Lisa Corva

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Le luci azzurrine di un addio.

Martedì, 31 maggio 2016 @08:56

" Quelle luci laggiù brillano come puntini, la pioggia le ha sfocate. Sono belle, non è vero? ...
Erano davvero belle. Oltre i lampioni, le luci azzurre delle insegne lungo la strada emanavano dei bagliori dai contorni sfumati, come se fossero due punti sovrapposti. L’asfalto bagnato aveva i colori dell’arcobaleno.
Gli dei mi hanno voluto mostrare tutto questo per attenuare la mia tristezza, pensai. Il paesaggio sfocato piangeva al posto mio, e io potevo risparmiarmi le lacrime. Restava solo il cuore in mille pezzi, sanguinante. Tutte le aspettative erano state deluse, i cattivi presagi si erano avverati.
Che cosa stava succedendo? Eppure qualcosa, dentro di me, mi diceva che quella era la cosa giusta. Ed era proprio quello a farmi soffrire di più. Con un filo di voce, ma con un tono sicuro, il cuore mi raccontava che andava bene così, che era proprio così che doveva andare…
E fu così che, tra le luci azzurrine di quel paesaggio ammaliante, ci lasciammo per sempre".
(Banana Yoshimoto)

Non voglio aggiungere altro a questa pagina dell’ultimo libro di Banana Yoshimoto, "Il giardino segreto", Feltrinelli. Non voglio aggiungere altro perché i suoi libri sono sempre così delicati, come una persona che ti racconta una storia morbida a bassa voce, mentre fuori piove. Così è il racconto di questo addio, con le luci azzurrine sfocate dalla pioggia. E il cuore che sussurra che è giusto così. A volte lo sappiamo, anche mentre il paesaggio ci sembra vada in frantumi come il nostro cuore. Ma è giusto così…A volte è giusto dire addio, dirsi addio.

Piove dolcemente vita.

Venerdì, 27 maggio 2016 @09:03

"Amo l’odore della pioggia e delle cose che crescono".
(Serina Hernandez)
Piove dolcemente vita.

Come mi piacciono le piogge di primavera. Essere a casa e sentire la pioggia sul tetto. Uscire e toccare le foglie assetate e bagnate. I profumi dell’erba. Piove dolcemente vita. E il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è una frase che ho incontrato per caso, camminando nel web, così come in primavera si incontrano boccioli e petali nei parchi, nei giardini, per strada. La trovate in originale in Lisa globish.

L’architettura va toccata. (Il mio incontro con Alejandro Aravena e la nuova Biennale Architettura).

Mercoledì, 25 maggio 2016 @08:26

Oggi, a Venezia, si inaugura la nuova Biennale Architettura (che rimarrà aperta fino al 27/11: http://www.labiennale.org/it/Home.html ). Ho incontrato, qualche mese fa, e proprio a Venezia, il fascinoso curatore, Alejandro Aravena. Questa è l’intervista che è uscita su DLui di Repubblica. Perché anche le case vanno toccate, a volte accarezzate.

Per Alejandro Aravena l’architettura è fatta di centimetri. L’architettura è pietra, legno e cemento; l’architettura va disegnata e misurata, se non con metro e matita, a braccia, a passi. Va toccata; niente computer, ma occhi e mani. Un approccio sensuale e "materico" per il nuovo curatore della Biennale Architettura (che aprirà a Venezia il 25 maggio). Un’edizione per cui è stato scelto un titolo "sul campo" appunto: "Reporting from the front". Outsider, non archistar, anche se ha appena ricevuto il Pritzker Prize di quest’anno, ovvero il Nobel degli architetti, Alejandro vive a Santiago del Cile, ed è sensuale senza volerlo: ha conquistato già tutti, anche per il suo look casual e la (s)pettinatura arruffata. Sorridente, aperto, parla un ottimo italiano (e conosce bene l’Italia, di cui ha "misurato" a braccia i più begli edifici del Rinascimento, come ci racconterà). E’ vestito, quando lo incontriamo, non del solito black prediletto dagli architetti, ma dei colori della sua terra: i bruni, i marroni, i grigi e gli ocra della Patagonia, o del deserto di Atacama.
"Ho studiato architettura in Cile, guardando sui libri le foto di capolavori per me lontanissimi. E li ho visti solo a 23 anni quando, arrivato in Italia, ho camminato per le calli di Venezia, per le strade di Firenze, tra i templi di Siracusa. Più che vederli, li ho disegnati, misurati. Interrogati. Solo così, con la matita o con il metro in mano, si riesce a percorrere la sequenza delle decisioni che hanno portato alla straordinarietà di un edificio. Perché una casa, un grattacielo, è fatta anche di questo: dei centimetri di una finestra, di una porta. Decisioni giuste, o sbagliate".
Architettura in centimetri: ci faccia un esempio.
"Firenze, Biblioteca Laurenziana, capolavoro di Michelangelo. All’entrata mi dissero: vietato fotografare. Ma io non fotografo, risposi, disegno e misuro. Risposta: vietato anche disegnare. E contare si può? Così ho contato. Ho contato gli scalini: 15 al centro, 14 ai lati. Quelli a lato erano più alti. E mi sono chiesto: perché? E’ l’occhio di uno scultore? E poi ho abbracciato le balaustre, per capire… Un oggetto inerte come una scalinata diventa vivo, è un corpo, una scultura".
E a Santiago cosa misurava?
"In Cile non misuro case, ma la natura. La nostra forza è questo: il non costruito".
Quindi, se dovesse indicare un suo posto del cuore in Cile?
"Il deserto di Atacama. Perché lì hai ancora la sensazione che, uscendo dalla strada segnata, sei il primo a mettere piede su quel pezzo di pianeta".
E un cibo che per lei è Cile?
"Erizos, i ricci di mare. Qualcosa di non "amichevole", posso dire così?, che prendiamo direttamente dalla natura. Lo tagli e mangi. Questo per me è il sapore della mia terra".
Il Cile per noi italiani forse è soprattutto Neruda…
"Io amo di più Nicanor Parra. Lo conosce? Il fratello della cantautrice Violeta Parra, che ora ha 101 anni. Non un poeta, ma un antipoeta. Matematico e fisico, figlio di una sarta e di un maestro di paese; un uomo che ha saputo scrivere "antipoesie" ironiche, taglienti, quotidiane".
Il Cile come progetto architettonico: che per lei è soprattutto social housing, case popolari.
"Il 60% di quello che si costruisce in Cile utilizza un sussidio statale. Di questo dobbiamo ringraziare anche un presidente illuminato come Michelle Bachelet".
Un presidente importante, la Bachelet; nuove pagine dopo quelle buie per il Cile. Lei che ricordi ha?
"Io sono nato nel ’67; e nel ’73, durante il golpe, ero solo un bambino. Ma ricordo gli aerei che bombardavano la Moneda, il palazzo presidenziale. Ricordo i miei genitori, che mi urlavano "per terra", durante le sparatorie".
Il suo slogan: "The half of a good house". Cioè?
"Cioè: quello che possiamo offrire, come edilizia popolare (Aravena lo fa con la sua società Elemental, ndr), è la metà di una buona casa. Non di una casa: non ci sarebbe merito. Ma i soldi a disposizione bastano per costruire la metà di una buona, solida casa. L’altra metà – che sia la veranda, o certe finiture interne, a seconda anche del clima, della posizione geografica – è il contributo del singolo e della comunità. Un sistema aperto, non "chiuso" come offre di solito l’architettura. Il primo esperimento è stato Quinta Monroy, a Iquique, nel 2003: un progetto esemplare. Ed è bellissimo rivederlo adesso, vedere la crescita naturale di un quartiere, di una casa, grazie al capitale umano, come poi è successo a Villa Verde, a Constitution. Un "modello aperto" che adesso ci hanno chiesto di esportare in Messico. Perché il problema di offrire a tutti una "buona" casa è globale, non locale".
Anche questo è "Reporting from the front"? Non progetti da archistar ma case, buone case per chi ne ha bisogno?
"Il senso è: migliorare le condizioni di tutti con quello che io chiamo "il costruito".
Sta parlando anche di progetti per i rifugiati?
"O, ancora meglio, progetti per evitare che chi fugge – non importa se da povertà, disastri naturali o guerre - debba andarsene e migrare. Ma questo lo vedremo durante la Biennale. Vorrei che l’invito, non solo ai curatori e agli architetti dei vari Paesi, fosse: fai qualcosa".
Ci sono architetti che si sono fatti coinvolgere dalla moda. Renzo Piano ha firmato una borsa per Max Mara, ispirata al suo Whitney Museum; Gehry, un "Twisted Box" per Vuitton… Lei cosa disegnerebbe?
"Davvero Piano e Gehry hanno firmato una borsa? Non lo sapevo". (ride). "Ma io no, non credo mi potrei occupare di moda. Però ho disegnato un gioiello, insieme a mia moglie: le nostre fedi di matrimonio. Sono anelli che si incastrano perfettamente l’uno nell’altro, si completano: ma hanno senso anche portati da soli, hanno una loro bellezza e indipendenza".
Gli guardo la mano: non porta anelli. Però è una storia così romantica… Lui nota lo sguardo e aggiunge:
"E’ vero, alla fine non li portiamo, né io nè lei. Ma c’è un’altra cosa che abbiamo progettato insieme: casa nostra, dove viviamo con le nostre bambine".
Dunque sfida il detto secondo cui la peggior punizione per un architetto è vivere nella casa che ha progettato?
(Ride ancora). "Di una cosa siamo sicuri: non la faremo fotografare mai. E’ una casa intorno alla vita, non una vita intorno alla casa".

Le scarpe della mia vita.

Venerdì, 20 maggio 2016 @10:03

"Io e Melina preparavamo la cena e gli uomini andavano al lavoro. Facevamo il bagnetto ai bambini e uscivamo sul porticato, fumavamo e bevevamo caffè, parlavamo di scarpe. Parlammo di tutte le scarpe importanti della nostra vita. I primi mocassini, le prime scarpe col tacco. Gli zatteroni argentati. Gli stivali che avevamo provato. Le decolleté perfette. Sandali fatti a mano. Huarache. Tacchi a spillo. Mentre parlavamo i nostri piedi nudi si agitavano nell’erba verde e umida vicino al porticato. Aveva le unghie dei piedi laccate di nero."
(Lucia Berlin)

E tu le ricordi, le scarpe importanti della tua vita?
Il Buongiorno di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia, ma che qui sul blog ho riportato in versione più lunga) viene da un libro che mi è piaciuto molto quest’anno: il libro di racconti di Lucia Berlin: "La donna che scriveva racconti", Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Aceto. Mi piace quell’immagine delle due amiche con le unghie laccate di nero (Chanel rouge noir?), in veranda, che parlano delle scarpe della loro vita. Succedeva negli anni ‘60, o ‘70 (gli anni dei racconti del libro), ma succede anche adesso: un’immagine di estate, leggerezza, amicizia. E… scarpe. A proposito: ho dovuto controllare cosa fossero le Huarache del testo. Ci sono delle sneakers Nike con quel nome, ma vista l’autrice e la sua vita vagabonda e un po’ hippy, penso che siano piuttosto i sandali messicani "huarache", bassi e di cuoio intrecciato, spesso con la punta chiusa. Sandali da deserto, da spiaggia, da veranda…

Quanto alle scarpe della mia vita… Potrei parlarne per ore. Anche di quelle che non ho comprato, o di quelle che si sono distrutte con gli anni. Dei miei primi tacchi, delle Caovilla glitter dentro il mio romanzo "Glam Cheap", delle scarpine estive di tela blu con i buchi di quand’ero bambina… Finisco con le ultime: sandali bassi color bronzo, luminosi, iridescenti, che ho comprato a pochissimo in un negozio di Hong Kong dove sono andata per lavoro. Duemila metri quadrati di scarpe, e un caffè: è la Shoe Library. Le ho già messe e saranno le mie scarpe di questa primavera, di quest’estate…

Forse la felicità era un paese da costruire nell’aria e nel quale ballare.

Venerdì, 13 maggio 2016 @07:44

"Forse la felicità era un paese da costruire nell’aria e nel quale ballare."
(Paula McLain)
Basta solo che in questo paese ci sia anche tu.

Mi piace questa frase, dell'autrice americana di biografie di donne speciali, di cui è appena uscito "Tra cielo e terra", una storia africana, quella dell'aviatrice Beryl Markham. Mi piace anche la pagina da cui è tratta: dal suo libro di qualche anno fa, "Una moglie a Parigi" (Neri Pozza). Era la storia della moglie americana di Hemingway, sulla Parigi anni Trenta, una pagina in cui loro ballano sulla musica di un vecchio grammofono: "Fingi di essere felice quando sei triste - un paese da costruire nell'aria e nel quale ballare".
Mi piace pensare – ed è per questo che la frase è diventata anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana – che la felicità sia anche questo: un paese da costruire nell’aria; un paese reale, perché ci sei tu.

Credevo che avessimo tempo. Il primo sbaglio dell’amore, forse l’unico.

Mercoledì, 11 maggio 2016 @07:25

"Cerco di non ripensare troppo spesso a questi momenti, perché poi mi tormento per non averla baciata. Credevo che avessimo tempo. Nonostante tutto, in un modo o nell’altro credevo che avessimo tempo: il primo sbaglio dell’amore, forse l’unico".
(Lily King)

Parla di vite che non sono le nostre, "Euforia", appena uscito per Adelphi. O forse parla anche di noi? Parla dei primi antropologi negli anni Trenta, di Margaret Mead, delle sue ricerche e dei suoi amori; parla di una donna e due uomini che si incrociano, a Papua, in Nuova Guinea, e la loro vita non sarà mai più la stessa. L’amore. L’euforia. Non importa se tra piroghe canali foreste capanne o eucalipti; o metropolitane e grattacieli. Quando succede è amore. Lo racconta Lily King in un libro che vi consiglio. Anche e soprattutto se l’antropologia non vi ha mai interessato. Ma gli esseri umani, sì.

Dategli petali. Salvatelo.

Lunedì, 9 maggio 2016 @10:30

"Combatte sempre con le malinconie
mette pietre ovunque, le porta con sé.
Allora dategli petali, altre cose leggere.
Anche se non sa il nome. Salvatelo".
(Mariangela Gualtieri)

Il Buongiorno di oggi è tratto da un piccolo libro bianco Einaudi, "Le giovani parole", di Mariangela Gualtieri.
Petali. Abbiamo bisogno di petali.

Apro gli occhi e sei lì: buongiorno, telefonino!

Venerdì, 6 maggio 2016 @08:49

"La mattina accalcati
è tutto un becchettare
sulla tastiera.
Pollici come colombi affamati."
(Giancarlo Consonni)
Apro gli occhi e sei lì: buongiorno, telefonino!

Anche voi, come prima cosa del mattino, ormai – ahimé – accendete il telefonino? La poesia molto contemporanea di oggi è tratta da uno di quei piccoli libri bianchi Einaudi che mi piacciono tanto: questo è appena uscito, di un architetto-poeta, e si intitola "Filovia" (Einaudi). E' anche il mio #spillo su Gioia, dove trovate un corvapezzo sul… surf! Come moda, tendenza, design, e felicità delle onde.

Lei raccontava la propria infanzia come se disfacesse i nodi di una corda, rivedendo lentamente i fatti uno a uno.

Lunedì, 2 maggio 2016 @19:48

"Lei raccontava la propria infanzia come se disfacesse i nodi di una corda, rivedendo lentamente i fatti uno a uno."
(Murakami)
Incontrarsi, raccontarsi.

Questo è il mio #spillo su Gioia, tratto da "L'uccello che girava le viti del mondo" (Einaudi), di Murakami. Uno scrittore che sto scoprendo adesso. Un piacere, sempre, leggere e scoprire con lentezza.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.