Lisa Corva

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In/decisioni di primavera. (E il verde della Biennale).

Lunedì, 28 maggio 2018 @08:07

"Tu il ramo, io la foglia,
senza sapere però in quale stagione:
se staccarmi da te in silenzio
o lentamente verde crescere
vibrante nel vento"
(Enrico Testa)
In/decisioni di primavera.

Un Buongiorno verde, come la primavera. Viene da uno dei piccoli libri bianchi Einaudi di poesia che, come sapete, mi piacciono tanto: "Cairn", di Enrico Testa. Ed è diventato anche il mio #spillo su Gioia.
Verde, come quello che mi è piaciuto di più alla Biennale Architettura, da cui sono appena tornata. Ovvero le Vatican Chapels, posto magico nel bosco dimenticato sull’isola di San Giorgio. Perché anche il Vaticano ha un padiglione. Il curatore Dal Co ha incaricato dieci architetti da tutto il mondo; ognuno ha progettato una cappella, non necessariamente cattolica: ma una cappella con un segno, uno spazio sacro, di spiritualità e meditazione. La più bella, per me, quella di una donna, la brasiliana Carla Juaçaba: che ha messo tra gli alberi in quest'angolo che ha il respiro del Mediterraneo una grande croce trasparente, che riflette le foglie e la laguna; ti siedi davanti, sulle panche d’acciaio, nel prato. E sei lì, nel cuore del bosco, dell’isola, della laguna, del mondo.
Verde anche per il Padiglione Australia, che ha portato ai Giardini "Repair", un’installazione fresca delle piante wild delle praterie di "down under", per immergerci in una natura preziosa e minacciata.
Ma è il bosco dell’isola di San Giorgio il vero #freespace della Biennale. E’ aperto fino a fine novembre, in contemporanea con la Mostra Internazionale di Architettura http://www.labiennale.org/it/architettura/2018 : Vatican Chapels, andateci. E prendete il bel catalogo Electa. (Viva il verde, viva i libri!).

#Freespace, che non è solo un hashtag.

Mercoledì, 23 maggio 2018 @06:45

Sto per partire per Venezia, dove apre la nuova Biennale Architettura: http://www.labiennale.org/it/architettura/2018 . Ho intervistato le curatrici (molto simpatiche!) due irlandesi amiche e socie da più di quarant’anni, a Dublino: sono diventate una storia di copertina di D di Repubblica in primavera. Eccola qui sul blog. Da leggere, anche perché sono ancora così poche le donne che si fanno strada in questo mondo. Prima di loro, un'unica altra donna ha diretto una Biennale di architettura: la giapponese Sejima, che avevo incontrato proprio a Venezia. Trovate l'intervista qui: http://www.lisacorva.com/it/view/268/

Il citofono di Grafton Architects a Dublino è un piccolo capolavoro inconsapevole di arte contemporanea. Chi si aspetta una bella targa imponente, magari d’ottone, o quantomeno design, non può che rimanere deluso: Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le due curatrici della nuova Biennale Architettura di Venezia (che apre il 26 maggio), hanno semplicemente attaccato il loro nome sul portone della casa antica e delabré, in un groviglio di cancellature ed etichette. Si sale, per una scala ripida e black & white, e si entra nello studio, che è un vero labirinto, quasi di stanze aggiunte soprappensiero, di caos stratificato, con allegra nonchalance. E sì, lo studio è esattamente come loro: due outsider, quanto di più lontano dal mondo delle archistar, scelte a sorpresa per raccontarci l’architettura quest’anno.
Perché no, non hanno firmato musei spettacolari o grattacieli vertiginosi. Ma Shelley e Yvonne hanno qualcosa di speciale, una bizzarra morbidezza, quasi come uno di quei maglioni tricottati a mano delle isole Aran di cui l’Irlanda va tanto fiera.
E anche loro sono vestite a strati, maglie e maglioni morbidi, senza spigolosità: niente tacchi e power dressing, ma dettagli che rimandano ad altro, a un mondo più sciolto, a una femminilità over 60 senza trucchi. Come gli anelli d’argento che Shelley indossa: Kilkenny Design, spiega, con orgoglio irlandese. Ma il loro vero accessorio è il sorriso. Il modo in cui accolgono chi sta davanti; il modo, anche, in cui si ascoltano, ancora con empatia e curiosità, dopo quarant’anni.

Partiamo dal nome: Grafton Architects, perché? "Perché era in quella via che, nel 1978, abbiamo aperto il nostro primo ufficio", ricorda Shelley. "Uno spazio che abbiamo ancora: ma adesso lì ci occupiamo soprattutto della Biennale". Biennale di cui, a parte il titolo, Freespace, e di poche altre dichiarazioni d’intenti, si sa ancora pochissimo. "Del resto, la nomina di Baratta è stata una sorpresa anche per noi, con una telefonata che è arrivata lo scorso dicembre", dice ridendo Shelley. "Ma lavorarci insieme è un piacere: il presidente della Biennale è un uomo che ha grandi visioni. E poi c’è Venezia…". Venezia con un privilegio: "Prima di iniziare a ragionare e lavorare, abbiamo chiesto di poter esplorare i Giardini e l’Arsenale e le Corderie vuoti, appena smantellata la Biennale Arte. È stata un’esperienza incredibile". Del resto Venezia, continuano le due architette, che sono così in sintonia che si rubano spesso la parola, o finiscono l’una la frase dell’altra, è un’esperienza incredibile in sé: "Anche se ci vai per lavorare, e lavori a ritmi serrati, ti carica di energia". Venezia che "ubriaca di luce acquamarina": la definizione è di Antonia Byatt, grande scrittrice inglese, in un piccolo libro che stanno leggendo adesso, Pavone e rampicante (in Italia pubblicato da Einaudi, ndr). "Inizia a Venezia e incrocia la vita di Fortuny e quella di William Morris. E noi adoriamo la Byatt". Forse non è un caso che lo usino come vademecum per Venezia: è un libro che parla di tessuti e wallpaper, di artigiani-artisti, ma soprattutto di sperimentazioni, con i pennelli, l’ago, il filo, le parole. E poi c’è la luce, la luce di Venezia; come scrive la Byatt, "una luce impalpabile, che gioca con le superfici mobili e scure dei canali, che luccica sulla pietra e sul marmo fondendoli insieme con molteplici sfumature, sempre acquamarina". In fondo Venezia, con i suoi canali e le sue calli, è Freespace al massimo grado. Perché l’obiettivo della Biennale di Yvonne e Shelley è questo: sottolineare l’architettura come "uno spazio di opportunità, uno spazio democratico, dove tra le persone e gli edifici avviene uno scambio anche non intenzionale e non progettato. E ancora, celebrare "l’abilità dell’architettura di trovare una nuova e inattesa generosità in ogni progetto, anche nelle condizioni più private, difensive, esclusive o commercialmente limitate. Architettura che sa enfatizzare i doni gratuiti della natura come quello della luce – la luce del sole, quella lunare, l’aria, la forza di gravità, i materiali – le risorse naturali e artificiali". Ci dobbiamo allora aspettare una Biennale di luce acquamarina?
Shelley e Yvonne cambiano abilmente discorso: "È tutto ancora in progress!". Veniamo allora alla luce certamente più cupa e grigia, ma a suo modo soave, di Dublino. Dove Shelley e Yvonne si sono conosciute, all’università. "Era il ‘69 ed eravamo appena entrate al College of Dublin, il primo anno in cui è stato dato il permesso di portare i jeans!". Non dev’essere stato facile, essere una donna, in quegli anni, in Irlanda: niente anticoncezionali fino al 1980, impossibile divorziare fino al 1996, vietata (tuttora) l’interruzione di gravidanza… "In realtà per noi è stato un periodo molto interessante. E, sinceramente, non abbiamo mai avuto problemi, come donne, nella nostra professione. Non abbiamo incontrato pregiudizi, né ostacoli. Anche nella vita privata: i nostri compagni sono sempre stati molto solidali, davvero supportive". Anche nei momenti più cupi. "Qui in Irlanda abbiamo attraversato tre pesanti crisi economiche", raccontano. "E l’unica possibilità di sopravvivenza è gestire lo studio a fisarmonica: quando c’è lavoro ti espandi; quando non c’è lavoro riduci, spese e personale, purtroppo. Durante la recessione del 2008 siamo rimasti appena in otto. Ora siamo a 37". Con molti ragazzi e ragazze italiani: che chiedono di fare uno stage qui dopo aver seguito le loro lezioni a Mendrisio, in Svizzera (insegnano all’Accademia di architettura fondata da Mario Botta). E, tra gli edifici che hanno progettato nel mondo, uno dei più premiati è, piccola coincidenza, in Italia: l’ampliamento dell’Università Bocconi a Milano, terminato nel 2008 (che vinse il Building of The Year Award).

Eppure non sono tante le donne architetto, nella storia. Qualcuna che è stata, per voi, un’ispirazione? "Lina Bo Bardi. Specialmente quando stavamo lavorando sul concorso per la Bocconi. Il suo Museu de Arte de São Paolo è straordinario, ed è stata un’emozione vederlo dal vero, finalmente, qualche anno fa". Lina Bo Bardi, nata a Roma ma trasferita in Brasile nel dopoguerra insieme al marito, architetto anche lui; insieme hanno segnato il modernismo. "Ma c’è un’altra donna che vogliamo ricordare, ed è irlandese: Eileen Gray. Ricca e chic, trasgressiva e bisessuale, si trasferì in Francia negli anni Venti; disegnò una casa straordinaria dal nome criptico di E-1027 (omaggio alla sua storia d’amore: i numeri rimandano alle iniziali sue e dell’allora compagno). È in Costa Azzurra, sul mare, accanto al cabanon di Le Corbusier. I suoi paraventi in lacca, il modo in cui ha studiato l’effetto della luce del sole e della luna nei suoi interni, ci hanno sicuramente ispirato per le facciate dei nostri edifici. Una donna da non dimenticare". Un consiglio a una ragazza che voglia tentare la strada dell’architettura, oggi? "Farsi avanti. Essere assertive è ancora un problema per molte donne. Ma non bisogna aver paura di difendere le proprie idee". Shelley, se lei dovesse scegliere un aggettivo per definire Yvonne? "Integrità". E lei, Yvonne? "Oh, Shelley è fantastica. Non va bene come aggettivo? Allora diciamo che ammiro il suo incredibile intuito per la complessità". Socie per quarant’anni: qual è il segreto? "Lo stesso che tiene insieme una lunga amicizia al femminile: aver fiducia nell’altra". E, aggiungono, la capacità di tradurre i sogni in realtà; e la loro realtà è fatta di cemento e mattoni. "È essenziale saper trovare - insieme - il linguaggio di un progetto. Ogni architettura è una storia, ma bisogna cercare le parole per raccontarla. C’è una frase che ci piace molto, di Beckett, che è all’entrata del Trinity College, qui vicino: To find a form that accomodates the mess is the task of the artist today. Trovare una forma che dia senso al caos è il compito dell’artista, oggi". Vivete e lavorate a Dublino, ma non siete nate qui… "Veniamo da due paesaggi diversi dell’infanzia e della memoria", spiega Shelley. "Io amo le rocce, forse perché sono nata a County Clare; amo il mio burren, o boirrean in gaelico: un gigantesco tavolato calcareo, unico al mondo". Per Yvonne, invece, free space sono i campi solitari di bogs, le torbiere della sua County Offaly.
E la vostra Dublino, a parte il Trinity College, dov’è? "Nella Marhs’s Library, un piccolo gioiello accanto alla cattedrale di St Patrick; una biblioteca antica tutta in legno aperta al pubblico nel 1707. Con piccole ornate "gabbie" in cui venivano rinchiusi i sospetti ladri dei preziosi manoscritti…". E a Dublino, che tearoom consigliate, per sentirsi come ai tempi di Eileen Gray? "Tè? Bè, siamo irlandesi: se vuole possiamo consigliarle un pub. Ce n’è uno proprio qui accanto, un locale storico: The Stag’s Head. Ci andiamo spesso, anche se ormai non così spesso come una volta…". E ridono. Ironia, leggerezza e complicità. È questo il loro linguaggio free, libertà di vita e di architettura.

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L’essenziale.

Venerdì, 18 maggio 2018 @08:26

"Traslocare dentro un’altra
lingua. Portare soltanto
piatti e bicchieri per mangiare.
Affacciarsi alla finestra
trovarsi il mare sulla destra"
(Andrea Bajani)
L’essenziale.

La poesia di oggi – che è anche il mio #spillo su Gioia – è tratta da "Promemoria", Einaudi. Uno dei piccoli libri bianchi Einaudi di poesie. Mi piace tutto: quella finestra alla Matisse, sul mare. Traslocare dentro un’altra lingua, come ho fatto io. Portando solo l’essenziale. Già, e che cos’è l’essenziale? Per me, che vivo nel caos e nel (tentativo di) decluttering, che non riesco disperatamente a buttare via niente, o quasi?
Ho appena finito di leggere "1Q84", di Murakami (Einaudi, bellissima traduzione di Giorgio Amitrano, tra l’altro). Un romanzo onirico e quasi fantascientifico, un mondo parallelo con due lune, un uomo e una donna che si sono cercati per tutta la vita. E alla fine del libro lei fa avere un messaggio a lui: vieni, ti aspetto stasera, ma solo con una borsa, devi avere le mani libere. Partire – traslocare in un’altra lingua, in un altro pianeta – con una borsa a tracolla. E io, che cosa porterei? Ci ho pensato. Porterei pochissimo. Perché l’essenziale a questo punto sarebbe con me: la persona che amo. Porterei un gioiello come piccolo talismano; una sciarpa leggera perché ho sempre freddo; un notes e una penna. Finalmente butterei via il telefonino – perché in un altro mondo non mi serve. E perché sono in un momento della mia vita in cui mi sembra tutto troppo – e superfluo.
Questo, dunque, è il messaggio cifrato dentro il libro di Murakami: per tornare allo #spillo di settimana scorsa, che mi è rimasto in testa da quando l’ho letto. "Tornava nel mondo della realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile, scritta su un pezzo di carta." Così sono i libri che funzionano: hanno dentro un messaggio cifrato, sta a noi decifrarlo.

Lo stesso mi è successo con "Less" (La nave di Teseo), il libro di Andrew Sean Greer che ha vinto il Pulitzer. Lui l’ho appena intervistato a Firenze, e questo è il racconto del nostro incontro, uscito su Gioia:
Visto che il Nobel Letteratura quest’anno, incredibilmente, non verrà assegnato (io l'avrei dato a Murakami!), consoliamoci con il Pulitzer. Anche perché il vincitore, Andrew Sean Greer, è uno degli scrittori più simpatici (e anche belli, il che non guasta) che io abbia mai conosciuto. 47 anni, ha vinto a sorpresa con "Less", in Italia pubblicato da La nave di Teseo. Vive a San Francisco, ma io lo rivedo a Firenze; dove, in questi due anni, si è occupato della Fondazione Santa Maddalena: una "writers retreat" nella campagna toscana, la fascinosa casa del narratore Gregor von Rezzori e di sua moglie Beatrice, che è diventata l’indirizzo segreto per scrittori da tutto il mondo in cerca di silenzio e ispirazione. Anche Greer ci è arrivato così, uno dei "fellows" ospiti della residenza. È tornato una, due, cinque volte al tempo dei suoi primi libri, pubblicati da Adelphi (di uno ricordo ancora a memoria l’incipit: era "Siamo tutti il grande amore di qualcuno", all’inizio del romantico "Le confessioni di Max Tivoli"). Ma il nuovo romanzo di Greer – ed è è la prima volta che un libro comico vince il Pulitzer – è un cambio di voce e di sguardo sul mondo. È lieve, ironico, buffo... Scritto proprio a Santa Maddalena?
-L’ho iniziato qui più o meno quattro anni fa. Ma poi è successo qualcosa. Ho capito che la storia di Arthur Less, lo scrittore mediocre e abbandonato dal suo amante, che pur di non assistere al suo matrimonio si imbarca in uno strampalato giro del mondo, non andava raccontata così. Era tutto troppo auto-indulgente, compiaciuto, patetico. Così, ho ricominciato daccapo. La storia di Less andava raccontata, ma in un altro modo. Con leggerezza e ironia.
- Vorresti che noi chiudessimo il libro e…?
- Provassimo, di nuovo, speranza. È per questo che l’ho scritto. E anche per dimostrare che si può scrivere sulla felicità.
- Un tuo segreto di scrittura?
- Tengo sempre in tasca una piccola Moleskine, e quando sono da solo – quando aspetto un treno, un aereo, qualcuno che è in ritardo – invece di farmi catturare dal mio cellulare ho imparato a guardarmi intorno. Dove sono? Cosa dice il mondo intorno a me? Cerco di fare attenzione. Arthur Less è nato lì, nelle mie annotazioni su quei piccoli taccuini rossi.
Nel libro, uno dei protagonisti vince il Pulitzer: solo una coincidenza?
- Certo! Per me sapere del premio - il più grande onore per uno scrittore americano – è stato, posso dirlo, più che una sorpresa, uno shock! Non avrei mai pensato di meritarlo.
- Come festeggerai?
Ho premuto il tasto "compra" su pantaloni, camicie, giacche che tenevo nel mio sito di moda preferito: www.therealreal.com. Li desideravo da mesi… Mi aspettano già a San Francisco!


Il messaggio cifrato di questo libro? Vivere senza telefonino: il protagonista del suo romanzo non ce l’ha, mi ha detto Greer, e nessuno se n’è accorto. Forse perché vivere senza è possibile. Così come è possibile fermarsi, quando si è da soli, e senza tuffarsi automaticamente dentro il cellulare, decidere invece di guardarsi intorno, chiedersi: dove sono, cosa vedo? Come fa lui. E tirare fuori un notes, appunto, quello che metterei nella mia borsa. L’essenziale.
Ma il messaggio cifrato del libro di Greer forse è un altro: perché lo scrittore americano, nei primi libri così romantico, stavolta ha indagato il lato ironico, buffo, dei dispiaceri e dei dolori della vita, come rivoltando una giacca double face. Si può fare.

Perché ogni romanzo ha dentro una formula magica. Sta a noi decifrare il messaggio.

Venerdì, 11 maggio 2018 @10:15

"Il ruolo del romanzo era quello di mutare un problema, dandogli una forma diversa. E grazie alla natura e alla direzione di quel cambiamento, veniva suggerita, in chiave romanzesca, una soluzione alternativa… Tornava nel mondo della realtà portando con sé quel suggerimento. Era come una formula magica incomprensibile, scritta su un pezzo di carta."
(Murakami)
Perché ogni romanzo ha dentro una formula magica, qualcosa che ci può cambiare la vita: offre una nuova direzione, un nuovo significato. Sta a noi decifrare il messaggio.

Sono appena tornata dal Giappone: la prima volta in quell’isola-pianeta. Perché è stato come fare un viaggio dentro un pianeta, il pianeta Murakami: un pianeta chiuso, con delle regole precise, misteriose, un mondo con due lune (come nell’onirico "1Q84" dello scrittore giapponese, pubblicato da Einaudi, il romanzo in tre parti che ho iniziato in viaggio, e da cui ho tratto quello che è diventato lo #spillo di Gioia di questa settimana).
Cosa mi è piaciuto? Il bento box (la scatola con dentro il sushi per pranzo) che compri ovunque, anche sui binari della stazione, e costa pochissimo!; il "macha latte" (una specie di cappuccino fatto con tè verde e non caffè) e il kitkat al macha (c’è in tre versioni diverse, lo compravamo al supermarket, una droga); il tempio shintoista di Kyoto accanto al mio piccolo ryokan (un b&b in una casa di legno tradizionale) la mattina presto, niente si muoveva, solo le carpe rosse nel laghetto; le signore e le ragazze in kimono ovunque, anche nel traffico di Tokyo; dormire in un albergo design dentro un grattacielo a Tokyo, e fin qui niente di strano, ma quando entri è come varcare la soglia di un mondo a parte, ti togli le scarpe, sulla cima c’è un "onsen" (sono i bagni termali tradizionali, qui "interpretati" tutti black e con le acque di sorgente che arrivano fino al 36esimo piano) e la cena ti arriva in camera avvolta nei "furoshiki", le loro stoffe che hanno un nodo per ogni trasporto… L’estetica, le regole cifrate. E il water, sì: in Giappone è un miracolo di tecnologia, tiepido quando ti siedi, spruzzi d’acqua a comando, persino la musica. Questo lo racconto a voi perché credo che i giornali per cui collaboro non siano interessati a quest’argomento… Che invece è geniale, come molte cose del Giappone.


Quanto ai messaggi cifrati dentro i romanzi, sto ancora pensando a quello dentro il libro di Murakami. E a quello di "Less", il romanzo di Andrew Sean Greer che ha vinto il Pulitzer: lui, charmant come sempre, l’ho intervistato a Firenze e trovate l’incontro su Gioia di questa settimana. Mentre su Repubblica di sabato vi parlo di writers retreats, le residenze per scrittori (e su D, di viaggi...). Vi aspetto intanto in edicola!

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Scrivo quel che vedo, dipingo quello che sono.

Lunedì, 7 maggio 2018 @10:26

"Scrivo quel che vedo, dipingo quello che sono".
(Etel Adnan)
Pensa con i sensi, senti con la mente.

Ho letto questa frase a febbraio, in una residenza per scrittori in Svizzera, vicino a Losanna: la Fondation Jan Michalski. Un posto remoto e silenzioso, dove Vera Michalski ha chiamato architetti da tutto il mondo per costruire una grande biblioteca aperta a tutti, e delle "cabanes pour écrivains", delle residenze per ospitare scrittori e traduttori (l’ho incontrata per How To Spend It Italia: trovate l’intervista nel numero in edicola). Lì ci sono anche opere e mostre d’arte, tutte però che abbiano a che fare con i libri e con la scrittura; lì ho trovato questa frase della pittrice libanese Etel Adnan, "Il me semble que j’écris ce que je vois, peins ce que je suis". E' all'interno della sua mostra "La fulgurance du geste", alla Fondazione fino al 21 maggio: http://www.fondation-janmichalski.com . E mi ha fatto venire in mente un vecchio slogan di una Biennale Arte: "Pensa con i sensi, senti con la mente". L’intuizione, l’immaginazione, passa anche o soprattutto da qui: dai sensi.

Ed ecco quello che mi ha raccontato Vera Michalski:
"Se sono a Losanna durante il weekend, il sabato mattina mi sveglio a casa mia, al bordo della foresta: a Montricher. Qui vicino c’è la Fondazione che ho creato e che mi sta molto a cuore, anche perché è dedicata a Jan Michalski, mio marito. È in sua memoria che ho voluto un luogo tutto centrato sulla bellezza e sul potere dei libri. Qui c’è una biblioteca, con più di 80mila volumi, e opere d’arte contemporanea ispirate alla pagina scritta e alla scrittura. Ma soprattutto ci sono le "cabanes pour écrivains", case-residenza, sette per ora, progettate da architetti internazionali. Scrittori e traduttori vengono qui per lavorare, nel silenzio. Ma Losanna è vicina, e quindi in mattinata, se ci sono delle mostre interessanti, torno nei miei musei preferiti. Innanzitutto la Collection de l’Art Brut, iniziata da Dubuffet negli anni Cinquanta. Un luogo unico al mondo, che ospita le opere di artisti autodidatti, spesso con problemi psichiatrici; persone che hanno vissuto magari ai margini della società, o in grande solitudine, ma che sono riuscite a "raccontare" le loro visioni, in modo intenso e poetico. E senza filtro. Un approccio che mi piace molto, in un mondo così occupato e preoccupato dell’apparenza. Un altro museo dove torno sempre è il Musée de l’Elysée, dedicato alla fotografia. Mi piace anche per gli spazi, all’interno di una villa antica; sia le sale in soffitta che quelle nelle cantine sono molto suggestive, e hanno una luce particolare, adatta per certi tipi di mostre. Il caffè a questo punto lo prendo qui, nel piccolo bar all’interno del museo, Café Elise. Oppure scendo al lago, e vado al Beau Rivage, un hotel storico di fine Ottocento, dove furono firmati tanti trattati di pace… Un luogo affascinante, che consiglio anche a chi vuole dormire in città. Pranzo? Mi piace una piccola brasserie rimasta immutata nel tempo, il Café Romand; qui si trova la fondue e il "röstis", un tortino fatto con patate e formaggio gruyère. Oppure, all’opposto, l’atmosfera rilassata e un po’ bohème del Cafè de Grancy. Il cioccolato? Certo, come dimenticare il cioccolato in Svizzera? Il mio "chocolatier" a Losanna è Noz, e il mio gusto preferito è quello nero fondente.
Nel pomeriggio a volte vado a fare due passi nel Flon, un vecchio quartiere di magazzini ora ristrutturato. Passo alla galleria Heinzer Reszler, diretta da due bravi e giovani galleristi; ma anche da Alice Pauli, che ha 94 anni e che ancora incontro ad Art Basel. Una donna dall’energia fantastica, negoziatrice formidabile. L’arte contemporanea è un’altra delle mie passioni, insieme alla letteratura, anche se, visto che ho così poco tempo, preferisco comprare alle fiere; è divertente, anche per gli incontri.
Il sabato sera, teatro: il Théâtre de Vidy, a bordo lago, è interessante non solo per l’architettura (è stato progettato da Max Bill per l’Expo del 1964), ma soprattutto per la programmazione. La domenica il ritmo è più lento. Per le passeggiate in città, regalo a ospiti e amici "Lausanne – Promenades littéraires", un libro a più voci, e più illustratori, che ho pubblicato con una delle mie case editrici, Les Éditions noir sur blanc, e che invita a scoprire Losanna attraverso gli scrittori e i poeti che ci hanno abitato, a partire da Simenon. Oppure, se è una bella giornata, mi piace tornare alle sorgenti della Venoge, o all’Abbaye de Romainmôtier, un’abbazia che mi ricorda Cluny. Ma di domenica in realtà preferisco rimanere nella mia Fondazione, veder arrivare le persone che, dopo essere andate a camminare o a raccogliere funghi nelle foreste dello Jura, si fermano qui, tra i libri, magari per una delle conferenze o mostre che organizziamo… Perché la mia è una missione: difendere, e diffondere, il piacere e la magia dei libri."

In un giorno grigio all'inizio della primavera.

Mercoledì, 2 maggio 2018 @08:15

"So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ancora."
(Adrienne Rich)
Andarsene. Seguire la strada delle parole, aprire la porta. Fuggire, per ritrovarsi.

La poesia di oggi – che è anche il mio #spillo su Gioia – è tratta dal numero di gennaio di "Poesia", Crocetti Editore; un numero antologico che raccoglie trent’anni di versi. Adrienne Rich è una poetessa americana del Novecento. La rivista pubblica la poesia per intero, che è bellissima (ed è tratta da "Atlante del mondo difficile"); ve la ricopio. La traduzione è di Rosanna Vallarelli e Maria Luisa Vezzali.


"So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
che ha una sola intensa luce gialla e una finestra che rabbuia
nella spossatezza dell’edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano,
in un giorno grigio all’inizio della primavera,
languidi fiocchi di polline mulinano
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ancora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale,
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti d’immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e mai incontrati, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto al neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista incerta:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato
e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla
e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai doveri che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
qui dove sei approdata, nuda come sei".

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.