Lisa Corva

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Piaceri dell’autunno: fermarsi per strada solo per raccogliere una foglia caduta. Fallo, oggi.

Venerdì, 30 ottobre 2015 @10:06

"L’autunno è una seconda primavera, dove ogni foglia è un fiore".
(Albert Camus)
Piaceri dell’autunno: fermarsi per strada solo per raccogliere una foglia caduta. Fallo, oggi.

Fermarsi a raccogliere foglie per terra – o anche solo a guardarle, gialle e rosse e rame e cangianti – è uno dei piaceri dell’autunno. Un po’ come raccogliere frasi e frammenti di poesia, quello che faccio con i miei #spilli (questo è su Gioia in edicola questa settimana).
Foglie d’autunno: per questo sono così contenta di essere tornata nel mio autunno, dopo un mese di bellissimi ma stravolgenti viaggi per lavoro, di notti in aereo e scali, dopo una settimana che mi ha visto passare da Beirut a Dubai; e ieri, da 36 a 6 gradi in un giorno solo. Tornata dai grattacieli e dal deserto, alle foglie d’autunno. Oggi esco per guardare, raccogliere, raccogliermi.

La solitudine è come un vecchio jeans.

Giovedì, 22 ottobre 2015 @08:01

"La solitudine è come un jeans vecchio, sformato, troppo comodo. Sappiamo che ci stanno meglio altri vestiti, ma non ce lo togliamo mai perché ci fa sentire al sicuro."
(Annarita Briganti)
Il potere comfort degli abiti (e della solitudine). Però che bello quando ti compri un abito che finalmente ti dice: sei bella, esci, ama. Sii felice!

Mi piace leggere i romanzi in anteprima. Mi piace leggere i romanzi di scrittori che conosco. Mi piace quando trovo una frase da ritagliare, una frase come questa, che parla di guardaroba sentimentale, e #storiecucite negli abiti. La frase di oggi – che è anche il mio #spillo su Gioia – è tratta dal secondo libro di Annarita Briganti, "L’amore è una favola" (Cairo Editore).

Per la prima volta in vita mia ho avuto nostalgia di uno shopping center. O forse di quella che ero quando ci andavo.

Mercoledì, 21 ottobre 2015 @09:10

Hai mai avuto nostalgia di uno shopping center?

Io sì. Proprio così, non un negozio, ma uno shopping center, con quello strano contrasto tra una parola antica e carica di sentimento come "nostalgia"; e una parola neutra come "shopping center", banale, inglese, parola che ha dentro scale mobili e confusione e specchi nel camerino mai troppo accondiscendenti. Eppure sì, ho avuto nostalgia di uno shopping center. Per la precisione ieri, quando sono entrata nei grandi magazzini della città dove abito adesso (non quella dove sono nata, non quella dove sono cresciuta), per uno degli acquisti più banali dell’autunno: un nuovo paio di calze. (Acquisto, tra parentesi, che in genere odio fare). Forse perché pioveva, forse perché faceva freddo, forse perché le luci al neon mi fanno girare la testa, eppure al banco delle calze ho avuto un attimo di "mal di ricordi". Se si può dire così.
Ho avuto nostalgia della Rinascente di Milano, anche se non sono mai stati i miei grandi magazzini preferiti; del Coin di Cinque Giornate, dove andavo a volte a ora di pranzo, quando ancora lavoravo nelle segrete di Segrate e il Coin era un posto che mi sorrideva. Ho avuto nostalgia di quei grandi magazzini dove cresci e dove sai a memoria dove sono gli scaffali giusti, dove sai come orientarti e dove sei stata mille volte, con la mamma e con le amiche, o anche solo quando hai mezz’ora da perdere prima del cinema o di un appuntamento. Ho avuto nostalgia di negozi che sanno di te, anche se non è vero. E persino delle calze, che ho sempre odiato; persino delle calze velate di una nonna triestina che aveva fatto la guerra, e che si ostinava a regalarmele, impacchettate, per Natale, come se fossero un gioiello. Per lei lo erano, quando di calze velate non ce n’erano, c’era solo il desiderio di quelle calze. Ecco: vorrei attraversare il buio che separa il mondo dei vivi e quello dei morti, il presente e i ricordi, e dirle che adesso la capisco, e che la ringrazio, anche se quelle calze non le ho mai messe; vorrei chiederle dove le comprava, quelle calze, probabilmente in uno di quei negozi di quartiere con la commessa che ti conosce e ti chiama per nome; e ho pensato tutto questo, e a tutto quello che non torna più, in una giornata di pioggia, tenendo una busta di calze in mano.

Sotto le tue dita io sono una castagna bruna. E la buccia, che punge tanto, l’ha rotta l’amore con colpi verdi.

Lunedì, 19 ottobre 2015 @09:37

"Sotto le tue dita io sono una castagna bruna.
Così respira in tasca ai bambini.
E la buccia, che punge tanto,
l’ha rotta l’amore
con colpi verdi".
(Jan Skácel)

Lo so, molte e molti di voi questi versi – di Skácel, poeta nato nel 1922 in quella che allora era ancora Cecoslovacchia, e tratti da un piccolo volume di Metauro Edizioni - li avranno già letti. Sono stati uno #spillo su Gioia nel 2013, un Buongiorno su City nel 2009, sono finiti anche nel mio terzo romanzo, "Ultimamente mi sveglio felice". Eppure. Eppure ieri, quando camminavo per il parco, per vedere le prime foglie gialle per terra, per vedere se è autunno; ieri ho raccolto una delle prime castagne matte, la buccia così lucida, così bella da tenere in mano, e me la sono infilata in tasca. E mi sono venuti subito in mente questi versi. Questo è il potere della poesia, di certa poesia: ci accompagna, rimane con noi, ritorna nella nostra vita. La infiliamo in tasca come una castagna raccolta nei viali di un parco.

Poi pensò che anche di una coperta di lana si può dire che è come una notte d’ottobre.

Venerdì, 16 ottobre 2015 @08:44

"Poi pensò che anche di una coperta di lana si può dire che è come una notte d’ottobre."
(Robert Musil)
Notti di ottobre, le prime coperte in cui avvolgersi, le prime sciarpe, le scarpe chiuse: autunno.

Il mio #spillo su Gioia di questa settimana è tratto da "L’uomo senza qualità" (Einaudi). Sto arrivando alla fine delle 800 e più pagine del primo volume, e mi piace sempre, molto. E’ accanto al mio letto e leggo qualche pagina ogni sera. Un viaggio.

How long is now.

Lunedì, 12 ottobre 2015 @11:00

Il mio lunedì ha i buchi, come la mia borsa. I buchi sono l’attesa; dai buchi si perdono idee, speranze, concentrazione, progetti. I buchi sono il mio lunedì.

(La borsa è quella di un’amica stilista, Almira Sadar: la vedete su Instagram; è grigia, di stoffa tagliata al laser, ha davvero i buchi, ma anche un manico verde neon che mi fa sorridere. Ci sono lunedì che. A volte per ricominciare basta una borsa, e una frase da scrivere a penna su un quaderno. A volte no. Perché ci sono lunedì che.)

Innamorarsi è come il sole che si leva.

Giovedì, 8 ottobre 2015 @09:36

"Poi incontrai Linda, e il sole si levò. Non riesco a dirlo in altro modo. Si levò il sole nella mia vita. Prima soltanto come leggero bagliore di luce all’orizzonte, quasi come a dire, è da questa parte che devi guardare. Poi giunsero i primi raggi, tutto si fece più evidente, più facile, più leggero, più vivo e divenni sempre più felice, infine il sole si trovò al centro del cielo della mia vita e ardeva, ardeva, ardeva".
(Karl Ove Knausgård)
Tu mio sole, tu mia luna.



Coincidenze: lo scrittore norvegese del mio #spillo su Gioia di questa settimana (tratto da "Un uomo innamorato", Feltrinelli), è in Italia proprio oggi, per ritirare un premio a Capri. Io aspetto il terzo libro dell’autobiografica-fiume, davvero ipnotica, che esce oggi: "L'isola dell'infanzia". E sono in partenza per Oslo…

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Dove batte il tuo cuore, città? Il cuore di Ferrara. E quello di Lubiana.

Mercoledì, 7 ottobre 2015 @08:50

Sono stata a Ferrara più o meno un anno fa, con le prime nebbie, per un incontro che mi è piaciuto moltissimo: quello con Maria Luisa Pacelli, "donna di musei". E, visto che gli articoli a volte si perdono nei cassetti delle scrivanie e dei computer delle redazioni, la mia intervista purtroppo è uscita solo da poco, su D di Repubblica. Ma l’incontro mi è piaciuto così tanto, e ho già così tanta voglia di tornare a Ferrara, che ho deciso di ricopiare l'intervista qui oggi. Andateci, a Ferrara, e mangiate dei cappellacci di zucca anche per me…
Il cuore di Ferrara, come leggerete, è in una strada rinascimentale. Quello di Trieste, batte di sicuro, per me, in piazza Unità, di fronte al mare. E quello di Lubiana, l’altra mia amata città? E’ ai Tre Ponti sul fiume: se comprate Bell’Europa di ottobre, adesso in edicola, trovate 11 pagine per scoprire la città, con le mie parole e le belle foto di un fotografo, Matteo Carassale, che ha lavorato con me.
E voi, che mi dite della vostra città? Dove batte il cuore della città che amate?


Per Maria Luisa Pacelli, Ferrara è una strada. Una strada speciale: prima di tutto perché è quella su cui si affaccia il "suo" Palazzo dei Diamanti, e poi perché è una strada-capolavoro, il cinquecentesco corso Ercole I d’Este, la via larga e antica di ciottoli su cui scivolare in bici, come in tutta la città. Ed è qui, in questa Ferrara antica e magica, che Maria Luisa, una delle pochissime donne direttrici di museo in Italia, sta progettando la rinascita estense: per una città che ha sempre creduto nell’arte, dai tempi del Rinascimento. La prima grande mostra è stata "Rosa di fuoco", nome in codice di Barcellona anarchica all’inizio del Novecento. "Ho scelto questo periodo per suggestione Expo", spiega. "Ora che il magnete è l’Expo a Milano, mi piaceva ricordare gli anni dopo una grande esposizione internazionale, quella del 1888 a Barcellona". Ed ecco allora i Picasso del periodo blu, le visioni di Gaudì, ma soprattutto le inquietudini incendiarie che percorsero la città. Perché arte è sempre cambiamento e rivoluzione… Tra poco - apre il 14 novembre - una grande esposizione sulla metafisica e le avanguardie europee: "De Chirico a Ferrara", omaggio al pittore che qui a Ferrara arrivò nel 1915. Aveva appena lasciato Parigi, e qui, militare, visse per tre anni. Poi, sorpresa, una mostra sul dimenticato Orlando Furioso (a settembre 2016). "Lo sto rileggendo, rigorosamente ad alta voce, solo così è una lettura davvero appagante; e mi sono di nuovo appassionata ad Angelica, donna-guerriera, e Bradamante", dice Maria Luisa. "Sarà una mostra sull’immaginario di Ludovico Ariosto. Il sottotitolo? Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi". Infine, nei progetti di Maria Luisa, il riallestimento del Castello, e delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, tra cui la casa-museo di Boldini, il pittore delle donne chic di inizio Novecento, il "nostro" Sargent. Ferrara che sarà tutta da scoprire e riscoprire, dunque. Partendo ovviamente da… Palazzo dei Diamanti, e corso Ercole I d’Este. "Ne avevo sentito parlare da ragazza, da un amico di mia madre: vivevamo ad Assisi, e lì loro discutevano su quale fosse la città più bella del mondo, la piazza più bella del mondo… Lui citava sempre questa. Non sapevo che il destino mi avrebbe aspettato qui", dice Maria Luisa. "Qui, in questa strada diritta che segna la città, che va dal Castello fino alla casa del boia, alle mura che delimitano e racchiudono Ferrara".

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E’ veramente autunno quando le uniche scarpe che puoi metterti sono quelle chiuse.

Lunedì, 5 ottobre 2015 @17:32

Per anni, quand’ero al liceo, l’autunno per me cominciava davvero il 5 ottobre, quando una mia amica compiva gli anni. Fino ad allora cercavamo di resistere ed andare in giro almeno senza calze (barando, certo, magari con i calzoni). Ora la mia amica vive in un’altra città, un altro Paese; ogni tanto le scrivo per il suo compleanno, e le chiedo se si è già messa le calze (in genere sì: vive un pochino più a Nord di me).
Così, quest’anno, è venuto il momento di abbandonare le mie Birkenstock d’argento, e passare alle scarpe chiuse. E, ahimé, le calze. Peccato per le Birkenstock, che mi fissano happy con quel loro luccichio: le mie prime Birkenstock, che avevo sempre evitato con un certo sdegno. Ma alla fine mi hanno conquistato. Come al solito, il mio approccio al mondo passa prima per le parole: e quindi quello che mi ha davvero convinto è un articolo letto per caso sul New Yorker qualche mese fa, un lungo reportage su come nascono, sui test ergonomici in fabbrica, e perché continuano a piacere, queste scarpe "brutte e comode", e perché ora hanno conquistato anche le fashioniste. Fashion? Fashion uguale silver: ho scoperto che le Birkenstock esistono anche in argento, effetto specchio. E improvvisamente ho capito che non potevo più vivere senza. Caccia alle Birkenstock effetto mirror all’inizio dell’estate, che è finita in una bottega super-vintage di Trieste, dal nome buffo, Calzature Malvestiti. Accanto a una delle mie chiese preferite, quella serba di San Spiridione. Il signor Malvestiti (così mi ha raccontato la figlia, mostrandomi la foto del padre davanti alla bottega, con un grappolo di babbucce appeso accanto alla porta, un secolo fa), cominciò facendo pantofole. Eccole nella bacheca dentro il negozio, anche commissionate per il teatro; scarpe fatte su misura, quando ancora si usava. Quando ancora Trieste era La Grande Trieste. Ed eccole qui, le mie Birkenstock, che mi aspettavano, proprio della misura che volevo io, di un bell’argento effetto specchio. Le ho indossate tutta l’estate, perfette per uno dei miei Instagram account preferiti, #ihavethisthingwithfloors (poi, certo, dovremmo parlare di questa mania contagiosa di tutti di fotografarsi i piedi e postare le foto, ma questo non è il luogo). L’importante è che fossero effetto mirror, come un articolo che ho scritto quest’estate per Elle Decor, come l’Ombrière di Norman Foster che ho visto a fine giugno a Marsiglia, un tetto brillante a specchio nel Vieux Port, dove i marsigliesi si danno appuntamento, che ha l’unico scopo di proteggere dal sole… E di farti alzare lo sguardo (e far scattare una foto). Amo questi giochi dell’architettura e del design, sono momenti di leggerezza e di felicità nelle città.
E adesso? Adesso, per rendere più dolce la transizione, ecco delle altre scarpe-pantofola: le Virreine. Morbidissime, scamosciate, le ho comprate in una bottega a Venezia (a Milano le trovate da Chicchi Ginepri) e sono già il mio secondo paio. Ma vengono dalla Spagna... Le ho già verde bosco (le vedete su Instagram), come certi boschi d’autunno; ora le ho scelte di un blu copiativo. Decisione difficile: ero a Venezia per un’intervista, e sono passata davanti alla bottega, che si chiama Linda ed è accanto a Campo Santo Stefano: la ragazza e proprietaria si ricordava di me e mi ha detto che ha letto il mio ultimo romanzo… Forse per questo mi sono sentita libera di tormentarla sul colore (l’alternativa era un superchic testa di moro, ma ho pensato che d’autunno abbiamo bisogno di colori).
E adesso? Adesso comincia la caccia a qualcos’altro di silver: vorrei un paio di scarpe chiuse, ma di nuovo dall’effetto mirror. Ho capito che le scarpe in argento oppure oro sono le migliori, vanno con tutto, e brillano, effetto Cenerentola metropolitana.
Quanto alle calze, bè, questo è un argomento difficile, perché io i collant li odio. Per oggi mi concentro sulle morbide pantofoline da città.

L’unica cosa che vorrei disegnare è una freccia che mi porti fino a te.

Venerdì, 2 ottobre 2015 @07:00

"All’inizio è la forma delle cose che ce le fa desiderare, vale per un quadro di Piero della Francesca come per il vestito che indossiamo, per il compagno che scegliamo. Adesso prendete una matita… Disegnate, senza pensarci troppo, la forma di un desiderio qualsiasi. La fame, la sete, un bacio, una mano che sfiora, quello che volete… Sono sicuro che saranno segni differenti, infinite geometrie".
(Elisabetta Bucciarelli)
L’unica cosa che vorrei disegnare è una freccia che mi porti fino a te.

Mi piacciono (anche) i romanzi "contemporanei", quelli che raccontano il mondo in cui camminiamo ogni giorno. Mi piacciono i romanzi in cui i protagonisti giocano col cellulare, si struggono per un "like" o un whatsapp che non arriva; in cui cercano di districarsi nei troppi grovigli di una vita che è molto più digitale e accelerata di quel che vorremmo. Romanzi contemporanei: anche se poi, forse, vogliamo parlare sempre d’amore… Elisabetta Bucciarelli ci prova con "La resistenza del maschio": pubblicato da NN Editore, la piccola casa editrice milanese fondata quest’anno, che mi ha sorpreso con il molto bello "Sembrava una felicità" di Jenny Offill (ricordate gli #spilli che avevo sfilato al libro-diario e l’intervista? http://www.lisacorva.com/it/view/1522/ ).
Ma torniamo a "La resistenza del maschio". Che cosa mi è piaciuto di questo racconto tutto italiano? Il titolo, innanzitutto. Titolo enigmatico come il protagonista, intorno al quale si muovono tre donne. Un uomo che resiste: resiste ai desideri della moglie (che vuole un figlio, e lui assolutamente, caparbiamente si rifiuta); un uomo che resiste forse anche ai suoi desideri, ai lacci del destino. Un uomo testardo: meglio non averci a che fare. Ma capitano… E ci si innamora. Mi è piaciuta la scenetta di seduzione al supermarket con un’app acchiappa-incontri; Happn, sulla scia di Tinder, e chissà se l’autrice l’ha provata in prima persona (traduzione: un’application sugli smartphone che rende possibile incontrare al volo degli sconosciuti). Mi è piaciuto il riferimento a Mollino, architetto e designer cult del secolo scorso che ho scoperto per la prima volta un anno fa a Torino, visitando la sua misteriosa casa-museo… E soprattutto mi è piaciuta la frase che è diventata lo #spillo della settimana su Gioia.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.