Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale.

Giovedì, 30 aprile 2015 @09:51

"Come diceva il rabbino: tre cose hanno il sapore del mondo che verrà: il sabato, il sole e l’amore coniugale".
(Jenny Offill)
Il mondo che verrà.

Vi ho già parlato di "Sembrava una felicità" (NN Editore), vero? Un piccolo libro di una scrittrice americana (tradotto da Francesca Novajra, ed è interessante anche leggere la sua nota di traduzione) che è stato anche il mio #spillo su Gioia, un libro che ho tutto sottolineato, prosa poetica, quasi un diario, frammenti di pensieri, pezzi di lettere a sé, frasi sparse, come fossero segnate su un notes o su un iPhone… Tutto questo insieme, per una storia che è la storia di tante: un bimbo che nasce, un matrimonio che sembra dissolversi. Ma c’è anche la sfavillante promessa del mondo che verrà, dell’amore coniugale – fragile eppure forte.

Vi lascio con questo pensiero, fragile e forte. Da domani sono in viaggio: prima Milano, spero per l’Expo, se riesco a trovare i biglietti (funzionerà #piacerelisacorva?); poi Venezia, per l’opening Biennale. Riapparirò di sicuro per lo #spillo giovedì prossimo, e se l’Expo non mi inghiotte, anche prima.

Tutto quello che è in me di vivo e ardente.

Mercoledì, 29 aprile 2015 @09:12

"Tutto quel che batteva in lei di vivo e ardente, quella leggerezza frenetica, giocosa e feroce, quel passo da regina che aveva ancora quel pomeriggio nelle corsie della rianimazione, tutto questo imbarca acqua a tutto spiano e penzola nel suo cervello, pesante, inzuppato: a furia di avere ventitrè anni ne aveva ventotto, a furia di averne ventotto, ne ha trentuno, il tempo corre mentre lei getta sulla sua esistenza uno sguardo freddo, uno sguardo che scortica uno dopo l’altro i diversi aspetti della sua vita – monolocale umido dove proliferano scarafaggi e fioritura di muffa tra le giunture delle piastrelle, prestito bancario che si mangia il superfluo, amicizie eterne relegate ai margini da famiglie di recente creazione, catalizzate su culle che la lasciano di marmo, giornate sature di stress e serate tra ragazze da tappezzeria ma depilate alla perfezione, ciarlando in sinistri lounge bar, sfilza di femmine disponibili e risate forzate a cui lei finisce sempre per aggregarsi, pusillanime, opportunista, salvo rari episodi sessuali su materassi schifosi, contro la fuliggine unta della porta di un parcheggio, tipi spesso goffi, frettolosi, tirchi, insomma amanti incapaci, l’alcol in abbondanza per lustrare il tutto, ecco; l’unico incontro che le prende il cuore è un tipo che le scosta una ciocca di capelli per accenderle la sigaretta…"
(Maylis de Kerangal)
Tutto quello che è in me di vivo e ardente.

Quando me l’hanno consigliato ero molto dubbiosa. Un libro che parla di un ragazzo in coma dopo un incidente? Di un trapianto di cuore? Eppure "Riparare i viventi", della scrittrice francese Maylis de Kerangal (uscito da poco per Feltrinelli con la bella traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello), è un libro forte, che ti cattura, a partire dal titolo: "riparare i viventi", non solo per gli organi trapiantati (scusate la crudezza, ma questo è, questo riparare tra la vita e la morte), ma anche riparare le delusioni, gli errori, cucire e ricucire le speranze. Perché il romanzo è tutto intorno a un ospedale: una specie di "coro greco" che comincia con il ragazzo che arriva, in coma, e poi, con ritmo che non rallenta mai, il medico, l’infermiera (quella del mio Buongiorno), la madre del ragazzo, la fidanzata, la donna a cui verrà trapiantato il suo cuore… Lo leggi e senti solo il cuore che batte. Il tuo. Tutto quello che è in noi di vivo e ardente.

Quando le donne indossavano i mariti un po’ come indossavano le collane di perle o le pellicce.

Martedì, 28 aprile 2015 @11:07

"Perché all’epoca di mia madre si sposavano tutte. Le donne indossavano i mariti un po’ come indossavano le collane di perle o le pellicce".
(Anita Brookner)
Mariti da indossare.

E sempre nella pila polverosa di #librichemiaspettavano ho trovato un altro Anita Brookner, meno coinvolgente, ma con questa frase vintage che è diventata il mio Buongiorno di oggi. Altri tempi, collane di perle pellicce e mariti, antiquariato sentimentale. Da "Lasciando casa", sempre Neri Pozza. Mi piace Anita! Che, ho scoperto, non si è mai sposata…

Vecchi cardigan e vecchi miti. Le nostre meravigliose illusioni d’amore.

Lunedì, 27 aprile 2015 @09:12

"Perché le donne preferiscono i vecchi miti, quando si arriva al dunque. Vogliono credere che stanno per essere scoperte, in un momento in cui sono al meglio di sé, dietro una porta chiusa, proprio mentre pensavano che tutto fosse perduto, da un uomo che ha combattuto sui vari continenti e abbandona tutto ciò che può aver incontrato sul suo cammino per reclamare il suo diritto su di loro. Ah, se solo fosse vero!"
(Anita Brookner)
Vecchi cardigan e vecchi miti. Le nostre meravigliose illusioni d’amore.


Il Buongiorno di oggi viene da un #librochemiaspettava: "Hotel du Lac", di Anita Brookner (Neri Pozza). Un libro che mi aspettava esattamente dal 2011, anno in cui Neri Pozza l’ha pubblicato (con la traduzione di Marco Papi), o forse dagli anni Ottanta (ha vinto il Booker Prize nel 1984). Ma non importa da quando: mi aspettava, semplicemente, nel mio studio, sul tappeto, nella pila dei libri impolverati, un po’ annoiati, da dove a volte pesco per il bookcrossing, e a volte mi appassiono con colpevole incantato ritardo.
E che meraviglia, passare questi giorni insieme ad Anita Brookner, il suo tono di voce sommesso ma deciso, come le scrittrici inglesi che mi piacciono tanto: Elizabeth von Arnim, Barbara Pym, Stella Gibbons… Che meraviglia seguire la protagonista, sul finire dell’estate, in un albergo su un lago svizzero, demodé come il suo cardigan; uno di quegli alberghi e quei laghi sbiaditi come certi vecchi acquarelli. La protagonista che, come scopriremo, è una scrittrice: scrive romanzi d’amore, sentimentali, romantici; ma d’amore, come sa e come scopriremo anche noi, non capisce (quasi) nulla. E le donne aspettano davvero di "essere scoperte dietro una porta chiusa, proprio quando tutto sembrava essere perduto"? Chissà. Le donne non vogliono più rimanerci, dentro quella camera chiusa, a volte troppo calda o troppo fredda, in quell’Hotel du Lac. Anita Brookner, che ha 86 anni, lo sa. Ma ci fa pensare lo stesso, con delicatezza, alle nostre meravigliose illusioni d’amore.

Oggi il mio Buongiorno è l’etichetta del mio vestito.

Venerdì, 24 aprile 2015 @08:44

Oggi invece di un Buongiorno leggo l’etichetta. Del mio vestito. E indosso (e fotografo) il mio abito al contrario, per farla vedere. Ma non per la marca, la griffe, il brand: come la Ragazza dallo Sguardo Prezzante del mio Glam Cheap. No: oggi guardo l’etichetta per sapere chi ha fatto il mio vestito. Ricordarmelo. E dire grazie. Perché oggi è Fashion Revolution Day, ovvero #whomademyclothes: un hashtag di moda (più) etica e (più) consapevole; oggi perché due anni fa, a Dhaka, in Bangladesh, sono morti più di mille operai e operaie in una fabbrica di vestiti. Guardate qui: http://fashionrevolution.org

Non avrei partecipato a questo gioco – che è anche un gesto di coscienza civile – se non avessi conosciuto Marina Spadafora. L’ho conosciuta per caso, come faccio di solito, io che vado in giro a dire #piacerelisacorva: esattamente due anni fa, all’opening di una Biennale Arte a Venezia, a una festa sul Canal Grande dove mi ero imbucata (imbucata speciale!), tra opere d’arte in giardino, candelabri scintillanti, camerieri in giacca bianca e illustri imbucati come me. Mi piaceva la sua giacca, quasi redingote, coloratissima, in mezzo a tanti abiti "dull black", di un noioso nero; così mi sono avvicinata e gliel’ho detto… Lei si è messa a ridere: anche perché gli abiti erano suoi; lei è una stilista che, ora, si occupa soprattutto di moda etica. Così mi ha raccontato quando poi l’ho intervistata per Gioia, qualche mese fa, in un pezzo sulla moda etica, appunto. E ho scoperto che Marina Spadafora è passata dal prêt-à-porter anni Novanta alla "moda sostenibile targata futuro". Ed è direttore creativo di Altromercato, con la collezione "Auteurs du monde" (www.auteursdumonde.it), realizzata da artigiani uniti in cooperative e membri di World Fair Organization. "La parte più bella del mio lavoro è sicuramente in giro per il mondo, insieme agli artigiani", mi ha raccontato Marina. "Nel mio cuore, la cooperativa KTS in Nepal; realizzano fantastica maglieria, e con i profitti finanziano un programma educativo per bambini di strada a Kathmandu. Ma sono speciali anche le magliette di cotone morbidissimo stampate in Etiopia, con interpretazioni grafiche di croci copte scomposte".
Questa, di #whomademyclothes, è una delle sue piccole grandi battaglie, e partecipo volentieri. Io che da anni guardo l’etichetta dei miei abiti e quando leggo: Cambogia, Bangladesh, Turchia, penso a donne come me, ragazze, bambine, e fabbriche. E spero per il loro futuro.

La felicità improvvisa della primavera. Questo sentirsi vivi.

Giovedì, 23 aprile 2015 @08:16

"La felicità le scorre dentro come un torrente in primavera."
(Åsa Larsson)
La felicità improvvisa della primavera. Questo sentirsi vivi.

Così, semplicemente. Sentirsi vivi in primavera. E’ il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Il mio Buongiorno dorato.
La frase è tratta dal libro di una delle mie gialliste nordiche preferite (tutti i suoi romanzi sono Marsilio, e sto aspettando il prossimo). Ed è quello che ho pensato in questa settimana di viaggio, mentre guardavo gli alberi sulla mia strada che si accendevano di fiori, anche a Milano, durante il Salone del Mobile, forse la più bella installazione: il profumo dei glicini, la pioggia di margherite nei prati, l’incendio di petali della primavera.

Quante strade, per arrivare fino a te.

Giovedì, 16 aprile 2015 @07:41

"Amore, quante strade per giungere a un bacio
che solitudine errante fino alla tua compagnia.
I treni continuano a rotolare soli con la pioggia.
A Taltal ancora non albeggia la primavera."
(Neruda)
Quante strade, per arrivare fino a te.

Neruda, il poeta dei miei quindici anni. Quante sottolineature sui vecchi libri dove l’ho scoperto. Quanto è bella, ancora, questa poesia. Per questo, ora che finalmente è arrivata la primavera, l’ho scelta come #spillo della settimana su Gioia (dove trovate anche un mio viaggio a Varsavia).

Il giorno è bianco come un foglio di carta.

Venerdì, 10 aprile 2015 @08:15

"Il giorno è bianco come un foglio di carta."
(James Salter)
Tengo in mano il giorno come un foglio di carta bianco e pulito, il futuro su cui disegnare.

Mi è piaciuta questa frase, nella prima pagina di un libro che ho letto e che mi ha commosso, uno di quei libri che raccontano la vita come un lungo fiume lento, e che comincia proprio in una casa lungo il fiume, nella campagna accanto a New York. E’ stato scritto nel 1957, ma Guanda l’ha pubblicato adesso, con la bella traduzione di Katia Bagnoli: "Una perfetta felicità", di James Salter.

E a proposito di fogli di carta e di progetti. Non perdetevi Gioia di questa settimana: ci sono due miei corvapezzi, uno su love&design, ovvero sulle coppie di designer, intervistate in tutto il mondo, da Milano all’Olanda alla Cina, che vivono e lavorano insieme, fotografate tra lampade e sedie (la cosa che più mi ha fatto sorridere? Quando come pegno d’amore si disegnano reciprocamente le fedi nuziali, bellissimo); mentre l’altro articolo è sul design e i nuovi packaging beauty da collezione, dai rossetti ai profumi… Due pezzi colorati e happy come è sempre Gioia!, che mi sono molto divertita a scrivere.

La settimana prossima sarò di nuovo itinerante: il Buongiorno arriverà, ma non ogni giorno e sparso, come i petali a primavera.

Quando tu sei vicino a me. Siamo tutti metereopatici in amore.

Giovedì, 9 aprile 2015 @08:59

"Quando erano insieme, anche solo seduti a leggere uno accanto all’altra o camminando per strada, il cielo sembrava un po’ più luminoso, il sole un po’ più caldo, il mondo un po’ migliore."
(Molly Antopol)
Quando tu sei vicino a me. Siamo tutti metereopatici in amore.

Di solito non mi piacciono i libri di racconti. Faccio eccezione per pochi, pochissimi, che mi sono rimasti nella memoria: qualcuno di Alice Munro, la scrittrice canadese Nobel Letteratura nel 2013; o il debutto di Jhumpa Lahiri, "L’interprete dei malanni" (o, ancora più indietro nei miei scaffali e nelle mie letture, i racconti di Cechov e quelli di Katherine Mansfield). Però. Però mi sono piaciuti i racconti di Molly Antopol, da cui ho tratto il Buongiorno di oggi, che è anche lo #spillo di Gioia: la raccolta si intitola "Luna di miele con nostalgia" (Bollati Boringhieri). Seguiamo i protagonisti a New York, a Tel Aviv, uomini e donne, unico denominatore in comune: sono ebrei. Ma importa? No, perché quello che raccontano è l’amore, la delusione, lo smarrimento, l’essere umani nel mondo.

0 commenti

Cronache da Budapest: i parcheggi di speranze nel vecchio ghetto e le acque lente del Danubio.

Mercoledì, 8 aprile 2015 @09:15

Sono stata per la prima volta a Budapest prima che cadesse il Muro. Viaggiavo ancora con lo zaino, in treno, non esistevano i cellulari, ma c’erano ancora – ben segnati - i confini. Di quel viaggio, con un’amica, ricordo poche cose e molti incontri, gli incontri di una vita. Da allora Budapest è cambiata, accelerata, e poi è tornata indietro: una città in bilico tra cambiamento e disfacimento. In questi giorni l’ho riscoperta a casa di amici ungheresi che stanno pensando di partire, migrare, il mappamondo davanti (sì, c’è proprio un vecchio mappamondo a casa loro, di plastica, insieme al laptop sempre acceso e a skype su cui progettano il prossimo viaggio, forse il viaggio definitivo).
La Budapest che ho scoperto insieme a loro non è quella monumentale che già conoscevo, nostalgica e art nouveau; la Budapest del Castello o delle terme Gellért, della pasticceria Gerbeaud dove inizia uno dei più bei romanzi di Sándor Márai, "La donna giusta". La Budapest che ho scoperto in questi giorni di freddo aprile è quella del quartiere ebraico nel settimo distretto, a Pest; il vecchio ghetto che paradossalmente – visto che siamo sotto un governo di destra, quello di Orban, fortemente antiebraico – è in realtà la zona più vivace della città. Caffè wi-fi, ristoranti kosher, locali che spuntano tutto intorno alla sinagoga; case fatiscenti dove si aprono i "ruin bar", dei baretti tra le rovine, con l’elettricità volante, mobili di recupero; oppure, se la casa è già crollata, ecco apparire il cartello bianco e blu di un "parkoló", un parcheggio volante di automobili. Parcheggi dove per ora si parcheggiano speranze.
Poi vai sulle rive del Danubio in una giornata di sole, vedi passare le barche, cammini su quei ponti che sono capolavori, e ti chiedi se la città ce la farà – ma le città in qualche modo ce la fanno, sempre; i sogni soffocati poi in qualche modo riprendono a respirare, anche se in altre città.

Come se il mio corpo fosse l’isola alla quale era approdata.

Giovedì, 2 aprile 2015 @09:06

"Gli occhi della bambina erano scuri, quasi neri, e quando la allattavo di notte mi fissava stordita, con lo sguardo del naufrago, come se il mio corpo fosse l’isola alla quale era approdata".
(Jenny Offill)
Maternità. E lo sguardo di chi è appena sbarcato in questo mondo.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratto da un libro che sto leggendo in questi giorni, di una casa editrice appena nata a Milano, NN Editore: http://www.nneditore.it . Aprire una casa editrice adesso? Ora che nessuno più compra libri, ora che leggere è diventato ahimé un lusso e un piacere per pochi? Ma sì: bellissima folle scommessa. E anche il libro è bello, non un vero romanzo ma qualcosa di diverso, prosa poetica, frammenti come di un diario: il diario di una coppia, di una bimba che nasce, della dissoluzione di un matrimonio. Ho una strana sensazione, la sera, quando ritrovo le pagine di "Sembrava una felicità" (a proposito: la traduzione è di Francesca Novajra): è come leggere un diario perduto, un notes con i pensieri di una sconosciuta, perduto e trovato per caso.

Con questi pensieri di nuovi mondi e di luce vi auguro buone feste, "boni ovi" come dicono a Trieste, buoni petali di primavera. E buone letture! Se avete già letto i miei libri (ma li avete letti?), mi trovate in edicola, oltre che su Gioia e su D Repubblica, anche su Elle Decor (con un reportage su Vienna e un articolo sui fiori digitali: sì, quelli che nascono dagli algoritmi!), e su D Lui, il nuovo allegato di Repubblica (con ben quattro pagine su Miami, l’euforica pirotecnica Miami dove sono stata a dicembre per Miami Design, e l’uomo che la sta cambiando; e un’intervista allo scrittore David Nicholls, che ho incontrato a Londra).

Il Buongiorno riapparirà dopo Pasqua!

Come camminando sempre sull’orlo del giorno.

Mercoledì, 1 aprile 2015 @08:20

"Come fa il sole, siamo notte e siamo giorno, né mai solo l’uno o solo l’altro. Siamo chiaroscuro fatto anima".
(Stefano Salis)
Come camminando sempre sull’orlo del giorno.

Il mio Buongiorno oggi parla di luce e viene da… un mondo di luci. Stavo per scrivere "da un catalogo di lampade" (perché in effetti è la frase sulla copertina di un libro-catalogo speciale, che ho in mano adesso, quello di Foscarini: http://www.yatzer.com/ritratti-foscarini ), ma sarebbe riduttivo. Perché settimana scorsa, accettando un invito design a Venezia, non pensavo di precipitare dentro un mondo di luci e lampade, monsoni veneziani, candelabri nei musei, e notte sulla laguna.
Ma andiamo con ordine. Foscarini è un produttore di lampade, con sede nella campagna veneta. Nella mia (altra) vita da giornalista glamcheap, mi è capitato di scriverne: e quindi, curiosa come sono, ho accettato l’invito, forse perché volevo vedere in prima persona da dove vengono le famose lampade Caboche disegnate da Patricia Urquiola, uno degli oggetti made in Italy più venduti copiati al mondo e uno dei primi che ho imparato a riconoscere ("Aiuto, la Caboche mi fissa dal soffitto!", ho scritto una volta da una camera d’albergo alla mia allibita capa di Elle Decor). Ho trovato la Caboche, ovviamente: e l’ho anche toccata, tutte le sue boules, la lampada nata da un’ispirazione braccialetto (lo racconto qui: http://www.lisacorva.com/it/view/995/ ).
Ma soprattutto ho visto con quanta passione si possono raccontare – e non solo fabbricare - le lampade e le luci, quante parole e immagini scelte con cura per soffiarle in giro per il mondo. E la frase sul chiaroscuro mi ha accompagnato tutta la giornata, mentre tornavamo a Venezia sotto il monsone, mentre camminavamo sotto la pioggia che si rovesciava sulla laguna, mentre andavamo a cena dentro il museo-fondazione Querini Stampalia. Già, un regalo, un’emozione: a cena di notte dentro un museo. E lì, tra i candelabri e le luci dei quadri del Settecento ho pensato a quanto siamo fatti davvero di chiaroscuro, a quanto la nostra vita sia un camminare sul bordo del giorno e della notte, cercando di non precipitare nel buio.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.