Lisa Corva

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La luce, anzi la non-luce del Baltico: archi-musei, rovine soviet, pane nero col burro e altre cronache dall’Estonia.

Martedì, 31 gennaio 2017 @11:08

- Che ci fa su questa nave?
- Volevo vedere il Mar Baltico.
- Perché, cos’ha di speciale?
- Secondo i marinai è il più bello di tutti.
- Mai notato.
- E’ la luce ad essere speciale. Morbida e calda.
- La luce?
- In autunno si infiamma.
- E lei cosa fa di lavoro?
- Lo scrittore.
- Ah!
(Un pazzo, ma non pericoloso.
Mi sembrò di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto).


Sono partita per l’Estonia con un libro nel mio iPad: "Anime baltiche", di Jan Brokken (Iperborea). Il racconto-viaggio di uno scrittore olandese nelle Repubbliche Baltiche, da cui ho tratto la buffa conversazione qui sopra.
Sono partita pensando che in Estonia avrei trovato esattamente questo: una luce pura, riflessa e moltiplicata dalla neve. Sbagliato. La luce proprio non c’era. Il giorno cominciava (tardi, e finiva prestissimo) in una nebbia lattiginosa, perlacea; case e foreste avvolte in una perenne foschia e brina. Ma confesso che alla fine mi piaceva, questa luce non-luce, la sensazione incredibile di essere altrove, sul bordo di un altro mondo. E la voglia di luce forse non era solo la mia: nel museo che sono stata invitata a scoprire tra le foreste, il National Estonian Museum, c’era una ragazza seduta al caffè, con i capelli di una sfumatura bellissima, tra il grigio chiaro e il color lavanda, e un bimbo appena nato. Era così bella che mi sono avvicinata per farle i complimenti… E il bimbo? L’abbiamo chiamato "Lumi", ovvero, in estone, "neve", mi ha detto. E poi ancora: a una cena a Tallinn, c’era un architetto vestito di bianco, completamente di bianco, scarpe comprese. Ma è solo stasera o sei sempre all white?, gli ho chiesto. Sempre. Ha cominciato dieci anni fa, tornando in Estonia dal Canada, lasciando tutti gli abiti nell’armadio, e da allora non ha più indossato nulla di colorato.

Cosa mi è piaciuto, dell’Estonia? Scelgo il pane nero, caldo, che sa quasi di liquirizia, che arriva sul tavolo all’inizio di ogni pasto, con burro e un coltello di legno.
E poi il museo-capolavoro. L’Estonian National Museum a Tartu, inaugurato da pochi mesi; il progetto è del giovane studio di architettura DGT Dorell.Ghotmeh.Tane Architects, che ha sede a Parigi. Un museo nel mezzo del nulla, ovvero: sul sito di un’ex base aerea militare sovietica. Dan Dorell, uno dei soci, ce lo racconta così: "Ci siamo trovati di fronte a un sito talmente carico di tracce di diversi periodi, che abbiamo deciso di usare le linee presenti nel suolo per ricucire un passato doloroso e trasformarlo in simbolo di rinascita. Il museo è infatti il prolungamento dell’ex pista d’aviazione sovietica, e il tetto si innalza con una leggera pendenza: simbolo del decollo dell’Estonia da un passato doloroso verso una nuova era". Così decolla l’Estonia: giovane Paese super-digitalizzato (è qui che hanno inventato Skype!), con un giovane primo ministro, ed elezioni on line.
Un museo aereo e trasparente, dunque, che d’inverno rifletterà il bagliore della neve. 34mila metri quadri all’interno, ma molti spazi pensati anche nel parco e sul lago circostante, ad esempio per pattinare su ghiaccio. "Un vero e proprio centro di cultura e di vita", prosegue Dorell, "con biblioteche, sale per concerti, ristoranti, e ovviamente i 200mila oggetti etnografici che raccontano il Paese, collocati nel piano interrato, e parzialmente visibili attraverso dei pavimenti in vetro". Io mi sono appassionata agli antichi boccali di legno della birra, incisi con motivi diversi a seconda del paesino o della regione di provenienza… E i nastri-cintura coloratissimi.
Il passato soviet è ovunque, non solo in questa base aerea adesso trasformata in museo e manifesto di libertà e pace. Ma anche in un incredibile edificio-bunker, ora abbandonato, nel porto di Tallinn: Linna Hall. Costruito nel 1980 per i Giochi Olimpici di Mosca, dentro ha una pista di pattinaggio e un enorme anfiteatro. Tutto in rovina… Ma i ragazzi di Tallinn ci vanno lo stesso a disegnare graffiti, e, d’estate, a fare un picnic "urbano" guardando il Baltico. Guardando Helsinki che è proprio di fronte. E chissà, magari d’estate il sole splende davvero, e la luce è davvero "morbida e calda".

Incontrarsi per caso non era un caso nelle nostre vite.

Mercoledì, 25 gennaio 2017 @20:23

"Incontrarsi per caso non era un caso nelle nostre vite."
(Julio Cortázar)
Le strade del destino.

E’ il mio #spillo su Gioia di questa settimana questa frase sfilata da "Rayuela – Il gioco del mondo" (Einaudi), dello scrittore argentino Julio Cortázar. Mi ha fatto pensare a certi incontri che cambiano la vita.

Perché in amore alla fine siamo sempre indifesi. Sempre nudi.

Venerdì, 20 gennaio 2017 @09:28

"L’amore, sostantivo, molto sostantivo, singolare, di genere né femminile né maschile, di genere indifeso".
(Kiki Dimula)
Perché in amore, lo sai, alla fine siamo sempre indifesi. Sempre nudi.

Io c’ero, nel 2013, alla Stazione Centrale di Trieste, ad una delle coloratissime installazioni /happening d’arte di Elisa Vladilo: strisce cromatiche in tutta la grigia sala d’attesa, dove 35 donne straniere, ma che vivono a Trieste, hanno scritto a mano una poesia della loro terra, nella loro lingua. Un manifesto di pace, del saper vivere insieme. Ora quel momento d’arte colorato (pensato insieme a Per S/paesati 2013) è diventato un libro, con lo stesso titolo: "Rima d’origine". I versi che ho scelto, che sono anche diventati il mio #spillo su Gioia, sono della poetessa greca Kiki Dimula, scritti da Maria Kassotaki. La nudità dell’amore. Senza difese.

Una domanda che non avrei mai pensato di fare a un uomo: scusa, qual è la tua fantasia erotica?

Giovedì, 19 gennaio 2017 @09:17

Quando da DLui (il magazine per solo maschi di Repubblica) mi hanno chiesto di contattare uomini (possibilmente interessanti, possibilmente giovani) per farmi raccontare la loro fantasia erotica, ammetto, ero un po’ imbarazzata. Non come i maschi interpellati che hanno, quasi tutti, detto no. Forse perché si parla così poco di sesso, anzi di erotismo, ormai? Ecco i tre coraggiosi che mi hanno risposto. Comunque mi sono divertita a chiedere (ed ascoltare). L’articolo è uscito sull’ultimo DLui del 2016.

Francesco Gatti, architetto. E' qui: http://3gatti.com
"Le ragazze che mi piacciono si assomigliano tutte. Hanno i capelli corti, magari con dei riflessi blu o rosa; si vestono da maschio, in shorts e jeans, senza tacchi e senza trucco, ma se lo possono permettere: sono così femminili che il risultato è supersexy. Diciamo un po’ fluid gender… E, possibilmente, sono asiatiche, come una modella che seguo su Instagram, Chu Wong. O come tutte le mie ex cinesi: Mian Mian, che è una scrittrice, Uma Yang, una ballerina (ma purtroppo adesso si è fatta crescere i capelli!). Sì, cinesi. Ho vissuto per gli ultimi undici anni a Shanghai, dove ho portato il mio studio di architettura da Roma, e le cinesi mi hanno fatto impazzire. Ah, dimenticavo: il mio vero sogno erotico deve anche essere incinta, molto incinta, diciamo all’ottavo mese. Non so perché, forse perché il corpo di una donna che aspetta un figlio è così bello? Una fantasia che ho realizzato (per ora) una volta sola".

Livio Romano, scrittore. Il suo ultimo romanzo è "Per troppa luce" (Fernandel).
"Avevo nove anni quando mio padre mi portò a vedere Io e Annie di Woody Allen. E avevo nove anni quando mi innamorai definitivamente di Diane Keaton. Tornai a casa eccitato come può esserlo un bambino a quell’età già piuttosto alto e sviluppato, e un modello di donna mi si impresse per sempre nei sogni: capelli lisci, scuri, meglio se neri, rigorosamente con la riga in mezzo. Che facevano Alvy e Annie, nel film, di così seducente? Cosa faceva la dea Diane di conturbante? Si spogliava? Assumeva pose languide? Si toccava? Niente di tutto ciò. Portava gli occhiali, perlopiù: questo faceva. E parlava, parlava tanto. Esattamente come Woody. Un chiacchiericcio ininterrotto e svagato, intelligente e sagace. Ho ancora vivissima la scena di loro due che parlano di fotografia e le scritte in sovrimpressione che comunicavano allo spettatore quel che realmente pensavano. "I criteri estetici di una buona foto" che significava "Come sarà nuda?". Ecco, la faccenda, lì in sala, era che pure io mi stavo chiedendo come sarebbe stata nuda Diane. Poi cominciai a leggere Valentina. Carrè. Neri. Potrei innamorarmi di una donna solo perché porta un carrè liscio e nero. Ma Valentina era troppo metafisica, troppo onirica. Piuttosto qualche anno dopo è arrivata quella scena ormonale che sta in Turnè di Salvatores. Laura Morante –capelli lisci, scuri, viso regolare- che parla in radio con quella sua voce roca rivolgendosi ai due innamorati in viaggio per l’Italia su una vecchia Mercedes. Secondo colpo al cuore della mia vita, di cui mi son nutrito per anni e anni. Finché non ho incontrato PJ Harvey che canta Ride of me, solo voce e Gibson distorta, su un palco inglese davanti a centinaia di migliaia di spettatori. Fulminato. Il vestito cortissimo, gli stivali, il viso lascivo e dolcissimo, i capelli scuri, le ginocchia un po’ inclinate, nelle inquadrature posteriori, per meglio poggiare la chitarra sul pube, la fronte alta e, soprattutto, la riga dei capelli centrale: Lick my legs, I’m on fire ripetuto insieme al pubblico fino all’urlo catartico finale. Terza dea scesa in Terra della mia vita".

Gianluca Vassallo, fotografo, scopritelo qui: http://www.gianlucavassallo.it/wordpress/artist_vs_bitch/ oppure qui: http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/24/foto/ny_in_bianco_di_gianluca_vassallo_lo_sguardo_d_artista_nella_tormenta-131923113/1/#2
"La verità è che fuori dal quotidiano, fuori dalla realtà, non c’è nulla che mi muova. E non c’è gesto artistico, letteratura o cinematografia che mi abbia risvegliato mai. Mi sembra sempre buffo il sesso meditato, che si ferma - per esempio nella scrittura - tra la pagina e gli occhi. Ma mi interessa lo sforzo di descrivere l’intimità, mi interessa la dimensione politica del corpo. Mi interessano i rapporti di potere che maturano attraverso esso. E in questo senso la scena "erotica’ che mi ha toccato di più è quella presente nella prima stagione di House of Cards tra Zoe Barnes e Frank Underwood, in cui Francis è spalmato sulla schiena di Zoe e, mentre lei perde lo sguardo nel vuoto, lui si gira verso la macchina da presa con il corpo ancora in corsa, e dice: "tutto nella vita è legato al sesso, tranne il sesso, che invece è una questione di potere."

Neve, un ramo di bacche rosse, e le vetrine luminose ghiacciate.

Lunedì, 16 gennaio 2017 @09:03

"Passammo davanti alle saracinesche abbassate, alle sale da tè chiuse, alle case armene abbandonate e alle vetrine luminose ghiacciate, sotto i castagni e i pioppi coperti di neve, e camminando ascoltavamo il rumore dei nostri passi per le strade tristi illuminate da poche luci al neon".
(Orhan Pamuk)

Continuo il mio erbario improvvisato dentro le pagine dei libri. E stavolta, riprendendo in mano "Neve" di Pamuk (Einaudi, traduzione di Semsa Gezgin), ho appoggiato sulla pagina un ramo spinoso di bacche rosse che ho raccolto camminando qui nel mio altrove, per le strade e i giardini accanto a casa, ora coperti di neve. Pensavo che quel ramo fosse un agrifoglio: siamo in inverno, no? E invece - dopo aver controllato, indovinate un po’, su google, la nostra enciclopedia sul telefonino - ho scoperto che sono bacche di rosa canina. Mi piacciono i miei erbari cittadini, mi piace ricominciare a dare un nome alle piante, agli alberi che incontro per strada.
Il libro di Pamuk, che avevo comprato credo proprio per il titolo, è un libro in cui nevica, nevica dalla prima all’ultima pagina: nevica nella città turca di frontiera dimenticata (quella del pezzettino che vi ho sfilato), nella Germania dell’emigrazione. E’ un libro che ho letto lentamente, e ci ho messo anni; lentamente come la neve che cade e ricopre la città di Kars mentre il protagonista si innamora, scrive poesie, si scontra con i fanatici sia laici che islamici, rimane coinvolto in un attentato in un teatro… E dire che Pamuk, lo scrittore turco che ha vinto il Nobel Letteratura nel 2006, ha scritto "Neve" nel 2002, quando ancora il mondo non sapeva che cosa fosse l'Isis. Da allora forse l’unica cosa che è rimasta uguale è l’amore, e la neve.

Vivi. E’ l’unica risposta.

Venerdì, 13 gennaio 2017 @08:40

"Il passato che pensi di aver dimenticato è seduto sulla tua spalla, pronto a ricordarti che la vita è breve davvero ed è il caso di sfruttare al meglio quella che resta."
(Ian McEwan)
Vivi. E’ l’unica risposta.

No, non mi piace molto lo scrittore inglese Ian McEwan (anche se mi aveva molto colpito il film tratto dal suo romanzo "Espiazione", ricordate? Con una fantastica Keira Knightley). Ma ho letto su Repubblica, tempo fa, nel settembre del 2015, una sua intervista in cui c’era questa frase… che ho segnato subito. Ogni tanto inciampo in frasi, versi, parole, e non solo nelle pagine dei romanzi. Le tengo, ci penso, le rileggo(e a volte semplicemente le cancello). Ma questa no. Questa frase strana, con quel passato che sta sopra la spalla, inquietante, vero? Ma anche un monito a vivere dentro il presente. E adesso, è lo #spillo sull’ultimo numero di Gioia.
In fondo una frase che ti rimane dentro è come una canzone che continui a canticchiare. L’ultima? "City of Stars". Perché qui nel mio altrove c’è già "La La Land", il lievissimo musical jazz con Emma Stone e Ryan Gosling, che ha già vinto non so quanti Golden Globe e sta correndo verso l’Oscar. Siamo andati, eroici perché quando siamo arrivati il riscaldamento in sala era rotto! E’ stato buffo vedere un film col cappotto addosso (non eravamo gli unici e ci veniva da ridere). E’ da allora che sto canticchiando le canzoni del film. Contenta perché il jazz è la colonna sonora della mia vita, e perché un regista di soli 31 anni come Chazelle (che aveva già firmato "Whiplash"), ha saputo sognare di nuovo jazz, come fa, da sempre e per sempre, Woody Allen. Contenta perché c’è chi sa ancora regalare sogni.

Le donne che sanno cucire, e le bustine di Benedetta.

Martedì, 10 gennaio 2017 @10:36

Ma tu sai cucire? Io, che non so neppure attaccare un bottone, sono sempre ammirata quando incontro chi sa creare con ago e filo; o quando scopro che c’è chi a casa ha ancora (e usa) una macchina da cucire, oggetto per me misterioso come un’astronave. Come Benedetta Senin, quarantenne tutta riccioli che una volta a casa… cuce. Di suo ho due "bustine", nome in codice tra le amiche: pochette di stoffa, fatte magari con scampoli, spesso con parole ricamate, bottoni-decorazione, passamaneria… Si chiudono con una zip, così quel che c’è dentro è salvo. Io ne ho una con una peonia che ha accompagnato l’uscita del mio ultimo libro (che aveva, appunto, una peonia in copertina). Le tengo in borsa, per chiavi, rossetto, penne; o per il passaporto, quando viaggio. Ma non ho mai chiesto a Benedetta: l’idea come ti è venuta? Così è lei il mio terzo LisaIncontra.

Molti anni fa andavo spesso a Bordeaux (il mio compagno lavorava lì) e mi ero appassionata ad un’enorme libreria, Mollat. Mi piaceva l’atmosfera, la moquette per terra dove sedersi e sfogliare i libri, e tutto quello che potevo scoprire. E infatti ho scoperto un’intera sezione di libri dedicati al cucito, di cui pian piano ho fatto scorta. Francesi, quindi chic, ovviamente, ma semplici perché i progetti erano spiegati punto per punto con testi, disegni e foto, cosa che li rendeva assolutamente alla mia portata di sarta amatoriale. E così ho provato a realizzare la mia prima pochette.

La tua bustina preferita, quella che porti sempre con te in borsa?
In borsa non ne ho solo una, ma ben tre! Una per il make up, nell’altra i caricatori del telefono, nella terza le eventuali medicine. Insomma il survival kit metropolitano di ogni giorno. Fondamentale per me che sono una pendolare… E che affronto ogni giorno gli immancabili ritardi del treno e tutti gli inciampi di quelli che chiamo, cercando di riderci su, #mymondays.

Da chi hai imparato a cucire?
Confesso: sin da ragazzina avevo una passione per tutto quello che erano i cosiddetti "lavori femminili", quelli che una volta si insegnavano a scuola. Ma che io invece ho imparato dalla mamma di due mie amiche d’infanzia. Negli anni dell’università, ogni pomeriggio, quando tornavo a casa dalle lezioni attraversavo il cortile e salivo da lei. Le mie amiche stavano alla larga dalla macchina da cucire, io invece non vedevo l’ora di imparare… E ho imparato, grazie alla signora Giancarla: posso ringraziarla qui?
Adesso invece cucire per me è diverso, oscilla tra necessità e piacere, e sospetto che sia un po’ come per chi scrive: da un lato è un’urgenza, dall’altro una terapia. In ogni caso uno spazio solo mio. Uno spazio di grande, libera creatività.

Buffa la storia della mamma e della macchina da cucire dall’altra parte del cortile: buffa anche perché ora si impara guardando YouTube. Me l’ha appena raccontato un’amica, che voleva imparare a lavorare a maglia, e che si è appassionata a una youtuber che vive a Bologna. Ora è lì che "produce" fasce di lana per capelli (perfette con questo freddo!).

E nei romanzi, come siamo messi con ago e filo? Penso alla sarta spagnola che ci era tanto piaciuta, l’eroina, sarta e spia per caso, di "La notte ha cambiato rumore", Maria Dueñas.
Ah, il libro di Maria Dueñas mi ha fatto un po’ sognare. Mi immaginavo l’atelier che da stanza disadorna diventa il riferimento di tutte le signore dell’alta società e lei che dal niente diventa una sarta bravissima (e una spia!). No, direi che non mi è mai capitato di leggere un altro libro in cui ci sia una storia così avvincente, non nella prospettiva "sartoriale". Poi in tanti romanzi inglesi dell’Ottocento si incontrano miriadi di fanciulle che ricamano a piccolo punto, ma quella è un’altra storia, è contorno.

Le scarpe che più ami/hai amato.
Ci sono stati dei sandali, i primi Chie Mihara comprati tanti anni fa, piattissimi e con un cinturino che girava due volte intorno alla caviglia, che ho amato follemente, e che conservo tuttora nonostante non li possa più mettere.

Non hai mai sognato di uscire senza la borsa? Solo con quello che riesci a infilare in tasca?
Ma io adoro le borse! Dove metterei, altrimenti, le mie bustine? Al limite, se voglio sentirmi più libera, una piccola tracolla è perfetta. E per il resto, viva le borse grandi!

Non esci mai di casa senza…
Anelli e orecchini.

La tua icona femminile.
Vale Mafalda, la bambina del fumetto di Quino? Io mi sento un po’ come lei, facile all’indignazione di fronte alle ingiustizie, anche se la speranza di un mondo migliore in me è decisamente inferiore. E poi mi fa tanto ridere.

Io spesso nei quadri antichi vedo gioielli o scarpine che mi porterei volentieri a casa, tu immagino noti i ricami …
Una volta, alla Pinacoteca di Brera, a Milano, sono rimasta folgorata: il dettaglio delle stoffe dei vestiti delle dame cinquecentesche balzava fuori dalla tela e mi ricordo di aver pensato che sarei dovuta tornare per prendere ispirazione. Magari lo metto tra i buoni propositi dell’anno?

Oppure, racconto a Benedetta, puoi seguire su Instagram @ArtGarments: un account incredibile che fa scoprire quadri antichi e il dettaglio moda perduto: un fiocco, un gioiello, una bordura dell’abito…

La frase (mantra, slogan, verso di una poesia) che più ti riassume.
Sono pochi i versi che ricordo a memoria, tra questi García Lorca: "Vi en tus ojos / dos arbolitos locos/ de brisa, de risa, de oro…". Bellissimo, vero? "Vidi nei tuoi occhi /due alberelli pazzi. Di brezza, di risa e d’oro". Tutto in questa poesia brilla ed emana vita.

Apri il tuo armadio. Un abito con una storia dentro, che non butterai mai, e perché.
In realtà sono poco sentimentale: credo che i vestiti abbiano una loro vita limitata, e per me arriva quasi sempre il momento in cui me ne separo, senza troppe difficoltà. Tuttavia posso dirti che il capo a cui sono più affezionata è una giacca di pelle che mi ha regalato il mio compagno per i miei 40 anni, e che finora mi ha accompagnato in un sacco di viaggi, di quelli che ricorderò.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
La cosa che ammiro moltissimo nei miei genitori è l’essere sempre rimasti se stessi, la loro capacità di mantenere i principi saldi, ed è una cosa che spero di riuscire a fare anch’io. In altre parole: non perdere la bussola.

Il tuo posto del cuore nel mondo, quello dove ti senti più tu.
Non credo di sorprenderti se ti dico che vedere il mare dalla strada costiera che porta a Trieste è sempre una grande gioia!

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
"La versione di Barney", di Mordechai Richler, che ci strappavamo di mano io e il mio compagno un’estate in Grecia. E che al rientro dalla vacanza (in moto) ho dovuto aggiustare con lo scotch per tenerlo insieme.

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere.
Devo per forza dirti un altro Adelphi! "La mia famiglia e altri animali", di Gerard Durrell. In realtà l’ho letto molto tempo fa, ma lo consiglio sempre a chi mi chiede un anti-depressivo formato libro.

Il tuo prossimo progetto ago e filo.
Appena finito: l’ennesima bustina, e visto che siamo appena entrati nel 2017 ha – come da tradizione - l’anno ricamato a punto croce.

Io invece da Benedetta ho appena ordinato due bustine per due amiche del liceo, regalo a cui tenevo molto, consegnate a Milano davanti a una tazza di tè: così, ora che viviamo sparpagliate nel mondo, so che in borsa abbiamo qualcosa che ci unisce. Ago e filo attraverso i confini. Dimenticavo! Potete guardare (e ordinare) le bustine di Benedetta qui: http://plazadelavirgen.blogspot.si
Plaza de la Virgen come la piazza, mi ha raccontato, dove abitava anni fa in Spagna. Di nuovo, ago filo e confini.

Mattine di freddo, e un pensiero caldo: qualcosa di bello da aspettare.

Lunedì, 9 gennaio 2017 @08:16

"Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti!"
(Giorgio Caproni)
Mattine di freddo, e un pensiero caldo: qualcosa di bello da aspettare.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratto da un piccolo Einaudi bianco: "Il terzo libro e altre cose". Mattine fredde e pensieri caldi. E quei bar rifugio aperti al mattino presto...

Parlò dei viaggi invernali nel vasto impero, coricato nella slitta...

Mercoledì, 4 gennaio 2017 @08:24

"Parlò dei viaggi invernali nel vasto impero, viaggi durati notti intere con freddi tremendi, coricato nella slitta, sotto pelli di pecora, e raccontò di aver visto, svegliandosi, gli occhi dei lupi, fiammeggianti come stelle sopra la neve."
(Thomas Mann)

Chi parla è Anton Karlovic Ferge di Pietroburgo, coi "grandi baffi bonari", una vita da viaggiatore per una compagnia d’assicurazione contro gli incendi, ma era la sua vita precedente, prima di finire nel sanatorio svizzero sulla montagna incantata.
Mi piace questa frase che sa di nevi d’antan letta adesso, in quest’inverno ancora senza neve. Mi piacciono quelle slitte dove si viaggiava coperti di pelli, il ghiaccio infinito, gli occhi fiammeggianti dei lupi, la Grande Madre Russia. Mi piace pensarci al caldo della mia casa, pensare all’inverno, stare dentro l'inverno. ("La montagna incantata" di Thomas Mann l’ho letta in edizione Corbaccio. Amo leggere/rileggere i classici).

I primi di gennaio scorrevano nella geometria allungata degli inizi d’anno.

Martedì, 3 gennaio 2017 @08:21

"I primi di gennaio scorrevano nella geometria allungata degli inizi d’anno".
(Novita Amadei)

Il romanzo da cui ho tratto questo Buongiorno non mi è piaciuto, la frase sì: grazie dunque a questa scrittrice italiana (è l’autrice di "Finché notte non sia più", Neri Pozza), perché mi ricorda che ovunque possiamo trovare qualcosa di bello, qualcosa che ci parli. Una frase in un libro, una luce al mattino, un sorriso inaspettato. Basta cercare.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.