Lisa Corva

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La precisione del cuore umano.

Venerdì, 31 gennaio 2014 @08:45

"La precisione del cuore umano".
(Paul Eluard)
Mi piace pensare che il cuore sia preciso, anche quando si perde. E ci perde.

Il Buongiorno di oggi è in realtà il titolo, e l'incipit, di una poesia di Eluard (sempre tratta dall'antologia "Poesie" anni Settanta di Newton Compton Editore, con la traduzione di Silvano Del Missier). Ci credeva, Eluard, alla precisione del cuore umano? Forse sì, visto che la poesia continua così: "La precisione/fra baci e parole/dispensati a casaccio".
E visto che è venerdì, leggetela anche in originale. Per una volta, in francese.

Le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore.

Giovedì, 30 gennaio 2014 @09:21

"Le pietre dormono sotto la neve con sogni verdi nel cuore."
(Olav H. Hauge)
Perché il messaggio segreto dell’inverno è la primavera.

Forse qualcuno tra voi li ricorda, questi versi del poeta norvegese Hauge (tratti da "La terra azzurra", Crocetti). Il poeta giardiniere. Mi piacciono così tanto, che li ho scelti per il mio #spillo sul nuovo Gioia!, per farli viaggiare ancora nel mondo. E sono perfetti per oggi, che mi sono svegliata con la neve.

Ho capito che nella vita ci sono tante vite, per quante volte in vita abbiamo amato.

Mercoledì, 29 gennaio 2014 @07:49

"Ho capito che nella vita ci sono tante vite,
per quante volte in vita abbiamo amato".
(Evgenij Evtušenko)
Poter rinascere, ogni volta che mi innamoro.

Poeta russo nato nel 1932 a Zima, una cittadina sorta intorno a una stazione della Transiberiana; quasi un "ambasciatore" della Russia negli anni Settanta (anni in cui è stato pubblicata la sua antologia, "Poesie d'amore", Newton, da cui ho tratto il Buongiorno di oggi, con la traduzione di Evelina Pascucci). Ma poi dimenticato. Mi piace scoprirlo ora.

Così partii, lasciandomi alle spalle quel che mi era necessario lasciare – cioè tutto.

Martedì, 28 gennaio 2014 @08:55

"Così partii, lasciandomi alle spalle quel che mi era necessario lasciare – cioè tutto."
(Peter Cameron)
Dedicato a tutti quelli che hanno sognato, almeno una volta nella vita, la fuga.

Esce domani il nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron, "Andorra", che ho letto in anteprima (pubblicato da Adelphi, come tutti i suoi libri e long-seller). La storia di un uomo che fugge da un dolore, o forse solo da se stesso, e arriva in un Paese che non c’è, una piccola ricca repubblica affacciata sul mare… Lo seguiamo curiosi, sognando anche noi, forse, di lasciarci tutto alle spalle e ricominciare. Lontano, molto lontano. Lo seguiamo passo dopo passo, mentre lascia l’albergo con terrazza sul mare e cerca una casa in affitto; mentre conosce una nuova donna, anzi due; mentre incontra nuovi amici, mentre forse si innamora… fino al colpo di scena finale.

Cronache dalla Mitteleuropa: al ballo dell’Opera tra svenimenti, una borsa di cartine di caramelle, e il trionfo del kitsch post-imperiale.

Lunedì, 27 gennaio 2014 @09:50

Oggi non un Buongiorno in poesia, ma cronache dal ballo. Sì, perché sabato sono stata all’Opernball – per l’esattezza, all’Opernredoute, a Graz_ http://www.opernredoute.com - e sono sopravvissuta. Sotto la neve e in abito lungo, ma tutto estremamente glam cheap, anzi glam kitsch.

Questa, in Austria, è la stagione dei balli. Proprio così: balli come ai vecchi tempi asburgici, con valzer ma anche disco e jazz, tutti in lungo, sfoggio di gioielli o comunque glitter e paillettes, sigari e bollicine. Balli che si chiamano Opernball, Technikerball, Jägerball… Era da tempo che volevo andarci, curiosarne almeno uno, e finalmente l’invito (già, perché i biglietti sono carissimi!), è arrivato. Quindi Opernball sabato sera, non a Vienna ma a Graz, dove potevo contare sull’accompagnamento non del recalcitrante Consorte, ma di un’amica bella, radiosa, con abito lungo tutto argento damascato (una meraviglia anni Sessanta della suocera, che andava ai balli), e come accessorio una vera tiara. Lei. E io che cosa mi sarei messa? Dilemma presto risolto con l’unico abito lungo a disposizione nel mio guardaroba: di velluto grigio chiaro, senza maniche, un vero abito glam cheap, visto che l’ho comprato una ventina di anni fa alla mitica Upim milanese (e il velluto è ancora bellissimo). Per rimanere in tema glam cheap l’ho abbinato a scarpe alte con le paillettes di Rose’s Roses - http://www.rosesroses.it - e una micro-borsa fatta di carta di caramelle. E, dimenticavo, invece di un gioiello un collare: sì, proprio un colletto-collare di vernice nera, molto fetish, da portare sulla pelle nuda, regalo di un caro amico, che non avevo mai osato mettere. Pronte? Pronte.
Così arriviamo al teatro dell’Opera, tra le fiaccole, e rimaniamo bloccate ai piedi della scalinata assiepata di gente. Bellissimo, un tripudio di luci, ma non si entra? No: evidentemente questo è il clou della serata, tutti sulla scalinata a vedere chi c’è e chi non c’è, e a farsi fotografare. Ci mettiamo in posa anche noi, io con la mia borsa di caramelle. Intorno a me, ragazze e signore con abiti color caramella, paillettes nei capelli, qualche signore ottuagenario con imperturbabile giacca bianca, medaglie e decorazioni: mi viene in mente il super-teatrale "Anna Karenina" con Keira Knightley, l’avete visto? Solo che non vedo apparire nessun Vronskij.
A proposito di Tolstoj: è da quando l’ho letto, varie vite fa, a vent’anni, che penso come sarebbe romantico svenire ed essere salvata da qualche tenebroso, aristocratico sconosciuto. Non pensavo di certo di svenire per la prima volta all’Opernball, e di essere salvata non da un fascinoso Vronskij, ma dalla mia amica-con-tiara e dalla squadra di volontari del pronto soccorso (tutti molto gentili, ma nessuno di cui innamorarsi a prima vista, nonostante lo svenimento). Sarà stato il collare troppo stretto? Non sono, evidentemente, una donna da fetish? Comunque mi sono ripresa in tempo per la seconda delusione: nel biglietto d’invito non era compresa la cena. Così, mentre tutti cenavano, con sfoggio di sigari e bottiglie, se non di champagne, almeno di prosecco, io e la mia amica-con-tiara ci siamo accontentate di un wurstel (sì, c’era un banchetto che li vendeva, e non era neppure male, nel ridotto dell’opera addobbato per l’occasione). Grazie al würstel siamo riuscite a resistere fino alle tre di notte, e a bearci del trionfo del kitsch: debuttanti tutte in bianco con tiara finta, nessun abito degno di nota, un improbabile signore in kilt "austriaco", e le più belle erano le signore anzianotte e cicciotte, tutte un volant, che volteggiavano felici. Bene, sono sopravvissuta. Io e la mia borsa di caramelle che, tra l’altro, credetemi, era la borsa più simpatica della serata.

Se pensi di poterlo fare, fallo. La possibilità è magia.

Venerdì, 24 gennaio 2014 @08:37

"Se pensi di poterlo fare, fallo."
(Meryl Streep)
La possibilità è magia. Seguila.

Non so se Meryl Streep abbia pronunciato davvero queste parole: che, stavolta, non ho letto su un libro o in un'intervista, ma ho trovato su web. Però mi sembra un mantra molto Meryl Streep, attrice da tre Oscar, bella, intelligente e chic anche a sessant’anni (64 per la precisione), che ci ha conquistato romantica in "La mia Africa", sarcastica in "Il diavolo veste Prada", severa in "Iron Lady" e buffa in "Mamma Mia!"…Continuo? No: la conoscete bene. Una vita che è un esempio di forza e morbidezza. E quindi, copiamo parole ed esempio. Almeno proviamoci!
Leggetemi in inglese in Friday Lisa (il mantra Meryl suona meglio). E cercatemi in edicola: su Gioia, dove oltre allo spillo da ritagliare trovate un corvapezzo fashion su American Hustle e wrap dress anni Settanta (a proposito di abiti "empowerment", come il Buongiorno di oggi), e su Elle Decor, dove da questo mese ho una nuova rubrica, Italian is better… (E a proposito, aspetto suggerimenti!).

Leggi: sono questi i nomi delle cose che lasciasti: me, libri, il tuo profumo sparso per la stanza...

Giovedì, 23 gennaio 2014 @10:29

"Leggi: sono questi i nomi delle cose che
lasciasti: me, libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una
metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso, quando faccio questo elenco."
(Maria do Rosário Pedreira)
Quando, intorno a te, ogni cosa ripete un addio.

E’ una poetessa che già conoscete: la bravissima, malinconica, intensa poetessa portoghese a cui ho rubato tanti Buongiorno (e che ho incontrato l’anno scorso a Lisbona, al Museo Gulbenkian, un giorno di primavera: cliccate sul suo nome in verde, per rileggerli). I versi di oggi mi piacciono così tanto che li ho scelti per il mio #spillo su Gioia in edicola questa settimana. Compratemi: scrivo anche di wrap dress… Uno degli abiti più difficili e più sexy da indossare. Poesia e moda. E’ un buon giovedì.

Quei giorni in cui vuoi solo piangere nella vasca da bagno.

Mercoledì, 22 gennaio 2014 @09:27

"L’autocommiserazione raggiunge il suo massimo quando si piange nella vasca da bagno e all’umidità dell’acqua si aggiunge quella delle lacrime".
(Nora Ephron)
La meravigliosa vertigine dell’autocompatimento. Meglio, in effetti, nella vasca da bagno.

Mi fa sempre sorridere Nora Ephron, anche e soprattutto quando racconta del lato buio della vita: come in "Affari di cuore" (Feltrinelli), un suo piccolo capolavoro di auto-ironia, e vita vera, quando il marito la lasciò per un'altra donna, con un bimbo piccolo e incinta del secondo. Il libro-sfogo divenne poi, nel 1986, un film con Meryl Streep e Jack Nicholson. E Nora Ephron si risposò, continuò a scrivere (senza di lei, non avremmo avuto il magistrale "Harry ti presento Sally"), continuò a raccontare i sorrisi e le lacrime delle donne, e insegnarci a vedere il lato tragicomico della vita. Grazie, Nora.

Non ti manca la notte, ma il suo potere.

Martedì, 21 gennaio 2014 @09:12

"Accarezza l’orizzonte della notte, cerca il cuore di giaietto che l’alba ricopre di carne. Popolerebbe i tuoi occhi di pensieri innocenti, di fiamme, ali ed erbe che il sole non inventa.
Non ti manca la notte, ma il suo potere".
(Paul Eluard)
Porta con te il potere della notte.

I versi di oggi sono tratti da "Poesie" di Paul Eluard (Newton), un libro vintage con il testo a fronte, con ancora il prezzo in lire stampato sopra: 3900, per l’esattezza. E con la traduzione di Silvano Del Missier, che era un amico dei miei genitori. Un regalo dal passato.

Poter essere pioggia.

Lunedì, 20 gennaio 2014 @08:09

"Le sue giornate scorrono tranquille, simili alla pioggia che d’inverno le piace guardare dalla finestra, monotona eppure affascinante, dopotutto. Potrebbe sempre trasformarsi in temporale. O in diluvio."
(Marcela Serrano)
Poter essere pioggia.

Marcela Serrano, scrittrice cilena, nata a Santiago nel 1951. A volte mi piace, a volte no. Mi è piaciuta in alcuni romanzi, come "Antigua vita mia" (forse anche perché era ambientato ad Antigua, una città del Guatemala tra portici e vulcani, che mi aveva incantato). Gli ultimi racconti, "Adorata nemica mia" (anche questi Feltrinelli, come tutti i suoi libri) mi hanno un po’ deluso, ma mi hanno regalato il Buongiorno di oggi. Poter essere pioggia. Poter diventare temporale.

La mente non governa il cuore, diventa solo suo complice nel crimine.

Venerdì, 17 gennaio 2014 @08:50

"La mente non governa il cuore, diventa solo suo complice nel crimine."
(Mignon McLaughlin)
Crimini del cuore. Chi non.

Il Buongiorno di oggi è di una giornalista americana (anche per Vogue) che scrisse affilati, saggi aforismi negli anni Sessanta, raccolti nel suo "Neurotic’s Notebook". Già il titolo mi piace! E, visto che è venerdì, il Buongiorno in originale: Friday Lisa.

Quei gesti-incantesimo che ci fanno innamorare. Quel gesto che mi ha fatto innamorare di te.

Giovedì, 16 gennaio 2014 @09:02

"Sul marciapiede mi fermo a riprendere fiato e guardo le finestre della facciata. Lui è in piedi nel bow-window, mi guarda con un sorriso malinconico. Appoggia un palmo al vetro con un gesto così pieno di desiderio, che qualcosa dentro di me si rompe".
(Barbara A. Shapiro)
Quei gesti-incantesimo che ci fanno innamorare. Quel gesto che mi ha fatto innamorare di te.

Non è forse così? Ci sono gesti minimi, lievi, impercettibili– una mano tra i capelli, un sorriso che si accende da lontano – che ci fanno innamorare. Che sciolgono qualcosa dentro di noi, come nella pagina del romanzo da cui ho tratto il Buongiorno di oggi: un thriller d’arte e sentimenti tra la Boston di adesso e quella di fine Ottocento: "La Falsaria" (Neri Pozza).

Quando i mobili parlano. Un tavolo di teak e il ricordo di un amore spezzato.

Mercoledì, 15 gennaio 2014 @07:25

"Allargò le mani sul ripiano e avvertì l’intenso odore del legno. Del teak. Appoggiò la faccia sul tavolo, inspirando profondamente, la gota premuta contro le assicelle. Il profumo era lo stesso dei mobili della sua stanza rimasta a Tollygunge, l’armadio e la specchiera, e il letto dalle colonnine sottili dove lei e Udayan avevano concepito Bela. Ordinato su un catalogo americano, scaricato da un camion delle consegne, quel profumo era tornato fino a lei".
(Jhumpa Lahiri)
Quando i mobili ci parlano.

Questo è uno dei momenti, nel nuovo libro di Jhumpa Lahiri, "La moglie" (Guanda), che mi è piaciuto di più: quando la protagonista, dopo aver ricominciato una nuova vita molto, molto lontano, tra le colline e il mare della California, ordina un mobile per la sua nuova vita solitaria, in cui non ha voluto ci fosse posto per il marito, né per la figlia. Ma improvvisamente i ricordi tornano a lei, ricordi di India e dei vent’anni, ricordi di un amore spezzato; torna tutto a lei, con il profumo di un tavolo di legno, il profumo del teak.
In Birmania, patria di alberi e di legno di teak, dove spesso le camere d’albergo sono tutte ricoperte di legno, pavimenti e pareti, mi sono ritrovata a passare anch’io la mano su quel legno liscio e paradossalmente morbido. Quando i mobili parlano.

Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino.

Martedì, 14 gennaio 2014 @09:11

"Aveva quasi smesso di nevicare. La sera era nitida come un disegno a carboncino."
(Boris Pasternak)
Quell’aria sospesa, aria di neve. Una promessa. Come quando tutto sta per cambiare.

A dire la verità, nel mio altrove in questo momento piove. Però non sono bellissime queste parole di Pasternak, che ho scelto come #spillo della settimana su Gioia? E quanta voglia di neve, che quest’anno si fa desiderare.

Cronache birmane: pagode d’oro, caffè ‘3 in 1’ e Buddha black.

Lunedì, 13 gennaio 2014 @07:10

"Prima di tutto Mandalay era un nome. Perché ci sono luoghi i cui nomi – per qualche strano caso, o storia, o felice associazione – hanno un "independent magic", una magia autonoma e indipendente, e forse un uomo saggio non dovrebbe mai visitarli, perché le aspettative che fanno nascere possono raramente essere soddisfatte".
(Somerset Maugham)

La frase di oggi, di William Somerset Maugham, scrittore e viaggiatore snob negli anni Venti, è tratta da "The Gentleman in the Parlour", un suo diario di viaggio in Asia che comincia proprio da Burma: la Birmania da dove sono appena tornata.

Prima di partire per la Birmania – ed è da tanti anni che penso e sogno questo viaggio – per me la Birmania era: pagode d’oro e Aung San Suu Kyi con la sua "grace under pressure", la grazia con cui ha resistito in tanti anni di arresti, di oppressione, fino al Nobel per la pace e alla possibilità, anche se ancora remota, di cambiare il Paese.
Le ho trovate. In modo molto diverso da quello che mi aspettavo. Ho trovato le pagode d’oro, imponenti, ma anche un po’ kitsch come l’amatissima Shwedagon a Rangoon (o Yangon, visto che il regime ha cambiato anche nome alla capitale), con un inaspettato cartello"free wifi", e sponsor. E ho trovato Aung, il suo viso e il suo sorriso dappertutto, nelle foto appese nelle case fatte di bambù, nei libri in vendita fuori dalle pagode di Bagan, persino in qualche (brutta) T-shirt; spesso insieme al padre, bello e raffinato come lei, morto assassinato quando lei aveva appena due anni.
Ma alla fine, tornata da questo lunghissimo viaggio (in cui ho preso di tutto: aerei, biciclette, canoe sui laghi, barconi sui fiumi e risciò) non ho nel cuore le pagode. Bensì i Buddha neri, scolpiti nella roccia nera, di Mrauk Oo, un’antica civiltà, un luogo remoto quasi al confine con il Bangladesh, dove si arriva con un piccolo aereo e poi un giorno di navigazione per fiumi e canali. Ho in mente i visi delle donne e dei bambini con grandi disegni di polvere gialla: polvere di Thanaka, ricavata dai tronchetti di un albero (la Limonia acidissima), che viene macinata al momento su una pietra tonda e usata come crema solare, o protettiva… Quasi un tatuaggio beauty effimero e millenario. Ho riportato con me il Lago Inle con le "stupa", piccoli templi come lance verso l’alto, che assomigliano quasi a dei trulli in variazione asiatica, e che crollano pian piano nell’acqua; ho portato una spiaggia bianca sul golfo del Bengala dove ho raccolto un sasso corallino perfettamente a forma di cuore. No, non è l’Asia che immaginavo e che amo, che ho conosciuto in Thailandia, in Cambogia, in Laos, in India... E’ qualcos’altro, di più duro, scabro, sofferente e dimenticato. Un paese che è "Cambogia meets Ddr", l’Asia che si incrocia con l’ex Germania dell’Est; un Paese sfinito da una giunta militare che sta vendendo e svendendo terre e ricchezze, dove la Cina compra giada, preme e invade il paese di paccottiglia.
Ma poi, come Somerset Maugham che viaggiava con i portatori nella giungla e si lamentava per il cibo, ci sono momenti in cui ti senti solo un viaggiatore mugugnante, sperduto e poco romantico. Quando, ad esempio, arrivi a Bagan, la valle con cinquemila pagode, e il Consorte ti dice: "Ma stai scherzando, non rimarremo mica qui una settimana? E cosa faremo? Qui dentro ogni pagoda c’è sempre lo stesso signore dipinto d’oro (ergo, il Buddha)". Quando, pazienza il tè che è solo Lipton in bustina, ma il caffè è solo ed esclusivamente "three in one": ovvero bustine spacciate dalle multinazionali, sempre le stesse anche nei mercati più sperduti, con dentro un mix tossico a base di caffeina, latte condensato, e zucchero. Tre in uno, appunto. Per me che vengo da Trieste, e che bevo solo espresso senza zucchero o, come si dice sul mio golfo, "nero in b", uno strazio. Altri momenti mugugnanti: il cibo. Io che adoro il cibo asiatico, in Birmania mi sono ridotta a mangiare riso e banane, e il più delle volte, anche nei ristorantini per strada, mi veniva solo voglia di chiedere se potevo passare io in cucina. Forse l’oppressione politica passa anche per il cibo, e per l’annullamento dei sapori (unica spezia usata: aglio). E poi, sì, ti senti un viaggiatore sperduto e divertito quando l’unica parola che riesci a imparare è "Mingalabar", ovvero "ciao, benvenuto, buongiorno", una parola multitasking, e alla fine quando te la ripetono ti scappa anche da ridere. Mingalabar, dunque. E’ bello viaggiare ma, come ben sapeva anche Somerset Maugham, anche tornare.
E a proposito: a Mandalay, forse il nome più evocativo della Birmania, non ci sono stata. Ho accuratamente evitato la città-fortezza che una volta era un sogno coloniale, e oggi solo un luogo di rumore e caos. Mingalabar a voi tutti, e buon anno. Che sia d’oro.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.