Lisa Corva

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Apro l’armadio dei giorni.

Venerdì, 28 ottobre 2016 @08:40

"Cammino leggero attraverso il giorno che sorride, invitandoti a indossarlo."
(Stefano Del Degan)
Apro l’armadio dei giorni.

Non è bellissimo pensare di aprire l’armadio e indossare il giorno di oggi? Questa frase leggera è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana.

Possiamo esigere da noi stessi di affrontare la verità.

Giovedì, 27 ottobre 2016 @08:41

Possiamo esigere da noi stessi di affrontare la verità.

Cara Ingeborg, cara scrittrice austriaca che non conosco e che forse non leggerò mai (di te ho in mente solo delle foto anni Sessanta con una collana di perle al collo, e bei titoli Adelphi che non ho nella mia libreria). Lo sai che la tua frase, "On peut exiger de l’homme qu’il affronte la verité", ora è incisa su una sedia del Jardin du Palais Royal? Possiamo chiedere all’uomo che affronti la verità, possiamo chiederci di affrontare la verità. Ci sono passata davanti per caso qualche giorno fa, sotto quella pioggerellina fine che sembra esserci solo a Parigi; una Parigi più stanca, più malinconica, e non è solo l’autunno, e non sono solo gli attentati. Ma il Jardin du Palais Royal è sempre bellissimo, il viale perfetto di alberi, il piccolo caffè sul bordo dei portici, il silenzio nel cuore della città. Mi avvicino alle sedie verdi bagnate di pioggia (che bello, una città dove ci sono delle sedie nei parchi), e vedo che su ognuna c’è una frase incisa. Un poeta, uno scrittore… E poi ci sei tu, Ingeborg Bachmann. Nata in Austria, morta nel 1973 a Roma: per te, l’altrove. Tu con la macchina da scrivere, le sigarette. Tu con cui forse ho in comune solo una collana di perle, anzi due: quella di mia madre e quella di mia nonna, che quest’anno sono diventate una sola, lunga, asimmetrica collana di perle, un po’ Coco Chanel; la indosso e penso che le perle bisogna portarle, non lasciarle in un cassetto. Tu e le tue perle, Ingeborg. Tu che mi hai regalato, sotto la pioggia parigina, in un giorno d’autunno, un pensiero esigente sulla verità.

Dentro una teiera c’è sempre l’autunno.

Giovedì, 20 ottobre 2016 @09:02

"Dentro una teiera c’è sempre l’autunno."
(Tiziana Cera Rosco)
E anche dentro la mia tazza di tè: nuvole, foglie, promesse.

Dentro una teiera c’è sempre l’autunno. Quando ho letto questa frase, che è di una donna che ho conosciuto da poco, una donna che vive d’arte e di scrittura, con solo apparente cupezza (la trovate qui: http://www.tizianacerarosco.it ), ho pensato: sì. E’ vero che dentro una teiera c’è sempre l’autunno, con la sua voglia di caldo, di morbidezza, di sciarpe. Persino per me, che bevo tè in qualsiasi momento dell’anno. Ma forse è soprattutto dentro una tazza, nel colore ambrato e forte del mio tè preferito, una miscela che viene da Ceylon (e che compro da Mariage Frères a Parigi, o che chiedo in regalo a chiunque ci vada), che leggo l’autunno. Nuvole, foglie, promesse. La frase è il mio #spillo su Gioia di questa settimana.

A proposito di Nobel, di atomi di Argon e della chimica della felicità.

Mercoledì, 19 ottobre 2016 @09:28

Il primo Nobel ad essere assegnato quest’anno (no, non voglio commentare quello a Bob Dylan, meglio di no!) è stato quello di Chimica; a tre ricercatori, Sauvage, Stoddard e Feringa. Io di chimica non capisco nulla, ma per fortuna ho un amico, Piersandro Pallavicini, che oltre a insegnarla all’Università di Pavia, e a chiamarmi "atomo di Argon" (perché dice che non si capisce mai dove mi trovo esattamente, proprio come un elettrone delocalizzato dentro un atomo di Argon) scrive romanzi. L’ultimo, appena uscito, si intitola "La chimica della bellezza" (Feltrinelli). A lui quindi ho chiesto di spiegarci il Nobel.

-Uno dei premiati, Sauvage, appare nel tuo libro…
- Conosco e ammiro Sauvage. Ha sempre fatto una chimica spettacolare. Mi ero sempre lamentato che non fosse stato dato un Nobel a un grande come lui. E 20 giorni dopo l’uscita del romanzo... ha vinto il Nobel davvero!

-Il premio è stato assegnato per le "macchine molecolari". Cioé?
- Sono molecole complesse fatte di tante parti capaci di autoassemblarsi nel prodotto finale spontaneamente. Queste "macchine" svolgono lavori come le macchine di tutti i giorni, ma sono delle dimensioni più piccole possibili al mondo, perché fatte di atomi. Possono essere usate ad esempio per entrare nelle cellule e modificarne le proprietà, per aprirsi e dispensare farmaci nel corpo umano solo dove occorre.

-Chimica dell’amore. O della felicità. Si può riassumere con una formula?
- Potrei darti le formule del sildenafil e della triazolo-benzodiazepina, ma sarebbe una battutaccia da chimico-cinico: sono i principi attivi del Viagra e dello Xanax. La verità è che nemmeno una macchina molecolare ci può dare amore o felicità. Ci vuole l’uomo giusto o la donna giusta. O tutt’e due insieme, non precludiamoci alcuna possibilità!

(Questa intervista è uscita la settimana scorsa su Gioia).

Unlearning. Disimpararsi a vicenda, quando un amore finisce.

Lunedì, 17 ottobre 2016 @08:23

"Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a trasformarsi in assenza?"
(Jonathan Safran Foer)
Disimpararsi, la crudeltà degli addii.


La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratta dall’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer. Che no, non mi è molto piaciuto; non in confronto al meraviglioso "Molto forte, incredibilmente vicino", almeno. Ma le pagine su una coppia che va in frantumi sono potenti. E lui è molto brillante e simpatico, mi sono divertita a intervistarlo: ecco l’intervista, che è uscita su Vogue di settembre.

The sound of time. Il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, "Eccomi" (Guanda, con la bella traduzione di Irene Abigail Piccinini), ha dentro il suono del tempo. Il tempo che erode e sgretola un matrimonio; ma anche il tempo che fa scoppiare, come una bomba a orologeria, una guerra annunciata in Israele. E poi un tempo intimo, domestico: perché "the sound of time" è, per il bimbo figlio del protagonista del libro, quello del frigorifero della cucina. E infatti: che fine ha fatto il suono del tempo?, chiede il piccolo Benij ai genitori: "Ci volle tempo – cinque frustranti minuti – per capire a che cosa si riferisse. Il nostro frigorifero era in riparazione, per cui in cucina mancava il suo onnipresente, quasi impercettibile ronzio. Benij era praticamente sempre in casa a tiro d’orecchio di quel rumore e aveva finito per associarlo al corso della vita. Trovai bellissimo il suo malinteso perché non era un malinteso. Mio nonno sentiva le urla dei suoi fratelli morti. Questo era il suono del suo tempo. Mio padre sentiva le aggressioni. Julia sentiva le voci dei bambini. Io sentivo i silenzi".
Quanti suoni, quante voci. "Eccomi", il primo romanzo di Foer dopo un silenzio di dieci anni - dopo "Ogni cosa è illuminata" (del 2002) e "Molto forte, incredibilmente vicino" (del 2005) – è un libro ancora più intrecciato di Storia e storie, di parole yiddish e rituali di fede, di ebraismo e Israele… A partire dal titolo: così risponde Abramo, quando Dio lo chiama per chiedergli di sacrificare Isacco. E per Foer, allora, qual è il suono del tempo? "E’ curioso che me lo chieda, anche perché questa è una delle poche pagine davvero autobiografiche del libro. Lo stupore di Benij davanti al silenzio della cucina era quello di mio figlio più piccolo, che adesso ha sette anni. E per me il suono del tempo, forse, sono le voci e il caos dei miei bambini, la colazione del mattino, salire in macchina insieme, le loro domande, ognuno vuole sentire una canzone diversa… Questo è il mio scorrere della vita e delle ore". Foer sostiene che c’è ben poca autobiografia, nel suo libro. Eppure è il racconto della dissoluzione di un matrimonio, e lui si è separato due anni fa dalla bella scrittrice Nicole Krauss, madre dei suoi figli (due anni: all’incirca, si fa sfuggire, quello che ci è voluto per scrivere, di getto, il grosso del romanzo). Insomma, insistiamo, non è d’accordo con Almodovar, il regista, che tempo fa disse, a proposito dei suoi film, che tutto quello che non è autobiografia è plagio? "Posso risponderle rubando le parole al protagonista del mio libro: "it’s not my life, but it’s me", dice, a proposito del serial tv che sta scrivendo. Non è la mia vita, ma sono io". Autobiografiche o meno, non importa: perché le pagine di Foer sulla dissoluzione di una coppia sono tra le più belle del libro. Quello che lui chiama "unlearning", disimpararsi. Quando il corpo dell’altro, che prima è la mappa di un territorio sconosciuto da esplorare con emozione, a occhi aperti, a occhi chiusi, diventa indifferente, solo la copia sbiadita di qualcosa che ci aveva fatto vibrare. Silenzi si intrecciano ai ricordi, il non detto ai litigi; il suono del tempo diventa quello di un amore che si sgretola, giorno dopo giorno, in cucina, in bagno, in camera da letto, mentre i figli crescono. "Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a trasformarsi in assenza?", scrive Foer. E in quel disimpararsi c’è tutto lo strazio di un amore che finisce, quando si pensava fosse per sempre. Per sempre, già. Ma forse è proprio il "per sempre" il problema, è la monogamia ad essere una perversione… "Chiamiamola piuttosto "sustainable monogamy", monogamia sostenibile. Ma è impossibile prescriverla, impossibile generalizzare. Anche se invidio chi riesce a "stare dentro" una coppia per quaranta, cinquanta, perfino settant’anni: e sì, ne ho conosciuti". Per "disimpararsi", per perdersi, basta, a volte, un messaggio scoperto in un telefonino: così almeno succede nel romanzo di Foer. Attenzione ai cellulari, quindi? A tutti i segreti, le cariche radioattive esistenziali che contengono? "Io sono in guerra aperta con il mio cellulare", dichiara Foer. "Gli smartphones ci ispirano ben poche cose belle. Ci portano fuori dalla vita, non dentro la vita".
Dentro la vita. Con il successo dei suoi primi libri, entrambi diventati film, Foer, che ha 39 anni, ha dunque scelto questo: di vivere di scrittura. E vivere scrivendo (che, a volte, è la stessa cosa: ma non sempre). Insomma, sospettiamo, è un grafomane. Un po’ per la mole dei suoi romanzi: 327 pagine il primo, 351 il secondo, 600 l’ultimo. "Ed erano più di 800, nella prima versione. Tanto che quando l’ho data ai miei amici e primi lettori, raccomandavo: cerca di arrivare a pagina 600 prima di arrenderti", dice, ridendo. Ma come scrive, dove scrive Foer? Al caffè, qualche caffè hipster di quella Brooklyn dove vive e che ama tanto? Oppure a casa? "Il segreto è una sedia. Anni Sessanta, di design scandinavo, comodissima, che è sempre stata in sala da pranzo. Riesco lavorare solo seduto lì. E non mi è mai venuto in mente neppure di spostarla, finché non me l’ha suggerito un amico. Così adesso è al piano di sopra, nel mio studio. Ma scrivo solo al mattino, quando i bambini sono a scuola. Un notes per prendere appunti quando sono in giro? Mai. Però correggo le prime versioni sempre a mano: stampo, e ci scrivo sopra".
Grafomane, immaginiamo, anche in privato? Probabilmente, visto che – tanto per fare un esempio - da quindici anni ha una fitta corrispondenza con Natalie Portman, l’attrice hollywoodiana, conosciuta a un suo reading. Quindici anni di chiacchiere digitali poi scomparse in un "buco nero" del computer. E rievocate in uno scambio di mail appena pubblicate dal New York Times. Ritroviamo il piacere di scrivere la vita, sembra dire Foer: per lui, per tutti, anche per noi. Facciamo nostre le sue parole: "Scrivere per me vuol dire seguire delle strade". Perché tutti noi abbiamo delle strade da seguire, e le parole tracciano il cammino… "Il mio mestiere è un grande privilegio, ma in fondo è abbastanza inutile: un romanziere non guarisce malati, non mette cibo in tavola. Un’inutilità che, paradossalmente, ti rende libero. Ma quando la scrittura diventa un libro, quando va fuori nel mondo, quando certe frasi riverberano in chi le legge, allora sì che trova – credo - un senso". Forse per questo Foer ricorda due momenti per lui magici, entrambi legati all’Italia: la prima volta al Festival Letteratura di Mantova (ci è tornato quest’anno, con il nuovo romanzo) e al Festival di Massenzio, a Roma. "Per non parlare di quei meravigliosi carciofi che si mangiano nella capitale", dice… I carciofi "alla giudìa", certo. Si chiamano così: glielo ricordiamo e lui ride. Lo scrittore più modernamente yiddish del mondo non poteva non scegliere un cibo seppur vagamente ebraico!

Amore, e altre migrazioni cosmiche.

Giovedì, 13 ottobre 2016 @08:42

"Una migrazione cosmica è iniziata stasera:
carovane di alberi per la terra scura,
filari di grappoli pronti alla vendemmia,
cascate di stelle di casa in casa,
fiumi che risalgono i corsi – all’indietro!
Tutto questo è stasera, che dormo con te".
(Marina Cvetaeva)

Migrazioni cosmiche. Le stagioni che cambiano, il corpo che cambia, i paesaggi che cambiano, magari all’incontrario, fiumi che vanno all’indietro, città sospese. Migrazioni cosmiche in un letto, quello che dividiamo. Anche i sogni della notte sono migrazioni cosmiche; così come risvegliarsi, al mattino, su questo pianeta. Mi piacciono questi versi di una poetessa del primo Novecento che ho molto amato, una nomade dei sentimenti, ribelle, selvaggia, disinibita (se cliccate sul suo nome in verde trovate altri Buongiorno che le ho sfilato). La poesia che ho scelto è del 1917 ed è tratta da "Scusate l’amore" (Passigli Poesia), a cura di Marilena Rea; con il testo in cirillico a fronte, che mi ricorda che un tempo sapevo scrivere e leggere in russo…
Nel libro (ve l’ho già detto, vero, che la mia ultima passione sono gli erbari?), ho messo delle foglie di alloro, raccolte nel mio giardino. L’ho sempre usato per cucinare, nelle minestre di cereali in genere, ma ho scoperto che si possono far seccare, mettere in micro sacchetti, e usare come antitarme. Ci provo!

Quel che vedo nei tuoi occhi.

Lunedì, 10 ottobre 2016 @09:45

"Gli occhi, d’un grigio celeste o d’un celeste grigio – d’un colore un po’ incerto e ambiguo, il colore, ad esempio, d’una montagna lontana."
(Thomas Mann)
Quel che vedo nei tuoi occhi.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratta da "La montagna incantata" di Thomas Mann, che sto leggendo da quest’estate in edizione Corbaccio (con la bella traduzione storica di Edvino Pocar). Mi mancano solo un centinaio di pagine! Una grande meditazione sulla malattia, sulla morte e sulla libertà che, a volte, regala la malattia.
E’ bello pensare che ci sono sempre dei classici che ci aspettano. Pagine che ci aspettano. E paesaggi che ci aspettano. Quando alle montagne lontane… Grigio celeste o celeste grigio per me rimane sempre il colore del mare, magari in una giornata di bora. Penso al golfo di Trieste, ovviamente, sabato sotto una pioggia grigia, domenica in un azzurro sfolgorante di sole e vento, giusto in tempo per la Barcolana.

Buongiorno, piumone. Mi sei mancato.

Giovedì, 6 ottobre 2016 @08:34

Ebbene sì. Ammetto. E’ autunno. E fa freddo, almeno nel mio altrove. Ma quando mi sono arresa e ho tirato fuori dalla cassapanca il piumone ho sorriso, come quando rivedi un vecchio amico.
Il piumone, e le lenzuola per il piumone. Sofficezza, affetto, tepore, casa. E poi tutto insieme, come le foglie che cadono in questi giorni: brina sul vetro al mattino, dov’è la sciarpa di cachemire?, se vado in bici ho bisogno dei guanti, sarà ora di mettere le calze. Apro l’armadio ed eccolo, l’autunno dentro, per affrontare l’autunno fuori. Benvenuto, dunque, autunno.

La sua tristezza. Stava sospesa nella stanza come una nuvola.

Lunedì, 3 ottobre 2016 @08:58

"Caroline percepì la sua tristezza. Stava sospesa nella stanza come una nuvola"
(Julian Fellowes)
Le nuvole della malinconia.

Buongiorno, malinconia di ottobre. Buongiorno, nuvole della malinconia. La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, in realtà è tratta da un libro non malinconico, ma ironico e leggero come sa essere solo lui, Julian Fellowes, lo sceneggiatore di Downton Abbey: "Belgravia" (Neri Pozza). Che in questo romanzo va invece un pochino più indietro, nell’Ottocento inglese.
Rimangono le nuvole della malinconia, che a volte si specchiano in una tazza di tè.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.