Lisa Corva

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Sulla mia spalla, un ragno d’argento: il tuo amore che non era.

Lunedì, 30 novembre 2015 @07:28

"Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso
di essere fuori dalla solitudine
ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
stanno in posizione orante,
in se stessi inginocchiati,
e i fiumi scorrono in se stessi,
essendo a un tempo corpo e anima,
impossibili da distinguere; ho atteso
che se ne andasse anche il ragno che
con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
e ora eccomi pronta a dirti
che non ti amo."
(Nina Cassian)
Sulla mia spalla, un ragno d’argento: il tuo amore che non era.

C’è un libro di poesie che apro, una pagina a caso, quando voglio pensare: "C’è modo e modo di sparire" (Adelphi), della poetessa rumena Nina Cassian.

L’età rende molto scortesi. Si scopre che esiste la possibilità di essere se stessi e di dire di no.

Giovedì, 26 novembre 2015 @07:43

"L’età rende molto scortesi. Si scopre che esiste la possibilità di essere se stessi e di dire di no".
(Ian McEwan)
Impara dagli anni che hai!

Non frequento molto lo scrittore inglese Ian McEwan, anche se sono rimasta colpita da "Espiazione", il film tratto dal suo libro (e forse soprattutto dall’abito verde scivolato di seta che portava Keira Knightley nella scena della seduzione in libreria). Ma quando ho letto questa sua frase – puntuta, puntuale – ho subito pensato di trasformarla in un Buongiorno. Così vera, così puntuta appunto. Ed ecco: è il mio #spillo su Gioia di questa settimana.
A proposito: se passate in edicola, e se volete sapere perché sono andata a Beirut un mese fa, comprate Elle Decor di novembre. Trovate il mio reportage.

Ci sono abiti magici, parlanti, o comodisti, che volevano essere cuscini. E vestiti illusionisti che ti fanno felice.

Martedì, 24 novembre 2015 @08:46

Oggi il mio Buongiorno è un corvapezzo: uscito su Gioia settimana scorsa. Ci sono abiti magici, c'è un romanzo, e ci siete anche voi, lettrici del blog.

Ci sono vestiti accoglienti, vestiti che dopo vent’anni che li conosci non hai ancora capito se hanno i rombi neri o marroni, vestiti che diventano pazzi (perché a un certo punto l’orlo si allunga, qualcosa cede o si storta), vestiti che si macchiano da soli, vestiti comodisti, che volevano essere cuscini o copriletti, vestiti illusionisti che ti fanno felice, vibrano e rispondono al mondo anche se taci o sei stanca… Ci sono questi e altri vestiti in un piccolo leggerissimo romanzo appena uscito da Einaudi, "Atlante degli abiti smessi". L’ha scritto Elvira Seminara, e parla d’amore (anche quello tra una madre e una figlia, destinataria di questo guardaroba sentimentale). E, quando finisci di leggerlo, forse non guarderai mai più al tuo armadio nello stesso modo…
Perché nell’armadio di tutti noi ci sono vestiti che, come sostiene il sociologo inglese Tim Edwards, hanno in sé un "transformative magic", un potere magico: "In fondo compriamo abiti e scarpe, o anche un paio di occhiali da sole, perché sono in grado di trasformarci in qualcosa di più di quello che siamo; pensiamo che possano colmare le nostre mancanze o semplicemente aiutarci a realizzare le nostre fantasie". Sono un po’ le derivazioni quotidiane del guardaroba magico delle favole: le scarpe rosse del Mago di Oz o la scarpetta di Cenerentola, la borsa di Mary Poppins o il mantello dell’invisibilità di Harry Potter… Quella voglia di magico che è rimasta in noi dall’infanzia, e che ritroviamo, a volte, quando apriamo il nostro armadio.
Ma Elvira Seminara che cosa non butterebbe mai via? "Abiti e scarpe o sciarpe parlanti, che sento ancora in dialogo con me; vibranti, fresche e misteriose, anche se le ho lasciate chiuse, per anni, nel buio dell’armadio. Gli abiti ironici, senza troppi ricordi né giudizi". Hai due figlie, di cui una, Viola Di Grado, appassionata scrittrice come te; il suo bestseller d’esordio aveva proprio un titolo-guardaroba, "Settanta acrilico trenta lana" (e/o). E dunque, c’è un tuo abito (o magari più d’uno) che vi siete "passate"? "Tra il mio armadio e quello delle mie figlie il movimento è continuo, perché tutte e tre amiamo le cose singolari - manufatte o vintage, rivisitate - che per natura non stanno mai "dentro" la moda, ma la oltrepassano. Confesso: da quando entrambe vivono in altre città le mie incursioni piratesche nei loro armadi sono più frequenti e voluttuose. Anche perché appendono parecchio qui da me, ignare del rischio e della tentazione!".

E dunque, quali segreti nascondono gli armadi? Ecco tre storie. Aspetto le vostre!

Anna, 29 anni
"È molto difficile che io abbia un abito preferito. Cambio ad ogni stagione, e conservo pochissimi abiti da un anno all’altro. Tra tutti, quello che probabilmente userò fino a doverlo rammendare e cucire, pur di non rinunciarci, è un regalo dell’uomo che dovevo sposare e che mi ha lasciata. È un abito giallo, con degli inserti di pizzo, che quando stavo con lui non indossavo quasi mai. L’ho ritrovato nell'armadio e averlo addosso è un po’ come cancellare ogni malinconia. È un abbraccio quando non posso chiederne uno; un mio segreto trucco per i giorni spenti. Strano, lo so: dovrebbe mettermi tristezza, è una storia d’amore finita; e invece ha dentro, in qualche modo, tutto l’amore che c’è stato. Non so se un giorno riuscirò a metterlo da parte, ma certamente ha un posto speciale nel mio armadio e nella mia vita. E di abiti, credetemi, ne ho veramente tanti".

Carla, 46 anni
"Il mio abito speciale è estivo: lungo e largo, bordeaux, di lino a balze e con lo scollo a canottiera. Lo comprai a vent’anni, prima di partire per una vacanza con il mio futuro marito. E' così largo che l’ho messo per le mie tre mie gravidanze; era il mio abito preferito con la pancia. Ma lo indossai, forse un po’ come portafortuna, la prima volta che mi chiamarono per una supplenza. Ricordo ancora che uno dei bambini in classe mi fece dei complimenti! Poi l’ho portato nella mia casa al mare e l’ho dimenticato. Ma quest’anno, per la prima volta, l’ho indossato di nuovo. Dovevo andare a una cena, una di quelle occasioni in cui non sai che cosa mettere, se sarà una serata elegante o casual. Però con quel vecchio abito bordeaux mi sono sentita a posto, sicura: mi presentavo con tutta la mia vita indossata".

Emma, 40 anni
"C’è un abito che vorrei regalare ma non riesco. E’ quello che ho comprato quando ho cominciato a cercare di avere un figlio. Largo, ampio, di velluto; ero convinta di rimanere incinta subito. L’ho messo durante tutti gli esami da aspirante madre; in tutti i falliti tentativi Fivet. Quando ho abortito – ero rimasta incinta ma la gravidanza non è andata avanti – l’ho messo in fondo all’armadio, molto in fondo. Ogni tanto lo vedo per caso, un abito che mi ricorda che non sono mai diventata madre. Forse è ora che lo butti via, per sempre, insieme al mio sogno".

Che cosa cerchi, nella nebbia.

Lunedì, 23 novembre 2015 @07:51

"Cosa cerchi
Quando la sera ti spingi così
Con i tacchi
Nella nebbia
Oltre i confini illuminati delle strade
Cosa senti
Quando intravedi
Il lembo dell’impermeabile
Quando il passo conosciuto sul selciato
Buca il silenzio"
(Anna Ruchat)
Che cosa cerchi, nella nebbia.

Il Buongiorno di oggi è tratto da "Angeli di stoffa", di Anna Ruchat. Ed è un omaggio di Mauro Q., amico e spacciatore di poesie.

La mano dei nonni. 
I parchi d’autunno. I primi ricordi.

Giovedì, 19 novembre 2015 @07:53

"Nei miei primi ricordi il nonno è calvo come un uovo e mi porta a vedere le tigri. Si mette il cappello, l’impermeabile con i grossi bottoni; io indosso le scarpe di vernice e il vestito di velluto. E’ autunno e ho quattro anni". 

(Téa Obreht) 

La mano dei nonni.
I parchi d’autunno. I primi ricordi.

A proposito del Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia. Domenica scorsa ero a Milano, e sono andata al Parco di Porta Venezia con il mio nipotino, il figlio di mio fratello, che ha un anno e mezzo e si chiama Zeno. C’è ancora tutto quello che ricordo di quando ero piccola anch’io: un angolo vintage, orgogliosamente vintage, tra gli alberi e le foglie d’autunno. La giostra con le mini astronavi colorate che si alzano, le macchinine a pedali, il trenino. C’è qualcosa di dolce e malinconico in tutto questo, come i parchi d’autunno.

La casa e l’odore dei libri.

Martedì, 17 novembre 2015 @08:31

"Si sedette per terra e aprì un piccolo libro dalla copertina blu.
In quella fine del giorno, solo proprio i libri potevano dire
qualcosa più del silenzio – quell’altra voce"
(Maria do Rosário Pedreira)

"La casa e l’odore dei libri". Si intitola così la raccolta di una poetessa portoghese che amo molto, tanto che un suo Buongiorno è per sempre dentro il mio ultimo romanzo: Maria do Rosário Pedreira. Sì, la casa e l’odore dei libri. Prendere un libro dallo scaffale, aprire a caso e ascoltare cos’ha da dirci. Sentirsi a casa.

Solo rifugio possibile è il mondo tutto.

Lunedì, 16 novembre 2015 @07:38

"Solo rifugio possibile è il mondo tutto."
(Paul Éluard)

Ieri sera ho riaperto un vecchio libro di poesie di Éluard. Cercavo parole, parole di consolazione forse, parole di speranza dopo gli attentati di Parigi (ma anche di Beirut, un giorno prima, bombe in un mercato, così presto dimenticate). Anche Éluard ha visto una guerra, anzi due: nato nel 1895, morto nel 1952, ha visto la prima, e la seconda guerra mondiale ("E c’è la Resistenza color sangue di Spagna/ E c’è la Resistenza color cielo di Grecia"). La sua Resistenza – contro il fascismo, contro la violenza – era fatta di militanza ma anche di parole, di poesia che portava dentro di sé la pace: "Sono nato per conoscerti/ per chiamarti/ Libertà", scrive nel 1942, quando Parigi era ancora occupata. Già, Parigi. E dunque, cercavo parole e le ho trovate. Anche questa è la forza indistruttibile della poesia, della democrazia, della non violenza e della speranza. Il verso di oggi è sfilato da "Portrait, Poèmes Politiques", con la traduzione vintage di Silvano Del Missier. In francese, semplicemente: "Le seul abri possible c’est le monde entier".

C'è una città che abbraccia la tua solitudine.

Giovedì, 12 novembre 2015 @07:09

"Dici di conoscere bene queste strade? La città ti conosce meglio di chiunque altro, perché ti ha visto quando eri solo".
(Colson Whitehead)
La città è più tua, quando accoglie la tua solitudine.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo di Gioia questa settimana, è tratta da "New York Stories", racconti su NYC selezionati da Paolo Cognetti, che usciranno per Einaudi il 24 novembre. Le strade di una città.
Su Gioia di questa settimana c'è anche un mio pezzo che parla di #storiecucite e guardaroba sentimentale... Leggetelo: ci sono anche due storie di abiti che mi avete raccontato voi, proprio qui sul blog.

Mettiamo che sia una notte d’autunno e io non riesca a dormire.

Martedì, 10 novembre 2015 @08:18

"Mi ero svegliata all’alba di una giornata d’autunno, non riuscivo a riaddormentarmi e pensavo alla mia vita. Ma le tre del mattino non sono l’ora più propizia per la meditazione, come tutti sanno."
(Monica Dickens)



Vi capita mai di svegliarvi all’alba, molto ma molto prima di quando suonerà la vostra sveglia, e di stare ad occhi sbarrati nel letto pensando alla vostra vita? Immagino di sì. Ogni tanto capita. Peggio ancora se capita d’autunno, quando le albe sono lente, piene di nebbia e di grigio (e meglio ancora se poi arriva inaspettato il sole sfavillante di questo incredibile autunno).
Forse per questo mi è tanto piaciuto l’incipit di questo libro vintage ("One pair of hands", appena tradotto in italiano come "Su e giù per le scale", Elliot edizioni); un irresistibile libro autobiografico scritto negli anni Trenta da Monica Dickens che, come fa sospettare il nome, era davvero la pronipote del grande Dickens. Che cosa medita Monica, allora ventenne, in quel letto londinese? Una fortunata "débutante" degli anni Trenta, che ha tentato (senza successo) una scuola di recitazione a Parigi ed è reduce da un viaggio a New York… Potrebbe semplicemente uscire, andare ai balli, cercarsi un marito. La guerra è lontana. E invece no. Monica sogna altro. Vorrebbe scoprire, divertirsi, andare controcorrente. E allora che cosa fa? Cerca lavoro come cuoca e cameriera. Da "upstairs" a "downstairs", una specie di viaggio in incognito in un mondo che allora era ancora molto Downton Abbey. Upstairs le signore ingioiellate, sotto le cuoche; ognuna prigioniera dell’altra. Monica accetta un lavoro dietro l’altro, prima a Londra, poi in campagna: il libro è la cronaca irresistibile del suo anno con grembiule e crestina, mani arrossate per i piatti lavati nell’acquaio, fughe rocambolesche in cantina quando arriva a casa un ospite che l’ha conosciuta solo in abito da sera.
Ma a parte la cronaca esilarante (tra l’altro Monica, chiusa l’esperienza fornelli e acquaio, andrà anche a fare l’infermiera durante la guerra, e ci scriverà un altro betseller, "One Pair of Feet"), quello che più mi ha colpito sono i dettagli domestici, downstairs appunto. Di quando nelle case bisognava fare tutto, assolutamente tutto, a mano: niente salvezza dei cibi pronti o take away (la cuoca che spesso era anche la cameriera tuttofare, aspettava paziente, quando portava in camera da letto, al mattino, il tè, le disposizioni per il menu del giorno); niente supermarket: ogni giorno suonavano alla porta il garzone del latte, il macellaio, l’ortolano, che bisognava anche intrattenere, con tazza di tè in cucina ovviamente; niente aspirapolvere, lavatrice, lavastoviglie! Il retroscena dei dinner party sono le schiave come Monica, che dopo aver cucinato (e sbagliato il soufflé) per dieci, rimane alzata in cucina a pulire tutto. E le signore ingioiellate? Schiave anche loro: non tanto dell’acquaio, ma del non saper cucinare (neppure un uovo alla coque); delle cameriere che spiavano ogni conversazione; dell’intimità forzata.
Un libro che ho chiuso ridendo. Perché mi divertono davvero, questi libri vintage: da indossare (pardon: leggere) subito, come un abito vintage trovato in un mercatino. Per fortuna ci sono case editrici che li salvano e li ripropongono: come Elliott a Roma; come Astoria a Milano, che oltre ad aver portato in Italia la mia adorata Stella Gibbons (cominciate dal delizioso "I segreti di Sible Pelden" e non ve ne pentirete), ha appena pubblicato un altro piccolo gioiello, stavolta noir. "Le buone maniere", ovvero "Good behaviour" è stato scritto da Molly Keane, della nobiltà irlandese "hunting and fishing" anni Trenta ed è il racconto raggelante di una grande infelicità, nascosta tra sale da ballo e partite di caccia. E le immancabili "buone maniere", che non permettono di piangere mai, neppure a un funerale, e neppure, orrore!, di parlare dei propri sentimenti. Un racconto raggelante come quelle stanze enormi non riscaldate, per risparmiare (anche i ricchi vanno, lentamente, in bancarotta), in un castello in Irlanda. E’ la storia di una ragazza che nasce upstairs, una ragazza che vuole solo essere amata, e non lo è: non dalla madre, non dal padre perso tra gin e altre donne; non dal migliore amico di suo fratello. L’ho chiuso con una folata di gelo.
E infine, per ritrovare il vero umorismo scoppiettante e ingioiellato inglese, l’ultimo libro di Nancy Mitford tradotto in italiano: "Don’t tell Alfred", ovvero "Non dirlo ad Alfred" (Adelphi). Copertina super-chic come il libro. Lei, l'autrice, una vera aristocratica pazzerella: erano mitiche, e scatenate, le "sorelle Mitford". Qui, in non "Non dirlo ad Alfred", siamo negli anni Cinquanta, da Oxford a Parigi, dove la protagonista diventa "Madame l’Ambassadrice". Geniale.
Insomma: tre libri da tenere sul comodino se vi svegliate alle tre di notte. Io purtroppo –purtroppo perché certi libri inglesi anni Trenta sono il mio Prozac e il mio sonnifero - li ho già letti tutti e tre!

Felice: quanto giace sotto un fascio di luce, è felice.

Lunedì, 9 novembre 2015 @07:15

"Felice: quanto giace sotto
un fascio di luce, è felice."
(Franco Marcoaldi)
La luce inaspettata dell’autunno.

Il Buongiorno di oggi - che ha ancora la luce della mia passeggiata sul Carso, guardando il golfo di Trieste, ieri – è tratto dalla raccolta di poesie "Il mondo sia lodato", Einaudi.

Dove tu passi si fa autunno e sera.

Giovedì, 5 novembre 2015 @08:01

"Dove tu passi si fa autunno e sera."
(Georg Trakl)
Dove tu passi c’è un fruscio di foglie d’autunno, c’è il giorno che diventa notte, la carezza del buio. Ci sei tu.

Georg Trakl è uno dei primi poeti che ho amato, sottolineato, stropicciato, insieme a Neruda. Era un vecchio librino con il testo in tedesco a fronte, ce l’ho ancora. Di lui, di Trakl, sapevo poco. Sapevo che era austriaco, nato a Salisburgo nel 1887; lì, a Mirabell Park, ho poi ritrovato qualche anno fa, in una passeggiata con un amico, i suoi versi, in una lapide, in uno dei parchi più belli della città. Solo adesso – molto tempo dopo la prima lettura dei sedici anni – ho capito il suo tormento, l’amore troppo amore per la sorella, la vita allucinatoria di droghe e alcol, la guerra (la prima guerra mondiale fatta di trincee sanguinose), il suicidio o morte accidentale per cocaina. Ma per me Trakl rimane questo, questi versi che sanno d’autunno, di viali nei parchi, di buio compassionevole e foglie per terra. Anche per questo l'ho scelto come #spillo della settimana su Gioia. (Dove trovate, tra l'altro, un mio corvapezzo sui mercati - i food market dove si compra e si mangia - in giro per l'Europa!).

Mappamondo: ovvero un mese in aereo, da Stoccolma a Dubai, passando per la Cina.

Martedì, 3 novembre 2015 @08:50

Sono partita a fine settembre e finalmente sono a casa, nell'autunno del mio altrove. Ecco qualche frammento di diario di viaggio. (Il resto diventeranno articoli che leggerete presto… Shanghai, ad esempio, era su D di Repubblica di sabato). Ma questi sono frammenti. Per me, per voi.

STOCCOLMA
Si chiama EttHem, ovvero "una casa", e desideravo andarci da quando, anni fa, me ne ha parlato un’amica. E’ una casa-albergo, chiusa da un muro alto, con sole 12 stanze, un piccolo giardino e una veranda o meglio jardin d’hiver; i mobili sono pezzi unici del design scandinavo o sono stati fatti fare su misura. In una delle camere c’è un quadro bellissimo con tante tazze da tè, colorate; di un pittore olandese, mi spiega la proprietaria. (No, non dormo qui, purtroppo; ma sono venuta a visitare l’albergo e prendere un tè, da vera giornalista curiosa glamcheap). C’è una vasca da bagno in mezzo alla stanza; qui, d’inverno, è tutto ovattato di neve, si sta nella vasca a guardare il bianco e gli alberi fuori. In quel momento penso come sarebbe bello essere ricchi e tornare proprio qui, in questa vasca, nel mezzo dell’inverno, stare nell’acqua calda e profumata con una tazza di tè e guardare fuori dalla finestra. Ma poi penso che posso fare tutto questo a casa. La mia vasca. Il mio tè. La mia neve.

Fika. Da quando ho capito cosa vuol dire non ho smesso di ridacchiare. Perché a Stoccolma "fika" significa "caffè & pasticcini". Istruzioni: mai da soli, sempre in compagnia; possibilmente il venerdì pomeriggio, preludio al weekend, ma non solo. Orari preferiti: verso le 10, oppure le 15, quando i caffè si affollano. E’ la pausa dolce tipica svedese, ma reloaded: indispensabile una tazza di caffè (non paragonabile a quello italiano, ma pazienza), più un’intera sfilata di dolcetti, cominciando con i Kanelbullar, le "chiocciole" a spirale con cardamomo e cannella. Vado a Vetekatten, pasticceria storica del 1928, fondata da un’agguerrita donna imprenditrice tra l’altro; ora completamente ristrutturata. Dettaglio che mi colpisce: in tutti i caffè non c’è servizio al tavolo. Fai la coda al banco, scegli bevanda o dolci; poi il caffè te lo versi (quante tazze vuoi) da una specie di samovar che è in un angolo insieme alle tazze.

Libro di riferimento: in viaggio per Stoccolma leggo Millennium 4, ovvero "Quello che non uccide" (Marsilio), la nuova puntata della saga thriller di "Uomini che odiano le donne". Stieg Larsson, l’autore e inventore dell’agguerrita Lisbeth Salander e di Mikael Blomkvist, è scomparso qualche anno fa. Ma chi ha preso la penna (o meglio: il computer), al posto suo, David Lagercrantz, è bravissimo lo stesso. E il romanzo è tutto ambientato in una fredda Stoccolma.

CINA
La cosa più straordinaria di Shanghai è il fiume: con i cargo che scivolano, sembrano lenti ma sono veloci. Città di commerci e di incroci. A West Bund, l’ex zona dell’Expo dove ora la gente va a passeggiare, fare jogging, dove ci sono musei d’arte contemporanea straordinari come il Long Museum, tra le gru del porto. Mi ci porta un un amico architetto (romano, ma qui a Shanghai da undici anni), e in bici, nonostante le mie proteste. Guardiamo insieme i cargo passare sul fiume, le gru arancioni. Io penso alla gru antica e in disuso del Porto Vecchio di Trieste, che ha anche un soprannome: Ursus. E che una volta è stata strappata dagli ormeggi dalla bora. Glielo racconto. Sembra così lontano, e così vicino, il mio golfo, da qui.
La stanza del mio albergo ha una vasca che si appoggia alla finestra; una grande finestra vetrata, schermata da una persiana leggerissima; faccio il bagno guardando la sera che scende e i grattacieli di Shanghai. Piccolo lusso: i sali da bagno. Mando una foto al marito, l’Amorevole Consorte che è a casa. Adoro le vasche. Quelle con vista poi… Adoro gli smartphone che ti permettono di condividere, in tempo reale, (quasi) tutto, frammenti di vita lanciati alle persone a cui vuoi bene attraverso il telefonino.

Libro di riferimento: è in "Balzac e la piccola sarta cinese" (di Dai Sijie, Einaudi), che si racconta di come, durante la Rivoluzione Culturale, i cinesi fossero obbligati a strappare l’erba dal prato perché era "borghese"? Forse era in quelle pagine. Lette tanto tempo fa, quando la Cina era ancora per me solo un punto sulla mappa, e i primi ristoranti cinesi a Milano.

OSLO
Cammino per la seconda volta nella mia vita "sopra" una straordinaria architettura: l’Opera House, costruita dagli Snøhetta, è un capolavoro bianco sul porto, che scivola dolcemente verso il mare. E’ pieno di gente che viene qui anche solo a camminare. Architettura amica.
Andiamo a pranzo in un’osteria (ma si dirà, a Oslo, osteria?), diciamo un ristorante tipico, meravigliosamente vintage. Schrøder: decoro anni Cinquanta, rimasto intatto da allora. Sembra un film di Kaurismaki (sì, lo so che è finlandese, ma l’atmosfera è quella). Tavoli già occupati, qualche signore anziano da solo, signore con i capelli di messinpiega, un tavolo di trentenni. Tutti norvegesi, tranne noi, e il cuoco, che è pakistano: o meglio, pakistano norvegese, visto che è qui da vent’anni almeno, e che cucina pazientemente i piatti della tradizione. Polpettine di carne, puré di patate e piselli, una salsa aspra con delle bacche. Cibo dimenticabile, ma anche le ricette sono vintage. E l’imperturbabile cuoco pakistano. Quando si dice integrazione. Qui Jo Nesbø ha ambientato delle scene dei suoi thriller, qui viene a mangiare il suo detective Harry Hole, mi sembra di capire dalle copertine affisse alle pareti. Scenario da thriller.

Qui a Oslo c’è il più alto numero pro capite di auto elettriche, mi dicono. Io, che non riconosco un’auto elettrica da una normale, noto invece il più alto numero pro capite di baretti carini dove bere il caffè. Oslo è una città anti-Starbucks, che ha scoperto di recente la meraviglia aromatica dei caffè da tutto il mondo. Poltrone, wifi, caffè ottimo dal Guatemala o dall’Etiopia, persino il cappuccino non è male.

Libro di riferimento: non posso non pensare all’autobiografia fiume di Karl Ove Knausgård, che è, per l’appunto, norvegese (il primo volume è "La morte del padre", tutti Feltrinelli). In una bella libreria in centro le copie sono impilate e accostate accanto a quelle dell'altra opera extralarge che mi ha appassionato ultimamente: "L’amica geniale", di Elena Ferrante (e/o). Due narratori fiume, insieme in vetrina.

BEIRUT
Sporting Club: ovvero uno dei luoghi iconici di Beirut (scusate, mi è scappato l’aggettivo "iconico". Perversione da giornalista glam cheap). Sporting Club, dicevo, ovvero uno stabilimento balneare praticamente in città, arrampicato sulle rocce, che è lì dagli anni Sessanta, scampato a tutte le guerre civili e anche al glamour post (le sedie e le sdraio sono, purtroppo, quelle di plastica bianca che invadono il mondo). La vista è spettacolare. Mi porta qui un’amica libanese che vive a Londra: era il suo posto del cuore da ragazza; ogni volta che torna a Beirut, torna qui. Ci tuffiamo in acqua: il mare è pieno di onde, un mare straniero; il sole, in questa giornata di ottobre, scotta. Io penso con nostalgia all’Ausonia, il "bagno " (noi diciamo così, non stabilimento balneare) in centro a Trieste, meravigliosamente anni Trenta. Ti devo portare, le dico.
Una tazza, anzi due, dorate, fragili e bellissime insieme. Mi piacciono le tazze, ma queste sono davvero stupende. Sono a casa di una designer libanese, Karen Chekerdjian (ma di famiglia armena, come dichiara il cognome). La conosco per i suoi tavolini color oro a forma di bustina di cupcake rovesciata, che mi fanno allegria. Ma queste tazze, sembrano d’oro anche loro! Chiedo il permesso di fotografarle (da quando sono diventata un’addicted di Instagram?). L’unica altra volta che ho visto delle tazze così belle era a casa di Peter Cameron a New York; lui, uno dei miei scrittori preferiti. Ci sono dei momenti in cui, non vista, vorrei infilarmi certe tazze in borsa e portarmele via.

Ci sono case che portano ancora i segni della guerra. Ci sono grattacieli vuoti che, mi spiegano, erano quelli preferiti dai cecchini. C’è una discoteca famosa che è dentro un bunker, il capolavoro, pare, dell’architetto libanese più famoso: Bernard Khoury. All’alba il bunker si apre e una grande parete a specchio si alza e riflette la luce del sole che nasce. Potente metafora di un Libano che ha una voglia disperata di vivere, e vive di notte, sempre, anche durante la guerra. Io alle dieci di sera ho già sonno. Ci andrò la prossima volta, penso, mentre mi rifugio nella mia camera d’albergo e litigo, come al solito, con le luci (ma perché non riesco mai a capire come funzionano gli interruttori? E soprattutto, perché ci sono così tanti interruttori nelle camere d’albergo, e nascosti nei posti più impensati?).

Film di riferimento: non un libro ma un film, che ho visto anni fa e mai dimenticato. "La donna che canta". Girato da Dennis Villeneuve, regista canadese, e basato sulla piéce teatrale di un rifugiato libanese. Potente, tragico, straziante. Il Libano e la guerra degli anni '70, e una grande protagonista.

DUBAI
Ma esistono le tortore, a Dubai, o è un’allucinazione? Ci sono degli uccelli color bruno chiaro che sento tubare al mattino, nonostante le finestre sigillate dell’albergo; e che al pomeriggio vengono in piscina, qui in questa piscina assurda tra i grattacieli, dove i capanni di sera diventano alcove dove cenare, ed eventualmente fumare narghilè.
Io una sera ceno in camera, chiamo il room service e mi risponde il mio "dream maker". Davvero un peccato sprecare quest’occasione per una noodles soup, la minestra di verdure e spaghettini che è tutto quello che desidero quando sono in viaggio e non sto bene. Comunque il dream maker, constatato che non c’è sul menu, me la fa preparare lo stesso. Arriva con due fettine di limone accanto al piatto, da spremere dentro. Buonissimo, copierò. (Ho dovuto ricorrere al dream maker perché il menu è solo digitale, sullo schermo della televisione, e dopo aver litigato con il telecomando mi sono arresa. Odio i menu digitali, li metto nella lista insieme agli interruttori criptici).
Gita a un micro shopping mall: tutti gli uomini arabi vestiti di bianco impeccabile, seduti al caffè. Le donne vestite di nero, truccatissime, sotto il velo abiti e accessori firmati. Le borse sono quello su cui le donne arabe si scatenano, mi dice la proprietaria di un negozio: è una delle poche cose che si può vedere (o meglio mostrare), insieme agli occhi, truccatissimi, le sopracciglia disegnate perfettamente. L’abito bianco degli uomini mi affascina. Che cosa portano sotto, non saranno nudi come gli scozzesi sotto il kilt?, chiedo a un italiano che vive negli Emirati. Dei mutandoni alle ginocchia, spiega lui sorridendo. Alcuni abiti hanno una decorazione: una specie di nappina bianca attorcigliata che scende dal collo. Comunque sono così bianchi che mi fanno pensare al Dash.

A Dubai si può anche andare in autobus. Le fermate sono in vetro, ermeticamente chiuse, e con l’aria condizionata dentro.

Mi manca la pioggia, dice la ragazza calabrese che lavora nel negozio beauty dove mi propongono una seduta di nail art. Unghie davvero dipinte a mano, le mie da una ragazza giapponese appena arrivata da Tokyo, che ha con sé, avvolto in una specie di astuccio meraviglioso di bambù, i suoi pennelli personali. Scelgo il blu, come la protagonista del mio "Ultimamente mi sveglio felice"; e poi un disegno da una tavola infinita di possibilità: sulla mano destra, dei pois colorati come un dipinto di Damien Hirst; sull’indice destro, un frammento quasi di maiolica olandese, un paesaggio in bianco e blu a cui la ragazza giapponese aggiunge, in miniatura, una colomba. (O sarà una tortora araba?). Mi manca la pioggia, ripete la ragazza calabrese, che qui fa la parrucchiera: la ragazza a cui faceva spesso i capelli nel salone di Londra dove lavorava ha deciso di aprire un angolo beauty a Dubai e le ha offerto un lavoro. Ha un sacco di riccioli e parla italiano già con lo strano accento di chi vive da anni nel mondo. Le sue colleghe, tutte filippine, ci ascoltano parlare in italiano e ridono.

Libro di riferimento: persino io, lettrice onnivora, non ho riferimenti quando arrivo a Dubai, posto completamente fake, grattacieli e palme nel deserto. Per questo porto volentieri a casa un regalo, un piccolo libro di foto, quasi un notes, di un fotografo francese, Philippe Chancel (fa parte di una collana di piccoli quaderni fotografici che raccontano le città del mondo, Portraits de Villes, Les Editions Be-Pôles). Le foto sono quasi allucinazioni con l’aria calda del deserto: la Dubai che ho visto. Ma forse arriverà, qualche romanzo, dai tanti, tantissimi immigrati qui: più dell'80% degli abitanti viene da altre parti del mondo; trentenni inglesi expat che cercano fortuna, ragazze ucraine che lavorano negli alberghi, operai-schiavi moderni che arrivano dal Pakistan, dall’India, tuta ed elmetto in testa fuori dai cantieri della città. E no, non sono nelle fermate d'autobus con l'aria condizionata.

Questo giorno è un giorno di spine, di cose ghiacciate dentro cose nuove.

Lunedì, 2 novembre 2015 @09:42

"Questo giorno è un giorno di spine
di cose ghiacciate dentro cose nuove.
Di parole chiamate fin dal mattino
a pulire la camera mentale
tutta intasata di faccende.
Ma bisogna fermare ogni locomotiva
del pensiero, ogni muscolo servile.
mettere toppe alle fessure perché il mondo
non entri nella casa, col suo assillo
di urgenze messaggere. Cosa volete da me?
Lasciatemi un po’ sola. Un po’ silente.
Lasciatemi alla scuola dei morti
dove senza rumore si apprende
un vuoto appeso, presente nutriente"
(Mariangela Gualtieri)

Non mi piace Halloween. E non sono neppure andata, in questi giorni, a portare fiori al cimitero. Ma questi primi giorni di novembre, giorni di primo freddo, di buio che ci avvolge così presto, sono giorni in cui, sempre, scelgo fiori di carta e silenzio per ricordare chi non c'è più. Fiori di carta: oggi, quelli della poetessa Mariangela Gualtieri nella sua nuova raccolta, "Le giovani parole" (Einaudi). Leggo, chiudo la pagina e lascio spazio a quello che mi dice il silenzio dei morti.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.