Lisa Corva

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Quando arriverai alla fine di quello che dovresti sapere, sarai all’inizio di quello che dovresti sentire

Venerdì, 30 marzo 2018 @08:58

"Quando arriverai alla fine di quello che dovresti sapere, sarai all’inizio di quello che dovresti sentire".
(Khalil Gibran)
Intuizione. Immaginazione. La nostra piccola magia quotidiana.

When you reach the end of what you should know, you will be at the beginning of what you should sense.

La frase di oggi è di Khalil Gibran (poeta libanese che visse negli Stati Uniti all’inizio del Novecento), e l’ho incontrata all’ingresso di una mostra: "Intuition", appunto, l’ultima curata a Palazzo Fortuny a Venezia dal collezionista Axel von Vervoordt, così bravo a far "dialogare" antico e contemporaneo, Anish Kapoor insieme a sculture neolitiche. L’ho fotografata sul mio iPhone (anche così si raccolgono parole, giusto?), prima di entrare, e ora è diventata il mio #spillo della settimana su Gioia.

A voi buona Pasqua con tante piccole magie quotidiane. Mi avete letto sabato nelle pagine di Repubblica? La mia nuova collaborazione di cui sono molto contenta, nuovo spazio per immaginare e intuire. Ed ecco il pezzo che è uscito proprio il sabato di Pasqua:

La solitudine è l’ultimo tabù. Senza punto interrogativo. Perché in questa società di like continui, di algoritmi della felicità, e di app che ci permettono di conoscere chiunque, ovunque, la solitudine è indicibile. Un piccolo saggio sull’ultimo numero della rivista inglese 1843 lancia la provocazione, anzi l’affermazione: non è vero che, sdoganati ampiamente i single, stare da soli sia sempre meglio. E soprattutto, il vero tabù è confessare di patire la solitudine; nessuno, né uomo né donna, né giovane né vecchio, né straight né gay, vuole ammetterlo, soprattutto non nei siti o app di dating on line. Lì ci si presenta sempre "al meglio", e soprattutto senza mostrare i morsi e le ferite dell’isolamento. Senza dire – impossibile! – quanto sia triste, malinconico, insopportabile a volte, tornare a casa la sera e non trovare nessuno che ci ha preparato la cena, o a cui preparare la cena. O con cui litigare su cosa mangiare per cena… Quante ore solitarie, con il telefonino acceso magari sul newsfeed di Facebook o di Instagram. E nessuno, ovviamente, che risponda, alla solita, noiosa, domanda Fb su cosa stiamo pensando: "mi sento solo"! Ma è così. Solitudine indicibile in un mondo iper-social.
Per la scrittrice inglese Deborah Moggach è davvero l’ultimo tabù: perché parliamo di tutto, anche della morte. Ma non di quanto ci pesi stare da soli. La scrittrice ha reagito come fanno spesso gli scrittori, che sanno creare mondi alternativi, dove tutto finisce bene: ha scritto un libro su un gruppetto di over 60 che fugge in India. E che è diventato un film, anzi due, ironici e lievi, "The Best Exotic Marigold Hotel". Ma la solitudine non è solo quella dei fantastici Bill Nighy e Judi Dench nella pellicola (che pure, tra spezie e ghirlande di fiori, si innamorano). La solitudine ha le parole di V., bionda, delicata, che commenta amaramente i suoi quasi quarant’anni: "Nella routine di ogni giorno, quello che i francesi chiamano métro-boulot-dodo, quasi non me ne accorgo. Ma il weekend, le vacanze! Le odio. Organizzare un viaggio, decidere, partire; non avere nessuno con cui dividere, a fine giornata, un tramonto, un bicchiere di vino. Non parlo di un amore per sempre, ma di una compagnia dolce, di sentirsi abbracciati". E Tinder? E Happn’? Non funzionano? "Non me la sento di iscrivermi", "Non ci credo", "Ci ho provato ma mi sento così stupida/o", "Ci ho provato ma mi sembra che il punto sia solo il sesso". O anche la noia del sesso, per B., fascinoso gay ultraquarantenne: "Aprivo Grindr la sera, a casa (la prima app di dating, per gay e bisex, ndr). Si accendevano tutti i punti luminosi di chi è libero per un’ora, per un incontro. Ma io vivo in una piccola città e li conosco tutti. Questa mappa luminosa mi faceva solo tristezza. Così, ho smesso". La città come un incrocio digitale; e noi siamo solo un puntino, collegati e scollegati insieme.
C’è poi chi, semplicemente, odia il letto vuoto e freddo. Dice F: "So che ho avuto tanto, forse tutto. Un matrimonio che, finché è durato, è stato bellissimo. Due figli che amo. Ma, soprattutto d’inverno, è così: patisco il freddo e la solitudine. Vorrei un amore piumino, che mi riscaldi sempre. Per questo mi sono iscritta a Meetic ed esco, esco in continuazione: accetto gli inviti di tutti o quasi, aperitivi, cene, weekend di sesso se capita. Quante domeniche a chattare con improbabili scapoli, quanti appuntamenti catastrofici, sviste, eliminazioni. Io so cosa sto cercando: un uomo-piumino, qualcuno che mi scaldi. Forse sul mio profilo dovrei mettere questo. Ma chi osa, come si fa a essere così sinceri?".
L’indicibilità della solitudine arriva di sera. Di notte. Forse per questo, di un piccolo libro longseller, la scena che più è rimasta nell’immaginario è questa: "Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?". Lo scrive Kent Haruf in "Le nostre anime di notte" (NN Edizioni). Ma anche se il libro -o il film che ne è stato tratto, con due attori mito ottantenni, Robert Redford e Jane Fonda - non vi ha convinto, quella pagina racchiude tutto. Quando lei vedova, anziana, propone, quasi all’improvviso, al vicino di casa, anche lui anziano e solo, di passare ogni tanto la notte da lei, "per parlare di notte, al buio". Niente sesso. Ma intimità. Tenerezza. Sopravvivere a certe lunghe notti che non passano mai.
"Potrei portarmi a casa chiunque, stasera, a questa festa: anzi, molte di queste ragazze a casa le ho già portate", dice O., che in effetti ha tutte le carte per piacere. Mai sposato, niente figli, bello, famoso. Ma dopo l’ultimo amore finito, una scheggia dentro, una scheggia di freddo: "Il momento più difficile è al mattino. Perché ho voglia di svegliarmi e avere accanto qualcuno che mi conosce, che mi sa". Qualcuno che puoi chiamare casa.
Questa scheggia dentro l’ha riassunta bene Eshkol Nevo, scrittore israeliano (in Italia pubblicato da Neri Pozza), occhi chiari che guardano dritto nelle persone: "Era la prima donna a cui aveva permesso di toccare il suo amaro nocciolo di solitudine". La solitudine indicibile allora diventa questo: un nocciolo, una scheggia, un grumo di dolore, qualcosa che dobbiamo sciogliere, ma non sappiamo come. Se gli scrittori ci prestano le parole, forse si può trovare il coraggio di dirlo.



Ti tengo in tasca come un sasso raccolto sulla spiaggia.

Venerdì, 23 marzo 2018 @07:51

"E il fatto che potesse contare sulla sua bontà le diede sicurezza, come stringere tra le mani un sasso bello e liscio."
(Jessica Fellowes)
Tengo in tasca il tuo affetto come un sasso raccolto sulla spiaggia. Talismano che mi accompagna. Forza segreta del volersi bene.

Il Buongiorno di oggi – che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia – è tratto da "L’assassinio di Florence Nightingale Shore" (Neri Pozza). Non proprio un giallo, ma quasi, scritto da Jessica Fellowes (la nipote di Julian Fellowes, autore che amo molto perché, oltre ad essere meravigliosamente British, ha firmato il serial "Downton Abbey"). Bene, anche Jessica ha deciso per un’immersione nell’inglesità, e ha scritto il primo di quelli che vogliono essere i Mitford Murders, ogni libro dedicato a un caso risolto da una delle Mitford Sisters. Chi conosce le sorelle, chic e selvagge negli anni Trenta, e soprattutto Nancy, una delle mie scrittrici preferite ("Love in a cold climate", un capolavoro; in Italia tradotta da Adelphi), non può che leggerlo con piacere, come stare a casa un pomeriggio con una tazza di tè. E visto che la primavera è in ritardo…

Sentirsi all’improvviso stranieri anche a se stessi. Così finisce un matrimonio.

Lunedì, 19 marzo 2018 @09:04

"In quale momento si esce da un matrimonio?"
(Nicole Krauss)
Sentirsi all’improvviso stranieri anche a se stessi. Così finisce un matrimonio.

Ho letto in anteprima "Selva oscura", Guanda, il nuovo romanzo di Nicole Krauss, la scrittrice americana bella e brava, che seguo da tempo (di suo mi era molto piaciuto "La storia dell’amore"). Questo libro non mi ha convinto, ma ho raccolto un’immagine e una frase. La frase è questa, che è anche diventata il mio #spillo della settimana su Gioia. L’immagine è quella del romanzo, di una donna in crisi coniugale che lascia New York, il compagno e i bimbi, per una pausa da sola; e torna a Tel Aviv, nell’albergo brutalista anni Sessanta sul mare dove andava da piccola. E lì, col mare davanti e il passato alle spalle, cerca di guardarsi dentro. La cosa strana, o forse no, è che lo smarrimento raccontato nel romanzo è vero: lei ha divorziato dal marito, Jonathan Safran Foer (proprio lui, l’autore del bellissimo "Molto forte, incredibilmente vicino"). E anche lui è uscito due anni fa con "Eccomi", un romanzo (deludente) dove le pagine più potenti erano sulla dissoluzione di un matrimonio.
In quale momento, dunque, si esce da un matrimonio? Quando capisci che il tuo posto non è più lì, accanto alla persona che hai scelto? Forse ci sono scrittori che, per capirlo, hanno bisogno di scriverlo. O riscriverlo. Questo "disimpararsi a vicenda"– come ha scritto proprio Safran Foer.

Provaci: indossa ogni giorno una poesia.

Martedì, 13 marzo 2018 @08:22

"È stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia."
(Enrique Vila-Matas)
Provaci: indossa ogni giorno una poesia.

Poesie in giro per il mondo, via Instagram, Facebook, mandate tra amiche e amanti, annotate su un quaderno, scritte sui muri… Così ho incontrato questa frase dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, che è diventata il mio #spillo su Gioia di questa settimana (insieme a un mio articolo su Shanghai). E questo, la poesia sharing e "condivisa" (proprio quello che facciamo noi!), è anche l’argomento del mio prossimo pezzo su Repubblica, nelle pagine di Club del sabato. Ho cominciato sabato scorso, con un pezzo sull’adultery detox, mi avete letto? In ogni caso vi aspetto questo sabato…

8 marzo. A proposito di amiche maglione e di donne che ti scaldano la vita.

Giovedì, 8 marzo 2018 @09:01

"Un’amicizia tra donne è come un continuo rammendo; è un maglione, anzi tanti maglioni; è il sospiro di sollievo con cui, il primo giorno d’autunno, apriamo l’armadio e loro sono lì, che ci aspettano. Sono maglioni di shetland, che pizzicano un pò, come amiche dal carattere pungente, non risparmiano critiche taglienti; sono i pull modaioli, che amano stare in vetrina, sotto gli occhi di tutti, amiche-energizzanti… E poi c’è il cardigan comprato per caso in un giorno di pioggia in campagna o in una città straniera. faceva così freddo e non avevamo niente di caldo in valigia. Un cardigan, poi. Chi li mette più? E invece quel maglione comprato per caso diventa il nostro preferito, non sappiamo più farne a meno: anche quando perdiamo uno, due bottoni, quando la lavatrice lo strapazza, quando è liso e sciupato sui gomiti, quando qualche tarma si permette di bucarlo. Ma pazienza. E’ il maglione che ci mettiamo quando siamo tristi, quello in cui stiamo più comode; quello che portiamo sempre in aereo per dormirci dentro, quando il viaggio è troppo lungo. E’ l’amica che chiamiamo quando la vita ci fa sentire al freddo. Quella che sa come consolarci, sempre". 

La riconoscete? È una pagina dal mio ultimo romanzo, "Ultimamente mi sveglio felice". Sì, lo so, è passato un po’ di tempo, forse dovrei scriverne un altro…
Ma intanto mi piace ricordare queste frasi di lana e cachemire oggi, in questo freddo 8 marzo. Con un pensiero per tutte le mie amiche maglione (anche quelle che non ci sono più, perse per strada, non tutti i maglioni resistono nell’armadio). Ma anche per le donne che mi scaldano la vita. Le artiste, le architette, le designer, le attrici, le scrittrici che ci regalano dei pezzi di mondo nuovo; quelle di cui scrivo, leggo, che intervisto. E le amiche…
La mia amica Alessandra Masu che colleziona solo quadri al femminile e che mi manda immagini e storie di donne che trova alle aste; la mia amica Stefania Rossotti che ha appena scritto un libro dal titolo mantra, "Il giorno uno di noi due", le mie amiche Almira Sadar e Colomba Leddi che creano abiti in cui mi sento, sempre, più bella. Ma anche la donna sconosciuta che ha una parola e un gesto gentile, in un giorno dove piove dentro e fuori... L’amica che mi manda foto su Instagram per trovare nuove ispirazioni e mi apre finestre nel mondo; le amiche compagne di banco che ti conoscono da quand'eri a scuola; l’amica che fa biscotti e quella che fa marmellate; l’amica che ha sempre una stanza per me nella sua vita (e sul comodino ci sono sempre dei fiori); quella che organizza un tè, oggi, per l’8 marzo, un tè un po’ rivoluzionario perché abbiamo ancora tanta strada da fare… Perché "we should all be feminists" è anche questo: ricordare le donne che sono venute prima di noi. E andare avanti.

Il disgelo comincia nel cuore.

Venerdì, 2 marzo 2018 @16:49

"A un tratto, una mattina, succede – gli atomi si spostano, con un miracolo la vita torna a quel che doveva essere. Succede all’interno del cuore, dove nessuno può vedere… Se la vita è un fiume, quella è la diga formata da rametti e detriti. Non può durare. Si spacca, ramo dopo ramo, e il movimento ricomincia perché deve. La vita si muove".
(Lawrence Osborne)
Disgelo. La forza della corrente, primavera del cuore.

No, non è il racconto del disgelo di un romanzo russo. Il Buongiorno di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia), è tratto da un romanzo ambientato nel caldo appiccicoso e tropicale dell’Asia che mi affascina, in Cambogia, Paese che ho molto amato: "Cacciatori nel buio" (Adelphi), di Lawrence Osborne, inglese così catturato dall’Asia che ora vive a Bangkok. Ma in questi giorni e notti di gelo, di neve continua e inaspettata, di carezze ghiacciate e bianche, è impossibile non pensare alla primavera. Che arriverà. Mi piace quello smottamento del cuore che è come il ghiaccio che si scioglie sui fiumi; mi piace l’idea che a un tratto succede: il dolore si scioglie, viviamo, respiriamo, speriamo, ancora. La vita si muove.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.