Lisa Corva

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Io lo sento, questo vento di mare che arriva e cambia tutto.

Mercoledì, 31 maggio 2017 @08:24

"Io lo sento, questo vento di mare che arriva e cambia tutto".

La frase di oggi non è di una poetessa, né di una scrittrice, ma di una cuoca: Ana Roš, quest’anno nominata World Best Women Chef. L’ho intervistata per D di Repubblica: era una cover story, la mia prima!

Da Ana Roš è arrivata la primavera. Il suo ristorante è stato appena riaperto dopo la chiusura invernale, con un nuovo menù che raccoglie le erbe e le suggestioni della campagna intorno. Il sole è dolce. E Ana, 44 anni, riccioli biondi che sembrano di burro, sta per partire per l’Australia, per ritirare il premio Best Female Chef 2017, che ha messo improvvisamente lei e la Slovenia "on the map", secondo le dichiarazioni della giuria. Già, la Slovenia, che non tutti sanno posizionare sulla carta geografica: piccolo giovane Paese (indipendente dal 1991), con appena 2 milioni di abitanti e una "green capital", Lubiana. Ma Ana Roš cucina e crea in un posto ancora più remoto. Perché Hiša Franko, ovvero Casa Franko, la locanda di famiglia che lei e il compagno sommelier, Valter Kramar, hanno preso in mano 12 anni fa, è nelle montagne vicino a Kobarid (agli italiani più tristemente nota come Caporetto). Qui Ana vive, sperimenta, progetta viaggi (la sua è una famiglia di instancabili giramondo), e respira l’aria che viene dal mare: che, dice, è la sua ispirazione. Nel nuovissimo menu, infatti, ci sono ricette come la lingua di manzo con sedano rapa accostato a capesante, e un brodo "dashi" - alla giapponese - preparato con pesce secco locale e alghe. Oppure come il piatto che conquista già dalla presentazione: un vassoio quadrato di legno, dove su un letto di erbe e fiori di montagna ecco dei bocconcini di agnello, granchio e topinambour. Granchio, alghe, capesante... Eppure qui, tra le montagne di Caporetto, il mare sembra lontano.
"Noi in realtà in 45 minuti siamo nella baia di Sistiana, in Italia, e nella laguna di Grado. Io lo sento, questo vento di mare, che arriva e cambia tutto", dice Ana. "E poi io ho il mare dentro. Sono nata qui, certo; qui cresco i miei figli. Ma ho nel sangue i sapori delle mie estati da bambina in Istria. La famiglia di mia madre aveva una casa vicino a Verteneglio; la nostra colazione erano i fichi raccolti dall’albero al mattino. E ogni giorno, il rito dell’estate più selvatica: andavamo al mare di Cittanova, e nudi in acqua raccoglievamo vongole e datteri. O compravamo dai pescatori alici e sarde per cuocerle alla griglia, con i pomodori del campo lavati nel mare, per lasciarli leggermente salati. Sapori che sono tutti dentro di me".
E che tornano, anche questi, nei piatti: le sarde reinterpretate con limoni canditi, carciofi, aglio orsino, insieme a una piccola dose di brodo amaro fatto con le foglie esterne dei carciofi. Ma da dove arriva il suo mare, oggi? "Dalla laguna di Grado: ogni giorno alle due chiamiamo i nostri fornitori al mercato del pesce, e ci facciamo dire cosa c’è. Sogliole, seppie, sarde, anguille di laguna… Con quelle bisogna inventare". Oggi si parla tanto di cucina locale e a km 0. "Che, per la precisione, è a un raggio di 70 chilometri. Ma per noi non è una novità. Questa in fondo è stata sempre la storia delle locande di campagna, come la nostra. E la mia forza è la rete di fornitori e produttori: una rete che abbiamo costruito negli anni, di persone su cui posso contare per degli ingredienti davvero preziosi".

Eppure la sua è stata definita cucina di confine: si riconosce in questa definizione? "C’è una chef, anche lei donna, qui vicino, nel Collio: Antonia Klugmann. Lei parla spesso di cucina di confine", dice Ana. "Ma la mia, ci tengo a ribadirlo, è una cucina di territorio. Anche perché i confini, su questa come su altre terre nel mondo, si sono sempre spostati. Sono le tradizioni che rimangono". Ana non ha esitazioni. E’ una donna determinata, senza troppi compromessi. Centrata su se stessa e sul proprio cammino. E infatti, alla domanda se abbia delle icone femminili, lei che in fondo con questo premio un’icona lo è diventata, dice: "No, non ho mai avuto nè voluto dei modelli. Sinceramente. Neppure quando sciavo e gareggiavo. Non sono mai stata fan neppure di un’attrice o una rockstar. Perché penso che non si debba copiare: ma ascoltare e potenziare la propria personalità. Trarre ispirazione da sé". Non semplice, ma lo dice con la calma tranquilla di chi l’ha fatto, anche a costo di sterzare e cambiare improvvisamente strada. Ana infatti ha studiato per entrare nella carriera diplomatica. Il padre, medico, e la madre, giornalista, erano disperati quando ha rinunciato per mettersi ai fornelli... "Anche perché erano quelli dell’osteria dove andavamo sempre quand’ero piccola", ride Ana. "E dove sono ritornata di malavoglia per un pranzo di famiglia a 21 anni, fresca di università. Lui, Valter, il figlio di Franko, era in sala a prendere gli ordini. C’erano le trote dell’Isonzo, ovviamente, in due modi: solo lessate, oppure con mandorle e una salsa a base di panna. Io ho esordito dicendo che ero a dieta, quindi avrei preso la trota, ma a ben pensarci oltre alla salsa volevo anche la maionese... Valter è entrato in cucina dicendo: c’è una ragazza buffa che vuole la trota non con una, ma con due salse. Alla fine del pranzo ci siamo scambiati i numeri di telefono per andare in canoa insieme, ed eccoci qui".
Trota galeotta? "Non è un caso. La trota dell’Isonzo ha una storia bellissima. La trota marmorata, di nuovo salva: perché negli anni Ottanta furono introdotte nel fiume delle uova di trota fario, e la marmorata "pura" pian piano sparì. Un piccolo disastro ecologico. Poi l’associazione di pesca di Tolmino, con cui lavoriamo a stretto contatto, è riuscita a trovare degli esemplari di marmorata in un fiume di montagna protetto dai ghiacciai. Ora l’Isonzo è stato ripopolato all’80%". Ed eccola, la trota marmorata, di nuovo nel menu di Ana.
Lei cucina e sperimenta. Ma qual è il suo comfort food? "Non sono di bocca dolce: scelgo una pasta al pomodoro. Con la salsa dei nostri pomodori istriani: la prepariamo ancora, ogni estate, anche 600-700 chili". Tè o caffè? "Tisane. Quelle fatte con le erbe che si trovano nella valle. La mia preferita è alla camomilla, magari con fiori di sambuco. La bevo anche al mattino: credo di avere un surplus di energia tale, che non mi fa proprio effetto". Erbe che lei usa spesso nei suoi piatti. "Oggi si parla molto di "foraging", ma non dimentichiamo che in questa terra si è sempre cucinato con quello che si trova nei campi, stagione dopo stagione. In primavera, ad esempio, in tutta la Slovenia si mangia il "regrat", un’insalata di tarassaco selvatico, di solito servita con pancetta e uova sode. Noi la usiamo per uno dei nostri antipasti: le foglie di tarassaco però sono fritte e croccanti, servite con chips di pastinaca e uova di pesce blu". Avete dei fornitori locali anche per le erbe? "Abbiamo un ragazzo bravissimo, Miha, che si occupa del nostro "foraging", e che adesso ha iniziato a collaborare con la vostra Valeria Mosca, un nome-mito di questo trend".
Siamo usciti al sole del pomeriggio, dopo il pranzo, dopo aver ritrovato i sapori e i racconti nei piatti. Ana, ancora con il suo grembiule bianco, si siede insieme a noi, un bicchiere di vino rosso in mano. "Sono un’assolutista", dice, quasi soprappensiero. "Perché penso che la cosa più importante sia essere anche una buona madre, non solo una buona chef. E tra i miei ricordi più belli ci sono i viaggi insieme ai miei figli; tutti gli inverni in cui, alla chiusura del ristorante, andavamo a Boa Vista, nella casa di legno di un amico sulla spiaggia, niente elettricità, solo la sabbia e il vento". I figli entrano ed escono dal ristorante: Svit, 15 anni, Eva Klara, 12. "Svit vuol dire aurora: la prima luce del giorno. E’ nato prematuro e io ero felice e agitata allo stesso tempo, per giorni non riuscivamo a trovargli un nome. L’avevo desiderato tanto; prima di lui, avevo perso un bambino. Poi una notte l’ho sognato, il nome: e ho detto a Valter, è questo. Un nome di vita e di rinascita". E la bambina? "Eva Klara è stata concepita in Costa Rica, quando Svit aveva appena sei mesi. È nata lo stesso giorno del compleanno di Valter, quindi gli ho detto: del regalo fa parte anche la scelta del nome. Eva Klara erano i primi due sulla sua lista".
Ana cuoca, Valter sommelier. Che cosa si è mangiato al vostro matrimonio? "Non siamo sposati. Mi sento uno spirito libero: così vivo ed educo i miei figli. Ma se decidessimo, per festeggiare vorrei un pic-nic sul prato, con le persone che amo, cucinando alla griglia il pesce appena pescato". Trote dell’Isonzo? Ride: "No! Pesce del mare istriano".
Nella cucina di Ana, però, ci sono anche spezie orientali. Abbiamo appena assaggiato, ad esempio, sogliola e ostriche dell’Adriatico, con cedro, kaffir e lime. Non è una contraddizione? "No, perché io cucino esattamente per come sono. E visto che adoro viaggiare, porto dai viaggi anche nuovi sapori e spezie. Sono appena stata in Sri Lanka, e ho passato tre giorni in una piantagione di meravigliosa cannella, che non vedo l’ora di sperimentare. E poi, l’uso di profumi esotici fa parte della cucina locale. Da qui, da questa valle, passava la strada dei mercanti che, da Venezia, andavano a vendere spezie a Vienna. Il pedaggio veniva pagato in cannella, chiodi di garofano, anice stellato, vari tipi di pepe. Tutto usato, poi, per la preparazione di piatti tradizionali e ben lontani dall’Oriente, come la trippa".
Proprio questa è Ana, come la sua cucina. Legata profondamente alla terra, ma ispirata da venti di mare e spezie lontane.

Attraverserò uno specchio per incontrarti. Nel tuo sogno.

Venerdì, 26 maggio 2017 @09:19

"Dice una leggenda che se non riesci a dormire la notte è perché sei sveglio nel sogno di qualcun altro."
(Massimo Bisotti)
Attraverserò uno specchio per incontrarti. Nel tuo sogno.

Questa frase, incontrata per caso, è il mio #spillo su Gioia di questa settimana. Quando mi sveglio di notte, mi viene sempre in mente. E mi chiedo se sono davvero nel sogno di qualcun altro.

Ogni matrimonio, come ogni divorzio, è fatto di segreti.

Mercoledì, 24 maggio 2017 @08:46

Ogni matrimonio, come ogni divorzio, è fatto di segreti. E non sono segreti che verranno necessariamente svelati. Ne parliamo con Katie Kitamura, che ha scritto un breve romanzo strano e quasi irritante, "Una separazione" (Bollati Boringhieri). Protagonista, Isabel, che parte da Londra per la Grecia, dove il marito – da cui si sta separando – è scomparso. Troverà una camera d’albergo vuota, molti sospetti, e molte domande su se stessa e sul matrimonio. Non è un thriller, ma potrebbe esserlo: perché, in fondo, ogni storia d’amore che finisce (e incomincia) è un mistero. E se fossero i segreti, dunque, a fare di noi quello che siamo?
-Assolutamente sì. Sono i nostri segreti a modellarci. A definirci. Come succede a Isabel, che si interroga sui segreti del marito, ma anche i suoi.
Com’è nata l’ispirazione per il libro? E’ stata davvero in quell’albergo sul mare in Grecia dove si svolge tutto?
Ci sono stata. E il paesaggio di Mani o Maina, nel Peloponneso, dove sono stata per settimane, è davvero indimenticabile: sublime è la parola giusta. Ho aspettato a lungo che un personaggio uscisse da quel paesaggio. Quando è successo, quando è apparsa Isabel, l’ho semplicemente seguita.
Lei vive in America ed è sposata con uno scrittore, Hari Kunzru. E’ lui il suo primo lettore?
Sì, ma scrivere è, per entrambi, la nostra vita clandestina. Gli faccio leggere solo la versione finale dei miei romanzi, e lo stesso fa lui: così, per anni, nessuno di noi due sa nulla del mondo in cui entriamo ogni giorno, quando apriamo il computer, e in cui ci immergiamo totalmente. Una vita parallela, un’altra vita.
Come e dove scrive? A casa? O fuori, magari in un caffè?
A casa. Nella nostra camera da letto, sulla scrivania che in questo momento è accanto alla culla del nostro bimbo. Mi piace questa prossimità.

(Questa intervista è uscita su Gioia. Il romanzo di Katie Kitamura alla fine non mi è piaciuto, ma mi ha fatto pensare. Anche a questo servono le pagine della nostra vita).

Come avrebbe potuto spiegare le ombre dentro di lei, quelle che le permettevano di vedere nel buio?

Venerdì, 19 maggio 2017 @11:22

"Come avrebbe potuto spiegare le ombre dentro di lei, quelle che le permettevano di vedere nel buio?"
(Liza Marklund)
La necessità dell’ombra.

Che bello il libro da cui ho tratto questa frase, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana: "Ferro e sangue" (Marsilio), un thriller magistrale, l’ultimo di Liza Marklund, una delle mie gialliste preferite. Protagonista, Annika, che è cresciuta (meglio: invecchiata), insieme a me. Nei primi gialli era una mamma trafelata, reporter di "nera" in un quotidiano, detective per caso, complicata e dura, come ci sembrano gli inverni a Stoccolma, dove vive (sia lei che la sua autrice). Ma in questi quindici anni Annika è cambiata; si è disamorata e re-innamorata, ha divorziato, ha molte cicatrici, vere e virtuali; e il suo lavoro? Bè, come il mio, il suo lavoro non c’è quasi più: il giornale è dentro un telefonino. Bello seguirla. Bello capire che le ombre sono necessarie, nella vita.

Gli amori impossibili, quelli che ci girano intorno tutta la vita.

Mercoledì, 17 maggio 2017 @09:06

"Questo mai-amore che ha cambiato tutto, ma non è andato da nessuna parte".
(André Aciman)
Gli amori impossibili, quelli che ci girano intorno tutta la vita.

Questa frase, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratta dall’ultimo libro di André Aciman, uno dei miei scrittori preferiti. Questa è l’intervista che gli ho fatto e che è uscita su D di Repubblica qualche settimana fa.

Bisogna ringraziare André Aciman, perché il suo ultimo romanzo, Enigma Variations (esce il 18 maggio per Guanda, con il titolo Variazioni su un tema originale ), ci regala un lusso: quello di pensare all’amore, al desiderio, nelle nostre vite. Seguire la storia di Paul (cinque racconti, cinque momenti di seduzione e incantamento nella vita del protagonista), vuol dire infatti pensare a noi, al prisma del desiderio che cambia e trascolora tutto. Vuol dire accettare che l’amore possa essere fluido: per un uomo, per una donna, poi di nuovo per un uomo, chissà.
L’altro che è terra sconosciuta, confine da attraversare; a volte finalmente approdo, il sollievo di sentirsi a casa.
Forse nessuno meglio di Aciman, che vive da sempre "displaced", in esilio, poteva raccontarlo: lui, che è nato ad Alessandria d’Egitto (e i suoi ricordi, insieme alla partenza forzata della sua famiglia, sono diventati il suo primo libro, Ultima notte ad Alessandria ), che ha vissuto da ragazzo in Italia (è da qui che vengono il sole, il mare e lo struggimento del suo bestseller, Chiamami col tuo nome ), che infine è arrivato a New York (e le vie, gli incontri del destino di Manhattan sono tutti in Notti bianche ). Con il nuovo libro, però, Aciman tocca un punto sensibile del mondo e dell’amore oggi. Paul, il protagonista, desidera e si strugge prima per un altro uomo, poi per una donna, di nuovo per un uomo… Perfettamente "fluid gender". Ma è davvero possibile?
"Oggi la gender identity è diventata un discorso politico. Anzi, "politically correct". Ma io penso che quando sono in gioco i nostri corpi, i nostri desideri, il "correct" non abbia senso. E’ irrilevante".

D’accordo. Però stiamo parlando di sesso. Sembra impossibile poter provare davvero desiderio erotico per un maschio, o per una donna, indifferentemente. Come dichiarano (e praticano) invece molti ragazzi e ragazze oggi. E molte celeb…
"Perché non accettare, invece, questa possibilità di mutevolezza erotica? Cambiamo umore magari nel giro di un’ora; cambiamo gusti, preferenze. Quante volte sono passato dall’adorazione di Dostoevskij a detestarlo e poi amarlo ancora…".
Ma qui stiamo parlando di erotismo, non di gusti letterari.
"Il nostro eros è mutevole e ondivago: tutto dipende da chi incontriamo, dove siamo, persino dalla stagione in cui siamo. Questo è l’enigma del desiderio, indecifrabile anche a noi, fino alla fine. Ci sono giorni in cui posso struggermi per una donna appena conosciuta, pensare continuamente a lei; per poi rivederla, e chiedermi cosa ci avessi trovato. Ma ci sono anche giorni in cui vorrei solo toccare, sfiorare la mano di un uomo, per poi ignorarlo, e poi ancora trovarlo insopportabilmente sexy se, per caso, lo incontro nella subway".
Forse questa mutevolezza quasi primaverile è esagerata, ma è vero che ognuno di noi ha delle storie di desiderio fluido da raccontare. Anche se non in prima persona. C’è l’architetto quarantenne che si innamora solo di ragazze fluid gender (e l’ultima si è tirata indietro perché, guarda caso, ha una partner: donna). O la curatrice d’arte che, dopo un divorzio, ha incontrato l’amore della sua vita: una giovane artista, selvaggia e simpatica, che si dichiara appunto non lesbo, ma fluid gender.
Quindi sì al desiderio fluido?
"Sì. Forse perché vogliamo essere ovunque. Forse perché vogliamo essere tutto. E la vita del resto è troppo, troppo grandiosa: viviamola senza paraocchi".
Dopo la grande rivoluzione femminista degli anni Settanta, dopo la rivoluzione gay (che ha cambiato anche il codice civile), pensi dunque che la nuova rivoluzione nel privato possa essere quella del "fluid genere"?
"Assolutamente sì. E’ un fenomeno nuovo: non credo sia mai esistito prima, nella storia. Sicuramente mai in modo così aperto. Quello che però mi spaventa è che c’è molta inconsapevolezza. E soprattutto, intolleranza. Anche in Occidente. Per non parlare dei Paesi in cui l’omosessualità, o i diritti delle donne, sono condannati e calpestati. Figuriamoci capire e accettare una fluidità di innamoramento e di orientamento sessuale".
Nel primo racconto del tuo libro è commovente il dialogo silenzioso - attraverso gli anni - tra padre e figlio. Il passato, i segreti finalmente svelati. Tu hai tre figli maschi: che messaggio speri di aver passato, a loro, sull’amore?
"Vorrei che i miei figli avessero capito che per quello che riguarda i moti del cuore non ci sono regole – mai! E, ancora più importante, che quando siamo nudi, nel vero senso della parola, senza vestiti, niente è proibito. Sempre che non ci sia violenza o costrizione, ovviamente. Questo è quello che mi ha insegnato mio padre. Questo è quello che sento e credo".
Quest’anno è uscito il film tratto dal tuo bestseller, Chiamami con il tuo nome . Diretto dal "nostro" Luca Guadagnino, applaudito al Sundance Festival e al Festival di Berlino, lo aspettiamo presto in Italia. Ma intanto raccontaci, sei stato sul set?
"Sul set, e nel film: appaio per qualche minuto. E’ stato fantastico, e non solo perché non ero mai stato prima "dentro" una pellicola. Ma anche perché penso che il film sia molto fedele al mio romanzo".

Sei uno scrittore, ma anche un appassionato lettore. Qual è il più bel romanzo che hai incontrato sull’amore?
"La Principessa di Clèves di Madame de La Fayette e Un nido di nobili di Turgenev. Entrambi raccontano amori difficili, amori incompiuti".
Vorresti che un lettore, una lettrice, chiudesse il tuo nuovo libro e pensasse…
"Questo libro ha cambiato la mia vita. Ha cambiato il modo in cui penso all’amore. Ha cambiato la persona che voglio essere, la prossima volta che mi innamoro".
L’Italia: per te, un tuo altrove. L’isola del Sud assolata dove inizia il nuovo romanzo. Ma anche il mare e i sentieri di una Bordighera vintage in "Chiamami con il tuo nome". L’Italia ti chiama sempre?
"Vorrei poter dire che il mio cuore appartiene all’Italia. Ma è troppo facile: è il mio corpo, in realtà, che le appartiene. Perché è lì che, a 14 anni, i miei sensi si sono accesi per la prima volta. Così quando voglio scrivere di questo - di sensualità, desiderio, struggimento - è all’Italia che penso. E, visto che ho sempre vissuto in esilio, se penso a un posto dove vorrei riposare per sempre, è il cimitero acattolico a Roma".
Bellissimo: un angolo della capitale dimenticato dal tempo e dal traffico, accanto alla Piramide Cestia, che accoglie anche Keats…
Nel libro c’è una frase toccante: "This never love that altered everything but went nowhere". Ma lo struggimento di un non-amore, un amore che non porta da nessuna parte, che non diventa mai neppure un bacio, ha senso?
"Io penso che la parte più importante della nostra vita - anche sentimentale - accada nella nostra testa. Desiderare qualcuno vuol dire fantasticare su questa persona. Forse per questo gli amori incompiuti, gli amori impossibili sono quelli che durano di più".
L’ultima domanda forse avrebbe dovuto essere la prima: perché questo titolo? Un riferimento all’opera musicale di Edward Elgar, Enigma Variations?
" Sì, certo. Ma c’è una sottotraccia. Normalmente, quando un musicista compone delle variazioni -penso a Bach, a Beethoven - parte da un tema principale, su cui, appunto, varia. Non per Elgar. Qui non c’è un tema originario, solo le 14 variazioni. Sappiamo però che ognuna era dedicata a una persona che gli stava a cuore. Lo stesso è il mio libro: cinque variazioni intorno a un’assenza. Variazioni, infine, perché così siamo noi: nomadi. Mutevoli. Non decifrabili anche per noi stessi, fino alla fine".
Enigma fu anche una celebre operazione di spionaggio durante la seconda guerra mondiale…
"Sì, quando gli inglesi riuscirono a decriptare il codice segreto dei tedeschi. E questo ci insegna che quando riusciamo a scoprire - o pensiamo di averlo fatto - il segreto di una persona, bisogna tacere. Se scopri la password di chi ti interessa, non dirglielo. La cambierebbe subito".

Ritrovarsi, anche senza toccarsi.

Sabato, 6 maggio 2017 @14:33

"La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa."
(Franco Arminio)
Quando sono vicino a te.

Questi versi aerei, che sono diventati il mio #spillo su Gioia di questa settimana, sono un regalo del mio amico Mauro Q., spacciatore di poesie. E sono di Franco Arminio, un poeta che non conoscevo (sono tratti da "Cedi la strada agli alberi", Edizioni Chiarelettere).
E’ suo, di Mauro Q. intendo, anche il commento che è il mio titolo oggi. Mi ha fatto pensare, quando l’ha scritto. Perché è vero, ci si può ritrovare, toccare, anche senza toccarsi.

Scopri poesie mentre passeggi.

Mercoledì, 3 maggio 2017 @09:14

"Scopri poesie mentre passeggi.
Aleggiano spensierate intorno alle teste
di ragazze primaverili e scompigliano
i loro lunghi capelli."
(Marko Pavček)
Primavera, il vento porta poesie.

Il Buongiorno con vento di primavera di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia) è tratto da "Meni je lep ta svet - A me piace questo mondo" (ZTT-EST Editore), una raccolta di poesie a tre voci, di Tone, Marko e Saša Pavček. Voci dalla Slovenia, un padre, un figlio e una figlia: la poesia come codice genetico. Traduzione di Jolka Milič. Dentro c’è un vento di primavera che è anche, credo, quello del mio mare.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.