Lisa Corva

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Cose che finiscono, cose che iniziano. E quella lettera che non ti ho mai spedito.

Lunedì, 31 luglio 2017 @09:09

Finisce luglio, mese bianco e blu (il bianco dell'afa, il blu del mare); inizia domani agosto, mese d’oro, di luce abbagliante e di ombre, il mese del mio compleanno. Cose che finiscono, cose che iniziano.
Quando, qualche mese fa, mi hanno chiesto di partecipare all’articolo su D di Repubblica, e chiedere a designer, artisti, scrittori, la loro lettera mai spedita, mi sono chiesta: ma io ce l’ho? Ce l’ho una lettera che non ho mai avuto il coraggio, la voglia, di scrivere, di mandare? In realtà no. Certo, spesso mi è capitato di scrivere (nella mia mente, sul telefonino, sul piccolo notes che porto quasi sempre con me), appunti, conversazioni a senso unico, parole per un’altra persona. Ma poi sono sempre diventate una lettera. Una mail. Un lungo, troppo lungo whatsapp. Perché credo nella comunicazione, credo nel potere delle parole. Credo che una lettera (soprattutto se d’amore) non sia mai scritta invano, perché la scrivi soprattutto per te, per capire e perimetrare quello che pensi e senti.
E forse è vero che le lettere si scrivono soprattutto per segnare. Per segnare un confine, per segnare un momento in cui certe cose finiscono – o potrebbero finire. Mentre altre iniziano.
E, se non spedite, è buffo ritrovarle. Una mia cara amica, S., mettendo a posto gli scaffali della libreria (per forza, doveva svuotare e imbiancare le pareti), ha trovato una lettera non spedita a vent’anni, una lettera al suo amore di allora, scritta con inchiostro verde; nella busta, già con l’indirizzo, però infilata in un libro e mai mandata. Rileggerla dev'essere stato un bizzarro incontro, immagino: incontrare la persona che eravamo.

Ecco le lettere non spedite che sono state pubblicate su D di Repubblica. Se volete, mandatemi la vostra.


Olaf Nicolai, artista, Berlino
"Non scrivermi lettere, non ho più la cassetta della posta. Non mandarmi mail, ho cancellato tutti i miei account. Non telefonarmi, ho bloccato il tuo numero. Da questo momento non vivo più qui - non per te! E mi auguro - ti auguro - solo degli indirizzi nuovi".

Lorenza Sebasti Pallanti, produttrice di vino al Castello di Ama, e collezionista d’arte.
"Cara Francesca, come ogni anno, quando si avvicina la data del tuo compleanno, ti penso. Ti penso e ti vedo ancora ridere, sorridere, abbracciarmi come quando eravamo ragazze. Eppure questa è una lettera che non spedirò. Sai che non ho neppure il tuo indirizzo di casa, non so dove vivi? Succede, certo, in questo mondo dove viviamo dentro il nostro telefonino, dove non scriviamo lettere di carta ma solo mail o whatsapp. Però quando ci siamo conosciute noi, trent’anni fa, c’erano ancora le lettere di carta, le buste, i biglietti; il mondo era una cartolina; il mondo sapeva di pane appena sfornato e Nutella, come una memorabile colazione che ricordo ancora. Eravamo a Marettimo, una piccola isola nelle Egadi, una vacanza insieme. Dormivamo a casa di un pescatore, uscivamo con lui sul gozzo, felici di niente e di tutto; ascoltavamo per ore canzoni d’amore, fantasticando su impossibili fidanzati. Auguri, cara e preziosa amica, anche se ti vedo così raramente, e anche se questa è una lettera non spedita. Ma è scritta col cuore, quindi più vera di una lettera vera. Lorenza"

Serena Confalonieri, designer
"Cari tutti, se non siete qui è perché, a un certo punto della strada, ci siamo accorti di non conoscerci. Ma sono sicura che ci siamo lasciati dolorosamente bene.Ancora vostra, Serena"

Lesley Lokko, architetto e scrittrice; l’ultimo romanzo è "La debuttante", Mondadori.
"Caro Charles, sono passati otto anni da quando te ne sei andato, e quindici da quando ci siamo parlati per l’ultima volta, appena qualche parola. Volevo solo dirti che mi dispiace tanto, sia per quella conversazione così breve, che non sapevo fosse l’ultima; sia perché non ci sei più. Ho passato i cinquant’anni, e mi sembra strano pensare che tu sia ancora un quarantenne, e lo sarai per sempre. Sai, sarebbe stato bello conoscersi un po’ più tardi nella vita, non così presto. Ci sono così tante cose che vorrei dividere con te adesso, e penso che ti piacerei di più, ora. Anzi, che ci piaceremmo entrambi di più. Non penso solo a cose personali, ma a tutto il resto – tutto quello che rende il diventare grandi, diventare adulti, così meraviglioso. Più invecchio, più apprezzo e voglio bene alle persone che mi accompagnano, negli anni, nella mia strada: e tu c’eri, sin dall’inizio. Ma ci sei ancora, in modi inaspettati: nell’amicizia che ho per tuo fratello, in certi modi di dire, nei ricordi. Però è solo scrivendoti questa lettera, che non spedirò mai e che tu non riceverai mai, che sento che sei ancora qui. Perché è vero: quelli che amiamo non ci lasciano mai. Con amore, Lesley"

Enrico Marone Cinzano, imprenditore e appassionato di design sostenibile.
"Caro Mondo,
Un mondo, due filosofie.
Uniti, separati. Sostenibili, auto-consumati. Amati, odiati. Aperti, chiusi. Etici, egoisti. Coraggiosi, vigliacchi. Ridenti, tristi.
Siamo, per mille aspetti - sociali, ecologici, spirituali, economici - in un momento critico della storia umana. I problemi esistono e persistono, ma io penso che con l'ingegnosità che abbiamo, con la consapevolezza, le giuste intenzioni e specialmente capendo la Natura, tutto sia risolvibile. Perchè Lei, la Natura, e sì, lo scrivo con la enne maiuscola, sopravviverà. Noi, non necessariamente.
Sta a noi".

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Notti d’estate, quanti desideri sospesi.

Giovedì, 27 luglio 2017 @07:25

"La chiamano notte di stelle
come dire attesa, speranza, illusione
come dire una notte qualunque
ma striata di sogni più densi".
(Marella Nappi)
Certe notti d’estate, quanti desideri sospesi.

Ve li ricordate i desideri sospesi del mio ultimo libro, "Ultimamente mi sveglio felice"? E la protagonista che deve creare un profumo proprio così, che sappia di desideri sospesi… Mi sono venuti in mente in queste notti d’estate, con lo spicchio di luna, le stelle; notti in cui è più facile guardare il cielo, sdraiarsi e guardare il cielo, e insieme alle stelle eccoli, i desideri sospesi delle nostre vite.
La poesia di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratta dalla raccolta di una poetessa italiana che ho conosciuto da poco. Si chiama Marella Nappi, si è laureata in letteratura greca antica, ha vissuto a Parigi dove ha conosciuto l’uomo che poi ha sposato, ed è stato divertente scambiarci i libri: lei il suo libro di poesie, "Vagiti del tempo" (Aletti). Io, il mio ultimo romanzo, ormai uscito da tanto tempo! "Ultimamente mi sveglio felice" (Baldini Castoldi Dalai). Pagine e desideri.

Perdere significa aver avuto. E poter avere ancora. E’ l’inizio di una speranza.

Lunedì, 17 luglio 2017 @07:38

"Tutti abbiamo perso qualcosa o qualcuno. Un amore, una battaglia, un’illusione, o semplicemente un senso, una direzione, un significato".
(Camille Laurens)
Perdere significa aver avuto. E poter avere ancora. E’ l’inizio di una speranza.

Ho ritagliato il mio #spillo di questa settimana su Gioia (su cui trovate anche il mio pezzo su Venezia e Biennale, per un long weekend veneziano) da un romanzo francese appena pubblicato in Italia: "Quella che vi pare", di Camille Laurens (edizioni e/o). Un libro sul gioco di specchi dei social media, anche. Perché la protagonista è Claire, che apre un falso profilo su Facebook, all’inizio per il suo ex. Poi il gioco diventa un’altra identità, diventa un gioco sul filo del rasoio delle emozioni. Pericoloso, per la protagonista del libro. Da equilibristi. E neppure così raro: conosco una persona che l'ha fatto...

A proposito di Guerra e Pace, di Anna Karenina, di un abito bianco e dei libri per l’estate.

Giovedì, 13 luglio 2017 @09:08

"Ella si volse a guardarlo. Per alcuni istanti si guardarono negli occhi in silenzio, e ciò che era lontano, impossibile, a un tratto diventò vicino, possibile, inevitabile".

Sì, ho finito di leggere (rileggere) "Guerra e Pace". Nella frase che ho sottolineato, sul mio quarto volume ormai tutto meravigliosamente sciupato, ecco questo sguardo, questo momento in cui tutto inizia: lei è Marie, lui è Nikolaj. La principessina delicata, solitaria e non bella, che diventa però bellissima quando sorride, l’ussaro appassionato delle battaglie, erede disinvolto di una famiglia in rovina, proprio loro, si innamorano. E si sposeranno. "Ciò che era lontano e impossibile a un tratto diventò vicino, possibile, inevitabile". Frase magica, frase di una rivoluzione astrale che può toccare tutti, all’improvviso. L’amore.

Ho finito "Guerra e Pace" nella tarda primavera, quando i prati erano ancora pieni di soffioni: quelli che in inglese si chiamano "dandelion", che mi ricordano anche un bellissimo, quasi soffice edificio costruito per l’Expo di Shangai da uno dei miei architetti preferiti, Thomas Heatherwick. (Sì, sto divagando. In estate sembra quasi impossibile non divagare, è il senso dell’estate, forse, un lasciarsi andare, lasciar andare almeno i pensieri, senza meta). "Guerra e Pace", dunque. Riletto per la quarta volta, segnando le frasi più belle nel mio erbario, con i fiori e le foglie raccolti in giardino, nei viali, dai primi crochi alle margherite, mentre la primavera avanzava e diventava estate.
E adesso? Che cosa leggerò adesso?

Un classico, sicuramente. E’ da tempo che vorrei rileggere "Anna Karenina": ma, bizzarramente, gli scaffali della mia libreria, che nel loro disordine hanno un silenzioso ordine, si rifiutano di far apparire il secondo volume di quei piccoli Garzanti in cui l’avevo letto per la prima volta. Quindi? Quindi toccherà ricomprarlo. Sono già andata in libreria e sono indecisa tra un tascabile Einaudi, con una magnifica copertina, e una nuovissima traduzione. Di una donna tra l'altro, Claudia Zonghetti. Ma sono in dubbio. Non è meglio puntare su una traduzione vintage, ovvero ricomprare il libro nelle edizioni Garzanti, o Rizzoli? Difficile scegliere. Di solito per i classici mi piacciono le traduzioni fané. Per tornare indietro anche nella lingua, nelle parole. Ma, di sicuro, sceglierò un classico. Perché l’estate mi fa venire voglia anche di questo: di libri in cui perdersi, anzi in cui trovarsi e ritrovarsi.
E poi? Oltre ad "Anna Karenina", tra i miei libri dell’estate ci sono quelli di due editrici che ho conosciuto a luglio a Milano. Due donne che amano appassionatamente i libri, e si vede. La prima, Monica Randi, ha fondato Astoria: piccola casa editrice chic, dai libri di un rosso ciliegia, quasi tutti delle scrittrici inglesi di inizio Novecento che mi piacciono tanto. Ci siamo incontrate a casa sua, nel grande salotto luminoso che ha un angolo studio, delimitato da una parete rossa come i suoi libri. Per l’estate mi ha consigliato quello che, lei dice, è come un bagno in una vasca di cioccolata: "Un matrimonio inglese", di Frances Hodgson Burnett (qualcuna si ricorda "Piccolo Lord Fauntleroy", cult per bambini d’antan?). E poi ho "Abigail" di Magda Szabó: l’editrice è Mónika Szilágyi, bionda ungherese, per caso e per amore a Milano. Con Anfora propone letture dall’Europa Centrale, ma soprattutto i romanzi di una grande scrittrice ungherese del Novecento, Magda Szabó appunto (avete mai letto "La porta"?). Abbiamo parlato di Magda (e Abigail) al caffè di una piccola libreria che non conoscevo: la Libreria del Mondo Offeso, che si apre su una delle più nascoste e romantiche piazze milanesi, Piazza San Simpliciano. Quasi come essere sedute al Caffè Gerbeaud a Budapest.
A questo aggiungerò, penso, "Un nido di nobili", di Turgenev; perché, intervistando André Aciman, mi ha detto che è uno dei più bei libri sull’amore che abbia mai incontrato, insieme a "La Principessa di Clèves" di Madame de La Fayette (questo già letto! anche perché è un cult della mia amica Isabella Mattazzi, che ne ha scritto una bella post-fazione per Neri Pozza, e che è tra l'altro la traduttrice della Nothomb). E poi c’è un Murakami che mi manca ("Kafka sulla spiaggia"). E un giallo? Ci vuole sempre un giallo. Credo di averlo trovato: quest'estate non una delle mie gialliste nordiche (anche se aspetto il prossimo libro di Anne Holt, Einaudi, o Åsa Larsson, Marsilio, le mie preferite); ma, sempre di Astoria, "La cattiva", di Tammy Cohen. E un costume nuovo (confesso: ne ho comprato uno che è la Rolls Royce dei costumi, ma vale l'investimento!). E l’ombra degli ulivi, e un abito bianco.

Ps: Nella mia lista dei libri dell'estate c'è una new entry, un libro che ha voluto per forza essere letto: "Georgia" (Neri Pozza), di Dawn Tripp. Ne ho appena scritto su Gioia. La storia vera di una donna vera, una grande artista del Novecento: Georgia O' Keeffe. Da leggere, perché amare vuol dire anche non tradire se stesse.

Svegliarsi al mare. Fermarsi qui.

Lunedì, 10 luglio 2017 @08:32

"Mare al mattino, cielo senza nubi
d’un viola splendido, riva gialla; tutto
grande e bello, fulgido nella luce.
Mi fermerò qui."
(Konstantinos Kavafis)
Svegliarsi al mare. Fermarsi qui.

Quando inizia l’estate, ritorno sempre ai poeti del Mediterraneo: Kavafis, Ritsos. Forse perché per me estate vuole dire mare e isole, ombra degli ulivi e scogli, il molo che si avvicina, le barche, l’aria del porto. Così lo #spillo su Gioia di questa settimana è di Kavafis, il poeta greco nato ad Alessandria d’Egitto che ha scritto una delle più belle poesie del Novecento: Itaca. Scrivo e rileggo questi versi, sogno le prossime isole.

L’amore. Sentire che il tempo per come l’hai conosciuto non esiste più.

Giovedì, 6 luglio 2017 @09:05

"L’amore: una sospensione del tempo, una rivoluzione. Sentire che il tempo per come l’hai conosciuto non esiste più".

Sì, mi piace molto questa frase di Jonas Hassen Khemiri, così mi piacciono tante altre cose che mi ha detto quando ci siamo incontrati, a Milano. La mia intervista, che leggete qui di seguito, è stata pubblicata su D di Repubblica.

La prima cosa che noto di Jonas Hassen Khemiri è che è alto. Altissimo. (D’accordo, io sono particolarmente piccola, però…). Poi, i capelli lunghi e neri, post-hippy, decisamente insoliti per uno scrittore svedese (infatti il padre è tunisino). E il sorriso: ironico, dolce, gentile. Come il suo libro: Tutto quello che non ricordo (Iperborea), un romanzo-collage, intorno a Samuel, un ragazzo che non c’è più, ricostruito attraverso le voci di chi gli ha voluto bene (gli amici, la fidanzata, la nonna…). Ma anche un romanzo métissage. Perché Khemiri, 38 anni, è uno dei nuovi scrittori métissage, appunto; nuovi cittadini del mondo, migranti o figli di migranti, che mixano, sperimentano, passano da una lingua all’altra. Così, la prima domanda dell’intervista è: la tua parola preferita in svedese? "Driva, perché è una parola mutante, appunto", spiega. "Ce ne sono, in svedese. Parole che a seconda dell’intonazione cambiano significato. E "driva" è un verbo, che può significare "sto scherzando", oppure vuol dire proporre in modo testardo delle idee politiche, o ancora vagare senza meta…". Sorride. "Questo dice molto di me: una parola che ha dentro di sé tre significati, tre mondi possibili". I mondi possibili di Khemiri, dal punto di vista linguistico, sono quattro: lo svedese, la lingua di sua madre e quella della scuola; il francese, lingua del padre e quella con cui parla, oggi, ai suoi bimbi, mischiandola con lo svedese; l’arabo; e l’inglese, la lingua della nostra intervista. "Il linguaggio per me è un’armatura. Non solo. Mi rendo conto di cambiare personalità quando passo da una lingua all’altra", spiega. "E’ qualcosa che ho imparato da bambino, crescendo in una casa multi-etnica. Ma avrei potuto scrivere solo in svedese. Sai qual è il mio luogo del cuore a Stoccolma? La KB. Ovvero la Kungliga Biblioteket, la Biblioteca nazionale: dove, letteralmente, scrivi e studi stando seduto sopra secoli di cultura svedese. Sopra Strindberg e Almqvist, che sono conservati, nelle prime edizioni, nei piani interrati. Per anni sono andato lì, ogni giorno, perché è bellissimo, inspirational, silenzioso; e perché puoi lavorare per ore senza che nessuno ti disturbi o ti chieda di ordinare un caffè". Ci vai ancora? "No, ora la mia routine prevede accompagnare i miei bimbi all’asilo, e poi chiudermi dentro il mio ufficio-studio, che non è a casa. Per almeno sette ore. E’ questa la parte migliore, la più bella, della mia vita". Che dichiarazione inaspettata, e drastica: e l’amore, allora? Khemiri non si scompone: "Non sarei sincero se dicessi che l’amore è al primo posto. Perché la scrittura lo è. Penso che nella vita sia fondamentale trovare ciò che sospende il tempo, che lo annulla, che ci proietta in un’altra dimensione. Certo: l’amore, a volte. Ma per me, sempre, la scrittura. Ci sono momenti in cui mi ci immergo così profondamente che non riesco a uscirne, anche se mi sembra di tradire il mondo reale". Samuel, il ragazzo protagonista del tuo libro, a un certo punto comincia a chiedere, in maniera quasi ossessiva, a tutti quelli che incontra, la loro definizione dell’amore. La tua, quindi, è questa? "Sì: una sospensione del tempo, una rivoluzione. Sentire che il tempo per come l’hai conosciuto non esiste più". Samuel ha paura dei sentimenti. Incontra una ragazza, si innamora, ma poi si tira indietro. "Sarei potuto diventare come lui, penso, se non avessi cominciato a scrivere. La scrittura mi ha salvato. Mi ha dato un senso. Come certi libri che ho letto da ragazzo, libri che "alzano il soffitto", che fanno entrare più aria e ossigeno nella stanza". Per esempio? "Faulkner: L’urlo e il furore. E Calvino: "Se una notte d’inverno un viaggiatore". Il nostro Calvino… "Quel libro mi ha fatto capire che volevo scrivere dei romanzi così, e spero di esserci riuscito con Tutto quello che non ricordo: libri che chiedono al lettore di partecipare, che lo investono di un ruolo, una missione".
Khemiri, come Samuel, è uno svedese di seconda generazione; figli di matrimoni misti, con almeno un genitore immigrato. La ricchezza di culture e di lingue è anche quella del cibo? Non sembra, almeno dal libro, visto che il piatto più citato nel romanzo è un indefinibile, e non appetitoso "noodles ai fiocchi di latte" (si versa dell’acqua bollente sui noodles a cottura rapida, e si aggiungono fiocchi di latte; forse è meglio non provare). "Ammetto di non essere molto interessato al cibo", scherza Khemiri. "Anche se adesso, con i bambini devo cucinare per forza". E quindi a loro proponi questo piatto? "Lasciamo perdere…", ride.
Letteratura migrante. Migranti, rifugiati. Il grande tema caldo dei nostri giorni. Lo è anche per Khemiri. Che nel 2013 scrive una lettera aperta (e diventata "virale" nel giro di poche ore) a Beatrice Ask, l’allora ministro della giustizia, a proposito di un controverso progetto di sicurezza, il cui obiettivo era individuare e allontanare i clandestini dal Paese. Khemiri le propone di "scambiarsi la pelle", per capire cosa vuol dire essere vittima di razzismo. Ed è uno dei temi sottotraccia dell’ultimo romanzo. Perché Samuel lavora all’Agenzia per l’Immigrazione. Perché quando la nonna, a cui è legatissimo, viene ricoverata in una casa di riposo, e la vecchia casa di famiglia rimane vuota, Samuel e la fidanzata decidono di usarla per ospitare clandestinamente donne immigrate in fuga da abusi o mariti violenti. E’ la tua storia? Khemiri sorride: "Ovviamente non ti posso rispondere. E non risponderò anche alla domande che sicuramente vuoi farmi, sulla situazione politica oggi, su Trump, sui rifugiati nel mondo… Sai perché? Perché il mio libro risponde a queste domande molto meglio di quanto possa fare io".

A proposito di Zadie Smith e Ipazia, di gelato ai semi di papavero e ortensie in giardino: cronache da Graz.

Sabato, 1 luglio 2017 @17:11

"Per lei ero come un vecchio diario ritrovato in un cassetto: il ricordo di un periodo più innocente e sciocco della sua vita".
(Zadie Smith)
La malinconia di capire che il ricordo di te è affidato a una cosa. Domani potrà perdersi ancora.

Primo giorno di luglio, mese per me iniziato con la luce morbida di certe città d’estate: in "villeggiatura" (mi piace questa parola desueta) a Graz, in Austria, da una cara amica, che ha una casa con grande giardino, tende a righe colorate che filtrano il giorno, vetrate sulle ortensie e sulla città in basso, lontano, sotto la collina. Graz mi è molto cara, e ogni volta che torno ho i miei riti: mangiare il gelato ai semi di papavero, ad esempio, o le brezel (il pane intrecciato) nel panettiere che secondo noi è il più buono della città. Stavolta abbiamo aggiunto, come sempre, cose nuove, tra cui una cena di sole donne nel bistrot della Kunsthaus, il museo capolavoro di architettura della città, sul fiume, che amo molto. La mia amica, che è un’italiana a Graz, dove vive con il marito e tre bambini affettuosi come lei, si è circondata di amiche straniere anche loro: e per il mio arrivo ha organizzato un brunch in giardino, dove ognuna portava qualche "sapore di casa". L’indiana ha portato il "lassi" di mango (una bevanda fredda a base di yogurt e mango, con un tocco di cardamomo); la giapponese ha portato del sushi home made, adagiato in piccoli cestini con "animaletti" di carta fatti da lei al momento, con l’origami; la cinese ha preparato una deliziosa noodles soup, un brodo speziato con i noodles (le tagliatelle cinesi), e poi varie cose fritte mai mangiate prima, neppure in Cina… Io? Io ho assaggiato tutto. Ero l’ospite!
Ma ho portato alla mia amica il libro da cui è tratto il Buongiorno di oggi, che è anche lo #spillo della settimana di Gioia. Ovvero "Swing Time" di Zadie Smith (Mondadori), di cui per Gioia ho scritto anche una micro-recensione. Difficile condensare in poche parole quello che pensi di un libro, ci ho provato:
"Se avete amato "L’amica geniale", se vi interrogate su quello che ci lega a un’altra donna per la vita, questo è il libro che fa per voi. Nella storia di due bambine "meticce" in una Londra Anni 80, tra famiglie infelici, Barbie perfette e le prime videocassette da cui copiare passi di danza, c’è un po’ di tutte noi. Anche quando l’amicizia si strappa e la protagonista accelera in un’altra vita. Ma è impossibile dimenticare la bambina che eri, e quella a cui hai teso la mano".

Alle sue figlie ho regalato invece "Le donne son guerriere - 26 ribelli che hanno cambiato il mondo" (Einaudi Ragazzi), un libro appena uscito che mi è stato consigliato da un'amica editrice, Gaia Stock (ricordate che era una dei #lisaincontra?). Libro di cui lei va molto fiera: 26 storie di donne straordinarie, le #donneprimadinoi. Insieme abbiamo letto (scelte a caso) la storia di Jane Goodall e degli scimpanzé che studiava, quella di Simone de Beauvoir e di Ada Lovelace che inventò il primo algoritmo. Ma quella che più è piaciuta per ora è la storia di Ipazia, la prima donna matematica, astronoma e filosofa al mondo, forse per questo barbaramente uccisa. Quanta strada abbiamo fatto, vero?

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.