Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Il falso e il vero verde dell’aprile.

Martedì, 26 aprile 2016 @08:15

"Il falso e il vero verde dell’aprile".

"Rifare l’uomo", scriveva Salvatore Quasimodo dopo la guerra, negli anni Cinquanta, quando compose questi versi, che sono ritagliati da una raccolta del 1956 e che mi sono tornati in mente in questi giorni, riletti per caso su un vecchio diario. Il falso e il vero verde dell’aprile: ricopiavo questa frase, da ragazzina, cercando la mia strada nel mondo attraverso le poesie. Il falso e il vero verde dell’aprile, penso adesso, e non penso solo alle foglie verdi della primavera, a certi amori lancinanti ("tu non mi aspetti più col cuore vile dell’orologio", scrive più avanti Quasimodo); ma anche al 25 aprile, al 1° maggio, al vero della democrazia, al falso di certa politica, a quello che significano certe date, alla Resistenza, al non dimenticare, al battersi per riparare le ingiustizie nel mondo, ora come allora.

Le città si riconoscono al passo, come gli uomini.

Venerdì, 22 aprile 2016 @07:20

"Le città si riconoscono al passo, come gli uomini."
(Robert Musil)
Sento il tuo cuore, città.

Il Buongiorno di oggi (tratto da "L’uomo senza qualità", che sto ancora leggendo, nella bella traduzione Einaudi) è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana. E le città si riconoscono al passo, è vero. Dal battito del cuore.
La città dove sei nato, quella dove vivi (che a volte non è la stessa), quella dove vorresti vivere. La città che ti fa sognare e quella che ti travolge. Il passo di New York (accelerato! Al neon!) e il passo di Trieste (lento, lungomare).
Il passo veloce di Milano, la settimana scorsa, nei giorni che ho passato al Salone, anzi al Fuorisalone: la cosa più bella, entrare nei palazzi e nei cortili milanesi di solito chiusi e segreti, per scoprire luci, mobili, carta da parati, installazioni, semplicemente bellezza. Ho visto poco, ma di quello che mi è piaciuto: i fiori nel cortile (e i bouquet con limoni accostati a garofani e rosmarino) dello Spazio Marras, spazio poetico dello stilista Antonio Marras; i cristalli scintillanti di Lasvit Design a Palazzo Serbelloni in corso Venezia (con un glicine e affreschi nel cortile); il wallpaper Plumage (un rivestimento da muro fatto di piume di ceramica, disegnato da una giovane designer, Cristina Celestino) in un appartamento abbandonato in via Cesare Correnti. Città da scoprire, camminando. Le coeur qui bat.

La cosa bella dei tulipani è che non mi ricordo mai di che colore saranno ora che sbocciano.

Giovedì, 21 aprile 2016 @08:31

La cosa bella dei tulipani è che non mi ricordo mai di che colore saranno ora che sbocciano.

Così mi ha scritto un’amica ieri, su whatsapp (quanto mi piace mandare foto e messaggi al volo su whatsapp?), insieme alla foto dei tulipani che stavano sbocciando sul suo balcone. Un’amica storica, l’amica di una vita: Simonetta. Che adesso vive anche lei in un suo altrove, lontano dalla Milano dove siamo cresciute insieme, dove i fiori che mi ricordo erano le mimose delle manifestazioni dell’8 marzo, le palmette sulle borse di Naj Oleari, e i fiori di una canzone: "Sara, svegliati è primavera" (sì, eravamo ragazze alla fine degli anni Settanta). L’altrove di Simo, dove sbocciano adesso i tulipani (e anche un papavero) è a Nord: tulipani tardivi, dunque, ma testardi e tenaci nella loro magia, com’è la primavera. Ci pensavo ieri, camminando per le vie e i giardini della città dove vivo; pensavo a quanto, a sedici anni, non notassi neppure i fiori, o i petali (forse perché quando torna la primavera, come dice un verso di Rilke che è stato un mio #spillo, "la terra è come un bambino che sa poesie a memoria", e quello che mi interessava a sedici anni era copiare poesie e slogan di manifestazioni sul mio diario). Al massimo c’era un mazzo di fiori rubati dalla tarda primavera in Liguria, i piccoli profumati fiori bianchi del pitosforo, che un’amica – sempre un’amica dell’adolescenza, Orietta – mise sulla tavola della colazione. Un piccolo gesto che mi è rimasto negli occhi e nel cuore: basta poco per la bellezza quotidiana.
Ma l’incantesimo dei petali è arrivato dopo, pian piano. E’ arrivato leggendo piccoli capolavori come "Il giardino di Elizabeth" della mia adorata Elizabeth von Arnim. Imparando ad alzare gli occhi verso i glicini nelle ville, quando cominciano a fiorire. Fermandomi a raccogliere foglie di eucalipto in Australia, meravigliandomi di quanto sono profumate; lasciandomi stregare dai "bottlebrush", i fiori che assomigliano a degli scovolini di piatti rossi e fiammeggianti (e hanno anche un nome più serio: Callistemon), lì "down under" veri alberi che crescono sulle strade verso il deserto rosso; e io poi, sull’onda - anzi sul petalo - della fascinazione, avevo provato a coltivarne una sul mio balcone milanese. L’incantesimo dei petali è arrivato con i gerani testardi ("when in doubt, plant a geranium", frase-mito della giardiniera Margery Fish); con i papaveri spericolati che crescono anche sui binari di periferia (la splendida immagine di Vivian Lamarque); con i dorati e speziati fiori di elicriso che raccolgo sulle mie isole; con i tulipani muti di dolore in una camera d’ospedale di Sylvia Plath ("i tulipani sono troppo eccitabili, è inverno qui"); con i giacinti in bulbo che mi fanno ridere, ogni volta che rileggo la pagina della Provincial Lady che non riesce a farli spuntare per tempo (è uno dei miei "livres de chevet", l’esilarante "Diary of a Provincial Lady" scritto negli anni Trenta). Con le rose che sono la colonna olfattiva della mia vita. Con la peonia sulla copertina del mio ultimo romanzo. Con i petali che raccolgo, che tocco, che fotografo, che porto alle labbra, ovunque io sia, meravigliandomi ogni volta di quanto possa rendermi felice un fiore.

Quel giorno che avevo perso e che tu mi hai ridato.

Martedì, 19 aprile 2016 @07:35

"Se volevi commuovermi ci sei riuscito. Bada bene, io non credo mai a una sola delle tue parole. Questa, almeno, è una lezione che ho imparato. Ma la descrizione così dettagliata che hai fatto di me mi ha davvero commossa. Ho passato una giornata intera a chiedermi come potevi ricordarti in modo così preciso di quel giorno. Voglio essere sincera. Io me l’ero addirittura dimenticato, ma la tua lettera me l’ha riportato indietro intero, e per tutto il tempo, mentre leggevo, non facevo altro che dirmi: già, è stato proprio così. Forse non era un giorno da ricordare, o almeno così deve essere stato per me durante tutti questi anni. E invece mi sbagliavo, io l’avevo perso e tu me l’hai ridato. Ecco, tutto qui, non ho da aggiungere altro".
(Romana Petri)

Vi capita mai di aprire un libro e leggere una pagina a caso, come fossero i Ching? A me sì. E così mi è successo ieri sera, mentre cercavo nella pila in terra nel mio studio un libro da leggere. Ed eccomi qui, a pagina 69 di "Ti spiego" (Beat). Forse era solo questa pagina che mi aspettava: così, ve la trascrivo e ve la regalo. E’ bellissima l’idea di un uomo, un uomo che hai amato, che ti scrive una lettera e ti restituisce un giorno che avevi perso, che avevi dimenticato, vero?

Un libro, Trieste, una giornata di pioggia, le strade che arrivano dal passato.

Lunedì, 11 aprile 2016 @08:52

"Miss Margaret arrivò a Trieste che pioveva. Dal finestrino del treno aveva seguito il perimetro del golfo con la curiosità accademica di chi analizza grammaticalmente anche la terra. L’acqua era calma, scheggiata da grandi goccioloni che scendevano a catinelle. Non un’onda, non un filo di vento. Entrarono in stazione e il mare scomparve."
(Widad Tamimi)

Ho cominciato a leggere "Le rose del vento" (appena uscito per Mondadori), a Trieste, in una giornata di pioggia. Il frammento del Buongiorno di oggi è l’arrivo a Trieste della governante Margaret, nel 1932: che andava a insegnare inglese al nonno di Widad, la scrittrice, come si usava allora con i bimbi di buona famiglia. Una famiglia borghese che arrivava da Vienna, e che è stata spazzata via con l’emigrazione dell’Olocausto; una storia che Widad intreccia a quella del padre, un’altra emigrazione, quella dalla Palestina. Altre terre, lo stesso dolore nel lasciarle, senza sapere se il ritorno sarà possibile. Widad è nata e cresciuta a Milano, ma porta un nome arabo, scelto da quel padre migrante che in Italia ha trovato una nuova patria. In questo libro, scritto nel suo nuovo Paese, a Lubiana, in Slovenia, dove l’ho conosciuta e dove siamo diventate amiche, rintraccia e segue i fili della sua famiglia (l'aveva già fatto, in parte, con il suo primo libro, "Il caffè delle donne"). Lo fa per sé, per i suoi bimbi, e anche per noi, che leggiamo e pensiamo che tutto il mondo è e deve essere casa per tutti. Grazie a Widad dunque, che oltre a scrivere si occupa dei tanti migranti (anche bambini) che in questi mesi passano il confine, i confini, arrivando dalla Siria e anche da più lontano, cercando una nuova casa. Il libro, lo so, è dedicato anche a loro.

La magia che c’è in te. Usala.

Giovedì, 7 aprile 2016 @09:07

"Chi non crede nella magia non la troverà mai."
(Roald Dahl)
La magia che c’è in te. Usala.

Roald Dahl è stato uno scrittore di libri per bambini (più o meno). E ci ricorda, in questa frase che è anche il mio #spillo su Gioia (e che trovate in inglese in Lisa globish), che il mondo è magico. Come in "Vita da strega", mitico telefilm americano anni Sessanta: come avrei voluto essere Samantha, saper spostare mobili, pulire la casa con una bacchetta magica, volare e saper arricciare come lei il naso! Ma soprattutto come pensavamo da piccoli, quando un tavolo era un grattacielo, un prato un universo, e una piuma o un sasso raccolto per strada un talismano per sentirsi invincibili. Perché ce lo siamo dimenticato?

Archeologia domestica, ovvero il rammendo delle calze.

Martedì, 5 aprile 2016 @08:39

"Mia mamma ogni tanto ci diceva: Bambine, ho una bella sorpresa per voi, e ci metteva davanti un sacco di tela bianca pieno di calze da rammendare. Mia sorella e io le tiravamo su a caso: una calza d’uomo, una di donna e ci mettevamo ad aggiustarle prima ancora di aver trovato la compagna, che era andata, magari, a finire in fondo al mucchio e ci sarebbe capitata tra le mani magari un mese dopo. Intanto sapevamo che prima o poi le avremmo fatte tutte. A quel tempo si buttava poco o niente. Non bastava un buco o due o l’intera punta da rifare o il calcagno da ricostruire ex novo; occorreva che l’intera calza fosse un brandello prima che venisse passata nel cassetto degli stracci da lucidare o nel sacco della Sacra Famiglia. Ricordo ancora però, avrò avuto già sui quattordici anni, con che invidia guardavo alle mie amiche che, quando per una ragione o per l’altra si toglievano una scarpa, mostravano un piede fasciato in una calza senza rammendi".
(Paola Masino)

Lo so, è curioso, mi rendo conto: io che so a malapena attaccare un bottone (con disastrosi risultati), mi sono però appassionata a questo sacco pieno di calze da rammendare. Forse perché mi ricordo ancora di mia mamma, della sua scatola da cucito, e dell’uovo di legno che si usava per rammendare meglio. Ricordo i suoi racconti di quando, durante gli anni subito dopo la guerra, non c’erano soldi per le calze – allora erano ancora di seta, preziose – e non c’erano, spesso, proprio le calze, così le ragazze si dipingevano la riga sulle gambe nude. Calze con la riga! Penso di averle indossate solo una volta, con grande disperazione perché la riga finiva sempre storta. E in fondo le calze non mi sono mai state simpatiche, aspetto con ansia il primo giorno davvero caldo, di inoltrata primavera, in cui si possono lasciare nel cassetto, e il piede è libero. Che meraviglia! Ma mi piace questo libro di Paola Masino, "Album di vestiti" (Elliot), questi ricordi dentro e fuori il guardaroba, ricordi di archeologia domestica, visto che nacque nel 1908 e morì nel 1989; il suo amore per Bontempelli (aveva trent’anni più di lei ed era sposato, uno scandalo per l’epoca), l’amicizia per Pirandello, il modo in cui li rievoca, a partire dagli abiti, e da un certo maglione "da marinaio" che comprò per loro a Castiglioncello e che entrambi, che odiavano cravatte e camicie, indossarono come una felice divisa.

Inesorabile primavera.

Lunedì, 4 aprile 2016 @08:25

"Le mie primavere non furono mai troppo liete. La primavera è sempre stata per me una stagione feconda di funebri ansie. Nel boccio che si apre, nel germoglio che spunta, negli uccelli alla cova, leggevo il travaglio dolente delle cose create, l’annuncio di un decadimento e di una ineluttabile morte futuri. Quella che tutti chiamano la stagione degli amori era per me soltanto la rivelazione dell’inesorabilità della natura. Amavo l’inverno quale tempo creativo, chiuso, ostinato, raccolto in se stesso, come sempre ho creduto debba essere il pensiero fecondo, il lavoro proficuo, la scoperta, l’invenzione".
(Paola Masino)

Io a dir la verità amo la primavera: amo, da europea, tutte le stagioni; così come se vivessi altrove, in Oriente poniamo, amerei probabilmente la stagione dei monsoni. E forse proprio per questo mi ha colpito, leggendo "Album di vestiti", Elliot (un diario attraverso il suo guardaroba firmato da Paola Masino che fu, oltre che scrittrice, la compagna di Bontempelli), questa appassionata presa di posizione anti-primavera. Ma non mi convince. Anche se capisco la fatica del risveglio: quella che, in un Buongiorno di qualche anno fa, la poetessa svedese Karin Boye definisce così bene: "Certo che fa male, quando i boccioli si rompono. Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?". Lo potete leggere qui: http://www.lisacorva.com/it/view/241/ La fatica della metamorfosi, di sbocciare, di diventare inesorabilmente altro.

Sono sicura che in quanto donna sono capace di costruire un ottimo grattacielo.

Venerdì, 1 aprile 2016 @09:36

"I am sure that as a woman I can do a very good skyscraper".
(Zaha Hadid)

"Sono sicura che in quanto donna sono capace di costruire un ottimo grattacielo".
Ieri, quando è apparsa la notizia della morte improvvisa di Zaha Hadid, vera icona, donna ingombrante, oversize, e la prima ad aver vinto il Pritzker – il Nobel dell’architettura – ho cercato qualche sua dichiarazione, qualche frase. Questa, che è il Buongiorno di oggi, è perfetta: mi sembra così lei. Lei, nata a Baghdad, che ha costruito a Baku, a Roma e a Londra, i suoi edifici discussi, morbidi, criticati. Il suo look; abiti ampi e avvolgenti, occhi bistrati, gioielli (pochi, scenografici). Ha disegnato anche delle scarpe, lo sapevate? Quelle di United Nude fatte a spirale; le flats in plastica colorata di Melissa che sembrano delle architetture portatili.
Ci sono altre donne notevoli nell’architettura oggi, certo. Liz Diller, dello studio Diller Scofidio Renfro (è loro la meravigliosa High Line a Manhattan). Sejima, dello studio Sanaa, la riservata giapponese che è stata anche la prima donna a dirigere una Biennale Architettura. Le ho conosciute (e con tutte e due, buffamente o forse no, durante l’intervista ho parlato anche di moda). Ma Zaha no, non l’ho mai incontrata. Ho incontrato però le sue architetture: ho preso un tè dentro il Magazine, l’ondulato bistrot della Serpentine Sackler Gallery a Londra, nei giardini di Kensington; ho preso la funivia della Nordkette, a Innsbruck, per salire sulla neve a più di 2000 metri; ho guardato mostre nello spazio impossibile eppure bello del MAXXI di Roma. E, piccolo particolare, rispetto alle due altre grandi donne dell’architettura oggi, Zaha - tra l'altro mai sposata, niente figli - non aveva soci: correva da sola. Forse ci piaceva, a noi donne intendo, anche perché si permetteva di essere antipatica: cosa che in genere non ci è permessa.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.