Lisa Corva

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Il Buongiorno dell’estate 014 è un abito, un tessuto, un mappamondo, un fiore, un compleanno.

Venerdì, 25 luglio 2014 @08:02

Il Buongiorno di oggi è un #corvapezzo che ho scritto per Gioia!, ed è anche l’ultimo di luglio… Perché da adesso il Buongiorno va in vacanza. D’ora in avanti mi prendo del tempo per leggere, scrivere, passeggiare, nuotare… Guardare l’orizzonte. Guardare nuovi orizzonti. Quello che auguro a voi. (E per i libri da leggere, che spesso contengono nuovi orizzonti, i miei consigli sono qui: http://lisacorva.com/it/view/1334/ ).
Per questo ho scelto questo #corvapezzo: perché dentro ha un sacco di viaggi, non solo a bordo di un aereo, ma anche, magari, intorno a un abito, un disegno, un tessuto. Come #unikko, il tessuto papavero di cui leggerete. E io per celebrarlo ho un abito nuovo, quello vintage reloaded della collezione Marimekko + Banana Republic; mi piace così tanto che è diventato il mio abito dell’estate! Anche perché il tessuto #unikko è del 1964 come me…
Ci rivedremo a fine agosto. Intanto mi potete leggere su Gioia! (lo #spillo esce ogni giovedì, e cercherò di postarlo ogni tanto), spesso su D di Repubblica il sabato, su Elle Decor… Scrivetemi, se volete, ma soprattutto guardate, camminate, leggete, amate. Buona estate.


Due tessuti, due storie. O forse sarebbe meglio dire due mondi: non è meraviglioso, infatti, quando il tessuto che diventa il nostro abito preferito o la nuova carta da parati nasconde anche una storia meravigliosa, in cui infilarsi, come un’Alice fashionista nel Paese delle Meraviglie? Ed eccoli, i tessuti e i mondi: African Print versus Marimekko. Gli intricati motivi delle stoffe africane contro, o insieme, alle geometrie nordiche. Seguitemi!
MARIMEKKO, IL COMPLEANNO DEL PAPAVERO. Perché Unikko, il motivo flower power che Marimekko lanciò nel 1964, compie esattamente 50 anni, e non è mai scomparso dalla produzione. Anzi, è diventato di tutto, tazze, grembiuli, shorts, portafogli, e carta da parati (in Italia la trovate per Jannelli &Volpi http://www.jannellievolpi.it , per avere pareti davvero floreali e pop). Una rivoluzione che viene dal Nord: Marimekko (https://www.marimekko.com) è finlandese, fondata nel 1951. E dietro al papavero c’è una storia buffa con protagoniste due donne: Armi Ratia, la fondatrice, dichiarò che non avrebbe mai usato un motivo floreale nelle sue collezioni; la designer Maija Isola le "disobbedì" e disegnò quei larghi, sorridenti papaveri rossi e fucsia che conquistarono tutti. Ed ora, un compleanno molto social: Marimekko chiedere di postare foto e ricordi con l’hashtag #Unikko50 (e per saperne di più: www.marimekko.com). Print nordici che hanno conquistato anche Jackie Kennedy, che li scelse e indossò per le sue estati in barca col marito; e Sarah Jessica Parker, in Sex and The City. Motivo di più per andare a curiosare nella "limited edition" del guardaroba che Marimekko ha lanciato per quest’estate insieme a Banana Republic: scamiciati, gonne ampie, shorts e una borsina porta-tutto. E attenzione perché l’unico negozio Banana Republic in Italia è a Milano. (in corso Vittorio Emanuele: www.bananarepublic.com e www.bananarepublic-italia.it/)
VLISCO, L’AFRICAN PRINT CHE VIENE DALL’OLANDA. Colori a contrasto (viola & verde, ad esempio, o marrone & azzurro); motivi geometrici micro ma anche galline o forbici; e a volte nomi criptici come "husband’s heart", il cuore del marito, o "mon mari capable", sempre con cuori. E’ il mondo di Vlisco (www.vlisco.com): i tessuti caleidoscopici, wax-print, ovvero stampati a cera, che, tagliati, drappeggiati, diventano abiti, caftani, turbanti per tutte le bimbe e le donne dal Ghana alla Nigeria. Eppure, vengono prodotti in Olanda, esattamente dal 1846! Con un’intuizione geniale: meccanizzare la produzione del batik indonesiano (non dimentichiamoci che all’epoca l’Indonesia era una colonia olandese). Tessuti ora inaspettatamente fashion: pensiamo solo a Stella Jean (www.stellajean.it/), la stilista romana-haitiana, che sa mixare tessuti africani e indonesiani con gusto assolutamente global chic. Anzi, come lo chiama lei, con filosofia "wax and stripes", dove "wax" sono le radici materne, quindi Haiti; e "stripes", le righe e le camicie da uomo del padre, torinese. Ma gli african print diventano anche arredo: le sedie super-happy prodotte da Moroso (www.moroso.it/), i divanetti quasi scultura dell’artista austriaco Franz West, che sono al Mak, il Museo di Arti Applicate di Vienna. O l’idea guida di progetti di moda etica e nomade. Ad esempio le Muzungu Sisters (www.muzungusisters.com): due it-girls che da Londra vendono, on-line e con negozi pop-up, abiti e accessori coloratissimi, fatti a mano da artigiani fair-trade in tutto il mondo;con i tessuti africani hanno creato porta-iPad e shopper. Ci sono anche delle italiane: Cristina Simen ed Emanuela Sauve (www.sauvesimen.com), ad esempio, disegnano cose di casa (tazze, sottopiatti, vasi, tavolini) ispirati ai tessuti africani. O waxmax (www.waxmax.it) di Elena Vida, con borsine porta-tutto. Mentre dietro Kinabuti (www.kinabuti.com) ci sono due ragazze friulane, che in Nigeria hanno fondato un brand di moda etica. Disegnano e producono vestiti (ora anche una linea super-colorata per bambini), e in passerella mandano le ragazze dei quartieri degradati dalla capitale, a cui insegnano il mestiere di modelle. Il progetto "empowering" si chiama "In our ghetto". Quando gli abiti hanno dentro molto più dell’etichetta.

La verità non è sempre bella, ma la sete di verità sì.

Giovedì, 24 luglio 2014 @09:36

"La verità non è sempre bella, ma la sete di verità sì".
(Nadine Gordimer)
Quello di cui abbiamo bisogno per vivere: amore, libertà, verità.

Il Buongiorno di oggi è una frase di Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana appena scomparsa. Ed è anche il mio #spillo della settimana su Gioia!, dove trovate anche una mia piccola compilation sui suoi cinque romanzi da leggere, in diretta dalla mia biblioteca.

Sogno di pace insieme a un caffè.

Mercoledì, 23 luglio 2014 @09:14

"Anche quando tutti gli arabi e tutti gli ebrei si saranno sterminati a vicenda, resteranno sempre un arabo e un ebreo che continueranno a bere cinquante-quatre insieme. Spero solo ce ne siano altri come noi".
(André Aciman)
Un sogno di pace insieme al caffè.

Cinquante-quatre era il prezzo di un caffè, 54 centesimi di dollaro, in quella calda e solitaria estate del 1977, ad Harvard, in cui due uomini si incontrano, e prendono un caffè dopo l’altro, al Cafè Algiers: un ebreo nato ad Alessandria d’Egitto, un arabo che ha nel cuore il "sud di Pantelleria", le case bianche sul mare di Sidi Bou Said. Uno legge libri di Chaucer e si prepara a una vita in università. L’altro guida un taxi nella notte di Boston. Bevono caffè e parlano, parlano nel francese che è la loro lingua franca: parlano di donne, di sesso, di desiderio, di quello che si può avere e quello che si può solo rimpiangere, del Mediterraneo lontano, del futuro forse vicino. E’ il nuovo romanzo di André Aciman, "Harvard Square" (Guanda), e lo sto leggendo in questi giorni, insieme alle terribili notizie da Gaza; quasi come fossi seduta anch’io in un Café Algiers del mondo.

Era proprio quando lo guardava allontanarsi, che esisteva nel suo cuore con la più sconvolgente evidenza.

Martedì, 22 luglio 2014 @07:58

"A Parigi, André era presente anche a chilometri di distanza. Anzi, era proprio negli istanti in cui, affacciata alla finestra, lo guardava allontanarsi, che André esisteva nel suo cuore con la più sconvolgente evidenza: la sua figura si rimpiccioliva, scompariva dietro l’angolo della strada, disegnando passo dopo passo il percorso del suo ritorno; quello spazio in apparenza vuoto era un campo di forze che irresistibilmente lo avrebbe riportato a lei come al suo luogo naturale: quella certezza era ancora più commovente di un corpo di carne e ossa."
(Simone de Beauvoir)
Quel filo invisibile ma resistente, quella linea retta, obliqua, luminosa tra me e te.

Sì, Simone de Beauvoir. E il Buongiorno di oggi è tratto da "Malinteso a Mosca" (Ponte alle Grazie), traduzione di Isabella Mattazzi. Trovate la bella intervista alla traduttrice qui: http://www.lisacorva.com/it/view/1337/

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Io e te. Campi magnetici.

Lunedì, 21 luglio 2014 @07:54

"La morale era semplicissima: se volevi qualcuno con abbastanza intensità e avvertivi la morsa del desiderio alla bocca dello stomaco, era molto probabile che anche l’altra persona ti desiderasse allo stesso modo."
(André Aciman)
Io e te. Campi magnetici.

Lo sto leggendo adesso, non sono riuscita ad aspettare le vacanze: "Harvard Square" (Guanda), l’ultimo romanzo di uno dei miei scrittori preferiti, André Aciman. Due ombre scure sulla copertina gialla, le due ombre di due giovani uomini che si incontrano in una lunga, calda, solitaria, assolata estate di attesa, all’università di Harvard, negli anni Settanta. Il Cafè Algiers dove si incontrano e si ritrovano, ogni mattino; metafora e ricordo di altri caffè, di un Mediterraneo lontano, esilio e displacement. Displacement, quello che Aciman sa raccontare così bene: ovvero il sentirsi fuori luogo, displaced appunto, mai nel posto giusto, sempre in un altrove strano, sbagliato, o desiderando nostalgicamente un diverso altrove.

Hai mai sognato di mollare tutto e fuggire?

Venerdì, 18 luglio 2014 @08:27

Oggi, non un Buongiorno, ma il mio articolo "on the road" che è uscito su Gioia!, settimana scorsa.

Non avete mai sognato di fuggire, chiudervi dietro la porta di casa – sbatterla forte, anzi – e buttare chiavi e telefonino nel primo cestino della spazzatura? Sì, lo so, una scena mirabile da film hollywoodiano. Eppure è il sogno segreto, clandestino, quasi indecente di molte donne – anche delle donne più realizzate e felici. E, confesso subito, anche il mio. C’è un che di liberatorio e quasi di peccaminoso nel sognarla, questa fuga vera e senza ritorno, via da tutto e da tutti, poter ricominciare con il vento nei capelli (anche e soprattutto se è una giornata di pioggia e siamo imbottigliate nel solito traffico).
Per questo, quando ci sono donne che lo dicono ad alta voce, come la scrittrice Maria Semple, che ci ha appena scritto sopra un buffo, strampalato romanzo ("Dove vai, Bernadette?", Rizzoli: protagonista, Bernadette appunto, mamma strampalata che non cucina, non si occupa del cambio armadi, detesta le altre mamme multitasking, e e alla fine si dilegua… in Antartide), il desiderio rieccolo lì, diventa possibilità, quasi un biglietto aereo. O un camper. Già. Come ha fatto Arianna Malagoli, quarantenne e design addicted, cresciuta con il mito di Pippi Calzelunghe, che ha convinto un nutrito gruppo di sponsor (nel camper ha Bialetti ad esempio, la mitica caffettiera; o l'altrettanto mitica lampada Pipistrello disegnata da Gae Aulenti) a supportarla nel suo progetto: partire con un camper design, ribattezzato Hometta, e portare per sei mesi il design italiano in giro per l’Europa (potete seguirla su: www.designonboard.it/). Vabbè, direte voi. E’ una nomade contemporanea che si è inventata un nuovo lavoro. E non si dilegua nel nulla, anzi possiamo seguirla ogni giorno via web: nomade e blogger. D’accordo. Ma io un po’ la invidio lo stesso. Entrare in una casa-chiocciola e svegliarsi ogni giorno in un posto diverso, non vi piacerebbe? E senza postare le proprie coordinate su Facebook.
Perché il punto non è il viaggio, è proprio la fuga. E’ quella porta sbattuta sulla nostra vita, con un senso di meravigliosa libertà. Con la vertigine di chi sta per ricominciare. Del resto, se gli uomini lo fanno – avete presente il vecchio cliché di "è uscito è comprare le sigarette e non è più tornato – perché le donne no? Fuggire, fuggire.
Ma fuggire da che cosa? Da famiglia, lavoro, figli. Se ci sono. A volte c’è solo una vita troppo stretta e troppo vuota, e la si vorrebbe ribaltare comunque. Fuggire da una vita multitasking e da giocoliere. Dal "sussurro della lavatrice", che anche quando sei finalmente a casa da sola ti dice: visto che sei qui, non stare lì a leggere un libro o dipingerti le unghie, fai una lavatrice invece, riordina, metti a posto gli armadi, non oziare! Fuggire, sì. Fuggire dai conti da pagare. Dal conto corrente in rosso. Dalla sveglia del mattino che a volte vorremmo scaraventare fuori dalla finestra. Dal cellulare e dalla cellulare-dipendenza. Dagli amori deludenti e delusi. Dal traffico che ci ingoia. Da un capo che ci sfinisce e non veste neppure Prada. Da richieste, lamentele, sensi di colpa. Fuggire dai figli e dai genitori anziani. Fuggire da quel senso di inadeguatezza e di rabbia e dall’insonnia… Fuggire da quello che ci fa piangere di notte sdraiate sul pavimento del bagno, in una vita apparentemente perfetta. Ricordate? E’ la scena iniziale di un libro-autobiografia che ha conquistato le donne di tutto il mondo: "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert. Insoddisfatta della sua vita, scappò per un anno prima in Italia (per mangiare), poi in India (per pregare), e infine a Bali (dove trovò un nuovo amore). La sua fuga è stata un colpo di bacchetta magica. Non solo ha davvero cambiato vita, ma è diventata milionaria, e adesso, nella sua nuova casa con giardino, e con il suo (nuovo) marito, si dedica a fughe quotidiane: scrivere. Il nuovo romanzo, "Il cuore di tutte le cose", è uscito per Rizzoli, e parla di una donna dell’Ottocento, in fuga anche lei fino ai mari del Sud. Davvero!
Fuggire, fuggire… Sapete quando ci penso? Quando vado al mare. Perché è lì che comincia un long-seller che mi è rimasto dentro, e che ho scoperto essere un libro cult di tante, tantissime donne: "Per puro caso" (Guanda). E’ un piccolo romanzo di Anne Tyler, una super-scrittrice americana, Premio Pulitzer, che nel frattempo ha compiuto 72 anni e che, io sappia, non è mai fuggita. Eppure in questo romanzo dà voce al suo desiderio segreto, a quello di tante donne come noi: una mamma e moglie che, in una mattina assolata, col mal di testa, decide di tornare prima dalla spiaggia. Ma, colpo di scena, se ne va; con quello che ha addosso, la borsa del mare: neppure lo spazzolino. Se ne va, prima di cambiare idea. E il tocco di genio è che non va in India o in Antartide, no: va in un’altra città esattamente simile alla sua, una città scelta a caso, tra le tante città americane. Prende una stanza in affitto, cerca un lavoro qualsiasi, e la sera si chiude in camera a leggere classici, e piangere sul suo desiderio di altro e di altrove. Perché è questo, forse, il punto. Fuggire si può, e non serve andare a Bali. La vera fuga è dentro di noi, il potere che abbiamo di poter cambiare la vita da dentro. Forse. Se no, ragazze, rimane sempre il biglietto aereo! Sola andata però, grazie.

Relazioni difficili e aggrovigliate, come alghe nell’acqua. E noi, invece, che vorremmo nuotare al largo.

Giovedì, 17 luglio 2014 @08:41

"Me la cavo meglio con le relazioni a breve termine. Clienti. Tassisti. Cassiere. Senza vecchi conflitti e delusioni che sono simili a mucchi di alghe aggrovigliate sotto la superficie."
(Åsa Larsson)
Relazioni difficili, come alghe nell’acqua. E noi, invece, che vorremmo nuotare al largo…

Sì, anche il Buongiorno di oggi è della mia nuova giallista preferita, la svedese Åsa Larsson (ed è anche lo #spillo della settimana su Gioia!). Questa frase è un pensiero della protagonista, Rebecka, l’avvocatessa di Stoccolma in fuga dalla capitale e dai suoi fantasmi, che ha deciso di vivere in Lapponia, nella casa della nonna. Ho appena finito l’ultimo, "Sacrificio a Moloch" (sono tutti Marsilio), che mi sembra il più bello, forse per l’intreccio con una storia del passato: mentre nevica, mentre Rebecka indaga in un caso di omicidio, seguiamo la storia parallela di una maestra dagli occhi luccicanti e dal baule pieno di libri sulle nuove donne e il nuovo amore libero, che arriva in Lapponia all’inizio del Novecento…

Poter tornare indietro ai bivi della vita. Prendere un’altra strada. Viaggiare nel tempo. Un sogno.

Mercoledì, 16 luglio 2014 @08:42

"Non aveva nessun metro con cui misurare la felicità o l’infelicità. Aveva foschi ricordi di euforia e di cadute nelle tenebre, che però appartenevano a quel mondo di ombre e sogni che era sempre presente eppure quasi impossibile da afferrare".
(Kate Atkinson)
Poter tornare indietro ai bivi della vita. Decidere di prendere un’altra strada. Incroci, sorpassi. Viaggiare nel tempo. Un sogno.

Quello da cui ho tratto il Buongiorno di oggi è davvero uno strano libro: "Vita dopo vita" (Editrice Nord). La storia avanti e indietro nel tempo di una bimba che nasce in una gelida notte d’inverno nella campagna inglese, nel 1910. Forse muore, e forse no. Forse il medico arriva in tempo, e forse no. E poi così avanti, per tutta la sua vita, un gioco avanti e indietro nel tempo, in quei momenti di bivio, di incrocio, in cui ci sentiamo addosso il respiro del destino. E se quel giorno al mare l’onda l’avesse travolta? E se quel ragazzo non l’avesse baciata? E se non fosse rimasta incinta? E se durante i bombardamenti a Londra fosse stata nel posto sbagliato? Sì, mi è piaciuto. C’è qualcosa che non funziona nella scrittura, temo qualcosa nella traduzione, ma la storia è così ben congegnata che lo aggiungo alla lista dei libri dell’estate: http://lisacorva.com/it/view/1334/
Per chi ama i libri che portano avanti e indietro nel tempo, come "Le confessioni di Max Tivoli" di Andrew S. Greer (Adelphi), e "La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffenegger (Mondadori). Per chi pensa che sarebbe bello tornare indietro e scegliere un altro sentiero, avere un’altra occasione.

I libri dentro di noi, e un ricordo di Nadine Gordimer.

Martedì, 15 luglio 2014 @10:32

"Se sei un lettore, sai che ciò che hai letto ti ha influenzato la vita".
(Nadine Gordimer)
I libri dentro di noi.

Quando ho saputo, ieri, che Nadine Gordimer, a 90 anni, era scomparsa, sono andata a cercare i suoi libri negli scaffali della mia libreria. Libri Feltrinelli, dalle belle copertine come questo da cui è tratto il Buongiorno, o forse meglio dire l’Addio di oggi, dalla raccolta di racconti "Beethoven era per un sedicesimo nero" (Feltrinelli). Nella mia libreria la Gordimer è accanto a Doris Lessing, e non è un caso: hanno qualcosa in comune, almeno ai miei occhi, queste due donne coraggiose, impegnate politicamente, che hanno attraversato il secolo scorso, con alti ideali e compassione per il cuore umano, e uno sguardo speciale per l’Africa (per la Lessing, che ci visse da ragazza, che lì capì che voleva scrivere; e per la Gordimer, che ci nacque e che raccontò il Sudafrica e l’apartheid, tutta la vita). E poi, certo, il Nobel per la letteratura: arrivato nel ’91 per la Gordimer, nel 2007 per Doris Lessing. Nadine Gordimer, piccola (ma solo di statura, come ha detto di lei un’altra grande scrittrice, Margaret Atwood: "The only thing small about Nadine Gordimer was her size"), quei foulard-scialle da anziana signora chic portati drappeggiati addosso; ma soprattutto donna impegnata, anti-apartheid, e i suoi romanzi di donne e uomini che si battono per un mondo più giusto e più libero. Eppure, per me che sono iper-sentimentale, Nadine Gordimer è un libro solo, che forse li contiene tutti: "L’aggancio". L’incontro casuale in un garage di Cape Town tra Julie, giovane, ricca, bianca, liberale, e Ibrahim, giovane, povero, immigrato, illegale, musulmano; il loro amore inaspettato, lei che decide di seguirlo a casa sua, un villaggio nel deserto… E la frase che ho ritagliato da quel libro e che amo molto, e che trovate cliccando sul nome della Gordimer.
Anche se forse la Gordimer si riconoscerebbe di più nella frase di oggi, la frase di apertura del suo racconto "Gregor": lei, anziana, che rilegge "alcuni dei libri che non voglio morire senza aver rivisitato", e quindi i Diari di Kafka, l’apparizione surreale di uno scarafaggio nella finestrella della macchina da scrivere elettrica che usa… E una consapevolezza, come spiega nel racconto: che l’amore, le nostre aspettative sull’amore, vengono formate dai libri che leggiamo nell’adolescenza. "Negli anni Quaranta, mi avevano dato a credere che prima avrei incontrato un uomo, poi ci saremmo reciprocamente innamorati e ci saremmo sposati; questo processo preconfezionato prevede un certo ordine di emozioni. Questo è l’amore. Invece per me arrivò prima Marcel Proust".

Insegnami ad essere felice.

Lunedì, 14 luglio 2014 @07:57

"Non ce la faccio ad essere felice, vorrebbe dirgli. Già riesco a malapena ad essere infelice".
(Åsa Larsson)
Insegnami ad essere felice.

Ci sono persone che hanno una vocazione alla felicità. Persone che vedono l’oro della vita ovunque (ricordate l’oro liquido, il "tramonto sospeso" di Elizabeth von Arnim?). E poi ci sono momenti, vite intere di cupezza e di buio. E ci sono momenti in cui lottiamo solo per alzarci al mattino, per rimanere in piedi. Così è per Rebecka, la protagonista dei gialli nordici di Åsa Larsson, che sto divorando, uno dietro l’altro. L’avvocato di Stoccolma, che dentro ha una bambina ferita e diffidente, e torna in Lapponia, nella casa della nonna, con i "pezzotti" di stoffa intrecciata per terra e il bianco abbagliante della neve fuori dalle finestre. E guarda fuori, nella sua ricerca di felicità. C’è qualcosa di rasserenante in un giallo, vero? Qualcosa che ci fa sperare che alla fine tutti i misteri verranno risolti e il buio sconfitto. Forse per questo continuiamo a leggerli, soprattutto se sono così belli come quelli di Åsa (A proposito,il pensiero di oggi è tratto da "Sentiero nero", ma ora ho appena iniziato l’ultimo, "Sacrificio a Moloch", tutti Marsilio. E poi, aiuto, cosa leggerò?)

Invece luglio taglia, luce-lama che abbaglia.

Giovedì, 10 luglio 2014 @07:34

"Invece luglio taglia
Luce-lama
Che abbaglia"
(Valerio Magrelli)
La luce bianca di luglio. Estate che brilla e brucia. Piena, abbagliante estate.

Nel mio altrove, a dir la verità, in questo momento piove… Ma quando ho scelto il Buongiorno di oggi (tratto dalla raccolta poetica "Il sangue amaro", Einaudi) pensavo in realtà alla luce abbagliante che c’è di solito a luglio. Tornerà appena finita la pioggia… A proposito: questo Buongiorno è anche il mio #spillo su Gioia da oggi in edicola. Compratelo! Ci sono ben due corva-pezzi: uno su marimekko e l’african print (non vi racconto niente, la storia di due tessuti e due mondi, iper-colorato e allegro, vedrete), e uno sulle donne e il desiderio di fuga…

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Perché sono le strade a creare questa città.

Mercoledì, 9 luglio 2014 @09:18

"Perché la realtà di Cernopol era la realtà delle strade, delle grandi vie maestre che sono le arterie della vita tracciate attraverso il paesaggio smisurato e non finiscono se non con la morte del viandante. Esse avevano creato questa città. Da una delle loro intersezioni era sorta Cernopol, serbatoio di senzapatria, luogo d’incontro per nomadi sempre in cammino, fremente d’irrequietezza, oppressa da un desiderio struggente di orizzonti indefiniti, di spazi più ampi e lontani, impregnata di fermenti d’insoddisfazione, e nello stesso tempo nuda e disadorna nella sua miseria, nella sua pena, nella sua stanchezza, nella durezza spietata degli scettici ammaestrati dalla vita, per i quali tutto è caduco, ogni sofferenza è solo apparenza e ogni compassione cede alla consapevolezza della transitorietà del dolore".
(Gregor von Rezzori)
Perché sono le strade a creare questa città.

E’ vero, ci sono città il cui cuore, l’impronta, sono le strade. Per Gregor von Rezzori era l’immaginaria Cernopol, ricalcata sulla sua città di nascita, Czernowitz (e il brano è tratto da "Un ermellino a Cernopol", Guanda). Io penso a Bucarest, dove sono appena ritornata, le strade ampie ma inquietanti, strade volute da Ceausescu, che ha distrutto, metodicamente, quello che era il cuore della città. E poi penso anche a Manhattan, un’isola fatte di strade quasi tracciate col righello. Strade in cui è bello camminare, che a me fanno sempre sentire sicura, nel cuore del mondo.

La piccola città, con le sue casette di pan pepato, sembrava uscita da una scatola di giocattoli.

Martedì, 8 luglio 2014 @08:35

"La piccola città, con le sue casette di pan pepato chiuse nella cinta muraria medievale, sembrava uscita da una scatola di giocattoli, una piccola, fiabesca isola tedesca in un paesaggio rumeno pieno di forze primigenie, disteso sotto l’arco di un cielo nel cui illimitato azzurro veleggiavano rondini e falchi".
(Gregor von Rezzori)
In cerca di illimitato azzurro.

La piccola città che sembra uscita da una scatola di giocattoli è Brașov: al tempo di Gregor von Rezzori, che ci andò malvolentieri a scuola lasciando l’amatissima Czernowitz ("laggiù per poco non morii di nostalgia"), si chiamava ancora Kronstadt. Terre che cambiano nome, lingua, destino: una delle mie tappe del mio viaggio in Transilvania. La descrizione è sfilata da "Tracce nella neve", Guanda e la piccola città è ancora così, luminosa sotto il sole della Transilvania. Ed è vero, ci sono città nel mondo (penso anche alla nostra Toscana, alla Francia), che sono perfette, uscite miracolosamente intatte da guerre e polvere e speculazioni edilizie, quasi trovate sul fondo di una scatola di giocattoli.

Ma tu vieni dai boschi. Si vede. Sei vestito come uno di città, ma non m’inganni. Tu sei cresciuto nei boschi.

Lunedì, 7 luglio 2014 @12:19

"Ma tu vieni dai boschi. Si vede. Sei vestito come uno di città, ma non m’inganni. Tu sei cresciuto nei boschi".
(Gregor von Rezzori)
I boschi dentro.

Per Gregor von Rezzori, uno degli ultimi intellettuali mitteleuropei, di cui ho amato molto i libri-testimonianza (tra cui "Tracce nella neve", Guanda, da cui è tratto questo Buongiorno), questo era un complimento. Per lui, nato a Czernowitz quando era ancora Impero Austroungarico, poi Romania, oggi Ucraina; cresciuto a Vienna, a Berlino, cittadino del mondo che ora riposa in terra toscana (nel "writers retreat" portato avanti da sua moglie, dove sono stata, ammirata)... "All'altro capo della sala un vecchio cioban rumeno, un pastore d'alta montagna, ci guardava sorridendo; indossava il costume rumeno, lo stesso degli antichi Daci, quale si può vedere ancora oggi sulla Colonna Traiana a Roma: la camicia di lino grezzo tessuto a mano, gli stretti calzoni di lino, la sciarpa rossa intorno ai fianchi…". E quando il vecchio pastore, gli dice, sorridendo, che l'ha riconosciuto, ha riconosciuto i boschi dentro di lui, e le battute di caccia, e la neve, "Per me fu come un attestato di nobiltà". Mi è venuta in mente, quest’anima di boschi, proprio perché sono appena tornata dalla Transilvania. Le cronache, a presto.

Poter passeggiare nel passato. (Simone de Beauvoir e la sua traduttrice).

Giovedì, 3 luglio 2014 @07:50

"Sarebbe bello, pensava spesso, se il passato fosse un paesaggio in cui ognuno potesse andare in giro a suo piacimento, scoprendone poco a poco i meandri, le pieghe."
(Simone de Beauvoir)
Che meraviglia, poter passeggiare nel passato. Le città dove abbiamo abitato, la casa dell’infanzia, le persone che ci hanno tenuto in braccio e ci hanno amato.

Il Buongiorno di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia) è tratto da un libro speciale, un inedito di Simone de Beauvoir appena pubblicato in Italia ("Malinteso a Mosca", Ponte alle Grazie). Speciale anche perché ho intervistato la traduttrice, Isabella Mattazzi, amica "virtuale" con cui sento di avere molto in comune: il piacere dei libri, delle passeggiate nel passato, e il piacere di parlare di Simone de Beauvoir.

Simone: che cos’è per te? Che cosa può ancora insegnare, alle ragazze e alle donne di oggi?
La figura di Simone de Beauvoir è talmente centrale per la nostra storia di donne occidentali che mi è sempre sembrato scontato ricordarlo. Quest’anno però - proprio perché stavo lavorando su "Malinteso a Mosca" - mi sono ritrovata per la prima volta a parlare di lei con i miei studenti in Università. Silenzio imbarazzato in aula. Mia assoluta sorpresa di fronte a questo imbarazzo. Le ragazze di vent’anni non hanno la minima idea di chi sia Simone de Beauvoir. Ma soprattutto, le ragazze che mi trovo di fronte ogni giorno a lezione non sanno che quanto oggi sembra a loro del tutto scontato – anche semplicemente il fatto di trovarsi in un’aula universitaria accanto ai loro colleghi maschi - è invece qualcosa di relativamente recente, frutto di una precisa volontà politica e culturale non certamente astratta, persa in un passato fumoso chiamato Storia, ma estremamente concreta, fatta di nomi, di testi, di idee. Ricordare Simone de Beauvoir, raccontare cosa ha detto, come ha vissuto, ha significato quindi per me un vero e proprio passaggio di testimone da una generazione all’altra. Da mia nonna che è stata una delle prime donne a fare il liceo classico, a mia madre che negli anni Settanta scappava sotto i lacrimogeni a Milano durante le cariche della polizia, a me che oggi posso fare il lavoro che ho sempre voluto e insegnare in un’Università italiana, a loro che domani, a loro volta, si ricorderanno di me che a lezione raccontavo della de Beauvoir e così via…

La sua storia d’amore con Nelson Algren, quella che racconta dentro "I mandarini", è a mio parere una delle più belle, toccanti, struggenti storie d’amore e passione mai raccontate. Credo di averla letta e riletta più volte, sottolineata e assimilata – solo quel capitolo, perché il resto del libro mi è scivolato sopra senza lasciar traccia. Tu, cosa ne pensi, che effetto ti fece? Secondo te Simone non avrebbe dovuto rinunciare a lui, sarebbe dovuta rimanere? Così, tanto per fare della fantascienza sentimentale.
Credo sia molto difficile giudicare un amore. Anzi, direi impossibile, perché se giudicare non significa altro che ri-vivere (simbolicamente) un’esperienza già accaduta (realmente), in amore giudicare-rivivere una relazione si compie sempre nella totale assenza dell’Altro. Posso solo dire che, per quanto riguarda la sua vita privata, ho sempre sentito molto lontana da me Simone de Beauvoir. La realpolitik della sua storia con Sartre, costruita su un tacito accordo fatto di tradimenti da parte di entrambi, e la sua stessa scelta di trasformare il suo legame con Algren in una relazione di tipo letterario, o comunque in un sentimento addomesticato all’interno di un ménage gestito tra Chicago e Parigi, sono cose che nel mio privato non potrei tollerare. Prima di decidere se accettare o no la traduzione di Malinteso a Mosca mi sono chiesta varie volte se sarei stata capace di entrare dentro una voce che poteva risultare troppo razionale per le mie corde, devo dire però che traducendo mi sono accorta che la melancolia del testo (la stessa della "Cerimonia degli addii" e di "A conti fatti") potesse essere per me un’ ottima chiave. Di fatto, ogni lavoro di traduzione è anche ed essenzialmente un lavoro critico. Ogni traduttore decide più o meno consciamente quali ombre del testo illuminare, quale traccia seguire. In questo caso, il senso del tempo che fugge, la continua sensazione di abbandono del corpo al fluire dei giorni, il dolore e nello stesso tempo la dolcezza di questo stesso abbandono, sono stati il mio punto di contatto con Simone de Beauvoir.

Il turbante, ovvero il trademark fashion di Simone. Ipotesi un po' perfida della sua biografa americana, che avevo conosciuto a New York, solo perché a volte (spesso) non aveva voglia di lavarsi o acconciarsi i capelli. Un tuo commento?
Qualsiasi stravaganza, qualsiasi elemento incongruo all’interno di quel sistema complesso di codici che fa di noi un’immagine sociale, a mio avviso, dipende in maniera diretta dalla nostra "presenza". Mi spiego meglio, una cappa di velluto lunga fino ai piedi, anelli, turbanti possono essere nello stesso tempo ridicoli o meravigliosi a seconda di chi li porta. E questo non tanto per le nostre qualità fisiche (altezza, corporatura, regolarità dei tratti…), quanto per la nostra dalla capacità stessa di portarli, per lo spessore dell’aria che si sposta insieme a noi, per il suo vibrare al nostro passaggio, per la nostra "presenza" appunto. Simone De Beauvoir direi che i suoi turbanti li sapeva portare benissimo, al di là dei capelli poco puliti o meno.

Sei in realtà un’esperta di Settecento. Scegli una donna del Settecento (indifferente se vissuta realmente, o il personaggio di un libro), e dimmi perché.
Se devo scegliere un personaggio del XVIII secolo in cui più mi ritrovo, che in un certo senso mi ha fatto da modello o a cui mi sento in qualche modo affine, la mia scelta purtroppo non può cadere su una donna, ma su un unico e solo uomo. Si racconta che in genere, gli autori, i temi su cui uno studioso lavora dicono molto di lui. Io ho passato parecchi anni della mia vita a occuparmi di un personaggio del Settecento piuttosto curioso, un nobile polacco (che scrive in francese), coltissimo (senza per questo essere pedante), immensamente curioso del mondo, viaggiatore instancabile (dal Marocco, alla Turchia, ai confini con la Cina), tanto coraggioso da traversare per primo Varsavia su un pallone aerostatico e tanto stravagante da girare per la città vestito di lunghi caftani sempre accompagnato da un servitore turco che non lo abbandonerà mai per tutta la vita, ma soprattutto autore di uno de romanzi più meravigliosi che la letteratura di lingua francese conosca "Il manoscritto trovato a Saragozza". Il mio nume tutelare del secolo (che tra l’altro davvero mi ha portato fortuna perché è con il mio libro su di lui che ho iniziato a lavorare in Francia) è da sempre il conte Jean Potocki.

E un dettaglio di abiti se vuoi: cosa ti sarebbe piaciuto indossare di quell’epoca?
Avendo io un’immagine di me abbastanza androgina non potrò che scegliere un dettaglio maschile: la marsina. Con la loro lunga fila di asole a sinistra e bottoni a destra, in taffetas, o in velluto operato ricamato in sete policrome, le giacche aristocratiche da uomo racchiudono quello che per me è esattamente il Settecento: la perfetta quadratura del cerchio tra meraviglia e rigore. L’eleganza lineare di una forma aderente al corpo (dorso stretto, le due parti anteriori stondate e sfuggenti) unita alla presenza teatrale e fiabesca di fiori, damaschi, perle è esattamente la mia idea di bellezza.
Per quanto riguarda gli abiti da donna, devo dire che non amo per nulla il Settecento tutto concentrato sull’Artificio (quello delle parrucche, dei finti nei e delle sottogonne rigide, per intenderci), mentre invece sono assolutamente per gli abiti alla greca neoclassici, bianchi, leggerissimi. Ma qui ormai siamo sul finire del secolo e già Bonaparte sta per arrivare…

Tradurre vuol dire anche entrare sottopelle, dentro una storia, dentro un mondo. Che cosa ti ha lasciato questo libro?
"Malinteso a Mosca" mi ha lasciato davvero molto, moltissimo, e per motivi che non mi sarei mai immaginata. Per la prima volta nella mia vita di traduttrice ho incontrato un libro che si è letteralmente preso cura di me. In genere accade il contrario: il traduttore apre un libro, lo legge, inizia ad affondare le mani nella sua struttura e in un certo senso lo aiuta a rinascere, se ne fa carico, si prende cura di lui. Mentre lo fa passare da una lingua a un’altra ne spoglia letteralmente il corpo, lo guarda, nudo nel suo scheletro linguistico, ne impara a conoscere le fragilità, ne indovina le fratture e le ricompone.
I mesi in cui ho tradotto il romanzo della de Beauvoir, sono stati per me molto pesanti. Durante questo ultimo inverno ho cambiato casa, lavoro, città, vita. Continui viaggi in treno, notti in cui non sapevo più in quale divano di amici o albergo fossi, libri e vestiti sparsi per depositi e garage, una sensazione di fatica continua.
Le ore in cui mi sedevo davanti al computer e aprivo "Malinteso a Mosca" sono state la mia medicina. Il libro era talmente bello, talmente ben scritto che mi sono letteralmente abbandonata a lui. Sapere che per tre quattro ore al giorno c’era una storia ad aspettarmi, una storia che si srotolava attraverso i giorni, attraverso i luoghi e che mi aspettava sempre in qualsiasi casa o albergo mi trovassi, mi ha protetto. Si dice spesso che la bellezza è in qualche modo salvifica. Ecco, credo che nel mio caso non si tratti affatto di un luogo comune. Con "Malinteso a Mosca" non sono stata io che ho aiutato Simone a rinascere, è lei che ha fatto rinascere me.

Un cuore innamorato è indomabile.

Mercoledì, 2 luglio 2014 @08:30

"Un cuore innamorato è indomabile. Fuori forse si possono nascondere i propri sentimenti, ma dentro il cuore prende il sopravvento. La testa cambia mestiere, smette di ragionare o di prendere decisioni sensate e si mette a dipingere quadri: patetici, romantici, sentimentali, pornografici. Tutto il dannato campionario".
(Åsa Larsson)
Questo indomito cuore.

Anche un thriller può nascondere inaspettati struggimenti d’amore. E il Buongiorno di oggi infatti è tratto da "Sentiero nero" (Marsilio), il terzo che sto leggendo, di fila, della giallista svedese Åsa Larsson, uno dei libri che consiglio per l’estate 014. La protagonista è Rebecka, avvocato in fuga in Lapponia, dall’indomito ma per ora soffocato cuore. Ma l’amore è un disgelo. Spero arrivi anche per lei.

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Libri che mi aspettavano, e altri libri per l’estate 014.

Martedì, 1 luglio 2014 @09:57

"L’estate a Milano era un inconveniente che tutti si aspettavano finisse in fretta."
(Giorgio Fontana)
Il respiro dell’estate.

Confesso che anch’io, quando vivevo a Milano, non sopportavo l’estate cittadina… Mi sembrava che l’estate – quella vera – si nascondesse e rivelasse solo fuori porta. L’estate per me è sempre stata mare, ulivi, elicriso, l’ombra degli alberi, oppure la sorpresa di tramonti all’angolo di città e paesi sconosciuti. Però, l’estate afosa in città ha sempre voluto dire anche il piacere di andare in libreria e comprare "i libri dell’estate". Ecco, come ogni anno, quelli che consiglio io.

LIBRI CHE MI ASPETTAVANO.
Ovvero i libri che hanno aspettato, pazienti, impilati nel mio studio.
"L’amica geniale". In cima ai consigli il mio nuovo tormentone: la trilogia (ma in autunno arriva il quarto, per fortuna: "Storia della bambina perduta") di Elena Ferrante, per e/o. Se avete mai avuto un corpo a corpo con un’amica, uno di quei rapporti intricati di tenerezza e fastidio, invidia e consolazione, leggete la Ferrante, questo è il libro per voi. Parte da un rione di Napoli alla fine degli anni Cinquanta, e racconta, anche l'Italia...

"L’arte della gioia", di Goliarda Sapienza (Einaudi). Una storia tutta siciliana di vulcani e mare e silenzi e rivoluzioni, che comincia il primo gennaio del 1900, quando nasce Modesta, la protagonista, in uno spazio fangoso di miseria e povertà, circondata da canneti e sole. Una storia sulla scoperta del piacere, ma soprattutto della libertà.

ROMANZONI.
"Il cardellino", di Donna Tartt (Rizzoli). Il romanzo che ha vinto il Pulitzer quest’anno. Cominciato con molta perplessità (non solo per la mole, quasi 900 pagine; ma anche per il titolo, che in inglese è bellissimo, The Goldfinch, ma in italiano ha un che di ridicolo), e finito con molta commozione. Di cosa parla? Di un cardellino innanzitutto; un piccolo quadro, che è il nucleo di tutto il romanzo (un quadro che esiste davvero, dipinto da Carel Fabritius nel 1654 a Delft). Parla di un attentato a Manhattan in un museo, di un ragazzino che rimane senza madre, della difficoltà di crescere, di fidarsi e affidarsi, di amare. E della potenza quasi magica, salvifica, dell’arte: fosse anche solo un quadro.

"Il cuore di tutte le cose", Elizabeth Gilbert (Rizzoli). E’ proprio lei, Elizabeth Gilbert, la ragazza americana che, insoddisfatta della sua vita, scappò per un anno prima in Italia (per mangiare), poi in India (per pregare), e infine a Bali (dove trovò un nuovo amore). La sua fuga è stata un colpo di bacchetta magica. Non solo il libro che scrisse dopo, "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert, è diventato un super-bestseller e un film con Julia Roberts, ma le ha permesso di cambiare davvero vita. Il nuovo romanzo, "Il cuore di tutte le cose", è appena uscito per Rizzoli, e parla di una donna dell’Ottocento, una botanica che si appassiona della vita segreta dei muschi, in fuga anche lei fino ai mari del Sud. L’ho letto e - inaspettatamente per me che non amo i romanzi storici – mi è molto piaciuto.

CALEIDOSCOPIO AMORE.
"La lepre e la tartaruga", di Elizabeth Jenkins (Astoria). Un piccolo gioiello degli anni Cinquanta, come una di quelle spille che si appuntavano un tempo sui tailleur. Una moglie, un marito, un'improbabile amante cinquantenne. Il caleidoscopio e lo stupore dei sentimenti.
Stella Gibbons: leggete volentieri in inglese? Io ho scoperto la meravigliosa Stella Gibbons (che aggiungo alla lista delle mie scrittrici inglesi preferite, cominciando con Lady Delafield ed Elizabeth von Arnim). Ho letto "Cold Comfort Farm", e ora mi sto ordinando, pian piano, tutti i suoi lievi, deliziosi, e a tratti malinconici libri da Amazon. La letteratura British al suo meglio. In italiano la trovate da Astoria, piccola casa editrice milanese che ha il grande merito di propone libri di donne quasi introvabili. Tutti rilegati in lucido rosso.

POESIE.
Da portare in vacanza e leggere mangiando ciliegie.
"La bambina pugile ovvero La precisione dell'amore", di Chandra Livia Candiani (Einaudi). Un piccolo, lieve, intenso libro bianco di una poetessa italiana.
"C’è modo e modo di sparire" , di Nina Cassian (Adelphi), in omaggio alla poetessa nata in Romania, e scomparsa da poco, a quasi novant'anni, a New York, nella sua nuova vita.

GIALLI, O QUASI.
Åsa Larsson, la mia nuova passione "gialla": la giallista svedese pubblicata da Marsilio (ma diciamolo, un grazie a Marsilio per portarci tutti questi thriller gelidi dal Nord!). Scoperta per caso, grazie a un'amica, ora sono dentro "Sentiero nero", ed è già il terzo che leggo. Protagonista: Rebecka, avvocato in fuga. E la casa della nonna con i pezzotti cuciti a mano per terra, il bianco abbacinante di certi inverni che non conosciamo, le aurore boreali, la neve fitta e le terre della Lapponia...

La nuova Marklund. Sì, perché mi porterò in vacanza il nuovo giallo della svedese Liza Marklund, "Happy Nation", che esce tra poco per Marsilio. Che brava, la Marklund, a raccontare il mondo che cambia (e il matrimonio, le delusioni, il divorzio, i nuovi amori, i bambini) nei suoi gialli. E Annika Bengtzon, la protagonista dei suoi thriller ambientati in una gelida Stoccolma, mamma separata e trafelata, reporter per mestiere e detective per caso, è sempre più tosta e testarda. Una donna vera, a volte antipatica: così come a volte ci stanno antipatiche anche le nostre migliori amiche...

"Andorra", di Peter Cameron (Adelphi). La storia di un uomo che fugge da un dolore, o forse solo da se stesso, e arriva in un Paese che non c’è, una piccola ricca repubblica affacciata sul mare… Lo seguiamo curiosi, sognando anche noi, forse, di lasciarci tutto alle spalle e ricominciare. Un bel libro di Peter Cameron, scrittore americano che amo molto. Da cui avevo sfilato un Buongiorno che forse vale come pensiero per certe estati: "Così partii, lasciandomi alle spalle quel che mi era necessario lasciare – cioè tutto".

E Giorgio Fontana, con "Morte di un uomo felice" (Sellerio). Un romanzo pacato, saggio, con il passo lento di un giudice negli anni del terrorismo, con il passo lento dei pensieri e di certe sere d’afa a Milano; il libro da cui ho tratto il Buongiorno di oggi, anche se non è strettamente un giallo. E di Fontana leggerò molto volentieri il primo libro, sempre Sellerio.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.