Lisa Corva

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E’ di nuovo primavera. La terra è come un bambino che conosce poesie a memoria.

Giovedì, 31 marzo 2016 @07:48

"E’ di nuovo primavera. La terra è come un bambino che conosce poesie a memoria."
(Rainer Maria Rilke)
Primavera, sbocciano poesie.

Questo frammento di "Sonette an Orpheus" del sempre criptico (per me almeno) Rilke è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Stavolta ho provato a tradurre io: "Frühling ist wiedergekommen", è di nuovo primavera; o forse, ripensandoci, "la primavera è tornata". Il piacere di entrare dentro una lingua straniera e farla propria. Il piacere di cercare ovunque, negli alberi che stanno fiorendo, nei prati, nei giardini di città, i primi segni della gloriosa primavera. Avete anche voi un giardino, un parco, un albero, un terrazzo preferito, che guardate ogni giorno, curiosi di come cambia, di ogni nuovo colore e bocciolo? Io sì. La primavera per me comincia con i crochi viola che spuntano allegri in un giardino di semiperiferia.

Cronache da Hong Kong. Un negozio di scarpe con un caffè, scale mobili tra i grattacieli, noodles and dumplings soup, e prendere lo Star Ferry al tramonto.

Martedì, 29 marzo 2016 @09:10

"A place for women with a past and men with no future", un posto per donne con un passato e uomini senza futuro. Così ha commentato un’amica inglese giramondo (dopo aver vissuto a Hong Kong ora è a Tokyo) il Foreign Correspondents’ Club, ovvero un angolo della Hong Kong coloniale sopravvissuto tra i grattacieli. Un club privato in un vecchio palazzo fine anni ‘40, dentro tutto boiserie, un grande bar-bistrot dove i soci possono andare a lavorare, bere un drink, alla parete gli orologi d’epoca con le ore del mondo. Così si lavorava prima di Internet. Ma il FCC è ancora vivo, pieno di chiacchiere e gente, sogni e pettegolezzi e ricordi. Fascinoso, soprattutto per chi ama il rétro come me. E infatti non ho saputo resistere e, prima di partire, sono andata anche a prendere il tè delle cinque al Peninsula Hotel (una delusione: c’era un solo unico "cucumber sandwich", i dolcetti non erano granché, per fortuna gli scones erano caldi e sono arrivati con "clotted cream" e marmellata, come di rigore).
Ma questa è Hong Kong di una volta, la vecchia colonia inglese; adesso è un mix di Cina e New York, tutto organizzatissimo, metropolitana impeccabile, la città che si gira con passaggi sopraelevati o dentro gli shopping center, e persino scale mobili che si inerpicano all’aperto, sulla collina. E più degli scones mi è piaciuta la "noodles and dumpling soup "(ovvero un brodo con dentro sia noodles, spaghetti, che dumplings, ravioli) che andavo a prendere in un ristorante dentro una shopping mall, ovviamente! Diciamo una specie di pizzeria taiwanese… Adoro le noodles soup, e se solo questa fosse all’angolo con casa mia ci andrei una sera sì e una no.
Altre cose meravigliose di Hong Kong, e le scrivo qui alla rinfusa, in quello che è il caleidoscopio vivente della città: la Shoe Library, circa 2000 metri quadrati di scarpe con un caffè dentro (mi sono provata la mia nuova ossessione, le ballerine "lace up", che si allacciano alla caviglia, ma no, non le ho comprate, primo perché erano italiane, secondo perché erano assolutamente fuori budget). Upper House, un fantastico albergo e ristorante con vista sulla baia, dove sono finita perché ho intervistato André Fu, nuovo gentile designer emergente asiatico, che ha progettato l’interior sia della Shoe Library che di Upper House (e così mi sono lavata le mani in uno dei bagni più scenografici in cui sia mai stata, con vetrate vertiginose sui grattacieli e le colline tropicali). Gli incensi profumati del tempio di Man Mo. I cinque piani di Police Married Headquarters, un edificio anni '50 dove abitavano i poliziotti sposati in città, e dove ora ogni stanza è diventata un caffè, un piccolo atelier di moda o design, una libreria… E poi ancora gli incontri: con Pearl Lam, potentissima gallerista cinese con i capelli dipinti di viola, che arriva, come in un film, in una limousine nera coi vetri oscurati; e prima dell’intervista vuole assolutamente che io assaggi una gelatina di "water chestnut", castagne d’acqua, che la sua assistente è andata a comprarle in un vicolo, immagino (per tutta l’intervista, più che d’arte, abbiamo parlato di cibo!). Enrico Marone Cinzano, vero gentleman, discendente del conte Cinzano, proprio lui, quello del vermouth, che qui presenta una collezione di mobili pezzi unici, nella galleria di Pearl Lam. L’unico uomo che io abbia conosciuto che, pur in jeans e giacca biker, fa ancora il baciamano. E fuori dalla galleria d’arte di Pearl, basta girare l’angolo e sei in una via-mercato con solo inquietanti pesci e molluschi secchi in vendita. Quasi un’installazione.
Ma forse la cosa che più mi è rimasta nel cuore è prendere lo Star Ferry, il traghettino che attraversa la baia da Kowloon a Hong Kong. Il mio albergo era proprio davanti alla fermata del traghetto (quasi un vaporetto veneziano!). Bellissimo uscire nella twilight, l’ora prima del tramonto, quando le luci stanno per cambiare, con i grattacieli caleidoscopici davanti a me. La baia di Hong Kong. Di notte, a volte, nella mia camera d’albergo, sentivo le sirene delle navi. Come a Trieste. Come a casa.

Mi manca l'energia di quei sogni.

Sabato, 26 marzo 2016 @12:55

"Gli mancava l’energia di quei sogni."
(David Lagercrantz)
Dove sono finiti i sogni dei tuoi vent’anni? I tuoi desideri, i tuoi progetti? Ma l’importante è non rinunciare. Non smettere, mai, di sognare.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratta da un giallo: "Quello che non uccide" (Marsilio), l’ultimo della saga Millennium, scritto stavolta da David Lagercrantz. E’ un passo del romanzo molto malinconico, è un giornalista a chiederselo: perché ci sono momenti nella vita in cui ci si guarda indietro e manca proprio questo, l’energia dei sogni, i sogni e le utopie dei vent’anni. Ma è possibile continuare a sognare, a progettare?
Io, intanto, sono tornata da Hong Kong, che come tutti i porti è (anche) terra di sogni e di utopie, di avventure e avventurieri. A presto per le mie cronache da Hong Kong… Intanto, a tutti buoni sogni e buona Pasqua.

La domenica è un mappamondo.

Domenica, 20 marzo 2016 @07:40

Questa domenica per me è un mappamondo, perché sto facendo la valigia: parto per lavoro per Hong Kong, che è lontanissima e con un fuso orario ribaltato! E quindi domani, equinozio di primavera, mi vedrà… in aereo. Mappamondo sono anche i miei incontri, mappamondo è la voglia di raccontare il mondo. Su DLui di Repubblica, intanto (il giornale allegato a Repubblica, dedicato al mondo-maschio, che è uscito ieri e che trovate per tutto il mese) trovate tre miei incontri con tre uomini che raccontano il loro mondo: il fascinoso Alejandro Aravena, Premio Pritzker di quest’anno (è, in pratica, il Nobel dell’architettura) e curatore della nuova Biennale Architettura che apre a Venezia in maggio; Daniel Freitag, l’inventore (insieme al fratello) delle borse fatte di copertoni di camion riciclati, che racconta la sua Zurigo; e quello che io chiamo Mister Vente Privée, l’imprenditore francese dietro il colosso venteprivee che racconta la sua collezione d’arte, compreso uno scimmione fatto di appendiabiti di metallo piegati e riciclati (lo vedete pubblicato).
Vi metto anche nella valigia di questa domenica il mio corvapezzo che è uscito su Gioia a fine dicembre. Tra tutte le destinazioni di cui parlo, quella segnata e non ancora visitata sul mio mappamondo è Los Angeles. Chissà che non riesca davvero ad andarci quest’anno?
Buona domenica, buon mappamondo, buona primavera. Ci vedremo tra una settimana, per il prossimo #spillo.

UN LUNA PARK DI CRISTALLI A INNSBRUCK
Dentro una montagna del Tirolo, un mondo incantato: quello di Swarovski, che ha commissionato ad artisti e designer di tutto il mondo installazioni fatte di cristalli. Quasi un luna park per grandi e piccini, o forse per i bambini dentro di noi. E’ il Kristallwelten, a Watten: con, ad esempio, stupefacenti nuvole glitter in giardino, realizzate con più di 800mila cristalli montati a mano. Perfetto per chi è selfie addicted. Innsbruck poi va vista dall’alto, salendo con le stazioni della teleferica Nordkette progettate da Zaha Hadid, per gustare uno strudel a 2500 metri. Ma anche sul rooftop bar dell’Hotel Adler: una terrazza panoramica sui tetti rossi e sulle montagne, e camere ovviamente con vista. kristallwelten.swarovski.com/
www.austriainfo/it

DORMIRE IN UN CASTELLO ALBERGO A STOCCOLMA
Un albergo che è come una casa, anzi un castello: Etthem. Nessuna insegna fuori dal muro che protegge questa villa Arts and Crafts del 1910, tutta di mattoni rossi, con dentro un giardino e una veranda. E che ora è una piccola oasi di stile, creata dalla proprietaria insieme a Ilse Crawford, star del design, mixando mobili nordici vintage e pezzi fatti fare su misura. 12 stanze, ognuna diversa dall’altra. Risultato: uno dei boutique hotel più stilosi e segreti del mondo. E poi, a Stoccolma, da non perdere il momento "fika"! No, non è uno scherzo. Significa caffè & pasticcini. E’ la pausa dolce tipica svedese: da provare i Kanelbullar, con cardamomo e cannella. Dove? Ad esempio da Vetekatten, pasticceria storica fondata nel 1928 da un’agguerrita donna imprenditrice. Per prenotare l’albergo-castello: www.etthem.se/

SCOPRIRE IL NUOVO MUSEO ARCHISTAR A LOS ANGELES
Quasi un corallo bianco tra i grattacieli. O, secondo alcuni, una "grattugia" gigante. In ogni caso il nuovo museo The Broad, appena aperto a Los Angeles, disegnato da Diller Scofidio + Renfro (gli architetti della High Line, la bellissima passeggiata sopraelevata a Manhattan), è anche la nuova destinazione di tutti gli "architecture addicted" del mondo. Dentro, più di duemila opere di arte contemporanea, da Roy Liechtenstein ad Andy Warhol, a Jeff Koons con i suoi giganti e luccicanti tulipani. Ingresso libero, voluto dalla coppia di collezionisti e mecenati over 80 che hanno commissionato il museo. E presto anche un ristorante gourmet sul tetto, con vista sulla Walt Disney Concert Hall progettata da Frank O. Gehry e altri edifici cult: qui Los Angeles è una passerella di archistar. Poi, quando vi stufate di arte e architettura, scappate in spiaggia tra le palme: a Venice, California, of course. www.thebroad.org/

PASSEGGIARE IN UN PARCO DI SCULTURE A OSLO
Un parco di sculture nella capitale della Norvegia: tutte dello scultore Gustav Vigeland, anni Trenta e Quaranta. Un amatissimo giardino urbano e d’arte, nonché il più grande "sculpture park" al mondo creato da un singolo artista, più di 200 opere gigantesche. La più bella: la "ruota della vita", un intreccio armonioso di corpi che formano una ruota, un omaggio all’umanità. Ma qui ad Oslo non perdetevi anche l’Opera House, costruita dagli Snøhetta: è un capolavoro bianco sul porto, che scivola dolcemente verso il mare. Sempre aperta, anche solo per un caffè. Architettura su cui camminare, architettura amica. Sorprese della capitale della Norvegia! www.vigeland.museum.no/

LONDRA: AFTERNOON TEA FUSION DENTRO UN’OPERA D’ARTE
Se volete prendere il tè dentro un’opera d’arte, l’indirizzo giusto è The Magazine: un’onda architettonica disegnata da Zaha Hadid, l’archistar donna più celebre al mondo, dentro i Kensington Gardens. E’ appoggiata alla Serpentine Sackler Gallery: di rito, quindi, dopo il tè "fusion" (che prevede i mitici scones ma anche golosità speziate, e champagne), una visita alla galleria d’arte, la più chic di Londra. Che tra l’altro d’estate apre il Serpentine Pavilion nel parco, ogni anno disegnato da un diverso architetto, un arcobaleno di ispirazione e colori. E poi, dove dormire? Se volete stare in super-centro, a portata di shopping, il W Hotel a Leicester Square, www.wlondon.co.uk. Oppure un albergo un po’ hipster: Ace Hotel Shoreditch, www.acehotel.com/london Per prenotare dentro l’onda di Zaha Hadid: www.magazine-restaurant.co.uk
www.visitbritain.com

A MARSIGLIA, PRENDERE UN APERITIVO SUL TETTO DEL MEDITERRANEO
Si può fare in cima al Mucem, Museo della civiltà e della storia del mediterraneo, un capolavoro sul porto di Marsiglia, con un tetto-terrazza fatto di ricami di… cemento. E poi, indispensabile un selfie sotto l’Ombrière, un archi-padiglione a specchio di Norman Foster nel vecchio porto: fa ombra, appunto, come dice il nome, e soprattutto è architettura con cui giocare. Si dorme in uno dei Mamashelter di Philippe Starck, hotel design e (quasi) low cost (www.mamashelter.com/marseille/). E poi via per l’esplorazione di Marsiglia, mix fascinoso tra Parigi e una casbah. www.mucem.org/


Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro che per dare l’esempio.

Venerdì, 18 marzo 2016 @14:59

"Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro che per dare l’esempio".
(Jacques Prévert)
Felicità. A piccoli passi. Il segreto è non arrendersi.

Questo, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è anche il mio augurio di leggerezza, di vita, di primavera.

In che quadro vorresti vivere?

Martedì, 15 marzo 2016 @09:42

"Era come stare in un quadro di De Chirico, l’ombra della donna si allungava verso di me tagliando la strada di traverso, ma lei si trovava in un luogo ben al di fuori della sfera della mia coscienza"
(Murakami)

Ho trovato questa frase leggendo il mio secondo libro di Murakami, "L’uccello che girava le viti del mondo" (lo sto leggendo nella traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi. Un bell’800 pagine abbondanti che spero di finire prima di Musil). Ho letto la frase, comunque, e mi sono vista lì, in un quadro di De Chirico, con quelle piazze spiazzanti, quella luce metafisica. E ho pensato: in effetti, in che quadro vorrei vivere? Che, tra l’altro, è una domanda che faccio spesso nelle mie interviste a collezionisti d’arte o creativi o scrittori. Bè, la risposta non è per niente facile.
In che quadro vorrei vivere? Ho ripensato a certe tele del Carpaccio, quelle che sono nella piccola nascosta chiesa veneziana di San Giorgio degli Schiavoni; personaggi misteriosi col turbante, tappeti appesi fuori dalle terrazze e dai balconi, donne dalle acconciature complicate, prodigi e miracoli per strada (del resto, siamo nel Cinquecento). Poi ho pensato a paesaggi più dolci e quotidiani; certi divani di Matisse su cui allungarsi, con i fiori nel vaso e una finestra da cui guardare il mare (ma lui pare fosse un uomo poco simpatico, non vorrei rischiare di incontrarlo); certi interni di Bonnard con una vasca in cui immergersi (io adoro l’acqua calda e profumata, e ho sempre trovato così romantico come lui dipingesse, anno dopo anno, la moglie nuda nella vasca: finché ho scoperto che in realtà lei faceva così tanti bagni per una strana malattia…); e ancora Chagall con violinisti sul tetto, coppie innamorate che volano, una certa aria leggera di felicità. E voi, in che quadro vorreste vivere?

A proposito di sesso, anzi di #sexout

Venerdì, 11 marzo 2016 @09:30

Scrivo di grattacieli, di poesia, di scarpe e, ogni tanto, anche di sesso. Per la precisione di no sex o sex out, dal titolo di un libro appena uscito sulle coppie e il silenzio del corpo. Questa è una storia che ho raccolto (non la mia!), e che è stata pubblicata, un po' sforbiciata, su Gioia.

Un anno. Giorno più, giorno meno. Siete mai state un anno senza fare sesso, da sposate intendo? Io no. E vi assicuro che della castità forzata avrei fatto volentieri a meno. Da single capita, magari. Bè, insomma, a me non è mai capitato neppure da sfidanzata: il sesso mi è sempre sembrato, come dire, un passatempo molto interessante. Mi piace vivere, mangiare bene, ridere, abbracciare i miei figli, uscire sotto la pioggia, nuotare, vestirmi di rosso e arancione e dipingermi le unghie; il sesso è un modo – uno dei migliori che conosca, a dir la verità- per sentirmi viva. Per questo il mio anno di astinenza è stato un vero incubo.
I primi mesi non ero preoccupata. Quando mio marito la sera, a letto, crollava addormentato; o, peggio ancora, quando sono capitate una dietro l’altra un paio di défaillances, mi sono affrettata a rassicurare lui, e me stessa. Capita, no? E di deterrenti anti-sesso ne avevamo a bizzeffe; ne eravamo – oserei dire – accerchiati. La sua ex moglie che dava fuori di matto. La figlia adolescente che mi faceva la guerra e si rifiutava di venire il weekend da noi. I nostri bambini, ancora piccoli, che piantavano un capriccio dietro l’altro. Il lavoro in bilico, un capo collerico da affrontare, il mutuo della casa ormai intollerabile… Vado avanti? Meglio di no. L’elenco è noioso. Le solite ansie della vita di tutti, che però non ci avevano mai impedito di dimenticare tutto, a letto.
Ma improvvisamente, il sesso come antidoto alla depressione, il sesso consolazione, il sesso prozac e bicchiere di vino non c’era più. C’era solo un marito – il mio bel marito – che la sera si girava dall’altra parte, o che stava per ore in salotto a giocare con il computer o fare zapping, dopo che i bambini erano andati a letto, "perché mi rilassa", sosteneva, e fine del discorso. Avete mai provato a sedurre un uomo grande e grosso che sta avvinghiato al telecomando? Io sì. Non ci sono riuscita. E non parlatemi di biancheria sexy, perché ve la tiro in testa.
Passa un mese, due. Tre. Investo persino in una dolorosa "brasilian wax", la depilazione "lì" che, tempo fa, mi aveva detto che aveva sempre sognato. La situazione non cambia: non gli muove né un pelo, scusate il paragone, né un muscolo. Ormai la sera mi liquida con un’occhiata della serie "non mi stressare". Non esattamente erotico.
Decido di organizzare un "weekend romanticocomeaivecchitempi", scritto tutto attaccato, e rifilo i bambini alla suocera, pur recalcitrante. Andiamo in Costa Azzurra. Piove. Benissimo, penso; se piove, ragione di più per stare a letto. Ma il marito a letto gioca col telefonino, si lamenta del meteo, e quando tento di convincerlo che tra le lenzuola ci sono orizzonti più interessanti, mi raggela con un "non sai pensare ad altro, tu?". Se ce l’avessi, giuro, mi si sarebbe ammosciato istantaneamente.
Dopo il disastroso weekend, provo a parlarne con le mie migliori amiche. Provo, perché faccio fatica a trovare le parole. Da quant’è che non parliamo di sesso? Dagli anni gloriosi e selvaggi del nostro personale Sex and The City? Ora è un argomento impopolare, quasi tabù. L’amica numero uno nicchia, non si sbottona, mi dice di pazientare. Mi chiede se è depresso. Lui no, rispondo; io sì, se vado avanti così. Provo con un’altra, che mi consiglia il bondage. Il bondage? Ma per favore. Ecco i danni delle cinquanta sfumature di grigio. E quando dovrei provare a legare mio marito, o a farmi legare, al sabato mattina quando i bambini sono a scuola? Una terza mi butta lì di controllare il telefonino. "Non avrà un’altra?".
Già. A questo, nella mia forzata castità che evidentemente stava cominciando a darmi alla testa, non avevo pensato. Così sto attenta ai segni rivelatori. Ha cambiato profumo? Ha riunioni improvvise alla sera? Mi ritrovo persino a pensare che se ha un’altra pazienza, basta che poi gli ritorni la voglia di scopare con me. Ma non c’è niente di fedifrago in mio marito; vedo solo una nuvola, un cirrocumulo di nubi, di seccature, di stress che gli gravita sopra. E poi, ho come l’impressione che più ci provo, più lui ce l’abbia con me. Sono un’assatanata?
Cambio strategia. Passo all’attacco medico. Vado da uno pseudo-guru esperto in ayurveda. Gli propongo pilloline e pastiglie naturali "per tirarsi su" (in realtà è altro, che vorrei tirare su, ovviamente). Gli regalo un ciclo di agopuntura "per rilassarsi". Gli propongo di venire con me a fare yoga, e mi guarda come se fossi impazzita. Insomma, zero via zero.
Dopo aver risposto con troppo entusiasmo agli sms di un collega che mi invita a prendere un aperitivo, mi chiedo se non sia questo che mi aspetta adesso: sesso extraconiugale e poco convinto, tanto per non precipitare nell’abisso nero della castità.
Perché ormai ho capito, le amiche sono inutili. E io mi ritrovo a fissare le altre donne, al supermercato, o mentre aspetto i bambini all’uscita da scuola, con uno "sguardo scanner": ma quanto sesso farà lei? Quand’è l’ultima volta che ha scopato? Mi trattengo a stento dal chiederlo.
Poi una sera scoppio in lacrime e gli dico che no, così non si può andare avanti. Lo supplico di andare a parlare con un medico, uno a sua scelta, quello che vuole. Gli chiedo se è vero che ha un’altra, dico che glielo auguro; poi lo scongiuro di non dirmi niente. Urlo che non si può vivere senza sesso. Faccio una scenata da ninfomane. E poi piango come una ragazzina in piena crisi abbandonica. Insomma sbaglio tutto.
E lui? Forse per l’esasperazione, dice che d’accordo, andrà a parlare con il mio ginecologo, che gli è sempre stato simpatico. Gli mando il numero via sms, il giorno dopo; e mi precipito a chiamarlo, l’ignaro ginecologo, per spiegargli la situazione.
Morale? Abbiamo ricominciato a scopare. Solo dopo ho saputo che il miracolo l’hanno fatto le famose pastigliette blu, doverosamente prescritte, e ingoiate almeno le prime due volte. "Per far ripartire la macchina", mi ha spiegato poi il mio ginecologo. Tra uomini e auto ci s’intende, no? Con buona pace della biancheria tutta pizzi, del bondage e del "brasilian wax" (quello, però, per mia sfortuna, gli era piaciuto davvero).


Non ci sono risposte facili, ma solo domande attraverso cui vivere.

Giovedì, 10 marzo 2016 @09:30

"Non ci sono risposte facili, ma solo domande attraverso cui vivere".
(Elizabeth George)
La vita, tanti perché a cui rispondere sì.

Questa, che è il mio #spillo su Gioia, non è la frase di una poetessa, ma di una giallista americana. Buffo, no? Che tra l’altro, confesso, non ho mai letto. Nonostante la mia passione per i gialli, cominciata da piccola, con i Gialli Mondadori che comprava ogni settimana una mia carissima zia, Ileana (ricordo tutto: le copertine gialle con i disegni dentro il tondo, l’elenco dei personaggi all’inizio per non perdere il filo della trama, la consistenza della carta, l’orgoglio di andare a prenderli per lei all’edicola sotto casa, a Trieste: mi sentivo già grande).
E la vita, sì, è fatta di perché. Perché proprio io, perché a me, perché tu… Perché amari, spesso; o recriminatori. Perché esistenziali: perché l’amore, perché la morte, perché la malattia. Perché mi hai lasciato… Perché siamo. Forse vivere è attraversare con leggerezza questi perché. A cui – lo scopriamo solo vivendo – non c’è risposta.

Le donne sono fatte per essere amate, non per essere capite.

Martedì, 8 marzo 2016 @08:20

"Le donne sono fatte per essere amate, non per essere capite".
(Oscar Wilde)

Che cosa posso aggiungere ad un aforisma di Oscar Wilde? Niente, è ovvio. Tranne che sono assolutamente d’accordo. Anche oggi, 8 marzo, giornata della donna. Detto questo, aspetto curiosa di vedere il film "Suffragette", con Helena Bonham Carter, Carey Mulligan e Meryl Streep (tutte attrici che trovo bravissime), sulle battaglie per il voto alle donne in Inghilterra, perché è importante ricordare che, anche se siamo amate, bisogna (sempre) lottare per i nostri diritti. E a proposito di voto: le donne ottennero il diritto di votare nel 1918 in Inghilterra, in Italia nel 1946, e in Arabia Saudita… l’anno scorso.

Siamo tutti frangibili.

Lunedì, 7 marzo 2016 @09:03

Siamo tutti frangibili. La frase è tratta dal bel film "Perfetti sconosciuti" (ora nelle sale), da cui ho tratto l'idea per un pezzo di storie (e segreti) che è uscito su Gioia. Eccolo.

Chi l’ha detto che non esistono più i diari segreti? Esistono eccome, solo che non hanno il lucchetto. E tutti ne abbiamo uno in tasca: è il nostro cellulare. Del resto, siamo tutti ridiventati adolescenti, con uno smartphone in mano; anche chi non ha niente da nascondere, men che meno tradimenti clandestini, non lo presta e non lo lascia in giro. Giù le mani dal mio telefonino! Forse per questo in un film come "Perfetti sconosciuti", Kasia Smutniak butta lì, a cena tra amici, una provocazione: e se adesso tutti leggessimo messaggi e whatsapp man mano che arrivano sui telefonini, cosa scopriremmo? Noi l’abbiamo chiesto in giro: ecco cinque storie tra le tante. E una sicurezza: meglio non leggere sui cellulari altrui, soprattutto quelli di mariti e fidanzati. Non si sa mai. Sono radioattivi.

Alice, 45 anni.
Convivevo da dieci anni. Tutto bene, finché non è arrivato in ufficio un collega che mi ha fatto perdere la testa. Non entro nei dettagli, tanto la storia era solo una cosa, e per quello mi ci sono buttata: sesso. Sesso ad alto voltaggio: il meglio era messaggiarsi continuamente, cose che solo a ripensarci arrossisco. Comunque. Una mattina mi sono dimenticata il cellulare a casa. E proprio quel giorno lui, il mio fidanzato, era a casa con l’influenza, malato o dichiarato tale; passando dal letto al divano, sente quest’ultimo – il divano intendo - vibrare sotto il suo sedere. Era il mio cellulare. Lo prende in mano e sotto i suoi occhi compaiono parole che voi umani non potete immaginare. Quando sono tornata a casa mi aspettava col telefonino in mano. "E’ un gioco da ufficio", ho improvvisato. "Ci stiamo prendendo in giro, lo facciamo sempre." Scenata, ovviamente non voleva crederci. Non so come ma ho alzato la voce: e quindi dopo dieci anni insieme non mi credi, gli ho detto, sarebbe questa la fiducia che hai in me? Pianti, lacrime. Alla fine ci ha creduto, o ha fatto finta. Ci siamo lasciati lo stesso, qualche mese dopo… Si vede che era destino. Ma ancora adesso se ripenso a quel divano vibrante mi viene da ridere.

Sara, 37 anni.
La mia storia di cellulare è un pezzo di dramma familiare. Ero tornata a casa dopo l’Erasmus in Francia; era il 2001 e non avevo un cellulare mio. Mio padre mi presta il suo per scambiarmi qualche sms con un mio fidanzatino francese. Non sapeva che i messaggi mandati rimanevano in memoria... E così ho letto quelli che si scambiava con la sua segretaria. Segretaria? La sua amante! Sono rimasta sconvolta. E l’ho affrontato. Ero solo una ragazza… Mi ha risposto, secco: non ho mai smesso di amare tua madre; senza aggiungere altro. La cosa buffa è che ricordo benissimo quel cellulare, era un Nokia da super dirigente, che, dopo, mi regalò. Credo di averlo ancora da qualche parte. Non ho mai detto niente a mia madre… Ma ancora adesso, quando in riunione vedo che c’è chi messaggia sotto la scrivania (lo faccio anch’io, magari con la babysitter; o mando un whatsapp al mio capo per commentare al volo l’amministratore delegato senza che gli altri capiscano), mi chiedo quali siano i segreti nascosti nei nostri cellulari.

Simone, 35 anni.
Soffro di insonnia. Sono un avvocato e in genere succede vicino ai casi importanti. Quando mi capita, per non disturbare la mia compagna – quella che all’epoca era la mia compagna – mi alzo e vado in salotto a lavorare. Mi era successo anche quella notte. Erano le quattro, io a occhi sbarrati nel letto; mi alzo, vado di là, accendo il computer. Sopra il tavolino c’è il cellulare di lei, e in quel momento – alle quattro di notte! - lo schermo si illumina... Lo prendo in mano, messaggi whatsapp, uno peggio dell’altro. Aveva un amante. E la storia andava avanti da mesi. Ci siamo lasciati, ma ancora adesso mi chiedo se, lasciando il cellulare non spento in sala, proprio lei, che sapeva che soffrivo di insonnia, non avesse voluto farsi scoprire. In ogni caso, ora vive con un altro insonne. Le conviene essere più prudente.

Anita, 27 anni.
Io sono l’altra. O forse solo immagino di essere l’altra. Non so neppure bene io, che cosa sono. Sono quella nascosta dentro un cellulare. Lui è sposato, ha due bimbi piccoli; un uomo affascinante, colto, con cui parlo di tutto quello che mi affascina nella vita. L’arte, il design, e la nostra passione comune: la Grecia. Mi scrive cose bellissime quando vede qualcosa che gli ricorda me. Mi manda foto, poesie... I suoi messaggi arrivano sempre alla stessa ora: l’ora, sospetto, in cui sua moglie mette a letto i bambini dopo cena, o carica la lavastoviglie. E io, sospesa, in quella casa che non so e non conosco. No, non è mai successo niente tra noi, neppure un bacio. Solo una volta mi ha invitato fuori a pranzo, ed è arrivato con un regalo. Io, aprendolo, tremavo, come fosse una dichiarazione d’amore.

Valentina, 35 anni.
Dovevamo partire, in vacanza insieme. Prima di andare in ufficio cerco a casa una chiavetta usb per poter caricare i pdf dei biglietti aerei e stamparli. La trovo, la metto nel pc. Nella stessa chiavetta c’erano varie cose tra cui una cartellina con un nome strano. La apro… Dentro tante foto di una donna che conosco: al bar, per strada, a casa sua, ritratti fatti col cellulare, scherzosi, divertenti, poi sempre più intimi, fino a trovare le foto di lei e lui insieme al mare, nella stessa casa dove eravamo andati in vacanza l’anno prima, lei con le mutande che avevo regalato io a lui, in atteggiamenti inequivocabili.
Io guardavo tutto come se non fossi me stessa, come se fossi un’altra me… Lo choc è stato tale che non sono riuscita a parlargli subito. Solo in vacanza gli ho detto: "se la tua felicità non passa più per noi, è meglio che tu vada ". Ha scelto di restare, ma io ero terrorizzata; dopo qualche mese ho scoperto il codice del suo cellulare e ho cominciato a leggere... E ho trovato, purtroppo: una chat che è stata come una sparachiodi sul cuore. Ci ho messo un anno a lasciarlo; lui sta con lei ma mi cerca ancora, dicendomi che non riesce più a essere felice.
Ognuno di noi ha dei segreti che è meglio restino tali. Sta alla nostra onestà parlare con chi amiamo, quando questi segreti diventano ingombranti o ci impediscono di essere felici. Ma ci vuole tanto coraggio e non tutti ce l’hanno.

Maltempo oggi nella camera, ondate d’ombra schiacciano il petto.

Giovedì, 3 marzo 2016 @09:15

"Maltempo oggi nella camera
ondate d’ombra schiacciano il petto"
(Mariangela Gualtieri)
Tempeste del cuore.

Questo, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratto da "Le giovani parole", Einaudi. Mi piacciono questi piccoli libri bianchi Einaudi che tengo sul comodino, da aprire ogni tanto, a caso, per lasciar scivolare fuori le parole. Mi piace la poesia da comodino. Mi piace il tempo che mi sorprende: oggi, nel mio altrove, nevica.

Che cosa racconta di te la tua casa, quando non ci sei?

Martedì, 1 marzo 2016 @09:40

"Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro… Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi. Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa: Per piacere compra una scatola di Tilde, un pacco di linguine e una confezione da sei di Coors. Scusami per quello che ti ho detto ieri sera ".
(Lucia Berlin)

Ho letto questo passaggio del libro di racconti di Lucia Berlin ("La donna che scriveva racconti", Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Aceto; finito ieri e veramente bello), e ho pensato: già, che cosa raccontano di noi le nostre case, quando non ci siamo?

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.