Lisa Corva

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Così come ho tanto amato quest’abito rosso che, sono sicura, non metterò mai più.

Venerdì, 29 maggio 2015 @08:02

"La nostra storia è durata esattamente dieci anni. Non ricordo mai gli anniversari, neppure i compleanni (neanche il tuo, ammetto, è solo segnato sul telefonino); eppure mi è venuto in mente all’improvviso, mentre facevo la valigia. Ho aperto l’armadio, cercavo i vestiti da portare con me: lo sai come faccio, la valigia sempre all’ultimo minuto, la lista da cui depenno man mano le cose, e stavolta era più difficile, visto che non è solo un viaggio, è un trasloco. Me l’ero dimenticata ed eccolo lì, in fondo all’armadio, l’abito rosso che avevo comprato la prima sera che siamo usciti insieme; comprato d’impulso, perché non avevo mai avuto un abito rosso, perché mi faceva allegria, perché quella seta frusciante mi sembrava la promessa di una carezza, delle tue carezze. L’ho tirato fuori: sull’etichetta, ancora spillato lo scontrino della tintoria; l’avevo messo così poco, dopo. Dopo quella nostra prima sera insieme, dopo la nostra prima notte insieme. Quasi non volessi rovinare il ricordo, la magia. Quel rosso fuoco e tutti quei baci, quello stupore.
E’ stato dieci anni fa. Tu eri sposato, lo sapevo. Eccome se lo sapevo. Non facevi altro che parlare di tua moglie, anzi dei tuoi bambini, dell’ultima nata da poco, delle notti insonni. Almeno è quello di cui parlavi tra colleghi, alla macchinetta del caffè, in quel mese in cui sei arrivato tra di noi, un corso di aggiornamento, lunghe ore ravvicinate insieme. Mi sei piaciuto subito. Sentivo il tuo sguardo addosso quando mi vestivo per venire in ufficio; mi guardavo allo specchio e pensavo a te, forse meglio un altro rossetto, troppo profumo? Starti vicino mentre parlavi. Guardare e non guardare. L’invito a cena è arrivato come per caso: saresti ripartito la mattina dopo, tornato nella tua bella noiosa città, dalla tua bella noiosa moglie. Mi hai chiesto se non avevo programmi, se avevo voglia di farti compagnia; eri stufo del ristorante dell’albergo. Certo, ho risposto. Certo, mi sono detta davanti allo specchio del negozio, comprando quell’abito che mi aspettava: ci passavo davanti da giorni, sapevo che era l’abito giusto per uscire con te, per farmi spogliare da te.
E’ cominciata così. E’ cominciata così e non mi sarei mai immaginata che sarebbe andata avanti così tanto, dieci anni. Io ne avevo 25, l’età giusta per un abito rosso fuoco. E’ cominciata così, con una notte, un’avventura. E poi sorprese e bugie e scenate, promesse e weekend meravigliosi e serate di Natale passate ad aspettare un tuo sms, come in un pessimo film di Hollywood. Mi dicevi: amo solo te. Mi dicevi: è troppo presto adesso, i bambini sono troppo piccoli, hanno bisogno di me. Mi dicevi: devi avere pazienza. Non subito: i primi anni ci sono stati solo incontri fuggevoli, pentimenti, lunghi mesi di niente o di desiderio. E altri uomini, ma questo lo sai. Poi, quattro anni fa, la prima domenica insieme, noi quattro: mi hai portato i tuoi figli, che fino ad allora erano solo voci e foto sul telefonino. Tua moglie? A quel punto sapeva. Separati in casa. Ma è stata una domenica così strana. C’eri ma non eri più tu, non sapevi come presentarmi, come guardarmi o toccarmi… Gli occhi dei tuoi bambini addosso: ora c’erano anche loro, da conquistare, se ti volevo, se volevo te. Pezzo per pezzo abbiamo provato a immaginare un futuro insieme. Io avrei dovuto lasciare il mio lavoro, certo; cercarne uno nella tua città, ovvio. Non potevi andare troppo lontano dai bimbi. E una casa: nello stesso quartiere, vicino a lei, la moglie quasi ex, la moglie che sapeva e perdonava e minacciava e poi alla fine ha detto d’accordo, separiamoci. Eppure che fatica, amore mio. Quante volte ti ho lasciato, mi hai lasciato; quante volte ho detto: basta, non voglio più aspettare. Quante volte ho cancellato tutti i tuoi messaggi dal cellulare e poi ho pianto perché ne avrei voluto almeno uno, da leggere e rileggere; ma non importava, perché i più belli li sentivo scolpiti nel cuore. Quante volte ti ho mandato mail disperate alle due di notte, e poi avrei voluto cancellarle, ma ormai avevo fatto clic. Quante volte ho pensato: adesso è finita, davvero.
E invece, avevi ragione tu. Dovevo solo avere pazienza. Dovevo solo aspettare. E quando è arrivato tutto – la casa giusta, l’accordo di separazione, l’appuntamento con l’avvocato, un possibile colloquio di lavoro per me, il tuo coraggio – quando è arrivato tutto, ho detto di no. Perché è arrivato invece quel lavoro a Londra. Imperdibile, ti ho detto. Imperdibile, ho detto alle mie amiche. Così imperdibile che ho preferito perdere te. La verità è che ho preso l’aereo, sono andata al colloquio e ho firmato, senza neppure pensarci, come quando sei sullo scoglio più alto e pensi: o mi butto in acqua adesso o non lo farò mai più. Ho firmato e non sapevo come dirtelo. Forse non sapevo neppure come dirlo a me stessa. Ma ho firmato così come ho comprato quell’abito rosso: d’impulso. Lì a Londra, strade sconosciute, la pioggia, un caffè qualsiasi uscita dalla fermata della metropolitana, un caffè con le vetrate dove mi sono fermata a guardare la gente che passava… ho capito che era questo che volevo. Lasciarti. Andarmene. Ricominciare. No, non voglio una storia a distanza. Ti ho desiderato così tanto, ho pensato che avrei accettato tutto, rinunce e compromessi, dividerti con i bambini, non averti mai davvero per me… Ma il desiderio si è sgualcito, strappato. E no, non ti amo più. Ma ti ho amato tanto, davvero. Lo sai. Così come ho tanto amato quest’abito rosso che, sono sicura, non metterò mai più".

(Ogni tanto scrivo storie. No, non sono racconti: storie vere, un pochino ritoccate, dei dettagli cambiati; storie che incontro, che mi raccontano, che mi colpiscono. Questa l'ho scritta per D di Repubblica, è uscita a gennaio. Ora è qui per voi. E ricordate: se avete una storia da raccontare, scrivetemi. Vi ascolto).

Letto. Lenzuola insonni, e i primi uccelli. Alba a passo di yacht.

Giovedì, 28 maggio 2015 @07:48

"Letto. Lenzuola insonni, e i primi uccelli.
Alba a passo di yacht.
Il primo bus, vuoto, porta il suo carico di luce
dalla stazione come un blocco di ghiaccio."
(Simon Armitage)
La luce inaspettata e il silenzio di certi mattini, quando le città si svegliano. Il regalo dell’alba.

Il mio Buongiorno oggi è anche lo #spillo su Gioia di questa settimana. Di un poeta inglese, e dalla sua antologia: "In cerca di vite già perse" (Guanda).

Hai mai pensato di scrivere lettere a qualcuno per quarant’anni, per tutta la vita?

Mercoledì, 27 maggio 2015 @07:59

Hai mai pensato di scrivere lettere a qualcuno per quarant’anni, per tutta la vita?

C’è chi l’ha fatto. E’ la storia del papà di una mia cara amica, amica maglione: la mia amica si chiama Marina, il padre si chiama Hanno. La storia è quella di due ragazzi a Lipsia, del Muro che dividerà la Germania, di una fuga nel ’48 fino a Trieste, di una nuova vita; di lettere e lettere tra quei due ragazzi, Hanno e Manfred, che crescono, diventano uomini, sperano e amano, costruiscono e assistono alla distruzione (anche del Muro, per fortuna, che li aveva divisi). La storia ora è un libro di ricordi, una storia che diventa Storia: "Inseparabili" (Nuova Dimensione Editore), di cui andrò alla presentazione oggi, a Trieste. Lo trovate qui: http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2015/05/26/news/il-dialogo-di-due-amici-tra-lipsia-e-trieste-che-ha-valicato-il-muro-1.11501262 e qui http://www.ibs.it/code/9788869580000/speich-hanno/inseparabili-storia-amicizia.html
Trieste, terra di incroci, di confini, di mare, di barche, è anche terra di storie come questa. Mi piace ricordarlo con chi ha vissuto, camminato, amato, ed è andato per mare; come Hanno, come Marina, come me, che amiamo lo stesso golfo, le stesse isole.

La differenza che c’è tra vestirsi per un uomo, per gli uomini, o per me.

Martedì, 26 maggio 2015 @08:46

"Elisa arriva con una minigonna di jeans, una canotta bianca e degli assurdi sandali argentati. E’ abbronzatissima e porta i capelli lunghi e vaporosi. Penso con un po’ d’invidia che si è vestita per Damián. Non c’è paragone tra vestirsi solo per un uomo e farlo per gli uomini in generale, o per nessuno, che è poi come mi vesto io negli ultimi tempi. Ma ad ogni modo, la gente più elegante di solito è quella che si veste per se stessa".
(Milena Busquets)
Eppure come amo aprire l’armadio e pensare a te.

Questo libro ha dentro il sole di una giornata al mare: il sole quando accarezza, il sole quando scotta. Ha dentro Cadaqués, una cittadina che ricordo tutta bianca, sulla costa accanto a Barcellona, tavolini e caffè e espadrillas e l’aria satura della Spagna. Ha dentro una giovane donna che ricorda, piange, si dispera per la madre appena scomparsa: ma forse non è solo la madre che rimpiange, è l’essere figlia, l’essere ragazza, poter litigare e poter sentirsi qualcuno alle spalle, non sentirsi il gelo della morte. Rimpiange la sensazione - irripetibile - di aver tutta la vita davanti. Forse per questo Bianca, la voce narrante di "Passerà anche questa" (appena uscito per Rizzoli, traduzione Roberta Bovaia), beve e fuma e ricorda e flirta e cerca lo sguardo dei maschi, la loro pelle, i loro baci, il sesso che allontana la morte; cerca lo sguardo dei maschi della sua vita e di quelli che verranno. Un romanzo che mi ha ricordato, nelle pagine migliori, una scrittrice spagnola che amo molto, Almudena Grandes; e soprattutto mi ha ricordato quanto sia bello svegliarsi al mare.

Ci trattennero prati primaverili, fiori di calendula. Ci trattenne la vita.

Lunedì, 25 maggio 2015 @07:59

"Ci trattennero prati primaverili, fiori
di calendula, lo sguardo delle ragazze di campagna,
assetato di amore straniero."
(Adam Zagajewski)
Ci trattenne la vita.

Ancora dei versi del poeta polacco Zagajewski, tratti da "Dalla vita degli oggetti" (Adelphi): ancora la vita, in primavera.

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Profumo di casa.

Giovedì, 21 maggio 2015 @23:04

"Un terreno di biancheria calda dal ferro
piegata e ripiegata, una pila alta
stirata, ordinata, che emana calore, e biancore."
(Eavan Boland)
L’odore delle lenzuola appena lavate e stirate. Profumo di pulito, di casa. Il piacere della domesticità.

Vi scrivo da Venezia, dove - tra le altre cose - sono stata invitata alla presentazione di due nuove fragranze, firmate Il Profvmo: in uno di quei palazzi veneziani sul Canal Grande dove scopro ogni volta stupita lampadari, affreschi, specchi bruniti dal tempo, ho ascoltato la storia di un profumo nato da un garofano nero, pensato per un uomo ma perfetto anche per una donna, mischiato a radici di liquerizia... Mentre dalla terrazza nascosta entrava il profumo degli ultimi fiori di glicine.
Ma poi, qui davanti al mio schermo che è la mia piccola terrazza sul mondo, ecco i versi di oggi, di una poetessa irlandese, che sono anche il mio #spillo della settimana su Gioia: e che raccontano del profumo di lavatrice, di biancheria, di cassetti, di pulito. Profumo di casa.
Lo trovate su Gioia, il mio #spillo arancione da ritagliare. E su Gioia trovate anche il mio articolo sulla Biennale, questa Venezia che continuo a scoprire e che mi stupisce sempre, con la sua testarda bellezza.

All’alba sale dai prati bassi profumo di trifoglio.

Mercoledì, 20 maggio 2015 @07:27

"All’alba sale dai prati bassi profumo di trifoglio"
(Adam Zagajewski)
Oggi, fermati ad annusare (toccare, afferrare) la primavera.

Il Buongiorno di oggi è del poeta polacco Zagajewski, ed è tratto dall’antologia "Dalla vita degli oggetti" (Adelphi), a cura di Krystyna Jaworska.

Il disarmante potere della gentilezza.

Martedì, 19 maggio 2015 @08:15

"Edith si voltò, mentre le lacrime le gonfiavano gli occhi. La gentilezza degli altri, pensava. Le loro inattese cortesie".
(Anita Brookner)
Il disarmante potere della gentilezza.

Un altro Buongiorno tratto dal #librochemiaspettava, "Hotel du Lac" (Neri Pozza; cliccate sul nome dell’autrice per saperne di più).
Quanto alla gentilezza, basta poco, pochissimo. Quel poco che, in un momento in cui siamo fragili, tristi, ci fa venire le lacrime agli occhi: come nella pagina del romanzo di oggi, come capita, spesso. Ma è vero che un gesto gratuito di gentilezza ci tocca, un'inaspettata carezza. Allora cominciamo noi, oggi, adesso. E’ così facile, così contagioso: "praticate gentilezza a caso e atti di bellezza privi di senso", come dice una frase-mantra che troppo spesso dimentico.

Primavera. Riscopro l’arte di passeggiare.

Lunedì, 18 maggio 2015 @09:52

"E secondo te io cosa diventerò?", le chiese Carl.
"Penso che saresti un ottimo flâneur", rispose Melinda.
(Caleb Crain)
Primavera. Riscopro l’arte di passeggiare.

Errori necessari. La prima cosa che mi ha colpito di questo romanzo (romanzone: 500 pagine, la cronaca quasi day by day di un anno di un ragazzo americano a Praga, nel 1990), è il titolo: "Necessary errors". Non li facciamo tutti, del resto? Errori necessari, scelte inevitabili, errori che dobbiamo fare, forse semplicemente per crescere. Per Jacob, l’alter ego dello scrittore, un ragazzo che va a Praga subito dopo la caduta del Muro, insegna inglese, e cerca di capire chi è (lui non lo sa ancora, ma noi lo sappiamo: un aspirante scrittore gay, con la sua Olivetti verde pallido portata da casa), l’errore necessario forse è andarsene da Praga, lasciare un amore appena trovato e un Paese che sta cambiando. O forse no. In ogni caso "Errori necessari", di Caleb Crain (66th and2nd, traduzione di Federica Aceto) mi è piaciuto: forse perché mi ha sbalzato indietro, non solo a una Praga e un Est Europa che ho conosciuto anch’io; ma a quegli anni in cui tutto sembra possibile, in cui tutto è possibile. In cui le strade e gli incroci e le deviazioni sono tutte lì, sulla mappa della vita, come nel bellissimo disegno di Philippine d’Otreppe che è la copertina, e che viene proprio da un suo "cahier de voyages". (Che belle copertine fa questa piccola casa editrice romana, ognuna è una sorpresa).

Ed ecco allora che quel "flâner", quel passeggiare quasi pigro, è l’arte della vita, un’arte da riscoprire: passeggiare, guardare, scoprire, pensare, prendere una strada sconosciuta, vedere cose nuove nel tragitto di sempre. Avere il coraggio di cambiare strada. Adesso, in primavera, quando la sera l’aria è dolce di tigli in fiore.

L’impazienza del cuore. Perché amore è fame e sete di te.

Venerdì, 15 maggio 2015 @09:22

"L’impazienza del cuore."
(Stefan Zweig)
Perché amore è fame e sete di te.

Oggi il Buongiorno è un titolo, il titolo di un libro che non ho mai letto, tra l’altro (lo trovate in originale in Lisaglobish). Di Stefan Zweig, scrittore mitteleuropeo, nato a Vienna alla fine dell'Ottocento e morto in esilio in Brasile. Il libro non l'ho mai letto, è vero. Ma conosco bene quell’impazienza del cuore.

La mia idea di totale felicità.

Giovedì, 14 maggio 2015 @07:28

"La mia idea di totale felicità è quella di stare seduta tutto il giorno in un giardino caldo, leggendo o scrivendo, assolutamente al sicuro, con la consapevolezza assoluta che l’uomo che amo ritornerà a casa la sera. Tutte le sere".
(Anita Brookner)
Paradisi possibili. Basta così poco. Un libro, un giardino, la sicurezza dell’amore. Ma anche, da quel giardino, una porta aperta sul mondo.

Vi ricordate il #librochemiaspettava, "Hotel du Lac" (Neri Pozza), e quanto mi sono appassionata ad Anita Brookner? Tanto da trasformarla subito in uno #spillo per Gioia, questa settimana. Mi piace quel giardino ("caldo", hot nell’originale, che a noi italiani fa un po’ specie, ma è ben comprensibile se pensiamo che l’autrice vive nella piovosa Inghilterra), mi piacciono i libri e i fiori e la sicurezza dell’amore. Ma ho voluto aggiungere una porta: aperta sul mondo.

Cerco una stella cometa.

Mercoledì, 13 maggio 2015 @08:16

"Ci sono più stelle di quante ne potranno servire."
(Jenny Offill)
Ma io cerco una stella cometa.

Maggio. Gli alberi ci parlano.

Martedì, 12 maggio 2015 @09:15

"Il biancospino… Capace, come l’acqua
di ridefinire il territorio. E libero di apparire –
ai pescatori, e ai viaggiatori smarriti
nelle luci indefinite di un crepuscolo di maggio –
la sola lingua che si parla da queste parti".
(Eavan Boland)
Maggio. Gli alberi ci parlano.

I versi di oggi, di una poetessa irlandese, sono tratti dalla sua antologia "Tempo e violenza", Le Lettere.

Kiss me with rain on your eyelashes. (Baciami tra le gocce di pioggia, e la Biennale secondo me).

Lunedì, 11 maggio 2015 @16:17

La Biennale mi parla: il Buongiorno di oggi è una frase apparsa in un video, un flash nel blu di Vertigo Sea, su tre schermi in contemporanea, firmato dall’artista John Akomfrah. Ci sono passata davanti per caso (di solito i video in Biennale li evito), ma poi sono tornata, trascinata da un’amica che è una curatrice d’arte. E mi è piaciuto, molto. Sembra inizialmente un documentario da National Geographic, immagini strepitose di oceani, fondali marini, balene, ghiacci, uccelli in volo; ma poi pian piano ecco un’altra storia, un’altra narrativa, intrecciata a immagini d’archivio, cacciatori di balene e profughi per mare… Vertigo Sea: come il mare bellissimo e tragico di Lampedusa.
Biennale, dunque. Che mi ha inghiottito per una settimana. Biennale che mi piace, sempre, da quando ancora non scrivevo di arte contemporanea, e andavo in autunno, verso la fine, quando i padiglioni stavano per essere smantellati: un weekend con sempre una tappa finale in una chiesa, una tela del Cinquecento, un museo dimenticato (e quante litigate con il Consorte che persevera ad essere quasi impermeabile – a volte persino allergico - all’arte contemporanea. I quadri del Rinascimento erano per lui).
A me invece la Biennale piace. Da sempre. E’ un caleidoscopio, un luna park, un grande circo che fa girare la testa; ma è anche un’immersione in un oceano, appunto, un Vertigo Sea di emozioni, dichiarazioni, colori, pensieri, immagini. Spesso non capisco (non mi piace la conceptual art, l’arte per cui devi avere un libretto di istruzioni); più spesso mi diverto. Assorbo. Fotografo: l’iPhone ci avvicina ancora di più all’arte contemporanea, che diventa sfondo per selfie meravigliosi. E in fondo l’arte non è anche questo? E quindi, se potete andateci. La Biennale quest’anno dura fino al 22 novembre: http://www.labiennale.org/it/arte/
Cosa mi è piaciuto di più? Così, alla rinfusa, come il caleidoscopio in cui l’ho vista.
Il mostri cinesi di notte: ovvero i draghi giganti di Xu Bing, sospesi sull’acqua dell’Arsenale, lì dove una volta rifinivano le navi. Bellissimi di notte, da fiato sospeso: tornando in barca da una festa all’Arsenale, la Biennale che dorme, i draghi che sembravano pronti a volare.
Le chiavi del Padiglione Giappone: chiavi del cuore, chiavi perse, chiavi per aprire porte. Una pioggia rossa di chiavi.
Il corridoio di sacchi di juta all’Arsenale, di Ibrahim Mahama; e le ninfee non di Monet ma fatte di coltelli di Adel Abdessemed.
Il Padiglione Australia, il primo padiglione nuovo, appena completato, dei Giardini: un black box, una scatola nera con le finestre che si possono aprire e chiudere, e dentro, la Wunderkammer di un’artista che non conoscevo, Fiona Hall. Foglie e petali pressate su banconote, e una buffa "natura morta" con cellulare…
E il padiglione fantasma, una scritta a stencil in giro per pontili e calli: Anonymous Stateless Immigrants Pavilion. Per ricordare, per non dimenticare. La Biennale è anche politica, soprattutto quest’anno: la traccia proposta dal curatore era una riflessione intorno a Marx.
E poi, certo, la caccia alla it-bag (ovvero la caccia alle shopper dei vari padiglioni: quella che è andata a ruba quest’anno è quella arancione del Padiglione Corea. Lo so perché Valeria, l’amica che gentilmente mi ospitava la voleva ad ogni costo, e quindi, visto che era esaurita, cos’ho fatto? Lo so, non ci crederete: ho fermato i visitatori dei Giardini per chiedere se potevano regalarmela… Gli uomini i più egoisti: nessuno se n’è privato! Finché ho incontrato una deliziosa ragazza ucraina che, con un sorriso, me l’ha regalata).
E intervistare (o importunare) gente a caso: #piacerelisacorva, quasi una performance. (Vedrete i risultati presto sui giornali, settimana prossima già su Gioia).


Ma soprattutto mi è piaciuto tutto il lavoro di Olaf Nicolai, l’artista berlinese che è il mio amico del cuore (se cliccate sul suo nome in verde trovate gli altri Buongiorno che mi ha… ispirato). I suoi boomerang lanciati dal tetto del Padiglione Germania. La performance "Non consumiamo" (un omaggio in musica atonale a Luigi Nono), all’interno del Padiglione Centrale. Mi è piaciuto esserci. L’emozione attraverso le ciglia. Questa la mia Biennale.

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La vita comincia da qualche parte con il profumo alla lavanda.

Sabato, 9 maggio 2015 @14:21

"La vita comincia da qualche parte con il profumo alla lavanda".
(André Aciman)
C’è sempre un profumo che ci parla di noi, di terra, di paesaggi, di ricordi, di vita. Un profumo che siamo noi.

Per me la lavanda è: spighe di lavanda nel mio armadio, raccolte dalla mia terrazza nel mio altrove, che perdono grani ma anche profumo, e il dispiacere perché la mia lavanda non ha resistito all’inverno (proprio oggi ne ho comprato un’altra, ancora piccola e non sbocciata ma profumatissima: mi ricorda, come sempre, certe terre accanto al mare). Per Aciman, uno dei miei scrittori preferiti, così come lo racconta nel libro di racconti-saggi "Città d’ombra" (Guanda), la lavanda è la colonia che usava il padre, in Egitto; ed è il profumo che ha segnato tutta la sua vita… Per me invece è quello di rose. Acqua di rose Roberts, nella bottiglietta blu di plastica, che uso da sempre; crema alle rose per il viso, quella di Dr Hauschka o quella ancora più delicata di Korrès che chiedo agli amici che vanno in Grecia; profumi alla rosa, tutti, da quello che porta il mio nome, Elizabethan Rose di Penhaligon’s, alla mia nuova passione, quello di Hermès (cito i brand non perché io sia sponsorizzata: magari! questo è un blog libero e indipendente. ma perché sono sempre alla ricerca di suggerimenti passaparola, e immagino anche voi...).
Insomma: rose e petali. Quando è uscito il mio primo romanzo, "Confessioni di un’aspirante madre", avevo fatto scrivere, sul retro di copertina: Lisa Corva non porta l’orologio e usa solo profumi alla rosa. Sono passati, vediamo… dieci anni? Dieci anni e quanti profumi alla rosa provati, quanti flaconi, quanti petali, quante delusioni, quanti sogni ancora.

La frase di Aciman, che sa di profumi che raccontano pezzi di passato e mondi, è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana.

Il Buongiorno di oggi non è expo, ma polis e tekné: l’arte di governare la città.

Lunedì, 4 maggio 2015 @10:39

Quel che più mi è piaciuto dell’Expo non è l’Expo. Che è semplicemente Gardaland meets Disneyland meets festa di piazza, senza emozione (se non quella di arrivarci domenica pensando: ma riusciremo a entrare? avranno davvero finito?). Quello che mi è piaciuto davvero è l’effetto Expo a pioggia su Milano (tralasciando l’inutile tristezza dei black bloc, ovviamente). Ecco le mie emozioni random:

- Fondazione Prada, vista domenica in anteprima, un’apparizione d’oro nella periferia di Milano (la vecchia distilleria inizio Novecento in Largo Isarco, ristrutturata dall’archistar Rem Koohlaas). Non un museo ma una vera e propria cittadella, dedicata all’arte, contemporanea e non solo. D’oro la torre, a contrasto con il grigio scintillante e super-design degli altri fabbricati. D’oro l’Apollo che ci viene incontro alla mostra Serial Classic: statue classiche, un omaggio all’arte greca che era gesto politico e non solo bellezza (non dimentichiamoci l'etimologia di politica, ha ricordato il curatore Salvatore Settis, archeologo, stupendamente fuori contesto: πόλις, ovvero polis, città e τέχνη, tékne, arte o perizia). Il Bar Luce immaginato e creato dal regista Wes Anderson, quello di Grand Budapest Hotel, e sembra proprio di entrare dentro uno dei suoi film: poi alzi gli occhi e la carta da parati riproduce la Galleria Vittorio Emanuele… Un orgoglio per Milano. http://www.fondazioneprada.org
- La Darsena riaperta. E i piccioni di Cracking Art, maxi e colorati: per selfie technicolor. Milano ritorna all’acqua.
- La scalinata luminosa che porta al primo piano del Mudec, il museo-polemica disegnato da Chipperfield. http://www.mudec.it Ma le polemiche non mi interessano, perché il museo, dedicato alle culture altre, è bello davvero. E l’emozione di ritrovarci un pezzetto di Trieste: in una bacheca, l’abito Selvaggio "da spiaggia e da giardino" realizzato da Anita Pittoni, stilista triestina dimenticata, negli anni Trenta.
- Milano dall’alto con la nuova skyline, dall’ultimo piano: la terrazza del nuovo ristorante caffetteria, appena aperto. E sotto la Triennale che è tutta dedicata ad Arts and Food, la bella maxi mostra a cura di Germano Celant: ci sono le posate Secessione di Hoffman, le tazzine degli anni di Majakovskij, i ranci e gli orti di guerra e un igloo fatto tutto di biscotti di Mario Merz. http://www.triennale.org/it/ Il cibo diventa arte e, come al supermercato, tutti troviamo qualcosa da portare a casa.

Nuove idee, nuove ispirazioni, nuovi punti di vista (anche dall’alto!) da cui guardare la Milano che cambia.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.