Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

L’anno che verrà (e la sensazione che qualcosa di bello possa ancora inaspettatamente accadere).

Martedì, 23 dicembre 2014 @10:36

L’anno che verrà (e la sensazione che qualcosa di bello possa ancora inaspettatamente accadere).

"Non è meraviglioso quando pensi che ti possa accadere ancora qualcosa di bello, qualcosa che non ti aspetti?". Me l’ha detto un’amica a pranzo, gli occhi che le luccicavano. Già: "ancora". Che possa capitare – ancora – qualcosa di bello, qualcosa che non ti aspetti… Parlavamo di New York e delle sue strade, o forse no. Forse parlavamo solo di quella sensazione – aerea, magica, ubriacante – che è quella dei vent’anni, di quando sei innamorato, di quando parti per un viaggio lontano. Ma è proprio questo che desidero, per l’anno che verrà: la sensazione leggera, lieve, irrazionale, che qualcosa di bello possa ancora accadere, qualcosa di bello che non ti aspetti e che non riesci neppure a immaginare. Qualsiasi cosa… Non amore, non solo. Un tocco di bacchetta magica in un mattino qualsiasi, all’angolo di una strada qualsiasi. E mentre ci penso, mi vengono in mente altre strade; mi viene in mente chi per strada ci vive, nelle periferie crudeli delle metropoli, in un campo profughi in Siria, o le strade sconosciute delle bambine rapite in Nigeria perché andavano a scuola e mai più tornate. Anche per loro, irrazionalmente o forse razionalmente, la speranza che qualcosa di bello possa inaspettatamente accadere. Non è retorica: è solo gratitudine per tutto quello che abbiamo, nel nostro piccolo angolo di mondo. Voglia di aiutare e non dimenticare gli altri, quali che siano le loro strade. E speranza che l’anno nuovo porti leggerezza, polvere di stelle, audacia e magia.
Auguri a tutti: ci rivedremo qui nei primi giorni del 2015!

Giorni freddi, cuore caldo.

Lunedì, 22 dicembre 2014 @09:36

Giorni freddi, cuore caldo.

Il mio Buongiorno oggi non è una frase sfilata a un romanzo, non è una poesia, ma un augurio. Perché il Natale non è solo luci e pacchetti. Anzi: a volte a Natale viene solo voglia di fuggire, fuggire dalle luci e dai pacchetti, dai sorrisi forzati e dagli auguri finti. Perché a volte c’è solo freddo fuori e dentro: il freddo di dolori che rendono muti, di malinconie che non se ne vanno, di rimpianti e tristezza per chi non c’è più e chi non ci sarà mai. Per questo auguro a tutti sciarpe che avvolgano e tengano caldo, parole calde e abbracci come sciarpe, o semplicemente gratitudine per quello che abbiamo e abbiamo avuto, che è sempre tanto. Random kindness and senseless acts of beauty è il mio mantra: contro la tristezza, un gesto di gentilezza per uno sconosciuto, un piccolo gesto di bellezza. Può essere qualsiasi cosa. Anche una stella di cristallo sul tavolo, o una candela accesa solo perché si fa sera. Giorni freddi, cuore caldo.

La vita ti offre sempre una seconda possibilità. Si chiama: domani.

Venerdì, 19 dicembre 2014 @09:43

La vita ti offre sempre una seconda possibilità. Si chiama: domani.

Oggi il Buongiorno è una frase raccolta sul web. Mi piace, mi fa sorridere e mi fa pensare all’anno nuovo che arriva, una nuova possibilità… La trovate, in inglese, in Friday Lisa. Happy go lucky!

Natale stellato caldo ubriacante.

Giovedì, 18 dicembre 2014 @09:40

"Natale.
Stellato caldo ubriacante
e come lo zabaglione
energico e ingrassante."
(Francesca Genti)
Che sapore ha il tuo Natale?

Conoscete già Francesca Genti, la giovane e brava poetessa italiana, una delle mie preferite, che ho avuto il piacere di conoscere "live" e la sfacciataggine di inserire tra le pagine del mio terzo romanzo (ogni tanto succede, le strade della poesia portano a incontri virtuali e reali). Così come conoscete probabilmente anche questi suoi versi, che sono diventati il mio #spillo della settimana (e di Natale) su Gioia. Grazie dunque a Francesca, che ha tra l'altro cucito a mano un calendario "utopico" e poetico per il 2015, insieme a un’altra poetessa, Manuela Dago: li trovate qui: http://sartoriautopia.freshcreator.com E a proposito, niente male un Natale che sappia di zabajone… E il vostro Natale, di che cosa sa? Me lo raccontate?

Miami Beach is where neon goes to die: cronache al neon (in ritardo) da Miami.

Mercoledì, 17 dicembre 2014 @09:25

"Miami Beach is where neon goes to die".
(Lenny Bruce)

Miami Beach è dove il neon va a morire. Cercavo una frase-Buongiorno per raccontare Miami, e sono inciampata in questa. Perché sì, anche questa racconta Miami, la Miami 25 gradi a dicembre dove sono stata prima dei zero gradi di New York. Miami Neon. Neon sui bar delle case art deco e pastello di Ocean Drive, tra palme e spiaggia; neon nel mio albergo, il Fontainebleau, un delirio alla Las Vegas, ma che ho scoperto essere un vero albergo vintage, dove girarono, tra gli altri, "Goldfinger" di James Bond, con il mitico Sean Connery; neon nelle opere d’arte in vendita da Art Basel Miami, la fiera d’arte per super-ricchi (c’erano anche, all’opening, Leonardo DiCaprio e le Kardashian, ma a me girava così tanto la testa che non li ho visti.O forse li avrei scambiati per un'installazione). Neon, se non altro virtuale, per la presentazione del super-progetto del Design District, architetti da tutto il mondo chiamati a disegnare una specie di shopping center luxury all’aperto (scarpe e borse, aiuto! le faranno prima o poi anche al neon?). Neon in una grande opera di sole fiammeggiante, che copre tutta una parete, dentro il Pamm Museum, il museo d’arte contemporanea quasi su palafitte disegnato da Herzog & de Meuron, di cui avevo scritto tempo fa e che finalmente ho visto. Il museo bellissimo e il sole divertente, perché qui ti incitano a farti dei selfie davanti alle opere d’arte e postarli su twitter o instagram. That’s America, baby.
Mi è piaciuta la Miami al neon, Miami Design, Miami esagerata, dove si parla spagnolo, dove i party sono negli alberghi in riva all’oceano, e preferibilmente in piscina? Dove avrei dovuto avere dieci anni di meno e dieci centimetri di più? Certo. Ma mi è anche piaciuto svegliarmi sempre all’alba per il jet-lag, uscire dal labirintico albergo facendo slalom tra ombrelloni piscine e lettini, e ritrovarmi in spiaggia con solo i gabbiani. Mi è piaciuto essere invitata, al mattino presto, da un’amica per fare yoga sul pontile di legno di un albergo nella baia, lo Standard Hotel, una specie di angolo vintage indonesiano, ora un po’ vegan un po’ hipster, trasportato tra i grattacieli di Miami. E fare yoga mentre prima pioviggina e poi appare un arcobaleno. Mi è piaciuto scoprire la Miami dei graffiti e non solo del design, essere invitata a un brunch da un artista che nella sua micropiscina tra le palme ha messo a galleggiare giocattoli dipinti d’oro, andare in un garage firmato da archistar (sempre Herzog & de Meuron), che ha dentro anche una boutique. E poi togliermi le infradito e camminare a piedi nudi sulla spiaggia, pensando che è questo che mi piace, sempre: il neon, certo, ma soprattutto l’orizzonte del mare.

Non rinunciare alla bellezza e al mistero. Fermati. Sogna.

Martedì, 16 dicembre 2014 @09:39

"Erano le nove del mattino in una città moderna, dove la paura e i soldi dettano legge come hanno sempre fatto; eppure lungo le strade misere e calde, accanto alla paura e allo strapotere dei soldi camminano la bellezza e il mistero, così come hanno sempre camminato, e in qualsiasi momento un essere umano può entrarci, nella bellezza e nel mistero, e fermarsi a sognare."
(Stella Gibbons)
Non rinunciare alla bellezza e al mistero. Fermati. Sogna.

La Jane Austen del Novecento, recita il quarto di copertina di "My American". E in effetti Stella Gibbons, scrittrice inglese quasi dimenticata degli anni Trenta e Quaranta, che sto scoprendo libro dopo libro, è proprio così. La frase di oggi, ambientata proprio a New York, è tratta dal suo romanzo "My American" (Vintage Classics), che ho finito di leggere in viaggio. La traduzione - imperfetta - è mia, ma la frase mi piace così tanto che la trovate, in originale, in Lisa globish.

Poppy Bagel, High Line con la bora, kale e altre cronache da Manhattan.

Lunedì, 15 dicembre 2014 @12:35

"To get lost is to learn the way".

Perdersi vuol dire imparare la strada.


Manhattan dunque. Manhattan dove ho raccolto questa ed altre frasi per strada, graffiti e parole sparse tra i grattacieli, perché sì, anche qui la città mi parla. Ma come raccontarvela, questa Manhattan a dicembre, con il vento tagliente che assomiglia alla bora e il profumo di cannella stordente nei negozi?
Provo a raccontarvela per cibi e sapori. New York stavolta è stata il "bagel" che ho mangiato l’ultimo giorno, il mio bagel preferito, "poppy", con semi di papavero (ma anche a Parigi c’è la baguette "pavon" coi semi di papavero, evviva!), che nei bagel shop viene tostato e riempito come vuoi tu; io lo adoro stracolmo di "egg salad", insalata di uova sode e maionese, con foglie di lattuga. Ma New York è anche la "matzah ball soup", la minestra tradizionale jewish comprata da Whole Foods una sera che avevo solo voglia di casa e letto (come vorrei avere Whole Foods - http://www.wholefoodsmarket.com/values-matter - invece del solito anonimo supermercato, accanto a casa, con tutti quei cibi pronti super-sani e super-golosi, da letto e divano!). E poi le confezioni di humus tutti-gusti da tenere in frigo: ho provato anche quella con dentro avocado, mix eterogeneo ma fantastico; bocciata con i carciofi. Il caffè espresso "solo, one shot" ordinato da Starbucks e bevuto per strada, in fretta, prima che il vento lo raffreddi (chissà perché, ogni volta che da Starbucks chiedono il tuo nome, e te lo scrivono sul bicchiere di carta, un pochino mi commuovo). Oppure il caffè servito con una scorza di canna da zucchero in un fantastico bar vintage di Union Square dove ho incontrato uno dei miei scrittori preferiti, André Aciman: abbiamo parlato di libri, di Ortigia, e di come sia importante nella vita tenere le "doors ajar", le porte socchiuse, per far entrare desideri, persone, incontri… vento di cambiamento. O il toffee cake che ho assaggiato nella Rose Bakery, la caffetteria del nuovo Dover Street Market di cui ho scritto per How To Spend It (ovviamente), it-bags in interni molto arte contemporanea, così trendy che non riuscivo a trovare l'entrata (ma il toffee cake era delizioso:http://newyork.doverstreetmarket.com ). Ancora un sapore? Kale: ovvero l’onnipresente cavolo verde (da quel che ho capito una variante del cavolo toscano), nuova ossessione degli americani (e degli inglesi) in quanto "healthy food", cibo supersano; si trova dappertutto, sotto forma di smoothie o frullato, ma soprattutto in insalate crude, con yogurt, pinoli, zucca… Alla fine, niente male. La migliore insalata di kale, con salsa fusion e piccante dagli ingredienti irriconoscibili perché in sala c’era buio pesto, l’ho assaggiata in un nuovo ristorante dove mi hanno portata degli amici: si chiama ABC Kitchen, al pianterreno di un palazzo dedicato alla casa: sei piani di tappeti, lampadari, cuscini, lenzuola che mi sarei portata via subito (http://www.abchome.com/eat/abc-kitchen/ ). E sotto un ristorante bar supertrendy. Nota per i foodies: lo chef è Jean-Georges Vongerichten, lo stesso di Mercer Kitchen, dove sono andata a bruciare la carta di credito e i miei capelli, perché hanno preso fuoco – davvero! – con la candela sul tavolo. Niente paura: solo un po’ più frisé. Nella mia s/pettinatura non si nota neppure.

Oppure, la mia New York provo a raccontarvela per strade. Anche se la strada più bella di Manhattan per me non è davvero una strada, ma è la High Line: come già sapete, il mio posto del cuore al mondo, subito dopo Piazza Unità. Passeggiata design e sopraelevata che corre accanto all’Hudson http://www.thehighline.org/about e che quest’anno, a dicembre, era sferzata da un vento gelido: ripeto, la bora in arrivo da Trieste che voleva riportarmi a casa? Dall’ultima volta che sono stata a NYC la High Line è andata avanti, ora si sporge sul fiume e incorpora i vecchi binari (era infatti la ferrovia che serviva per il trasporto di merci, poi abbandonata; e ora in ricostruzione con un progetto di Diller Scofidio + Renfro, tra i miei architetti preferiti). Un’altra strada? Per forza, sotto Natale, la Quinta Avenue: niente shopping per me, ma window shopping, che qui è stupendo. Le vetrine tutte strass di Bergdorf Goodman sono degli spettacoli glitter, e quelle di Tiffany dei piccoli capolavori poetici con teatrini fatti di cartoni animati, taxi gialli che si muovono e coppie che si tengono per mano, davanti a una vetrina Tiffany ovviamente: citazione dentro la citazione. Ma le vetrine più belle, anzi vetrate, sono quelle di Lalique: che qui venne chiamato da Coty, il profumiere francese, all’inizio del Novecento, e disegnò appunto vetrate con fiori art deco, poi incorporate nei grandi magazzini Henry Bendel. Una volta c’era un caffè, ci speravo, speravo già in una cioccolata calda con vista sulla Quinta. Ma è stato bello lo stesso guardare dall'alto i i taxi gialli, le bandiere americane, i grattacieli illuminati, la folla: come non amarla, da qui, New York.

E' bello pensare che gli abiti possano salvare il mondo.

Lunedì, 8 dicembre 2014 @16:43

Ho in mente questa frase mentre rovisto nella mia valigia cercando qualcosa da mettermi: sono passata dai 25 gradi di Miami Beach ai 5 (in questo momento -2) di New York. Perché sì, il mio giro americano continua a Manhattan! Non dite niente: mi invidio da sola. Ma intanto vi invito a cercarmi in edicola: su Gioia di questa settimana (il numero 47, per l’esattezza), oltre allo #spillo, c’è un pezzo a cui tengo molto. Parla di moda etica, di tutto quello che dovrebbe raccontarci un’etichetta oltre al prezzo. Dei caftani, dei ricami e delle borse "cruel free", senza sfruttamento. E di un’etichetta cucita nei vestiti da un’operaia in una fabbrica in Romania: è un romanzo di Herta Müller, il Nobel Letteratura che incontrai e intervistai tempo fa.
E poi, mi trovate sul How To Spend It di dicembre in edicola con Il Sole 24 Ore: stavolta la Ragazza dallo Sguardo Prezzante è a Vienna, dal calzolaio dell’imperatore. Ci sono stata davvero, ho toccato le scarpe asburgiche, e sono contenta di raccontarvelo. Gli abiti e il mondo.

Il Buongiorno tornerà lunedì prossimo, 15 dicembre. A presto!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.