Lisa Corva

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Cronache da Amsterdam: tulipani al museo, un museo solo di borsette, e un ristorante in una serra.

Lunedì, 29 febbraio 2016 @09:18

Le mie cronache di Amsterdam cominciano sotto la neve, io a piedi (non avevo osato la bicicletta) verso il Rijksmuseum riaperto da poco, e poi vedo quell’insegna: Latteria Milanese. Un piccolo bar dove entro scrollandomi i fiocchi di neve, in cerca di un espresso italiano. Latteria milanese! Quasi un cortocircuito temporale, adesso che le latterie non esistono più a Milano: io ne ricordo solo una, a Brera; per il resto ci sono solo panetterie glamcheap e sushi veri o fake. Il barista è italiano, un ragazzo entusiasta della nevicata ("sono abruzzese", mi dice, "quanto mi manca la neve!"; dev’essere il primo italiano che incontro all’estero che non è nostalgico del mare e del sole…). Poi smette di nevicare e io ritorno tra i tulipani.
-Tulipani ovunque, anche al museo. I tulipani sono, com’è giusto, la prima cosa che noto arrivata in aeroporto: coloratissimi, avvolti a mazzi in carta bianca e blu con due olandesini che si baciano. Super-kitsch ma affettuoso e divertente. E al primo caffè ancora in aeroporto, una piccola sorpresa: in un piattino, gli Stroopwafel, i biscotti tondi al caramello che adoro. Qui li danno insieme (o al posto) della bustina di zucchero. Amsterdam calorica! I tulipani li ritrovo poi, fiammeggianti, in uno dei più bei caffè dentro un museo che io abbia visto: quello del nuovo Rijksmuseum, appunto (era stato chiuso per restauri dieci anni, ed ha riaperto nel 2013), dentro un grande atrio luminoso, con la luce nordica che abbaglia dall’alto. Sul bancone del caffè sono infilati, uno per uno, in una specie di piramide di ceramica a motivi bianca e blu, quella tipica di Delft: sono i porta-fiori tipici inventati qui nel Seicento (li vedrò poi nella collezione del museo, insieme alla luce silenziosa dei quadri di Vermeer). Gli stessi che ritrovo in un bell’albergo dove vado a prendere un caffè, da vera curiosa di design: è l’Andaz, disegnato da Marcel Wanders, olandese fascinoso e barocco che ho incontrato varie volte in questi ultimi anni da giornalista glamcheap. L’Andaz è un capolavoro di barocco contemporaneo; e anche il caffè è ottimo. Mi guardo riflessa in uno specchio dove Wanders ha messo, come decorazione, decine di cucchiai e cucchiaini uno diverso dall’altro: un’idea da copiare?
-Borsette? Sì, borsette, per un museo tutto dedicato a loro. Si chiama Tassenmuseum Hendrikje http://tassenmuseum.nl/en/ , dal nome della signora bag-addicted che mise insieme la collezione: più di 5000 borse e borsette, qui in mostra. Dalle prime bisacce del Medioevo, alle Châtelaines (le catene, spesso d’argento, legate in vita o a una borsa appunto, a cui le signore d’antan appendevano forbicine, ditali da cucito, sali…), borse di perline o ricamate, di piume di pavone o di struzzo, di bachelite; borse con il logo e borse da uomo (le doctor’s bags); la mitica 2.55 di Chanel, dal mese e anno in cui fu inventata (ricordate? La piccola borsa matelassé con la tracolla). E finalmente qualcosa che ho anch’io: "I’m not a plastic bag", una borsa di tela di Anya Hindmarch con la scritta ben cucita in vista, lanciata in edizione limitata dalla designer inglese, per cui anni fa ci si accapigliò in Corso Como (io ce l’ho, forse è il caso di tirarla orgogliosamente dall’armadio, quest’estate?). Esco (il museo è in una bella casa antica sui canali) e, confesso, mi gira la testa. Un altro caffè?
-A pranzo in una serra, e una lobby al sesto piano. Salto la più classica Amsterdam, che mi era così piaciuta la mia prima volta (compresi i giri in bici, la casa di Anna Frank e Van Gogh), e decido di godermi i lati più nascosti. Ad esempio, un pranzo dentro una vecchia serra ristrutturata, con tanto di cicogna sulla ciminiera (è il ristorante De Kas: http://www.restaurantdekas.nl ). E prendo un tè nell’albergo in cui sono stata invitata, anche perché i tavolini sono gold e la vista è straordinaria. Sono al W Hotel, e la lobby, stranamente, non è al pianterreno, ma al sesto piano, con vetrate da cui godersi i tetti e i pinnacoli della città. E un camino! Quasi quasi non viene voglia di uscire… Il W Hotel è in un vecchio massiccio ufficio postale, e nell’edificio di fronte, un’ex banca, è stato appena aperto X-Bank, un negozio di moda e design solo olandese, un trionfo technicolor. Avevo conosciuto gli architetti, gli israeliani Baranowitz Kronenberg http://www.baranowitzkronenberg.com , durante un reportage design su Tel Aviv, per Elle Decor. Poi, a cena, mi raccontano dove si sono sposati: a Lucca! Lui al terzo matrimonio, lei al secondo, per accontentare soprattutto una delle bambine che sognava un matrimonio da favola… E forse è vero, che cosa c’è più da favola di un matrimonio in terra straniera? Per una bimba cresciuta tra il mare e i grattacieli di Tel Aviv, è la Toscana con i suoi palazzi rinascimentali; per una bimba toscana, forse, è sposarsi tra i canali di Amsterdam.

Quel che la pazienza di una donna può sopportare, e la determinazione di un uomo può ottenere.

Venerdì, 26 febbraio 2016 @16:12

"Questa è la storia di quel che la pazienza di una donna può sopportare, e che la determinazione di un uomo può ottenere".
(Wilkie Collins)
Oppure, il contrario: dateci più uomini pazienti, e più donne determinate!

Questa è anche la storia di uno #spillo che è uscito sbagliato su Gioia di questa settimana (nel senso: con la firma sbagliata!). Misteri del web, anche per Wilkie Collins, la mia nuova passione inglese (il romanziere dell’Ottocento amico di Dickens che Fazi sta ripubblicando, la frase che leggete è tratta da "La donna in bianco"). Io nel frattempo sono appena tornata da Amsterdam, un altro viaggio glamcheap (sì, come la protagonista del mio secondo romanzo) tra canali, musei, tulipani e molto, molto design. A presto le cronache olandesi!

Cronache da Parigi: unghie color Toits de Paris, i pesci volanti di Gehry e un incontro con Camille Claudel.

Martedì, 23 febbraio 2016 @06:43

Cos’ho riportato da Parigi? Innanzitutto, le mie unghie ora dipinte di uno strano colore, un grigio ardesia luminoso, per me il colore dei tetti di Parigi, almeno come li vedevo dalla finestra della mia stanza (stanze, plurale: sono passata dal Marais ai tetti più brillanti e chic di avenue George V. Ma sempre bellissimi). La manicure è stata un vero capriccio: uscendo da un appuntamento di lavoro (bè, semi-lavoro!), ho visto un negozio tutto colorato e non ho saputo resistere, ho preso appuntamento come fossi stata una vera parigina. Ecco allora, seguendo l’ispirazione delle mie unghie, i miei frammenti di luce grigia parigina:

- Pioggia nel Marais. Mi piace sempre il Marais, non c’è niente da fare. Mi piace quando comincia a piovere fine fine, una scusa per entrare in un negozio a caso e bearsi di tutte le cose e belle sugli scaffali. Mi piacciono le vetrine dei cioccolatai, che sembrano gioiellieri; dei fioristi, che sembrano atelier di pittori; e le boutiques dove avrei comprato di tutto… A proposito di boutique: sono stata ovviamente nella mia ultima scoperta, The Broken Arm, un negozio che ho raccontato su How To Spend It Italia (dove, come sapete, ogni mese ho una rubrica da Ragazza dallo Sguardo Prezzante). Nome sofisticato (è una citazione di un’opera di Marcel Duchamp, uno dei suoi ready made: "In Advance of the Broken Arm"), tre amici trentenni, abiti mooooolto di ricerca (no, non mi sarei comprata nulla), ma un bistrot molto divertente dove ho mangiato benissimo (dieci e lode per un salmone con puré di sedano e limoni confit). Mi piacciono i locali mix: negozi dove si può anche bere un caffè, caffè dove si possono anche comprare fiori, musei dove ci si ferma a mangiare e fare people watching…E poi mi piace seguire le persone che conosco per lavoro: Emmanuelle Sawko ad esempio, che ho conosciuto a Dubai, dove ho raccontato (sempre per il How To Spend It Italia), il suo magnifico store con bistrot, Comptoir 102, a pochi spiaggia dalla spiaggia. Lei, che è a Dubai per caso, ma in realtà parigina, ha appena aperto a Parigi un juice bar, sempre nel Marais appunto, in rue Charlot: Wild and The Moon http://www.wildandthemoon.com . Sono andata ed ho assaggiato la specialità: una bevanda super detox fatta di latte di mandorle, datteri, vaniglia e… carbone! E davanti c’era la manicure con il color Toits de Paris che mi aspettava, impossibile resistere. Ultima tappa nel Marais? Mariage Frères, la bottega di tè più bella del mondo, dove compro il tè che beve al mattino, che viene da Ceylon. Un piccolo grande lusso solo entrare in quel negozio profumato.
- Pesci volanti alla Fondazione Vuitton. Per me che scrivo di architettura, e che amo le curve ondulate di Frank O. Gehry (la meraviglia del suo Guggenheim a Bilbao, che cambia colore con la luce!), è stato davvero emozionante mettere piede per la prima volta nella nuova Fondazione Vuitton, al Bois de Boulogne, dove il multi-magnate che sta dietro al marchio Vuitton (e non solo) ha commissionato all’archistar un museo. Mi è piaciuto? Sì e no. Forse la cosa che più mi ha conquistato sono i pesci volanti, sempre disegnati da Gehry, nel bistrot del museo, dove ci siamo fermati a pranzo (lo so, mi ripeto: ma quando amo i caffè nei musei!). E l’installazione di Olafur Eliasson nello spazio esterno, specchi e lastre gialle e giochi di luce. Perfetti per i selfie, ovviamente, che io amo: sono un modo di giocare, a qualsiasi età, e di appropriarsi dell’arte, perché no?
- Rieccoti, Camille. Un altro museo, un altro incontro. Camminiamo nel grigio chic di Parigi per andare in un altro museo, stavolta il Musée Rodin, appena riaperto nell’Hotel Biron, con un piccolo giardino segreto, e le sue statue proprio nel verde pieno di promesse. Il pensatore, certo… Ma mentre guardo tutti i capolavori del grande scultore con la barba, entro in una stanza dedicata a Camille Claudel. Camille, mi ero dimenticata di te! Una delle poche, pochissime scultrici donna al mondo. Una bella ragazza, sguardo fiero, che a 18 anni incontrò Rodin, allora già ultraquarantenne, ma patriarca con la barba, e se ne innamorò disperatamente. La fine della loro storia d’amore portò Camille alla pazzia… Detto così è molto da feuilleton, i romanzi anzi romanzoni dell’epoca (e qui nel museo ecco i due grandi eroi del romanzo francese, Balzac e Hugo, entrambi diventati bronzi di Rodin). Ma in fondo è quello che successe. Guardo una delle sue opere, La Valse, un vero ballo, una coppia persa in un abbraccio, nei passi di una danza che è quella misteriosa e magica di una storia d’amore; leggo che Camille la creò dopo una storia con Debussy, avuta forse per ingelosire Rodin. E lui, perché la rifiutò, lei così giovane, talentuosa e bella? Perché, come dice un’amica, era più brava di lui? Esco nel giardino. I primi timidi boccioli, la primavera non è lontana.
-
E poi? Poi Parigi è un caffè "bien serré" (ma non c’è niente da fare, ordini un ristretto e te lo portano lungo lo stesso); è andare a sorpresa nella casa atelier di un pittore, Alexandre Carin, amico di amici, che ti serve il tè verde aromatizzato con dei limoni secchi che vengono dalla Persia, e scoprire i suoi quadri mentre la luce di Parigi, fuori, si addolcisce e diventa twilight; è ordinare una coupe de champagne (anche due). Respirare Parigi.

L’universo è fatto di storie, non di atomi.

Lunedì, 22 febbraio 2016 @08:01

"L’universo è fatto di storie, non di atomi."
(Muriel Rukeyser)
Chiudi gli occhi e pensati così: in una danza lucente di storie-atomo, vibranti nell’universo.

Muriel Rukeyser è stata una poetessa americana, molto impegnata politicamente, morta a New York nel 1980.
La sua frase mi è arrivata così, raccolta per strada – strade, che sono danze lucenti di storie-atomo – da un’amica che vive a Londra: "The universe is made of stories, not of atoms". Mi piacciono queste frasi raccolte per strada, queste schegge lucenti di poesia all’angolo di una via, sul marciapiede, in metropolitana. Mi piace quando la città mi parla. Ieri, nel Marais, a Parigi, ho visto una frase graffitata sul muro che voleva solo essere raccolta, instagrammata, memorizzata: ed eccola qui: "Tous les hommes meurent, mais seuls certains vivent". Tutti gli uomini muoiono, ma solo alcuni vivono. Sì, le città parlano. Bisogna solo saper ascoltare.
Intanto, in edicola, mi trovate su Gioia: oltre allo #spillo della settimana, c’è un mio reportage eco-moda. Ovvero il viaggio di una T-shirt, seguendo – fino in Cina! – le tracce di una T-shirt H&M. Ma anche l’intervista a due autrici americane di un libro divertente, su quel che succederà quando i giornali femminili diventeranno… un’app (sta già succedendo, peraltro). E infine, il mio debutto su Vogue: sono sul numero di febbraio, tutto dedicato alla felicità, con un’intervista al graphic designer mito Stefan Sagmeister, e la sua mostra The Happy Show che ho visto a Vienna. L’universo è una danza lucente.

Respirare Parigi.

Martedì, 16 febbraio 2016 @09:46

"Respirer Paris, cela conserve l’âme"
(Victor Hugo)


Bisogna respirare Parigi. Così mi ha detto, tempo fa, un architetto francese (poi diventato anche mio amico!), quando l’ho intervistato per D di Repubblica. Umberto Napolitano, socio con Benoît Jallon di LAN Architecture http://www.lan-paris.com , in realtà è nato a Napoli. E’ innamorato della Grecia: "Un’architettura per me mitica è il monastero della Panaghia Chozoviotissa ad Amorgos. Le isole greche per me sono un vero laboratorio: estate dopo estate, le sto scoprendo tutte, una vera ossessione". Ma è Parigi la sua città… "Parigi è per me come una donna sublime. La ami, e poi a un certo punto la odi perché è fredda, altera, mai completamente tua. Eppure, ogni volta che torno dall’aeroporto, dopo un viaggio, quando attraverso la Senna ripenso alle parole di Victor Hugo: Respirer Paris, cela conserve l’âme". Respirare Parigi conserva l’anima. Per questo sono contenta: domattina parto. Parigi mi aspetta. Bisogna respirare Parigi!

Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Lunedì, 15 febbraio 2016 @09:32

"Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio tra le due carrozze, per poter guardare dai finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande."
(Lucia Berlin)
Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Che bello anche scoprire una scrittrice nuova. Lei è Lucia Berlin; il libro, che si intitola "La donna che scriveva racconti" (Bollati Boringhieri, traduzione Federica Aceto), uscirà il 19 febbraio (sì, è un piccolo grande lusso, quello di poter leggere, a volte, dei libri in anteprima). Chi era Lucia Berlin? Vi dico solo questo: a 32 anni aveva già alle spalle tre matrimoni, quattro figli, e vari tentativi di disintossicazione dall’alcol; nata in Alaska nel 1936 (il padre era un ingegnere minerario), passò l’infanzia nelle cittadine minerarie tra Idaho, Montana e Washigton; e poi ancora El Paso e Santiago del Cile. E poi… Poi tutta la sua vita è stata nomade; città e amori, e lavori per sopravvivere, l’infermiera, la donna delle pulizie (il titolo in inglese del libro è infatti "A manual for cleaning women"), e poi ancora traduttrice, insegnante… Tutto un mondo americano che viene filtrato e diventa, appunto, racconto. C’è la launderette, la lavanderia a gettoni, con i suoi assurdi incontri, nel primo che apre la raccolta; e poi ancora storie di traslochi, di centri di detox nel deserto, di diner di periferia, di campi di lupini fioriti nel Texas e spiagge messicane. Ci sono umiliazioni e innamoramenti e disperazione e momenti di incredibile felicità. C’è l’incredibile bravura di saper distillare tutto questo in un racconto. L’avete capito: sono conquistata. Anche se Lucia Berlin è quanto di più lontano dai miei cult, dalle mie romantiche ironiche scrittrici inglesi di inizio Novecento. Ma forse, mi piace proprio per questo. Per questo saperci trasportare in una lavanderia a gettoni nell’America degli anni Settanta. O negli odori del deserto ai confini con il Messico, un deserto dove non sono mai stata, ma che mi sembra già di poter amare. (Anche se non ho idea di che cosa sia la "caliche", ho dovuto controllare: un carbonato di calcio, una roccia, quella su cui probabilmente cresce la sagebrush o artemisia del racconto. Non vi sembra quasi di stare passeggiando lì?).

Tutte le curve di questo amore.

Giovedì, 11 febbraio 2016 @11:16

"Che cosa è diritto? Una linea può essere diritta, o una strada, ma il cuore no, è curvo, come una strada attraverso le montagne."
(Tennessee Williams)
Tutte le curve di questo amore.

E’ lui, Tennessee Williams, lo scrittore americano di "Un tram chiamato desiderio". Bella, vero, questa frase che è come una strada di montagna, o una strada su una costiera con vista mare, la strada di un amore? E’ il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Compratemi, anche perché c’è uno dei corvapezzi che più mi sono divertita a scrivere ultimamente: "Non aprite quello smartphone", sui segreti dentro i telefonini.

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili.

Mercoledì, 10 febbraio 2016 @09:44

"Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili".
(C.S. Lewis)

To love at all is to be vulnerable.

Bella questa frase che ho incontrato per caso: è di C.S. Lewis, l’autore di "Le cronache di Narnia". Forse solo un uomo che scriveva favole fantastiche piene di mostri ed atti di coraggio (ma anche era anche uno studioso, un teologo, un accademico prima a Oxford e poi a Cambridge), poteva riassumerlo così. Amare è togliersi la corazza, deporre le armi. Ma è anche, allo stesso tempo, essere capaci di coraggio. Forse semplicemente il coraggio di mostrarsi vulnerabili.

Trascrivo la pagina, per chi ha voglia di leggerla in inglese. Mi colpisce quel cuore che, se non vogliamo si rompa o si graffi, va chiuso in una cassaforte o nella bara del nostro egoismo. Così da non avere più un cuore...

"To love at all is to be vulnerable. Love anything and your heart will be wrung and possibly broken. If you want to make sure of keeping it intact you must give it to no one, not even an animal. Wrap it carefully round with hobbies and little luxuries; avoid all entanglements. Lock it up safe in the casket or coffin of your selfishness. But in that casket, safe, dark, motionless, airless, it will change. It will not be broken; it will become unbreakable, impenetrable, irredeemable. To love is to be vulnerable."

Provo a tradurre:
"Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Ama qualsiasi cosa e il tuo cuore sarà stretto in una morsa e forse spezzato. Se vuoi essere sicuro che il tuo cuore rimanga intatto, non devi donarlo a nessuno, neppure a un animale. Avvolgilo con cura tra passatempi e piccoli lussi; evita ogni coinvolgimento. Mettilo al sicuro nella cassaforte o nella bara del tuo egoismo. Ma in quella scatola chiusa, al buio, al sicuro, senza ossigeno, cambierà. Non si romperà, certo. Diventerà indistruttibile, impenetrabile, irredimibile. Amare, però, è essere vulnerabili".

E se a te non piacesse quello che sei? Dove trovi i pezzi per trasformarti in un altro tipo di persona?

Martedì, 9 febbraio 2016 @10:00

"E se a te non piacesse quello che sei? Dove trovi i pezzi per trasformarti in un altro tipo di persona? Può essere qualcosa che leggi in un libro, o un gesto che vedi per strada? Il mezzo sorriso di un insegnante, il modo di camminare di una ragazza sulla spiaggia."
(Amy Hempel)

Un pezzettino di un libro che mi ha fatto pensare. E’ tratto da un #librochemiaspettava: "Ragioni per vivere", Mondadori, racconti dell’americana Amy Hemel (con la traduzione di Silvia Pareschi). Già. Come diventare altro da quello che siamo? Ma in fondo non lo facciamo sempre, quando clicchiamo su belle foto di fiori e tazze di tè su Instagram; quando guardiamo una, due volte il look di una modella su un giornale, quell’accostamento che forse potremmo osare (io mi sono innamorata di una delle ultime copertine di Gioia, la sottoveste quasi vintage portata insieme a una giacca di jeans); quando ammiriamo la tavola ben "impaginata" di un’amica, i suoi asciugamani, ci fidiamo del consiglio di un libro? Ispirazione.

Quando una città è shiny grey, grigio luccicante.

Lunedì, 8 febbraio 2016 @13:44

Così Sartorialist, ovvero Scott Schuman, il blogger di moda più famoso del mondo, mi ha raccontato la sua New York, quando l’ho intervistato per How To Spend It Italia. Ecco l’intervista, che è uscita sul numero di gennaio. E un sorriso per la sua passione per le scarpe (in questo è come il Consorte. Chi l’ha detto che agli uomini non piacciono gli accessori?).

"Il colore di New York? Per me è grey, grigio. Ma un grigio positivo, il grigio del cemento, dei marciapiedi, dell’asfalto, dei grattacieli di vetro. Ed è "shiny", luccicante: perché la città brilla. Le scritte al neon, i marciapiedi dopo la pioggia, i taxi gialli…
Amo questa città a partire dalle sue strade, le strade dove raccolgo impressioni e ispirazione per il mio lavoro: street style, ma non solo. La amo e me la godo il weekend, quando esco, presto come al solito, per andare in palestra. Durante la settimana, alle 7; il sabato e la domenica, alle 8. Senza sgarrare. Prendo la bici – è una Linus, fantastica - e vado nella mia gym, Equinoxe. Un’ora di training e poi almeno mezz’ora di corsa. Colazione? Diciamo che non mi sveglio senza caffè: prima di uscire, un paio di Nespresso; tornando dalla palestra, mi piace fermarmi da Starbucks. Poi, a casa, mi faccio una doccia e mi vizio con i prodotti per il corpo Kiehl’s, che compro qui in città. Dopo, shopping. Per shopping intendo anche "window shopping", ovviamente: mi piace fare un giro nei miei quartieri preferiti, Soho e Nolita, dare un’occhiata alle vetrine, vedere che cosa c’è di nuovo. Mi fermo da Prada, e nell’Apple Store; mi piace J. Crew, Nike per l’abbigliamento sportivo, Ralph Lauren, e Leffot, un fantastico negozio dedicato alle scarpe, la mia passione. Non necessariamente compro: i miei acquisti guardaroba li faccio soprattutto in Europa; qui a New York trovo che manchi un concept store all’altezza di 10 Corso Como e Antonia a Milano, o Colette a Parigi. A Manhattan compro invece libri: perché, confesso, alle scarpe riesco a resistere, ai libri no. Soprattutto quelli di fotografia e di storia delle città. Le mie librerie preferite? Strand, un vero cult, anche per i volumi rari e usati; McNally Jackson, che ha un bel caffè. E che orgoglio quando vedo i miei tre libri sugli scaffali! Il weekend è comunque soprattutto dedicato alle mie figlie, che ora hanno 13 e 16 anni. Il giro shopping è anche per loro, con tappe obbligate da American Eagle e Converse. E forse il mio luogo del cuore in città è un piccolo parco, Bleecker Playground, dove le portavo da bimbe. Ogni volta che ci passo vicino rivedo loro da piccole, le mie prime foto, essere padre. Con le mie ragazze il sabato pranziamo insieme, spesso da Mercer Kitchen, a Soho appunto. Poi il mio sabato ideale prevede un cinema nel pomeriggio, magari da Angelika o Sunshine, dove hanno una programmazione di ottimi film non mainstream. E infine, un early dinner. Mi piace il cibo messicano, come i burritos o i tacos che trovo da Rocking Horse. Ma la sera del sabato, sto a casa, con le mie ragazze, e la mia fidanzata. Molto easy, molto relax. Viaggio così tanto per lavoro, che godermi la casa, quando sono a New York, è un vero lusso. Anche se è un piacere viaggiare: come a gennaio, quando a Pitti Uomo, a Firenze, ho presentato la mia nuova collaborazione moda, una capsule collection con Roy Roger’s: The Sartorialist Roy Roger’s.
Ma torniamo al mio weekend newyorchese. La domenica mattina di nuovo palestra. Oppure, se il tempo è bello, mi piace andare a correre, lungo il fiume, su West Side Highway. Porto le cuffie e ascolto Sports Talk Radio: mi piace il baseball, ma soprattutto trovo rilassante una radio che parli solo di sport… Domenica è anche brunch, con la mia fidanzata, con gli amici: non sono molto esigente con il cibo, lascio volentieri scegliere agli altri. Ma sono sempre contento quando finiamo da Gemma, Morandi, o Barbuto, ristoranti italiani dove ordino … il pollo arrosto. Cucina italiana interpretata all’americana! Il weekend ideale per me finisce guardando un film sul divano, a casa. Io e la mia fidanzata cerchiamo su Apple Tv o iTunes vecchie commedie in bianco e nero, con Fred Astaire o Cary Grant; ma anche documentari. Ultimamente mi sono appassionato a quello su un fotografo americano della prima metà del Novecento, Walter Rosenblum, "In search of Pitt Street", tanto che ho appena comprato un libro su di lui. Perché sì, mi piacciono i documentari. Mi piace capire e pensare ai vari strati e stratificazioni, nel tempo, delle città. Forse per questo nelle mie fotografie di street style cerco sempre di inquadrare le persone nel contesto urbano: la strada, le automobili, la segnaletica stradale, e quella che io chiamo "street furniture", l’arredo urbano. Così tra cent’anni, magari, se qualcuno guarderà una mia foto vedrà un pezzo di vita e di città, non solo un abito".

Poteri magici di un bagno caldo.

Giovedì, 4 febbraio 2016 @09:32

"Ecco come si fa. Si entra in una vasca piena d’acqua, adagio, senza fretta. Ci si sdraia e si aspetta che la superficie sia perfettamente liscia. Poi si respira a fondo, si immerge la testa sott’acqua e si ascolta la giocosità del cuore".
(Amy Hempel)
Poteri magici di un bagno caldo.

Un #librochemiaspettava: "Ragioni per vivere", Mondadori. Mi ha aspettato per anni, anche perché è di racconti, un genere che non frequento molto. Ma una sera, una sera in cui volevo leggere qualcosa di breve, una storia piccola, che finisse presto, l’ho preso in mano. Ed eccomi nel mondo della scrittrice americana Amy Hempel. E sì, mi è piaciuto. Perché ci sono racconti che sono come un bagno caldo. Perché un bagno caldo e profumato è una terapia per moltissime cose. Eccolo, dunque, il mio #spillo di questa settimana su Gioia.

Ci sono persone che si gettano a capofitto nella vita, e altre che per la vita vagabondano: lei, nella vita, sedeva.

Mercoledì, 3 febbraio 2016 @09:56

"Ci sono persone che si gettano a capofitto nella vita, e altre che per la vita vagabondano: Mrs Vesey, nella vita, sedeva".
(Wilkie Collins)

Che fare, dunque, in questo grigio opalescente febbraio? Per il momento quel che desidero è stare seduta (seduta è troppo poco, diciamo sdraiata) sul divano a leggere. Per questo sono grata di essere potuta affondare nelle quasi 700 pagine di "La donna in bianco" (Fazi, traduzione di Stefano Tummolini): un romanzone dell’Ottocento, il primo che leggo di Wilkie Collins, ovvero una specie di Dickens giallista dell’epoca. Inizia con una donna vestita di bianco che si aggira per le strade di Londra come un fantasma, e prosegue, un colpo di scena dietro l’altro, attraverso la voce del giovane protagonista, un maestro di disegno spiantato; la svaporata ereditiera di cui si innamora; la sorella intraprendente; un conte italiano fosco come il suo nome; l’avvocato, la cameriera… Desideri di febbraio? Un altro Wilkie Collins!

Non amo l’amore. Amo l’amicizia: la montagna.

Martedì, 2 febbraio 2016 @09:58

"Non amo l’amore. Amo l’amicizia: la montagna".
(Marina Cvetaeva)

Pigra e contemplativa, ho sempre pensato all’amore come a un rifugio davanti al mare. Una nuotata, un immergersi. Al massimo, una passeggiata sulla riva. Forse per questo mi ha colpito la frase di Marina Cvetaeva, irruente poetessa russa di inizio Novecento, una donna che vedeva le relazioni – soprattutto quelle con gli uomini, certo – come delle arrampicate in alta montagna, vette da raggiungere e conquistare, panorami inaspettati, la fatica, l’ossigeno, il mondo dall’alto. "Nell’orografia cvetaeviana il cielo della passione fraterna è sempre ripidissimo, declive: rupe scoscesa, roccia a picco", scrive Serena Vitale nell’introduzione a "Le notti fiorentine" (Voland), piccolo libro di lettere poetiche che mi aspettava nella nuova libreria milanese Verso. Vado avanti, e sorrido: la Cvetaeva, esule russa negli anni Venti a Berlino, quando lascia la città chiede agli amici, per lettera, quelle "Bergschuhe tedesche", robuste scarpe da montagna, suo sogno e desiderio. Perché per camminare verso vette impervie emozionali ci vogliono scarpe giuste, e la Cvetaeva lo sapeva. Io, per quel che mi riguarda, rimango al mare.

Pourquoi pas. (Messaggi urbani: una felpa mi parla).

Lunedì, 1 febbraio 2016 @09:35

Pourquoi pas.

L’altro giorno, in autobus, ho visto salire una donna con una felpa che si intravedeva dal cappotto aperto, e queste due parole scritte sopra: Pourquoi pas. Così, semplice, senza neppure il punto di domanda. Giusto, pourquoi pas? Perché no? Perché non osare, scrivere, amare, sorridere, provarci? Ma forse è anche un messaggio rivolto al mondo, a chi legge sulla felpa: perché no, mondo? Perché non sorridermi, darmi una chance, perché non mi ami, perché non mi ami di più?
A volte la città mi parla: fotografo scritte sui muri, graffiti, messaggi urbani. Questa è la prima volta che una felpa mi parla. Mi sembra un buon messaggio per il primo lunedì di un grigio opalescente febbraio.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.