Lisa Corva

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Amare è superare i confini.

Lunedì, 26 febbraio 2018 @08:24

"Un po’ più in là della tua solitudine, c’è la persona che ami".
(Dino Buzzati)
Amare è superare i confini.

È da un po’ che incontro frasi di Dino Buzzati – l’ultima, questa, è diventata anche lo #spillo di Gioia della settimana. Un segno, forse? Lo devo rileggere? Anzi leggere, perché Buzzati è così indietro nel mio passato, e certi suoi libri non li ho mai aperti; sarà come incontrarlo per la prima volta.
In ogni caso mi ha fatto pensare - pensare ai confini dell’amore. Perché lo credo davvero: innamorarsi è il desiderio di entrare in un altro paese – un paese sconosciuto, dove si parla una lingua diversa, altre colline, altri grattacieli e altre mappe, altri mari. Un paese che, forse, impareremo a chiamare casa. Ma i confini? Perché ci sono dei confini. Per raggiungere l’altro non basta andare al di là della nostra solitudine. L’altro è un paese, un continente a sé. E magari non abbiamo il passaporto, non abbiamo i documenti giusti; il valico rimane sbarrato. Oppure entriamo, clandestini e migranti, o avventurieri dei sentimenti; e veniamo espulsi. E poi ci sono persone protette, difese; che non vogliono e non tollerano invasioni. Mai. Forse, dunque, se innamorarsi è il desiderio di superare i confini, cancellare e ignorare i posti di blocco; amare è essere accettati, creare una nuova patria. Chi è passato per Checkpoint Charlie sa quanto possa essere difficile.

Il mio cuore ha nostalgia non solo e non tanto di casa, quanto di sentirsi a casa.

Domenica, 18 febbraio 2018 @12:02

"Il mio cuore ha nostalgia non solo e non tanto di casa, quanto di sentirsi a casa."
(Irmgard Keun)
Il tuo abbraccio, che io chiamo casa.

Berlino mi aspettava. Mi aspettava e mi chiamava negli ultimi mesi, quando ho iniziato a guardare "Babylon Berlin", il serial tv di cui sono ormai addicted. Mi aspettava nelle pagine di "Doris, la ragazza misto seta" (L’orma Editore), di Irmgard Keun, un piccolo libro dal ritmo sincopato e febbrile come la Berlino che racconta, quella degli anni Trenta.
La Berlino vissuta a pelle nuda dall’autrice, nata nel 1905, una ragazza ribelle ma romantica, spregiudicata e curiosa… Mi piace molto incontrare questi libri-autobiografia di donne che hanno saputo osare, vivere, sperimentare. Un po’ come Teffi e la sua fuga avventurosa da Mosca, ricordate? #donneprimadinoi
Dal libro di Irmgard – da cui ho tratto lo #spillo della settimana su Gioia – ho ritagliato anche questa frase: "Padre nostro che sei nei cieli, concedimi una buona istruzione, fa' questo miracolo; al resto ci penso da sola con un po’ di rimmel". Pagine di abiti misto seta, di pellicce sognate, di biancheria rammendata, di sogni, di miseria, dei nazisti dietro l’angolo (che poi infatti proibirono i suoi libri), di jazz e cabaret.
Berlino dove sono appena tornata. Perché ci sono città, non solo persone, dove ti senti a casa. Berlino lo è per me.

Nuovi pensieri per l’eterna lotta con gli armadi.

Martedì, 13 febbraio 2018 @08:25

"La regola aurea per tutti: non avere a casa nulla che tu non sappia utile, o che tu non creda bello."
(William Morris)
Nuovi pensieri per l’eterna lotta con gli armadi.

Non so se William Morris, nato nel 1834 in Inghilterra, uno dei fondatori del movimento Arts and Crafts, pensasse davvero ai suoi armadi quando ha scritto la sua regola aurea. Probabilmente no. Pensava ai suoi tessuti, ai wallpaper che ha creato con motivi intricati e fiabeschi di foglie e fiori, alle case che ha costruito. E alla moglie, la bella malmostosa Jane, nonché al sofferto "ménage à trois" con l’uomo con cui la divideva, il pittore Dante Gabriel Rossetti. Ma quando ho incontrato questa frase, in un piccolo libro ornato, "Pavone e rampicante" (Einaudi), di Antonia Byatt, ho subito pensato: è così che dovremmo guardare i nostri armadi, le nostre case. Un nuovo modo di fare decluttering: tenere solo ciò che è utile, solo ciò che ci regala bellezza. L’ho fatto? Bè, non ancora. Diciamo che è uno dei miei propositi per la primavera. Intanto però questa frase è diventata il mio #spillo della settimana su Gioia.
Quanto a "Pavone e rampicante", una piccola delusione, perché è l’ultimo libro di una scrittrice che ho molto amato. Non avete mai letto "Possessione" (anche questo Einaudi), libro su cui, più di vent’anni fa, ho pianto tutte le mie lacrime? Si sente che la Byatt ormai è anziana, e stanca. Questo, più che un libro, sembrano appunti presi per un libro, quasi fogli di carnet. Eppure il suo viaggio nel tempo tra l’Inghilterra e Venezia, tra le case e i tessuti di William Morris e gli abiti plissettati e rivoluzionari di Mariano Fortuny nella laguna, è un viaggio speciale.

Il giorno uno di noi due.

Martedì, 6 febbraio 2018 @07:46

"Oggi è il giorno uno di noi due. Stiamo insieme per la prima volta. E per la prima volta capisco che io e te non riusciremo mai a stare insieme davvero: una lezione di inglese, un cinema, un’assemblea, un matrimonio, un viaggio o un caffè al bar. Non faremo mai niente di tutto questo. Quando siamo noi due, non possiamo fare altro che essere soli. Starci addosso e poi strapparci via.
Da qui in poi, vivremo sempre con i minuti contati, noi due. Sapendo che ogni cosa durerà pochissimo e per sempre. Un pomeriggio, un’ora, una notte. Non come fosse l’ultima volta, ma l’unica. La nostra possibilità, dentro una vita dilatata: enorme e lunghissima. La vita vera, quella di tutti. Dove tu non ci sei. Dove io non ci sono."

Questa pagina è sfilata da un libro che esce oggi, un piccolo libro di 120 pagine che tocca cose, in silenzio, dentro di noi: l’amore, il dolore. "Il giorno uno di noi due" (Mondadori) è stato scritto da una carissima amica, ed ex collega di Grazia, Stefania Rossotti. Ma non è per questo che dovete leggerlo. Mi piace da sempre lo sguardo di Stefania sul mondo: il mondo fuori, e soprattutto dentro di noi. Qui l’ho ritrovato. E spero accompagni anche voi.

La sicurezza di un cappotto.

Venerdì, 2 febbraio 2018 @08:52

"Mi affeziono molto ai cappotti perché sono vero comfort, ti ci puoi rannicchiare dentro. Me ne sono comprata uno di cachemire dieci anni fa e lo amo".
(Donna Tartt)
La sicurezza di un cappotto.

Il mio cappotto preferito, quello dove mi posso "rannicchiare dentro" ("you can curl up with it", per usare le parole della scrittrice Donna Tartt), è di Colomba Leddi, ed è un cappottino-piumino imbottito, con una stampa con piume di fagiano su fondo verde scuro. Piume di fagiano che, mi ha raccontato Colomba, aveva comprato in un mercato in Liguria. La sua ispirazione - guardate su http://www.colombaleddi.it - arriva così, da cose raccolte per caso, petali o sassi. Il cappottino-piumino ha ormai parecchi anni, ma è il mio preferito anche per viaggiare; mi sembra che non si sporchi (speranza!), lo appallottolo tipo cuscino quando sono in aereo. Ci dormo dentro. La sicurezza di un cappotto.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratta da un libro che mi hanno appena regalato, "Legendary authors – and the clothes they wore" (di Terry Newman, Harper Collins), dove scrittori e scrittrici, da Rimbaud a Sylvia Plath o la mia adorata Nancy Mitford, vengono "raccontati" attraverso i vestiti che indossavano. Perché gli abiti parlano, anche se noi non vogliamo…
E, se volete ancora delle storie questo weekend, andate in edicola. Sabato, su D di Repubblica (sabato scorso c’era il mio pezzo su 48 Ore a Lucca, l’avete visto?), c'è la mia cover story sulle due architette irlandesi che sono le curatrici della prossima Biennale Architettura, e che ho incontrato a Dublino. Molto simpatiche. E abbiamo parlato, certo, anche di abiti!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.