Di lei mi era molto piaciuto "Donne dagli occhi grandi" e "Strappami la vita", letti così tanti anni fa che non so più nemmeno in quali scaffali della libreria li ho messi… I ricordi della Mastretta sanno di Messico, di persone che non ci sono più, dei morti che tra poco per lei saranno più dei vivi, di bambine che imparano a cucire, ditali e nostalgia. Come chiacchierare con un’amica più grande di voi (la Mastretta è nata a Puebla nel ’49), un’amica che non vedete da tempo, con cui non sapete neppure se avete ancora qualcosa in comune…

Ma a proposito di libri: ecco la mia lista di Natale. Non quelli che leggerò, ma quelli che mi hanno catturato negli ultimi mesi. Un po’ già li conoscete dai Buongiorno del blog, come il libro di Ozpetek…
La collina delle farfalle , Barbara Kingsolver (Neri Pozza). Come mettere insieme una catastrofe climatica, e un’intera collina riverberante di farfalle arancioni in fuga dal Messico, con una giovane donna e mamma in una vita troppo stretta? Questa (a me sconosciuta) scrittrice americana ci è riuscita. Ritmo trascinante. Brava davvero.
L’età del desiderio , Jennie Fields (Neri Pozza). Dentro la vita di una delle scrittrici che più ho amato da piccola: Edith Wharton. E il suo amore tardivo per un giornalista sensuale e traditore, Morton Fullerton. Ma soprattutto la scoperta dei sensi. Perché non è mai troppo tardi per amare.
La falsaria , Barbara Shapiro (Neri Pozza). Una giovane artista oggi a Boston, pochi soldi e cuore spezzato. Le viene chiesto di copiare un quadro di Degas rubato dalla collezione di uno dei miei musei preferiti, l’Isabella Stewart Museum. Lo farà… Storia di una falsaria ma anche storia di un amore.
Che ragazza! , Cathleen Schine (Mondadori), una vera sophisticated comedy alla Zia Mame (chi ha letto l'esilarante bestseller Adelphi capirà e comprerà!).
Le ragioni del sangue , Tom Wolfe (Mondadori), forse solo perché è ambientato a Miami Basel, la fiera glam dell’arte contemporanea che si tiene ai primi di dicembre, dove avrei tanto voluto andare…

Poesie? La mia scoperta di quest'anno:
C'è modo e modo di sparire della quasi novantenne Nina Cassian, Adelphi. Rumena, ora americana. Una combattente della poesia.
Gialli? Sì, una categoria a parte.
Il sospetto , Chris Pavone (Piemme), un thriller Fbi ma anche coniugale.
La casa dello spirito dorato , Diane Wei Liang (Guanda), una detective donna nella Cina di oggi.

Infine, per chi legge in inglese, un piccolo gioiello, che metto accanto al mio romanzo british preferito, Diary of a provincial lady : ho appena letto il geniale Miss Buncle's Book , Persephone Books. Scritto nel 1934, è la storia con molto sense of humor e lieto fine di Miss Buncle. Sola e squattrinata in un piccolo villaggio inglese, decide di provare a scrivere un libro, mettendo in scena tutto quello che conosce, ovvero i suoi vicini di casa: una perfetta commedia degli equivoci e l'incubo di ogni scrittore ("non mi avrai mica messo nel tuo romanzo?").

Infine, se avete voglia di mettermi sotto l’albero, regalate i miei libri…

Ci sono posti dove si incrociano e si mescolano tutti i venti del mondo.

Martedì, 10 dicembre 2013 @09:19

Ci sono posti dove si incrociano e si mescolano tutti i venti del mondo. Ci sono posti dove il mondo tace e poi all’improvviso ricomincia, capovolto.

Così comincia il mio racconto del viaggio che ho appena fatto in Patagonia, per nave, tra ghiacci e pinguini, fino alla fine del mondo, ovvero a Capo Horn: lo trovate, molto Chatwin reloaded, su Elle Decor di dicembre, adesso in edicola, con le belle foto di Giorgio Possenti, lo stesso fotografo con cui sono andata a Tel Aviv. Comprateci! (Lui è sopravvissuto anche a me che gli leggevo Chatwin sul ponte della nave…)

Confessioni di un’aspirante madre. (Un libro, un invito).

Lunedì, 9 dicembre 2013 @09:45

"Sto per compiere 40 anni e non ho (ancora) un figlio. Ho messo tra parentesi quell’ancora per un moto di autocompassione, per un briciolo di scaramantica speranza, ma rileggendolo mi rendo conto che non è commovente: è solo ridicolo. Ho quasi 40 anni e sto ancora pensando a un figlio?
Pazienza. Questa è la realtà: i 40 anni si avvicinano (non vi dirò quanto) e non ho un figlio. Ancora. Dentro quell’ancora c’è tutto: illusioni e lacrime, oroscopi e statistiche mediche, test di gravidanza e fialette delle cure ormonali. Non è più un avverbio: è uno stato temporale, una nuova dimensione. E, sospetto, dentro quell’ancora non ci sono solo io. Ma, come me, migliaia di "mamme non ancora". Mamme che hanno solo presentato la candidatura. Aspiranti madri".

Forse qualcuna tra voi lo riconosce: è l’incipit del mio primo romanzo, Confessioni di un'aspirante madre , uscito nel 2005, quand’ero (ancora) un’aspirante madre. Una copertina rosa, un piccolo betseller di passaparola, e tante pink girls: molte ancora mi leggono. Il libro, se non lo conoscete, potete ancora leggerlo e regalarlo (è Sonzogno, ordinatelo alla libreria di fiducia oppure on line). E le pink girls? Sono cambiate, come me: alcune sono diventate mamme, magari mamme-Fivet (alcune addirittura di gemelli); altre stringono tra le braccia un bambino che viene da lontano, da un altro Paese; altre ancora non sono più aspiranti, ma sono passate "dall’altra parte del fiume" (un fiume, quello della ricerca di un figlio, dove si rischia di affogare, e il mio libro per molte è stato, lo dico con commozione, un salvagente. Per me compresa. Un salvagente rosa). E poi ci sono pink girls che, ora mamme (dopo viaggi all’estero, e pianti, e solitudine, e delusioni), hanno deciso di aiutare chi è ancora un’aspirante madre: lo fa Rossella Bartolucci, con un’associazione di aiuto e consiglio, sia su web che con un numero verde. Vi aspetta, mercoledì 11 dicembre a Milano, per un concerto di arpa celtica per Natale. Trovate qui tutte le informazioni: www.consultorioweb.it
A tutte, aspiranti e non (padri - aspiranti e non - compresi), il mio augurio di Natale, stavolta rosa.

Le altre bambine volevano fare le ballerine, io volevo essere una specie di vampiro.

Venerdì, 6 dicembre 2013 @09:47

"Le altre bambine volevano fare le ballerine, io volevo essere una specie di vampiro".
(Angelina Jolie)
Non rinunciare ai tuoi sogni di bambina. Riadattali.

Oggi, Friday Lisa: il Buongiorno di oggi anche in inglese. Non sono mai stata una grande fan di Angelina Jolie, ma devo ammettere che la frase di oggi mi ha fatto ridere. E in fondo, lei a essere un po' vampira ci è riuscita!

Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più. (A tu per tu con Ferzan Ozpetek)

Giovedì, 5 dicembre 2013 @09:33

"Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa".
(Ferzan Ozpetek)
Le case dell’infanzia. Chiudi gli occhi, per un attimo. Pensa alla tua.

La frase di oggi è anche il mio #spillo su Gioia! in edicola, ed è tratta da "Rosso Istanbul" (Mondadori), il primo libro firmato dal regista Ferzan Ozpetek.

Qui trovate il nostro incontro, che è uscito su D di Repubblica qualche settimana fa.
Ferzan Ozpetek ci racconta la sua Istanbul. Anzi, le sue Istanbul. Plurale. Quella dei suoi ricordi, e quella di oggi. Lo fa lasciando per la prima volta la macchina da presa, e scrivendo: "Rosso Istanbul", appena uscito per Mondadori, è un piccolo libro in bilico perfetto tra passato remoto e presente accelerato, storie e destini e autobiografia che si sfiorano e si intrecciano, come nei suoi film.
Rosso Istanbul: è questo, allora, il colore della sua città? "E’ il colore dello smalto scarlatto che mia madre, ora quasi novantenne (a proposito: è lei, in una foto anni Cinquanta, la bella, misteriosa donna in copertina), vuole ancora sulle mani. E’ il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti di "simit": le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram: ne è rimasto solo uno, dove salgono i turisti, a Istiklal Caddesi. Il rosso dei melograni spremuti per strada. Ma anche il rosso di un abito semplice, rivoluzionario, di una ragazza da sola contro gli idranti della polizia, durante le proteste di Gezi Park: un’immagine che ho ancora negli occhi. E che è nelle pagine del mio libro. Con orgoglio: l’orgoglio di vedere ragazzi e ragazze del mio Paese ribellarsi, alzare la testa, e in modo creativo. Quello che vorrei vedere, di più, più forte, più spesso, anche in Italia". Una metropoli che cambia a velocità accelerata: la segue da vicino, o da lontano? "Istanbul non l’ho mai lasciata. Ci torno almeno ogni due mesi, soprattutto per trovare mia madre: anche a lei, ai suoi segreti, alla sua malinconia, è dedicato il libro. Ma è come se avessi due patrie, due città: Roma, e Istanbul. Non a caso uno dei tanti nomi della mia città, oltre a Costantinopoli, Bisanzio, e ancora "Dersaadet" o "Bab-i Ali", la porta della felicità o la porta sublime, è proprio "la seconda Roma". Che dire? Era destino".
Era destino, forse, che Ozpetek venisse in Italia, ad appena diciassette anni, a studiare cinema, anche se il padre, che aveva acconsentito ad aiutarlo, gli aveva proposto l’America. Era destino che vivesse sempre in bilico tra la prima e la seconda Roma, scenario e nutrimento continuo anche dei suoi film. Ma della Istanbul di oggi, che cosa le piace? "Mi piace la modernità, il dinamismo, i 16 milioni di persone che pensano, progettano, fanno arte ma anche politica. Non mi piace la frenesia di distruzione, con cui si demolisce tutto per costruire qualcosa di non necessariamente bello o utile, solo nuovo. Poco prima di Gezi Park – che era, appunto, il tentativo di radere al suolo un parco in centro – c’è stato Emek Sinemasi, che ho seguito da vicino, con molta tristezza". Emek Sinemasi è un vecchio cinema degli anni Trenta, un cinema storico, costruito ai tempi di Atatürk, che è stato purtroppo demolito, per farne un ennesimo shopping center. "La scorsa primavera sono stato coinvolto anch’io, così come i miei amici registi, attori, sceneggiatori, che hanno cercato di difendere il cinema, scendendo in piazza, protestando, ergendo barricate contro i bulldozer e contro la polizia. Anch’io ho protestato, twittato, e alla fine – quando la battaglia è stata persa e il cinema distrutto – ho deciso di salvarlo come potevo: l’ho messo nel mio libro. E’ meraviglioso il potere delle parole, dell’arte: ci permette di salvare quello che amiamo dall’oblìo". Perché tanta passione? In fondo era solo un vecchio cinema. "E’ stato uno dei primi dove sono andato, da bambino. Dove ho scoperto la magia di quello che sarebbe poi diventato il mio mondo. All’epoca, negli anni Cinquanta, in Turchia i bambini sotto i sette anni non potevano entrare nei cinematografi. E io invidiavo i miei fratelli, che avevano il permesso di andarci. Insistevo con mia nonna, che ogni settimana diceva: "Cosa fanno al Citè? Cosa fanno da Emek? Se fanno un film con la leonessa, andiamo". La leonessa era il leone ruggente della Metro Goldwyn Mayer… Finché la nonna, contravvenendo alle regole, un giorno mi portò. E per la prima volta sono entrato in un cinema. Sono caduto nell’incantesimo che è diventata la mia vita". E magari si ricorda ancora il primo film che ha visto… "Certo: Cleopatra, il mitico Cleopatra con Richard Burton e Liz Taylor. La ricordo tutta vestita d’oro quando arriva a Roma, con il corteo trionfale, i diademi egiziani in testa, da regina. E Roma. C’era già Roma nel mio destino".
Lei parla molto, nel libro, di destino, di coincidenze, di amori finiti e irrisolti, di rimpianti e fantasmi... "Non solo nel mio libro. Questa è la stoffa di cui sono fatti anche i miei film. Anche il prossimo, che uscirà a febbraio dell’anno prossimo: si intitola "Allacciate le cinture" ed è la storia di un amore, di un matrimonio, di una donna e un uomo e 13 anni di vita . Una storia d’amore. Perché è l’amore la cosa più importante della vita. Ci credo, ed è questo che ho voluto fosse scritto sulla copertina del mio libro. Tutti gli amori, anche gli amori impossibili, incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Perché nella vita ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice; meglio l’incendio di un cuore d’inverno. Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente. Ho imparato che non sai mai chi amerai. Ed è questo che voglio raccontare".

Dai fuoco alla tua tranquilla disperazione.

Mercoledì, 4 dicembre 2013 @09:25

"Noi abitiamo al piano di sopra. Non siamo le pazze in soffitta: quelle ricevono parecchia attenzione, in un modo o nell’altro. Siamo le donne tranquille in fondo al corridoio del secondo piano, quelle che non sgarrano mai con la spazzatura, quelle che sorridono e salutano allegramente sulle scale, e che, dietro la porta chiusa, non fanno mai rumore. Nella nostra vita di tranquilla disperazione, noi siamo le donne del piano di sopra, con o senza un maledetto soriano o un fastidioso labrador saltellante, e neanche un’anima si accorge che siamo furiose. Siamo invisibili. Credevo che non fosse vero, o che non lo fosse per me, ma ho scoperto che non faccio eccezione. Il problema adesso è come gestire quell’invisibilità, come usarla, come renderla incendiaria".
(Claire Messud)
Dai fuoco alla tua tranquilla disperazione.

No, non volevo leggerlo. Anche se stavo aspettando il suo nuovo romanzo da quando ho finito, qualche anno fa, "I figli dell’imperatore", un bel libro di storie intrecciate, amori, divorzi e sospiri a Manhattan poco prima dell’11 settembre. Da allora aspettavo che scrivesse qualcos’altro. Ma le recensioni di "La donna del piano di sopra" (pubblicato in Italia con l’ottima traduzione di Silvia Pareschi per Bollati Boringhieri; che ho scoperto essere la stessa traduttrice del delicato "Venivamo tutte per mare", di Julie Otsuka, stessa casa editrice), erano dure, belle ma quasi respingenti. Parlavano di rabbia, di esclusione, del "piano di sopra" della vita. Poi, come a volte succede, perché ci sono libri che vogliono essere letti, il romanzo mi è capitato tra le mani. Ho letto la prima pagina, e mi ha catturato. Cos’altro vi posso dire? Che racconta in effetti di una donna del piano di sopra; una donna che si ritrova a quarant’anni sola, senza un amore, senza il lavoro che ha sognato (voleva fare l’artista e invece insegna), e all’improvviso nella sua vita non entra un amore, ma tre: un bambino (un suo alunno), sua madre, suo padre. E dunque cosa vuoi?, riassume la sua migliore amica. Sei innamorata di lei, vuoi scoparle il marito e rubarle il figlio? No, non è questo che succede, ma la rabbia incendiaria e la delusione di questo libro ti prendono e non ti lasciano. Ti fanno venir voglia di lasciare quel secondo piano, e certe vite troppo strette, come le minuscole case di bambola dove la protagonista cerca di ricreare la vita reclusa di Emily Dickinson o Virginia Woolf. Perché la vita è fuori.

Mostratemi una donna che non si sente in colpa e vi mostrerò un uomo.

Martedì, 3 dicembre 2013 @09:37

"Mostratemi una donna che non si sente in colpa e vi mostrerò un uomo."
(Erica Jong)
Sensi di colpa verso la mamma, i figli (chi ne ha; ma chi non può averne si sente in colpa per quello, ovviamente); per le liste interminabili di cose da fare che buttiamo via prima di arrivare alla fine; per il cioccolato, amore clandestino, o anche solo per l’armadio in disordine… Già. Com’è che gli uomini non si sentono mai in colpa?

Proteggi quelli che ami, mi ha detto. Portaci con te nella prossima vita.

Lunedì, 2 dicembre 2013 @08:26

"Voltati a guardare indietro un’ultima volta, ha detto mia madre. L’ho seguita nella semioscurità del nostro appartamento, ho camminato all’ombra di mio padre, oltre le pareti spoglie e le finestre aperte, mentre il rumore della strada si riversava all’interno. In mezzo a noi, ha detto lei, avevo conosciuto l’amore, l’infanzia che avevo vissuto mi avrebbe sorretta. Ho ricordato la bellezza. Un tempo non mi era sembrato necessario notarne la presenza, memorizzarla, alzare le barricate. Sentivo la presenza di mia madre nel continuo sciabordio delle onde contro lo scafo della barca. Proteggi quelli che ami, mi ha detto. Portaci con te nella prossima vita".
(Madeleine Thien)
Proteggi il ricordo di chi ti ha amato. La bellezza che ti ha regalato. Porta tutto con te.

Una bambina che fugge, da sola, senza genitori. Una barca per un viaggio disperato verso - forse - un nuovo futuro. Potrebbe essere uno dei tanti barconi che a volte arrivano, e a volte purtroppo bruciano o affondano, nelle acque accanto a Lampedusa. E’ invece una barca che è partita anni fa, negli anni Settanta, dalla Cambogia in fiamme, dal Vietnam in guerra, verso la Thailandia. E’ una barca in un romanzo: "L’eco delle città vuote" (66th and2nd). Eppure su quella barca nelle pagine di carta c’è tutto: la bellezza e lo strazio, la guerra e l’orrore, la fuga e il ricordo, e la fatica, fatica terribile di ricominciare. Mi è piaciuto questo libro. Un libro delicato, a partire dalla copertina con i disegni di Julia Binfield, un’illustratrice che amo molto. Un libro delicato e straziante insieme. E mentre seguo la storia di una giovane donna che vive in Canada, e che non riesce a dimenticare la bimba cambogiana che è stata, mentre penso alla Cambogia che ho amato, ai templi di Angkor Wat nella giungla, alle statue sorridenti che hanno visto cose atroci e, comunque, sorridono, ripenso al messaggio che ha sentito sulla sua pelle quella bambina, alle parole sussurrate, che sono quelle che sentiamo anche noi: perché possiamo portare con noi la dolcezza di chi ci ha amato, l’infanzia, la bellezza che ci è stata insegnata. E se riusciamo, è nostra per sempre.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.