Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Paola, perché quello di cui abbiamo bisogno per camminare nella vita è un paio di scarpe d’oro.

Mercoledì, 30 novembre 2016 @10:03

Prima di conoscere Paola Vitali ho conosciuto le sue scarpe: ma forse le avete viste anche voi, sui giornali, nelle vetrine, o che brillavano addosso a qualche amica. Sono le Paola d’Arcano: http://www.paoladarcano.it
Ed è lei il mio secondo incontro di bellezza e parole: dopo i corvapezzi, LisaIncontra! Da Paola ho imparato una cosa: che l’oro è l’accessorio perfetto, il "colore neutro" che va bene con tutto. D’estate e in queste lunghe giornate di quasi inverno. E io non le ho, un paio di scarpe d’oro! Devo assolutamente rimediare.


Parliamo di… tronchetti damascati e scarpe d’oro, ovviamente. Le tue scarpe che tutte vogliono. L’ispirazione, da dove è arrivata?
Da nessun luogo esotico: semplicemente, dalla scarpiera di mia madre. Un pozzo infinito di eleganza, idee e ispirazioni. Un amore smisurato per tutto ciò che luccica e brilla. Dalle scarpe da ballo ed in particolare da quelle da tango. Dal color oro da usare come colore neutro. Da giorno come da sera. Ancor più bello se indossato abbinato a un paio di semplicissimi jeans. Il tronchetto? La classica scarpa "passepartout"… perfetta sempre.

Un tempo le scarpe si portavano sempre del colore abbinato alla borsa. Ora tutte le regole sono saltate. E la tua borsa, com’è?
Da quando Angelina Jolie ha scelto di abbinare il colore del suo rossetto alla sua borsa, ai Golden Globe 2012, molte celeb l’hanno copiata… e da allora la mia borsa è piena di rossetti di colori diversi.

Le nostre pesantissime borse. Non hai mai sognato di uscire senza?
Diciamo che non mi piace lasciare le mie borse da sole a casa…

Le scarpe che più ami/hai amato. Anche se non sono le tue.
Un paio di vecchissime e consumatissime "All Star Converse" di cotone bianco ogni giorno più lise, "cotte" e stanche.

Dovendo proprio scegliere: flats, mezzo tacco o tacco alto?
Nessuna regola… Ciò che davvero conta è semplicemente sapere dove andare. Per sapere che cosa indossare. Ricordi Forrest Gump, il film? "Mamma dice sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose. Dove va. Dove è stata".

La scrittrice spagnola María Dueñas, nel suo bel romanzo "La notte ha cambiato rumore" (Mondadori), ha scritto: "Perché nessuno sospettasse i miei timori, li nascosi con un’andatura risoluta in equilibrio su un paio di tacchi e un’aria determinata. Perché nessuno intuisse l’immenso sforzo che dovevo fare ogni giorno, per vincere a poco a poco la mia tristezza". Secondo te bisognerebbe sforzarsi e mettere comunque un pochino di tacco, per calpestare nemici e dispiaceri?
Posso risponderti con parole di Anna Dello Russo ? "I tacchi ti mettono sempre in uno stato d’animo migliore. Più sei depressa, più è alto il tacco che devi indossare".
Ovvero, ci sono giorni in cui comprare un paio di scarpe nuove risulta più conveniente che andare dallo psichiatra.

Non esci mai di casa senza…
Un paio di occhiali da sole.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
Per aprire una porta, non troverai miglior chiave della tua volontà.

Il tuo posto del cuore nel mondo. Il posto dove ti senti più tu.
In riva ai laghi dell’Engadina.

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
"Alta fedeltà", di Nick Hornby (Guanda).

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere.
Posso invece parlarti dell’ultimo libro che mi ha fatto piangere? "Raccontami dei fiori di gelso", di Aline Ohanesian (Garzanti). Un amore spezzato dalla deportazione degli armeni, all’alba della prima guerra mondiale. Impossibile da dimenticare.

Scarpe che hai visto in un quadro o in un film e le avresti rubate…
Erano in un museo: al "MoMu" di Anversa.
Un paio di francesine di Dior in seta color verde salvia, interamente ricamate a mano, e disegnate da Roger Vivier negli anni '50.

Scarpe di te bambina, o viste quand’eri bambina, che ti ricordi ancora perfettamente.
Delle orrende ballerine in glitter viola di due numeri più grandi del mio. A conferma di quello che direbbe mia sorella Sara: " deve essere affetta da un’alterazione genetica che si porta sin dall’infanzia".

Aspettando la neve.

Martedì, 29 novembre 2016 @08:46

"Quando si avvicinava l’inverno – Filippo andava a stare in montagna e aspettava la neve. La neve è strana come dovrebbero essere sempre strane tutte le ragazze dei primi appuntamenti d’amore, e alle volte cadeva puntuale al suo arrivo, altre volte si faceva aspettare per giorni e giorni".
(Goffredo Parise)

No, non ho mai letto nulla di Parise, scrittore italiano oggi forse dimenticato, anni Cinquanta e Sessanta. Ma ho letto per caso queste frasi e mi sono piaciute, come mi piace l’aria fredda, quasi sotto zero, di questi giorni, che fa pensare alla neve.

Ci sono luoghi nel mondo che ti catturano, appena ci metti piede. Luoghi che sembravano aspettarti.

Venerdì, 25 novembre 2016 @09:19

Ci sono luoghi nel mondo che ti catturano, appena ci metti piede. Luoghi che sembravano aspettarti. A me è successo con il Castello di Ama, in Toscana, dove sono stata in settembre. Ve lo racconto su Gioia in edicola: è nel mio pezzo-guida a un weekend per cantine, cantine speciali, d’arte o architettura, o con una spa dentro; un articolo da strappare e conservare (e usare!).

Sullo stesso numero di Gioia trovate il mio #spillo della settimana:

"Anna percorse lentamente un mezzo chilometro di sensi di colpa lungo la via centrale, fermandosi davanti alle vetrine dei negozi e rubando piccoli frammenti di tempo".
(Jill Alexander)
Certe passeggiate. Certi giorni in cui fuggiremmo volentieri da noi stesse.

Lo #spillo è sfilato non da un luogo che mi aspettava, ma da un #librochemiaspettava, lì nella mia pila di libri, nel mio studio. Si intitola "Una donna pericolosa" (Feltrinelli), di una scrittrice e poetessa americana, Jill Alexander; un romanzo intenso, grigio come la Zurigo dov’è ambientato: una specie di Madame Bovary reloaded.E’ una storia di sesso, anche: sesso con gli uomini sbagliati. Ma è soprattutto la storia di una donna che potrebbe avere tutto (e che ha tutto: una casa, un marito, tre figli) e che invece di notte non dorme, esce silenziosa di casa e va sulla "sua" panchina a piangere, pagine di struggente mal di vivere. C’è anche questo, questo buio, nella vita. Ci sono giorni in cui fuggiremmo da noi stesse. In cui vogliamo solo avere un luogo nascosto in cui piangere. E’ liberatorio ritrovarlo in un libro dal ritmo così serrato – così possiamo leggere, fino all’ultima pagina, chiudere, e lasciare quel dolore dentro il libro.

0 commenti

Sikvaruli, la parola amore esiste. Cronache da Tbilisi.

Lunedì, 21 novembre 2016 @09:04

Ed ecco le mie cronache da Tbilisi: un posto che non avrei neppure saputo rintracciare sulla carta geografica. Ma è questo il bello dei viaggi che nascono per caso, per avventura, per invito: ti portano, a volte, in un altro mondo, di cui non sai assolutamente niente. Ora so dov’è: Tbilisi, capitale della Georgia; sotto la Turchia per noi che veniamo dalla comoda Europa, verso l’Asia. Tbilisi, capitale di un mondo millenario (qui, ci hanno raccontato orgogliosi, hanno fatto il primo vino! Ottomila anni fa). Con una sua lingua e un suo alfabeto, perché, anche se faceva parte dell’Unione Sovietica, qui non si usa il cirillico, ma un bellissimo alfabeto tondo e antico che mi ricorda quello indonesiano. Tbilisi che è un incrocio tra Istanbul, Belgrado e Beirut, ma che ha un’anima tutta sua, un cuore grande, molti sorrisi.
Che cosa mi è piaciuto?
- L’hotel con i libri dentro. Quello dove abbiamo dormito: in un’ex tipografia e casa editrice soviet, ora un piccolo gioiello design, con carta da parati inglese e una vasca old england in camera, una sala da pranzo-veranda, e all’entrata pareti tappezzate di libri in tutte le lingue. E’ il Rooms Hotel.
- Archistar abbandonate. Come l’edificio-oloturia (sì, sembra quasi un enorme cetriolo di mare) di Fuksas, finito e mai inaugurato, per problemi, mi dicono, politici: un peccato. Potrebbe diventare qualunque cosa, un museo, un albergo, una sala da concerti o un ristorante, o tutte queste cose insieme; e invece è lì, sprangato. Ruin porn. Ma ci sono anche begli edifici di archistar che sembrano quasi oggetti disegnati dai marziani, planati in una città dimenticata: il ponte sul fiume tutto trasparente disegnato da De Lucchi, ad esempio, e che gli abitani hanno soprannominato ironicamente Always Ultra: in effetti assomiglia a un assorbente abbandonato… Ma è anche vero che quando le architetture si meritano dei soprannomi, vuol dire che la gente le ama: penso alla Macchina da scrivere, che è il Vittoriano, a Roma, al Gherkin (il cetriolone) di Foster a Londra.
- Bagni di zolfo. Cupole tonde, millenarie, in un angolo della città che assomiglia davvero a Istanbul, e dentro gli antichi bagni sulfurei: si prenota una saletta-piscina privata tutta mosaici vagamente soviet, ti portano anche del tè nei bicchieri di vetro. Un’esperienza, un tuffo, davvero, nel passato.
- Sikvaruli, la parola amore esiste. Vocabolario sentimentale. In georgiano, amore si dice "sikvaruli". Una delle due parole che ho imparato. L’altra è "madloba", grazie. Forse bastano queste due parole, per sopravvivere, sempre, nel mondo?

Intanto, se volete sapere qualcosa di più di Tbilisi, la mia intervista alla gallerista Tamuna Gvaberidze, che mi ha invitato e fatto scoprire Tbilisi, con i suoi artisti in "vetrina" http://www.windowproject.ge , è su Vogue di novembre.

Voglio dormire il sonno delle mele.

Venerdì, 18 novembre 2016 @09:11

"Voglio dormire il sonno delle mele."
(Federico García Lorca)
Voglio dormire, e risvegliarmi, così: felice, rotonda e intera, come una mela. Dentro avrò la saggezza dell’albero.

Mi piace così tanto questa frase, questo verso di Lorca che l’ho fatto diventare il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Tempo di mele, piccole, rosse; nel mio altrove le ho nel mio giardino, il piacere di raccoglierle dall’albero. Pioggia sul tetto, pioggia sul weekend: tempo per dormire il sonno rotondo delle mele.

Una vita dunque di perpetua istantaneità – una simile vita era un’idea semplicemente insopportabile!

Mercoledì, 16 novembre 2016 @09:05

"Una vita dunque di perpetua istantaneità – una simile vita era per lui un’idea semplicemente insopportabile!"
(Robert Musil)

Whatsapp, Instagram, Facebook: tutto il mondo istantaneamente dentro il mio cellulare. Lo uso, mi piace. Ma da quando ho letto questa frase nelle ultime pagine di "L’uomo senza qualità" di Musil (sì, lo sto finendo, un libro che mi accompagna da quasi due anni, nei due volumi e nella bella traduzione Einaudi), continuo a pensarci. Ho molto, molto bisogno di un altro tempo nella mia vita: un tempo lento, non istantaneo, non immediato, non effimero, quello dei classici. Perché dentro di noi possono convivere le due ispirazioni e aspirazioni, i due ritmi. Ma una vita solo istantanea non è vita.

0 commenti

Per rilassarmi vado al Planetario: Serena, che sogna stelle e disegna fiori.

Lunedì, 14 novembre 2016 @08:59

Incontri. Quante volte mi è successo, di incontrare persone che fanno "cose belle" (sì, cose belle, semplicemente), e di cui poi vorrei tanto parlare… Ma ai giornali con cui collaboro a volte non interessa. E quindi? Quindi con Serena Confalonieri, designer trentenne con tanti riccioli rossi , inauguro una nuova pagina del blog: incontri con persone che mi hanno colpito, entusiasmato, toccato – e che mi fa piacere raccontare. LisaIncontra. Raccontare solo con le parole: è una scommessa, un anti-Instagram in questi tempi di sole immagini. Ma io credo che le parole aprano mondi. Ci proviamo?

Vi presento allora Serena: http://www.serenaconfalonieri.com . L’ho conosciuta nel 2013, intervistata a proposito di fiori che ci rendono felici: erano boccioli e petali su Flamingo, il tappeto di lana che aveva progettato per Nodus e presentato al Salone del Mobile; un tappeto grande, di forma strana e irregolare, che terrei volentieri a casa… E poi ci siamo incontrate per un caffè alla Triennale di Milano (ovviamente!), dove tra l’altro è ancora aperta la mostra di design al femminile che ospita anche delle sue lampade (andateci!).

Ci siamo conosciute per un tappeto a fiori, poi sei passata alle lampade e alla carta da parati… Di tutti i tuoi progetti/oggetti, quale ti è più caro?
Sicuramente proprio "quel" tappeto a fiori: perché è il progetto che ha segnato l’inizio della mia carriera come designer indipendente, perché mi ha dato la possibilità di iniziare al meglio con un’azienda con cui avevo sempre sognato di lavorare, e perché mi ha insegnato che osare va sempre bene. Prima dell’appuntamento, infatti, stavo per togliere il progetto dalla presentazione perché temevo fosse troppo fuori dalle righe, e invece è stato l’unico ad essere scelto.

Per le tue lampade, che tra l’altro sono anche nella bella mostra di design femminile in Triennale, W Women in Italian Design (che è ancora aperta alla Triennale di Milano, fino a febbraio) hai scelto due nomi di donna: Lea e Cora. Perché?
Sono molto decorative e molto femminili nelle forme e nelle linee, per cui due nomi femminili brevi e lievi mi sembravano molto adatti. E poi i volumi si rifanno alle lampade in metallo tipiche da cucina degli anni 50-60, regno delle nostre mamme e nonne.

La sicurezza degli oggetti. E’ il titolo di un romanzo americano (di una donna, A.M.Homes), un titolo che mi piace molto. Tu che gli oggetti li immagini e li crei, sei d’accordo?
Onestamente non tendo a legarmi molto agli oggetti.
La sicurezza degli oggetti forse per me rappresenta proprio il loro carattere transitorio, il fatto che siano qualcosa di "leggero" ed effimero. Più uno strumento per fare ed esprimersi, che un fine ultimo a cui tendere.

Io sono un’appassionata di tazze: la mia tazza, anzi le mie tazze preferite, per il tè; la mia teiera preferita. Qualcosa che tengo in mano ogni giorno e che mi fa compagnia. Anche tu hai una tazza preferita, e se sì, quale, da dove viene? E sei una donna da tè o da caffè?
Sono una donna da caffè: lungo, americano, che ti scalda le mani e ti sta accanto mentre lavori. Ma le mie tazze preferite fanno parte di un servizio da tè bianco e blu anni 70, regalo di nozze fatto ai miei genitori, che mia mamma mi ha donato qualche anno fa.

So che quando puoi viaggi: cos’hai trovato, in giro per il mondo, che hai riportato a casa e che ami molto?
Ho una collezione molto kitsch di palle di vetro, quelle che scuoti e scende la neve: mi ricordano i posti in cui sono stata.

Storia del design: un oggetto cult (una lampada, un mobile) che ti piacerebbe avere a casa. E perché.
Mi piacerebbe poter decorare casa con i tessuti di Lucienne Day: una textile designer inglese della metà del secolo scorso, costante fonte di ispirazione. E, tra l'altro, una donna che ha saputo farsi spazio in un mondo fortemente maschile.

Scarpe o borse?
A dire la verità, nessuna delle due: sono appassionata di tessuti e pattern, e quindi ho molti vestiti colorati e con fantasie varie. Per cui gli accessori che utilizzo sono sempre molto neutri.

Le scarpe che più ami/hai amato.
Scarpe stringate basse da uomo, quelle inglesi, traforate: nel mio caso Dr. Marteens.

La tua icona femminile.
Margherita Hack, donna attiva non solo in ambito scentifico, ma anche attivista politica e per cause umanitarie.

E ovviamente una designer donna che ammiri… Anche se sono così poche!
Hella Jongerius, mai scontata nei suoi progetti e con un approccio al design trasversale e sfaccettato.

Non esci mai di casa senza…
Mascara: ho le ciglia chiare!

Ma non hai mai sognato di uscire senza la borsa? Con tutto in tasca?
Sarebbe bellissimo, ma ormai abbiamo bisogno di così tanti piccoli oggetti che è praticamente impossibile.
In ogni caso io sono per la praticità, le mie borse preferite sono le shopper di tela con delle belle grafiche, oppure, in situazioni più eleganti, piccole borsette vintage ricamate o intrecciate.

La frase (mantra, slogan, verso di una poesia) che più ti riassume.
Più che uno slogan, una domanda ricorrente: "Tu saresti capace di piantare tutto e ricominciare la vita da capo? Di scegliere una cosa, una cosa sola e di essere fedele a quella? Riuscire a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto proprio perché la tua fedeltà che la fa diventare infinita. Ne saresti capace?". E’ dal film "8 e mezzo", di Fellini.

Apri il tuo armadio. Qualcosa che non butterai mai, e perché.
Gli spartiti per pianoforte che suono da quando ero piccola: suonarli è un piccolo rito che mi rilassa, nonostante io sia ormai fuori esercizio.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
Volere è potere.

Il tuo posto del cuore nel mondo. Il posto dove ti senti più tu.
Sicuramente le città in cui ho vissuto fuori dall’Italia e che mi hanno aiutata a capire chi sono al di là delle mie radici (Barcellona, Berlino e New York).
Al momento sto vivendo una fase di passaggio, e credo che il luogo dove mi sento più a mio agio sia la dimensione del viaggio stesso.

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
Nei miei vent’anni ho letteralmente consumato "Cime tempestose", di Jane Eyre, e "L’amore ai tempi del colera" di Gabriel García Márquez: adoravo le storie d’amore strazianti ambientate in luoghi ed epoche lontane.
Ora non smetto di consigliare due autori americani: Philip Roth e Kurt Vonnegut, in particolare "Pastorale Americana" e "Se siete felici, fateci caso".

Un museo dove non ti stanchi di tornare.
Non un museo, ma il Planetario di Milano: bellissimo edificio degli anni '30 disegnato da Portaluppi, luogo in cui perdersi e abbandonare i problemi quotidiani per immergersi in dimensioni fuori dal nostro controllo. Inoltre il Museo di Storia Naturale di New York: tappa fissa ogni volta che mi trovo in città.

Come quando le stelle appaiono da qualche spiraglio in un cielo coperto di nuvole.

Venerdì, 11 novembre 2016 @10:22

"Sentii che avrei anche potuto innamorarmi poco a poco, come quando le stelle appaiono da qualche spiraglio in un cielo coperto di nuvole."
(Banana Yoshimoto)
Aspetto che il tuo bacio faccia luce nel mio buio.

Il Buongiorno di oggi, che appare nel cielo annuvolato e piovoso del mio altrove, è anche lo #spillo su Gioia di questa settimana. Ed è tratto da "Kitchen" (Feltrinelli), il primo bestseller della scrittrice giapponese. Mi piace questa frase, mi piace l'invito: alzare gli occhi e trovare uno spiraglio di speranza.
La frase della Yoshimoto mi ha ricordato anche una mia intervista che trovate su How To Spend It Italia (il mensile del Sole24Ore su cui scrivo) in edicola. E’ un’intervista a Rossana Hu, dello studio di architettura e design Neri & Hu, a Shanghai. Lei, così minuta, e chic, sempre vestita di nero, anzi di "black on black on gray", come mi ha detto. Alla domanda sulla vista che la ispira, mi ha risposto: "Il cielo. Mi piace alzare gli occhi, e guardare il cielo, ovunque io sia. Viaggio molto per lavoro, ed è rassicurante sapere che se guardo in alto, in qualsiasi parte del mondo, incontro la vastità e la luce sempre cangiante dell’universo: una lezione di umiltà". Detto da una designer, mi è sembrato molto bello. E in fondo, sempre di corsa e a occhi bassi, quante volte alziamo davvero gli occhi al cielo?


Pantsuit involution. Lo sapevo che il tailleur pantalone non era una buona idea.

Mercoledì, 9 novembre 2016 @09:59

Lo so, lo so: Hillary non era la miglior candidata, ma Trump è decisamente peggio. E alla fine mi ero appassionata, oltre che all’idea della prima donna presidente degli Stati Uniti, ai suoi "pantsuit", i tailleur pantalone sempre di un colore diverso, sua divisa per tutta la campagna elettorale. Peccato…

Siamo quello che siamo non per i nostri successi, ma per i nostri fallimenti.

Venerdì, 4 novembre 2016 @08:01

"Siamo quello che siamo non per i nostri successi, ma per i nostri fallimenti."
(Olen Steinhauer)
L’arte di saper cadere.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratta da un giallo appena uscito: "La cena delle spie", Piemme, dello scrittore americano Olen Steinhauer. Due spie, un uomo e una donna che si sono molto amati, si rivedono dopo anni a cena… Un appuntamento romantico, o forse no. Un buon giallo per l’autunno. E di sicuro un buon insegnamento per la vita: non aver paura della sconfitta. Del fallimento. Saper cadere. Ma ne siamo davvero capaci? Da piccola sono andata per anni a judo (un’idea immagino non mia, ma dei miei genitori). Le prime lezioni erano appunto sul come cadere – senza farsi male. Come vorrei che ci fossero psico-lezioni su questo, per potermi allenare. O forse s’impara solo cadendo.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.