Lisa Corva

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Perché credo nell’amore.

Venerdì, 27 febbraio 2015 @09:18

"E hai ottenuto quel che volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra".
(Raymond Carver)
Quel che mi aspetto dal mio passaggio sulla terra. Amore.

Non sapevo che queste frasi bellissime, struggenti, che sono all’inizio di un film da Oscar - "Birdman", Oscar plurali e meritatissimi di quest'anno, non perdetelo – sono anche incise sulla tomba di Raymond Carver. (E sono in Lisa globish, bellissime, in originale). Carver, lo scrittore americano, "Quello di cui parliamo quando parliamo d’amore". Già, di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Forse semplicemente di questo: delle persone che ci hanno tenuto in braccio, da piccoli; di chi ci ha stretto quando avevamo paura, chi ci ha sollevato sulle spalle per farci vedere il mondo più in là, più lontano, chi ci ha rimboccato le coperte. E poi le persone che sono venute dopo, voi che mi leggete lo sapete: chi ci ha guardato e scelto; le persone che abbiamo incontrato, nella vita, per caso o per quel caso che si chiama destino, all’angolo di una strada, in un treno, in una sala d’attesa, in un bar, e che ci hanno cambiato la vita per sempre. Non le persone che ci hanno accartocciato il cuore come una lattina usata, no. Non le persone che non ci guardano davvero, perché il loro sguardo ci sfiora e ci oltrepassa, è il vento freddo del malamore, dell’incuria, dell’indifferenza. No: vale la pena di vivere, valeva la pena di vivere, dice Carver, per quegli abbracci in cui ci siamo sentiti, miracolosamente, interi e veri. Solo questo. Sentirsi amati. Amare.

Poterti sognare, stanotte.

Giovedì, 26 febbraio 2015 @09:11

"Il tipo di rapporto che preferisco è ultraterreno: vedere in sogno. Il secondo è la corrispondenza."
(Marina Cvetaeva)
Poterti sognare, stanotte.

Queste frasi della poetessa russa Marina Cvetaeva a Boris Pasternak, nel 1922 - tratte da un epistolario a tre (tra la Cvetaeva, Rainer Maria Rilke e Pasternak, "Il settimo sogno", Editori Riuniti) - mi fanno sempre venire voglia di scrivere. O di chiudere gli occhi e aspettare una visita, un sogno. Per questo le ho scelte come #spillo della settimana su Gioia.

Gli oggetti devono fare compagnia. A proposito di arte, design, Achille Castiglioni e Milano.

Mercoledì, 25 febbraio 2015 @09:55

"Gli oggetti devono fare compagnia."
(Achille Castiglioni)
I segreti delle cose.

Il mio Buongiorno di oggi è di un designer, Achille Castiglioni. Conoscevo solo i suoi oggetti-mito, come la lampada Arco, forse una delle luci più copiate nel mondo; e oggi mi sembra di conoscerlo un pochino meglio perché, a Milano, sono appena stata alla mostra "Le regole del gioco", aperta proprio nel suo studio accanto al Castello Sforzesco. Uno studio che è rimasto come allora, quando ci lavorava: con le penne, i modellini, gli schizzi attaccati alle pareti, i biglietti degli amici, le immagini che noi tutti prendiamo e mettiamo in tasca e infiliamo nelle agende per ispirazione. Ora, in quello studio, un brillante (mi piace questa parola un po’ desueta, ma nella sua lucentezza vera) amico, Luca Lo Pinto, ha curato una mostra d’arte contemporanea insolita e quasi spiritica. Ovvero ha invitato 18 artisti: opere d’arte, anzi oggetti, mischiati in quel collage che è lo studio stesso, indistinguibili, quasi atmosferici. E a volte davvero invisibili, come Jason Dodge che ha portato nello studio delle oche (davvero!), animali non domestici, di cui rimane la memoria nell’aria (così dice lui). O come l’opera scelta dal mio amico artista Olaf Nicolai, un meteorite, proprio così, un sasso: ritrovato in Siberia nel 1947, l’anno in cui Castiglioni espose per la prima volta alla Triennale. Citazioni, corrispondenze, ombre: andateci alla mostra, che è aperta fino all’11 aprile (bisogna prenotare: http://www.triennale.org/it/p/10-mostre/mostre-future/3891-le-regole-del-gioco#.VO2TDUu9zNE ), un piccolo grande luogo di Milano.
Io, intanto, ringrazio Luca perché mi porta sempre in luoghi dell’anima: a cominciare dalla mostra "D’Après Giorgio" che ha curato nella Casa Museo di De Chirico a Roma nel 2012, dove tutto è rimasto come quando morì il pittore, negli anni Settanta, compresa la bottiglia di Punt e Mes che beveva, nel carrello dei liquori; o quella, stregante, nell’atelier dello scultore norvegese di inizio Novecento Hendrik Christian Andersen (che fu amico e forse amore di Henry James), dove Luca ha accostato le opere di Luigi Ontani. Questa continua rimescolanza di passato e presente mi piace, ha qualcosa di certi sogni notturni, che a volte capiamo, a volte no.
E stavolta mi ha portato in un angolo che non conoscevo di Milano, questa Milano in corsa per l’Expo, dove tutto sembra un pochino più lucido e più nuovo. Dove, tra le altre cose, sono salita sopra la Galleria: ero lì per il preview di un nuovo albergo, Duomo 21, 15 camere progettate ognuna da un diverso architetto; anche lì il lavoro di un amico, Jacopo della Fontana (che, buffissimo, ha usato nella sua stanza della carta da parati con vedute di Milano, ma dipinta a mano… in Cina). E che, per la serie corrispondenze segrete, lo studio Castiglioni lo ricorda bene: c'era andato per lavoro, ricorda Achille, l'ironico geniale Achille, seduto sul suo sgabello rosso Mezzadro… Ma torniamo al Duomo. Tra poco aprirà un camminamento accanto alla cupola, magnifico, e si potrà stare fuori, sopra e non dentro la Galleria, a bere un bicchiere, a cenare. Milano segreta, Milano dall’alto, Milano.

Pensavo che il tuo sguardo mi salvasse. Mi sbagliavo.

Martedì, 24 febbraio 2015 @09:12

"Amore, mio amore, ho giurato di perderti.
La forma dei tuoi occhi non mi aiuta a vivere."
(Paul Eluard)
Pensavo che il tuo sguardo mi salvasse. Mi sbagliavo.

Eluard. Letto così tanto a vent’anni e poi abbandonato. Ho ritrovato per caso questi versi, ho provato a entrarci dentro, a tradurli; una scusa per rileggere Eluard e la sua vita, "la curva dei tuoi occhi intorno al cuore"; la giovanissima moglie russa, Gala, incontrata in un sanatorio a Davos e sposata prima della Grande Guerra, la stessa Gala che poi lo lasciò per Dalì; il surrealismo, gli amici (e il ménage à trois con Gala e Max Ernst), Parigi. Lo sguardo di chi amiamo, sguardo che ci cattura, sguardo che pensiamo che ci salvi, ci accarezzi; ma non essere più guardati vuol dire non essere più amati.
"Amour ô mon amour j’ai fait voeu de te perdre./ La forme de tes yeux ne m’apprend pas à vivre."

Quello che nascondi nel cuore uccidilo o bacialo forte.

Lunedì, 23 febbraio 2015 @08:45

"Quello che nascondi nel cuore uccidilo o bacialo forte."
(Attila József)
Il cuore non è tiepido. Il cuore scotta.

Il Buongiorno di oggi è rubato a un’amica, anzi a una foto: perché ha fotografato (belle, vero, le immagini di pagine di libri che girano su Instagram e su Facebook?) una pagina con questo verso del poeta ungherese del Novecento, figlio di una lavandaia e di un operaio in una fabbrica di sapone, rimasto orfano da ragazzino. Solo questa frase, potente. Attila József, di cui so purtroppo così poco, credeva nella poesia e nella rivoluzione. E’ morto suicida a poco più di trent’anni, nel 1937. Il cuore scotta.

I pomeriggi freddi e distratti vogliono sciarpe e abbracci.

Giovedì, 19 febbraio 2015 @08:49

"Il pomeriggio distratto
si vestiva di freddo.
Dietro i vetri offuscati
i bambini, tutti insieme,
vedono un albero giallo
tramutarsi in uccello.
Il pomeriggio si stende
sulle rive del fiume.
E un rossore di mela
si dondola sui tetti."
(Federico García Lorca)
I pomeriggi freddi e distratti vogliono sciarpe e abbracci.

Lo so, probabilmente li conoscete, questi versi di Lorca. Ma non ho saputo resistere: sono così belli e caldi, in queste giornate fredde. E sono anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana.

Per qualche giorno è stato impossibile scrivere commenti… Ora gli aggiustatori del web hanno aggiustato. Vi aspetto! E a proposito, oltre che in libreria (meglio le librerie on line come amazon), con i miei romanzi, vi aspetto anche in edicola: oltre allo #spillo su Gioia, mi trovate con svariati corvapezzi su Elle Decor di febbraio, e sabato su D di Repubblica. Domani sono in viaggio, quindi il Buongiorno riappare lunedì. A presto!

Amico, parlami della primavera.

Mercoledì, 18 febbraio 2015 @09:08

"Se ci siano nuovi luoghi
chiedo, amico, e se
verrà una nuova primavera".
(Mariella Mehr)
Amico, parlami della primavera.

Le nevi nel mio altrove si stanno sciogliendo e ho così voglia di primavera. La sento quasi nell’aria, in certe mattine. E il Buongiorno di oggi è tratto dal piccolo libro bianco "Ognuno incatenato alla sua ora", Einaudi (a cura di Anna Ruchat).

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Anche i sentimenti hanno il loro modernariato.

Martedì, 17 febbraio 2015 @06:46

"Da questa camera che forse avevamo occupato vent’anni prima non sarei riuscito a parlarle, la linea sarebbe stata disturbata da tutti quegli anni accumulati gli uni sugli altri. Era meglio che chiedessi un gettone nel primo bar che trovavo e la chiamassi da una cabina."
(Patrick Modiano)
Anche i sentimenti hanno il loro modernariato.

Non avevo mai letto nulla di Modiano, lo scrittore francese Nobel Letteratura di quest’anno. E dunque, quando la casa editrice Frassinelli ha pubblicato un suo vecchio romanzo breve, "Viaggio di nozze" (con la traduzione di Leonella Prato Caruso), che iniziava stranamente a Milano, mi sono incuriosita. E inizia infatti a Milano in una giornata afosa d’agosto; un uomo, il protagonista, è di passaggio in città, in albergo gli raccontano di una donna che scompare… E continua per le strade di Parigi, in città che non ci sono più, città dove si vaga senza cellulare, cercando un gettone o una cabina del telefono, e alla fine rinunciando a farla, quella telefonata. Il protagonista è lì, in una camera d’albergo qualsiasi, forse la stessa dov’era stato anni prima con la donna che aveva amato, e guarda il telefono come se fosse elettromagnetico, come se dentro avesse tutti gli anni, i litigi, i sospiri, i baci che sono passati. E quel gettone… Non vi fa nostalgia? Il libro è stato scritto nel 1990; viene da noi dal passato, come uno di quei gettoni che ricordo così bene, con la scanalatura su cui si fermavano le dita.

La bellezza improvvisa delle strade di periferia.

Lunedì, 16 febbraio 2015 @09:03

"Passammo davanti alle saracinesche abbassate, alle sale da tè chiuse, alle case armene abbandonate e alle vetrine luminose ghiacciate, sotto i castagni e i pioppi coperti di neve, e camminando ascoltavamo il rumore dei nostri passi per le strade tristi illuminate da poche luci al neon".
(Orhan Pamuk)
La bellezza improvvisa delle strade di periferia.

E dunque l’ho finito, quel romanzo che stava da anni accanto al letto, quel "Neve", Einaudi (con la bella traduzione di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin), di cui leggevo qualche pagina ogni tanto, di solito quando faceva freddo, quando cadeva la neve, come in tutto il romanzo, nella sperduta città di Kars, o in una Francoforte di emigranti turchi negli anni Novanta. Forse perché il protagonista è un poeta, con in tasca il suo notes, che si ferma, come ipnotizzato, nei posti più improbabili, magari sulle scale buie di una casa, al tavolino di una fredda sala da tè in una Turchia remota e gelata; forse per questo è un libro che, piano, ripete e sussurra quello che già sappiamo, che la poesia ci ripete ogni giorno: la bellezza è ovunque, anche in certe tristi strade di periferia. Basta saper guardare. Forse Instagram, la possibilità di scattare foto con un telefonino ci ha insegnato, o re insegnato, a guardare i dettagli, i dettagli preziosi della vita quotidiana. Forse basta un notes in tasca. Forse basta guardare.
E un’altra cosa mi ha colpito, amaramente, del libro, che è stato scritto nel 2002: Kars, la città ai bordi della Turchia dove le ragazze si suicidano perché non possono mettersi il velo; i primi integralisti islamici, riunioni in case diroccate, disperazione e attentati. Prima di Charlie Hebdo, prima dell’Isis, prima dell’attentato di Copenhagen di questo weekend. Mi chiedo cosa ne pensi, oggi, Pamuk. E intanto, rimangono quelle disperate - ma a volte disperatamente belle - strade di periferia.

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Sii sempre la versione migliore di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro.

Venerdì, 13 febbraio 2015 @10:52

"Sii sempre la versione migliore di te stesso, non la brutta copia di qualcun altro."
(Judy Garland)
A testa alta.

Frasi da star. Come Judy Garland, la piccola grande diva de "Il mago di Oz" (era il 1939 e lei aveva 17 anni), che forse questa frase la diceva soprattutto a se stessa, come un mantra: perché in realtà, tra problemi di insicurezza, alcol e droghe, si sposò cinque volte, e morì ancora giovane, a 47 anni. E quindi, "Kopf hoch", come dice una mia cara amica, che vive malgré soi in un paese di lingua tedesca: brava Chiara, a testa alta, qualunque cosa succeda. E’ a testa alta che si trova la versione migliore di noi stessi, non guardandoci i piedi (anche se ci piacciono le scarpe). Intanto, trovate la frase originale (non nella mia sbiadita traduzione: first-rate version è "versione originale" o "miglior versione"?) in Lisa globish. Over the rainbow. Sempre.

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Il mondo che graffia, se non sei accanto a me.

Giovedì, 12 febbraio 2015 @09:42

"E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,
un po’ sporco il mondo lontano da te,
più nemico, che punge, che
graffia, sta fuori misura"
(Mariangela Gualtieri)
Il mondo che graffia, se non sei accanto a me.

Lo #spillo di Gioia questa settimana sono i versi di Mariangela Gualtieri, tratti dal suo piccolo libro bianco "Bestia di gioia", Einaudi.

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Paradisi possibili: il tuo.

Mercoledì, 11 febbraio 2015 @09:01

"E’ opzione nostra il Paradiso.
Chiunque voglia
abita l’Eden nonostante Adamo
e la cacciata"
(Emily Dickinson)
Paradisi possibili: il tuo.

Forse perché ieri ho visto "Still Alice", straordinaria – non trovo altre parole – Julianne Moore che a 50 anni scopre di avere l’Alzheimer, e lotta per salvare ancora qualche momento di bellezza e felicità nella sua vita. (E si merita, quest’anno, l’Oscar, anche per come porta l’età e le rughe). Forse perché stamattina mi sono svegliata con il sole. Forse perché i miei giacinti sono fioriti. Forse per questo, oggi non c’era altro Buongiorno possibile che quello della Dickinson (dall’antologia Garzanti, traduzione di Rina Sara Virgillito). Perché è vero: i paradisi possibili sono dentro di noi, semplice abbondanza. Non dimentichiamolo.

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Il contrario della solitudine.

Martedì, 10 febbraio 2015 @08:47

"Non c’è una parola che definisca il contrario della solitudine, ma se ci fosse potrei dire che è quello che voglio nella vita".

Esiste il contrario della solitudine? Certo. Ma abbiamo una parola per dirlo? Abbraccio, calore, compagnia, sciarpa, amore, coperta, Linus. In inglese, così come in italiano, non c’è una parola che sia esattamente il contrario della solitudine: togetherness, lo "stare insieme", gli abbracci dentro cui vivere, gli abbracci per cui vale la pena di vivere. Ed è una parola che cercava Marina Keegan quando, a 22 anni, è morta. Ora la Mondadori manda in libreria il suo libro, con lei in copertina, una ragazza con un giaccone giallo che sorride; una raccolta di saggi e racconti di una ragazza che sapeva e voleva scrivere ed è morta prima di riuscire a tirar fuori tutto il suo talento. Il titolo è meraviglioso, l’invito a twittare, oggi, quel #ilcontrariodellasolitudine è come un grande abbraccio, che ho raccolto anch’io.

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Il mio Buongiorno oggi è Varoufakis.

Lunedì, 9 febbraio 2015 @07:53

Il mio Buongiorno oggi è Varoufakis.

Ovvero: un uomo, anzi un ministro, il ministro delle finanze di un Paese in bancarotta, il "marxista liberale" (parole sue) che gira in moto e senza cravatta, e che vuol salvare la Grecia. Bello, anzi: ho in mente per definirlo un altro aggettivo non molto poetico, ma rende molto di più l'idea.
In ogni caso, l’uomo con cui uscirei volentieri a cena per parlare di Marx, e non solo (peccato che immagino ci sia già la fila). Perché Varoufakis? Perché finalmente abbiamo un uomo testosteronico (e democratico) in politica e non solo sullo schermo. Un uomo il cui look – camicia blu o black aperta, senza cravatta; giacca da biker – è già diventato iconico. Un po’ Jean-Claude Van Damme (avete presente lo spot camion?), un po’ Michael Fassbender… "Mi rimetterò la cravatta quando la Grecia sarà salva", dichiara Tsipras, l’altro no-tie, ed è la prima volta che degli uomini usano così consapevolmente il codice fashion in politica.
Ma Varoufakis – figlio di tanti genitori, il padre comunista finì in prigione negli anni dei colonnelli, la madre era un’ardente femminista - mi piace anche perché è un politico che non si vergogna di citare un poeta all’indomani della vittoria del suo partito, Syriza: per l’esattezza, Dylan Thomas. Come poteva non diventare un Buongiorno? "Greek democracy today chose to stop going gently into the night. Greek democracy resolved to rage against the dying of the light". La Grecia che combatte contro il morire della luce. Mi spiace solo che non abbia citato Ghiannis Ritsos, il mio poeta greco cult, anche lui militante, battagliero, finito in prigione. Ma immagino che il sensuale, romantico Ritsos preferisca citarlo a cena.

Decifrando i disegni della notte.

Venerdì, 6 febbraio 2015 @09:59

"I sogni sono le illustrazioni del libro che la tua anima sta scrivendo su di te".
(Marsha Norman)
Decifrando i disegni della notte.

Il Buongiorno di oggi è di Marsha Norman, che immagino sia sconosciuta a voi come a me: eppure, la commediografa americana ha vinto il Premio Pulitzer nell’83. E ora la sua frase gira per il web… Buffo, vero? La trovate in inglese in Friday Lisa.
Mentre in edicola trovate un sacco di miei corvapezzi! Su How To Spend It di febbraio (da oggi insieme al Sole24Ore) sono in una boutique di Cortina a "prezzare" borse… Ma sono soprattutto su Elle Decor di febbraio: racconto un’artista che lavora il plexiglas a Colonia e crea opere d’arte lucenti; un negozio-caffè "analogico" a Vienna, dove potete fare di tutto, anche entrare in un vecchio ascensore di legno e registrare un disco in vinile; l’opera d’arte "da indossare", un’idea del mio amico artista Olaf Nicolai presentata a Miami Design… E poi ancora. Ci vediamo in edicola?

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E poi lui si voltò e la vide, e sorrise; e quel sorriso cambiò tutto.

Giovedì, 5 febbraio 2015 @08:27

"E poi lui si voltò e la vide, e sorrise; e quel sorriso cambiò tutto."
(Susan Glaspell)
Quei sorrisi che cambiano un destino.

La frase che ho sfilato dalla bella antologia "Persephone Book of Short Stories" (la trovate qui, la super chic casa editrice londinese: http://www.persephonebooks.co.uk ) è diventata il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Lei è una scrittrice americana di inizio Novecento. I sorrisi, gli sguardi, i gesti sono sempre, da sempre, gli stessi: quelli che ci fanno innamorare.

Nevica. La felicità di sentirsi sospesi.

Mercoledì, 4 febbraio 2015 @10:12

"La poesia era fatta di tante cose che gli erano passate per la mente poco prima. La neve, i cimiteri, il cane nero che correva allegro dentro la stazione, molti ricordi d’infanzia e Ipek che gli appariva davanti agli occhi, mentre i suoi passi si affrettavano a tornare in albergo, sospesi tra la felicità e l’agitazione. Intitolò la poesia: Neve".
(Orhan Pamuk)
Nevica. La felicità di sentirsi sospesi.

Vi è mai capitato di avere un libro che non riuscite a finire, perché un po’ vi piace un po’ no, e lo tenete accanto al comodino, e ogni tanto leggete qualche pagina? Così sto facendo con "Neve" di Orhan Pamuk (Einaudi, con la bella traduzione di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin), e oggi, che nel mio altrove nevica da giorni, l’ho ripreso in mano. Ho riletto l’inizio, "Il silenzio della neve", inizio bianco e nevicante, "Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato il silenzio della neve ciò che sentiva dentro". Mi ero dimenticata di Kars, la sperduta città turca, quasi ai confini con l'Armenia, scenario del libro, la città dove nevica testardamente, da giorni, dove Ka, il protagonista, si perde e si sperde con il suo cappotto ruvido comprato da emigrato a Francoforte; nevica fitto come in un bellissimo film che ho visto da poco, Palma d’Oro a Cannes l’anno scorso: "Winter sleep" o, in italiano, "Il regno d’inverno", di Nuri Bilge Ceylan, tre ore intorno a un albergo in Anatolia costruito nella roccia, tre ore di discorsi sull’amore, e l’onore, mentre fuori nevica.
Perché quando nevica è tutto sospeso, vero? Così come nelle parole di Pamuk: felicità e agitazione, tratteniamo il fiato, mentre tutto diventa bianco, una nuova possibilità.

Ogni scrittura nasce in un territorio remoto, in fondo a un pozzo, sotto l’armadio, sul lato nascosto della luna.

Martedì, 3 febbraio 2015 @09:53

"Ogni scrittura nasce in un territorio remoto, in fondo a un pozzo, sotto l’armadio, sul lato nascosto della luna."
(Francesca Genti)

Due giovani donne visionarie, di cui ammiro la scrittura: la poetessa Francesca Genti, a cui ho sfilato il Buongiorno di oggi, e Viola Di Grado (mi era piaciuto molto il suo libro dark d’esordio, "Settanta acrilico trenta lana", e/o, scritto ad appena 23 anni). Non sapevo si fossero conosciute (è successo, mi hanno raccontato, a Cuneo, a un festival di giovani scrittori), ma forse era destino, affinità astrale. Come il seminario che terranno insieme: a Milano, otto incontri serali, a partire dal 2 marzo. Titolo? "Il Tao della parola e l’Arcano della poesia", ovvero un laboratorio di divinazione applicata alle tecniche narrative. Come? Con due sistemi "divinatori", appunto: gli ideogrammi sino-giapponesi che studia da anni Viola, e i tarocchi di Francesca. Misterioso e visionario come loro. Per saperne di più e per iscriversi: http://sartoriautopia.freshcreator.com/
Intanto io sono qui, che cerco parole anch’io sotto l’armadio (dove trovo solo, a dir la verità, polvere), e nel lato nascosto della luna, che domani notte sarà piena…

Quelle città dove tutto sembra possibile.

Lunedì, 2 febbraio 2015 @09:10

"Benvenuta nella città di acqua e pietra, dove ogni sogno può trasformarsi in realtà. Qui tutto è possibile".

Così c’era scritto, a mano, su un biglietto che mi aspettava in camera. Mai ricevuto biglietto così romantico… da un direttore d’albergo! Già, perché nelle mie 24 ore a Venezia venerdì scorso sono stata ospite dell’albergo Papadopoli (http://www.accorhotels.com/it/hotel-1313-hotel-papadopoli-venezia-mgallery-collection/index.shtml ). E il biglietto mi ha fatto pensare. Quali sono, in realtà, le città dove tutto è possibile? Città dove si avverano sogni, dove si raccolgono ispirazioni, dove ci si innamora, anche solo di un tramonto? O sono città che ci spingono, piuttosto, a sperimentare, allargare sensi e orizzonti, a diventare noi stessi, senza avere paura.
Forse una delle città che più mi abbraccia e dove mi sembra che tutto sia possibile è, da sempre, New York; una città di antenne emotive e grattacieli, di correnti e sospiri e sorrisi ed energia, ad ogni angolo di strada, ad ogni tombino. Venezia, invece, Venezia dolce tiranna, città d’acqua che ti obbliga a camminare - niente macchine, metropolitana o tram – e mentri cammini pensi, pensi ai tuoi sogni, a quello che è ancora possibile, a quello che è stato e che sarà, iscritto nelle pietre e nei merletti dei palazzi, e nei cieli.

Ed è così che mi sono goduta Venezia: camminando. Venezia che a fine gennaio è silenziosa, fredda, sorridente; pochissimi turisti, cieli d’inverno, freddo ma le calli tutte per te. E una mostra che volevo assolutamente vedere prima che finisse: "La Divina Marchesa", a Palazzo Fortuny (avete tempo fino all’8 marzo: http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/autunno-fortuny-casatistampa/2014/06/7873/la-mostra-18/ ). La storia incredibile (e gli abiti sontuosi, e gli scandali, e i palazzi), di una vera "femme fatale", Luisa Casati. Una donna che viveva muovendosi per l’Europa seguendo la "hunting season", la stagione delle cacce alla volpe e non solo; che sperperò tutta la sua fortuna per mettere in scena la sua vita come un’opera d’arte, che andava in giro con un ghepardo al guinzaglio, che fu amata da D’Annunzio e fotografata da Man Ray, e che ora viene raccontata con quadri, foto, gioielli e abiti nella casa-museo Fortuny, lo stilista ante-litteram (ma chiamarlo stilista è davvero riduttivo!), che disegnò, anche per lei (oltre che per Isadora Duncan o Eleonora Duse), i suoi abiti plissé, i famosi "Delphos" tutti pieghettati, in satin di seta, ispirati alle tuniche delle statue classiche greche. Quel che mi è piaciuto di più della mostra e della sua vita? Non tanto i pitoni veri che portava al collo come una collana, ma, ammetto, l’idea del ghepardo al guinzaglio. .

Più modestamente, io ho girato Venezia senza pitoni al collo, senza ghepardi al guinzaglio, e senza gondola. E, in un rigattiere fuori mano, accanto alla Chiesa dell’Anzolo Rafael, tra vecchi Lp e libri (Libri! Libri vecchi e sciupati e amati da altre persone; libri di carta! Quasi preziosi in questo mondo sempre più digitale), ho salvato un frammento d’estate e di felicità. Perché il rigattiere vendeva anche foto, le foto che mi commuovono da sempre nei mercatini: foto di sconosciuti, foto in bianco e nero che non significano più nulla per nessuno, istantanee di altre vite e altri destini. E lì ho trovato, e comprato, per un euro, una foto piccolissima, che stava nel palmo della mia mano: un uomo e una donna, e un bimbo seminascosto tra le loro gambe, sulla spiaggia del Lido, un’estate di varie vite fa: a giudicare dai costumi, probabilmente anni Trenta. Lui sorrideva diritto all’obiettivo, felice; lei, capelli a caschetto e mossi dall’estate e dal vento, guardava il mare, di profilo, sorriso malinconico. Chissà chi erano, chissà se la vita è stata leggera, con loro; chissà come e perché quella foto, leggera come un coriandolo di Carnevale, è finita da un rigattiere. L’ho comprata e regalata a un carissimo amico tedesco, un artista, che era Venezia con me. Era felice di questo piccolo regalo del passato: lui che ama la carta, la comunicazione analogica, lui che mi scrive ancora cartoline… Per lui, nel mezzo dell’inverno, ho salvato un frammento d’estate. Anche questo è un sogno possibile.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.