Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Leggere, scrivere. Per fermare la vita e capirla di più.

Mercoledì, 25 luglio 2018 @08:19

Che bello leggere, ma anche intervistare chi scrive. E sull’ultimo numero di Gioia trovate tre interviste a tre scrittori. Quello che più mi è piaciuto è chiedere dove e come scrivono, forse perché la scrittura è di tutti, vero? È un invito a scrivere, in un notes, un diario, nel telefonino. Scrivere per fermare la vita e per capirla di più.

Un titolo che cattura, "Biografia involontaria degli amanti" (Neri Pozza), una copertina romantica e nostalgica, e un giovane scrittore portoghese, João Tordo. Al centro del libro la fine, inspiegabile, di un grande amore, e una donna che scompare senza lasciar traccia di sé. Anni dopo, ecco spuntare dal nulla un manoscritto con la sua storia, la sua voce: l’uomo che l’ha amata e la rimpiange riuscirà a capire cos’è successo? Ma si può mai capire perché finisce un amore?
-In realtà non volevo scrivere d’amore, ma d’amicizia. Sono partito da due uomini che si incontrano per caso: il poeta messicano che ha ricevuto le carte segrete della sua donna perduta, ma non ha il coraggio di leggerle; e il malinconico gallego che lo aiuterà a decifrare il passato, andando fino in Canada. Solo scrivendo, però, ho capito che la vera storia non era la loro amicizia, bensì quest’ossessione, quest’amore bruciante e malato: ed è stato interessante seguirlo, raccontarlo, anche dal punto di vista di Teresa, la donna scomparsa.
-Ma noi donne siamo così difficili da interpretare?
-A volte penso di scrivere libri solo per capirvi meglio!
-Incontrarsi, avvicinarsi, sedursi. Cos’è cambiato tra uomo e donna dopo il movimento #metoo?
-Penso che la protesta sia stata giusta, però attenzione: l’America non è l’Europa. Ciò che qui è visto come un gesto passionale, per gli americani magari è solo abuso. Quindi sì all’empowering femminile, ma spero che le donne non smettano di essere… donne. Perché credo alla dolcezza e al fascino della differenza tra i sessi. E al gioco della seduzione, certo.
-Lei vive a Lisbona, ci racconti quello che ama…
-I caffè, dove porto il mio laptop e scrivo. Le "sardinhas" a giugno, il polpo tutto l’anno. La vista dall’alto del fiume Tago e del ponte, che è come quello di San Francisco… E un segreto: camminare per la città senza meta.
-La sua parola portoghese preferita?
-"Esperança": speranza.

Un romanzo-villaggio, e la donna ironica, impegnata, appassionata che l’ha scritto: è "Turbine" (Fazi), in Germania vero bestseller, scritto da Juli Zeh. Tùrbine come le pale eoliche che dovrebbero arrivare in un minuscolo paese tra dune e boschi; ma anche, e basta spostare l’accento, turbìne, perché il progetto è come una raffica di vento e tempesta, rimescola e scompiglia vite e destini, rivela segreti, disfa alleanze e amori. Più di 600 pagine e, alla fine, dispiace che il libro finisca: cosa succederà adesso ad Unterleuten? Il nome del villaggio che è anche un gioco di parole: vuol dire, in tedesco, "tra la gente".
-Un libro-villaggio. Eppure lei è nata in una grande città, Bonn.
-Ma adesso vivo in campagna, con la mia famiglia: nell’ex Ddr. Un paesaggio e un modo di vivere assolutamente nuovi per me.
-Nel libro sono tanti i protagonisti che vanno nel bosco, quasi un "organismo vivo", per pensare, camminare, stare tra le foglie e gli animali. E’ quello che adesso fa a che lei?
-In realtà l’ho sempre fatto, anche quando vivevo in città. Allora andavo a passeggiare nel parco, con i miei cani. Il verde, gli alberi, sono meditazione e ispirazione.
-Una relazione al suo libro che l’ha particolarmente colpita?
-Il libro è anche un libro politico, in qualche modo. lei, se avesse vissuto ad Unterleuten, sarebbe stata pro o contro pale eoliche?
-Contro!
-Per noi italiani, il libro è anche un modo per entrare dal vivo nella storia della Germania, anzie delle Germanie: Unterleuten è nell’ex Germania dell’est, i segreti coinvolgono storie e scandali prima e dopo il muro; ma adess ci arrivcano molti berlinesi in fuga dalla città, "nerds" o ecologisti convinti…
-Io stessa non ero mai stata in Germania Est prima della caduta del Muro, ma adesso vivo qui. Mi piace molto la gente: che crede ancora in valori come la comunità, lo stare insieme, l’esserci per gli altri. Piccoli paesi che magari sopravvivono anche grazie al baratto spontaneo: io ti aggiusto il cancello, tu mi fai da babysitter d’emergenza…
-Germania per lei è?
-La mia lingua. Non solo perché è il mio strumento di lavoro, visto che scrivo in tedesco. Ma per me è anche un elisir di vita.
-Ha dei rituali di scrittura?
-Con dei bambini è tutto, ovviamente, diverso. Scrivo al mattino molto presto, prima che si sveglino. E porto sempre con me il mio cellulare; se ad esempio andiamo insieme a nuotare e ho un’idea, la registro subito a voce sul mio telefonino.
-Quale dei protagionisi del suo libro le è più vicino?
-Forse il vecchio Kron. L’ex comunista che ha tanto lottato per il paese. La sua critica verso le violenze del capitalismo, la sua frustrazione, la sua rabbia anche: la capisco molto bene.

704 pagine e un colpo di scena dietro l’altro: con "La scomparsa di Stephanie Mailer" (La nave di Teseo) è tornato Joël Dicker. Un altro bestseller dopo l’esordio a 27 anni con "La verità sul caso Harry Quebert", tradotto in 33 lingue, più di 2 milioni di copie vendute. Nel nuovo romanzo siamo, ancora una volta, in America, ma in una cittadina immaginaria, Orphea. Dove, vent’anni dopo un plurimo delitto, una giornalista, Stephanie Maier appunto, contatta il poliziotto che al tempo risolse il caso, dicendo che il vero colpevole è ancora libero… Ma, subito dopo, scompare.
-Un libro a più misteri e più voci. Non si perde con tutti questi personaggi?
-Quando scrivo un romanzo, lavoro a molte versioni diverse, a volte anche sei; penso molto alle dinamiche tra i protagonisti, alle loro storie. Magari un personaggio che nella versione finale ha solo un ruolo secondario, all’inizio era in primo piano: li conosco tutti bene, ci vivo insieme per mesi, anni. A volte è persino difficile chiudere la porta del mio studio e lasciarli, per uscire nella vita vera…
-Lei scrive in francese. La sua parola preferita?
-"Grenier": soffitta. Forse perché nasconde sempre segreti e leggende. Che sia la soffitta di casa tua o della tua mente, non importa: ci sono sempre cose da scoprire.
-È nato e abita in Svizzera, ma anche questo romanzo è ambientato in America.
-Per vent’anni, sin da bambino, ho passato le estati da mio zio nel Maine, posto che ho molto amato, dove ho ambientato "La verità sul caso Harry Quebert". E poi d’estate ho cominciato ad andare negli Hamptons: è lì che ho immaginato Orphea.
-Non ha mai pensato di ambientare un libro a Ginevra?
-Non mi sento ancora pronto. Penso che infilerei in ogni pagina i miei amici, il cameriere del mio bar, il postino! Ma forse, chissà, un giorno riuscirò a creare una Ginevra di pura immaginazione.
-Ginevra, dov’è la libreria di sua mamma…
-Sì. Sono cresciuto circondato da libri. E ancora adesso al kindle preferisco il piacere della carta.

Qualche mese fa, invece, ho intervistato Siri Ranva Hjelm Jacobsen, per il suo libro-isola.
Chi è nata in un’isola, o ha un’isola nel cuore, lo sa: quei luoghi circondati da acque sono magici, ci catturano per sempre. Anche per questo è bello leggere "Isola" (Iperborea), dove la giovane danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ci racconta l’isola delle Faer Øer da cui viene la sua famiglia. Sono quelli gli scogli, le storie, i venti che ha nel sangue. Ce li racconta, in pagine delicatamente autobiografiche: una ragazza torna indietro, nell’isola della sua infanzia; e facendolo cerca le tracce, le voci del nonno, della nonna…
-Perché è importante, questo viaggio nella memoria, questo "colloquio" con le donne prima di noi?
-Bisogna leggere i capitoli del passato - la storia di cui facciamo parte -prima di scrivere le proprie pagine. Solo così abbiamo davvero il potere di andare avanti. Il mio consiglio a ogni ragazza è dunque: leggi, domanda, e soprattutto chiedi. E, se hai ancora una nonna, parla con lei.
-Il suo libro parla di una migrazione "nordica" e dimenticata: dalle Faer Øer alla Danimarca. È un modo per ricordare che anche in Europa siamo stati migranti?
-È nel nostro Dna di europei: quanti danesi, o italiani, o irlandesi, hanno lasciato il loro Paese? E quanti giovani adesso se ne vanno? La migrazione non è solo dal Sud del mondo, non sono solo i profughi per mare. Non è qualcosa di alieno, "contro" di noi. Tutti siamo o siamo stati migranti, ed è bene ricordarlo .
-Lei scrive: "Viveva nel futuro, finché non ha cominciato a vivere nel passato. In questo senso era un vero migrante".
-Chi se ne va vive sempre in due posti, il vecchio e il nuovo. Un equilibrio molto delicato.
-Faer Øer per lei: un colore, un luogo del cuore…
-Un colore: il grigio. Che non è un colore triste, anzi. Penso alle sfumature di grigio e piombo del mio mare in un mattino cupo, quando l’acqua è un gigantesco pavimento di vetro. Bellissimo. E un luogo: il parco di Tórshavn, con i suoi alberi eroici che resistono a vento e tempeste.
-La sua parola preferita nella lingua delle Faer Øer?
- "Hjá". L'ho anche messa nel libro, è così bella. Vuol dire sia "appartenere" che "venire da".
-Una reazione al suo libro che l’ha colpita?
-È successo proprio a un reading a Milano. Una donna mi ha chiesto di dedicare la copia che aveva in mano a "una ragazza che si sente un po’ persa e che sta cercando di trovare la strada di casa". Mi sono commossa.


Gli altri libri che consiglio per l'estate sono qui: http://www.lisacorva.com/it/view/1816/

A proposito di Trieste.

Lunedì, 23 luglio 2018 @09:23

"Credo sia stata fondamentale per me l’esperienza di quella grande apertura del golfo di Trieste, un mare in sé modesto ma che dà il senso dell’aperto, l’orizzonte sconfinato che sembra preludere ad altri, più grandi mari e oceani."
(Claudio Magris)
Ci sono mari che portano ad altri mari. Ci sono luoghi del mondo che invitano al mondo.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratto da "I mari di Trieste" (Bompiani), un libro di scrittori, a più voci, sul mio golfo. Mi piace questa frase – così come mi piace svegliarmi a Trieste, come in questi giorni, e vedere, come prima cosa, il mare. Mi piace il senso di ampiezza e di orizzonti che mi ha regalato la città dove sono nata, e che ritrovo ogni volta che passo per piazza Unità.
Mi piace parlare di Trieste con chi ama questa città addormentata, e come si fa a non amarla? Mi è successo anche con un architetto-mito, Richard Rogers, che ho intervistato per Repubblica: l’intervista è uscita qualche giorno fa. Eccola. In onore all’architettura che mi/ci rende felici, e a Trieste.

Non ci sono molte occasioni per incontrare un architetto mito. Per questo il 25 settembre è una data da segnare: il giorno della lectio magistralis che Richard Rogers terrà a Bologna (alle 11, Palazzo dei Congressi, nell’ambito di Cersaie). Ce lo aspettiamo vestito di colori forti, con una delle sue camicie rosa shocking o arancione, il sorriso contagioso e una visione dell’architettura ancora in movimento, a 84 anni (85 presto, il 23 di luglio). Un piacere ascoltarlo ed entrare nel suo mondo. E a Bologna, di cosa parlerà? "Delle due cose più importanti della mia vita: la famiglia, e l’architettura". Famiglia, certo: per un uomo che ha molto vissuto e molto amato. Due mogli, cinque figli. E il sogno dell’architettura come responsabilità sociale. Perché è, o dovrebbe essere, "a place for all people", e infatti questo è il titolo del suo libro di memorie ("Un posto per tutti" è appena uscito anche in Italia, per Johan & Levi).
"Le città, se ben progettate, compatte e socialmente giuste, sono uno strumento fondamentale per combattere le disuguaglianze e i mutamenti climatici", non si stanca di ripetere. "Possiamo costruire una società migliore creando posti migliori in cui abitare". E lui, che nel 2007 vinse il Pritzker Prize - un po’ il Nobel dell’architettura - ci ha provato. Immaginando e costruendo il nuovo. Non a caso come epigrafe al libro – e quindi alla sua vita - ha scelto una frase di John Cage: "Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle idee nuove. Io sono terrorizzato da quelle vecchie".
Per Cersaie, salone internazionale della ceramica per l’architettura, un occhio speciale: "Mia madre era una "potter", faceva ceramiche; mi regalò le prime quando mi sposai, quasi un "sostituto" della casa che lasciavo. Le ho ancora", racconta. "Mi ha insegnato ad amare ciò che è bello e nuovo: fu lei a portarmi, nel dopoguerra a Londra, a vedere una mostra di Picasso al Victoria & Albert, che all’epoca fece scandalo. Da allora i materiali sono sempre stati importanti per me: anche quelli tecnologicamente più innovativi". Materiali e struttura, che nell’architettura di Rogers è sempre stata inside/out: "La mia architettura tende ad essere leggera e flessibile. Puoi leggerla: chi guarda un mio edificio riesce a capire come è costruito. La struttura è fuori, all’esterno". E infatti è così, a partire dal suo edificio-cult: il Pompidou, realizzato nel 1977 insieme al "nostro" Renzo Piano. Che, per Rogers, è ancora "il mio migliore amico, praticamente mio fratello". Ma in quegli anni il loro inside/out scatenò polemiche: esibire tutto quello che di solito è nascosto, gli impianti di areazione, di riscaldamento, le scale… Quello che poi è diventato un trademark della sua architettura. Lo stesso "stile" usato a Londra per la sede dei Lloyds, costruita nel 1991. E poi ancora il Millennium Dome, sempre a Londra; il terminal 5 a Heathrow e il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid Barajas… Fino ad arrivare all’ultimo grande progetto, il 3 World Trade, appena inaugurato a Manhattan sul sito di Ground Zero: un grattacielo firmato insieme a Richard Paul, per Rogers Stirk Harbour + Partners.
Ma Rogers continua a sognare il futuro, con la Tree House: un concept per ora, un modello di case low cost e design. Con finestre variopinte. "Non ho paura dei colori", ride. In effetti i suoi look sono sempre intensamente cromatici, un’eccezione in un mondo di archistar che si vestono rigorosamente di nero.
E se la sua meravigliosa leggerezza fosse un regalo dell’italianità? Perché Richard Rogers, che nel frattempo è diventato barone di Riverside (è stato nominato Lord nel 1996) è nato in Italia, a Firenze, nel 1933. Il padre era di famiglia inglese e quindi – con la guerra alle porte - se ne andarono, nel 1938. "In Toscana ho preso casa, da vent’anni: nella campagna accanto a Pienza, luogo meraviglioso". Ma in Italia c’è un altro suo posto del cuore: Trieste. "Mia madre nacque lì, imparò l’inglese andando a lezione da James Joyce, trasferito da Dublino nella città di mare e di confine". E Trieste aspettava anche Rogers: ci arrivò negli anni Cinquanta, incaricato dal National service britannico; all’epoca la città, appena uscita dalla seconda guerra mondiale, era sotto il controllo delle forze alleate. Trieste, dove abitavano ancora i nonni. "Che mi regalarono l’abbonamento all’opera: fantastico. E poi, essere in Italia voleva dire vedere molto di più mio cugino, Ernesto Rogers, che aveva aperto uno studio a Milano già negli anni Trenta". Da lì nasce l’interesse per l’architettura che può cambiare le città e i destini. Perché lo studio fondato dal cugino era BBPR: che firmò, tra gli altri capolavori modernisti, la Torre Velasca. Di quegli anni invece, gli anni Cinquanta della ricostruzione, rimane a Trieste la vecchia stazione di servizio per la raffineria Aquila, sulle rive. Ora si chiama Stazione Rogers, ed è sia caffè che piccolo centro aperto a mostre e reading. "Ho sempre trovato molto interessanti i porti", commenta Rogers, stavolta in italiano. Trieste che aspetta ancora lo sguardo e l’energia di un grande architetto che la rimetta sulla mappa… E appunto, pensando al mondo che verrà, se volesse dare un suggerimento a un giovane architetto? "Gli direi di guardare. E viaggiare". Saggio consiglio che, in fondo, vale per tutti noi.

Estate, il sospiro caldo del mondo.

Giovedì, 19 luglio 2018 @08:39

"Dici: estate.
E lucertole ansimano su pietre infuocate,
arde la radice del fiore nella terra.
Colmo di profumo cammina sulla Via Lattea
un carro di fieno di luglio".
(Amy Károlyi)
Estate, il sospiro caldo del mondo.

Un Buongiorno ungherese, che sa di terra sotto il sole, di campagna, di fieno, per il mio #spillo della settimana su Gioia. È di Amy Károlyi, poetessa che nacque a Budapest nel 1909. A proposito di Mitteleuropa.

Amo i libri, soprattutto quelli vecchi: sono come batterie per ricaricare il sistema. Ti fanno credere nell’impossibile.

Sabato, 14 luglio 2018 @10:10

Vi scrivo da Vienna, nella mia "nicchia con vista" in un albergo meraviglioso, The Guesthouse: scrivo su un divanetto in una specie di bow window con vetrata, con vista sui palazzi antichi luccicanti di bianco nel sole e l’Albertina. Sono venuta qui per l’opening della "mostra diffusa" del mio migliore amico, Olaf Nicolai. Amico storico: ci siamo conosciuti per caso più di trent’anni fa, in Ungheria; io ero con una mia amica in un avventuroso viaggio Interrail, lui viaggiava solitario, un ragazzo della Ddr. Non ci siamo più lasciati.
Ed è con molto orgoglio che l’ho intervistato per Gioia: trovate l’intervista sul numero in edicola. La mostra diffusa è aperta fino ai primi di ottobre: http://kunsthallewien.at/#/en/exhibitions/olaf-nicolai-there-no-place-arrival


Vive a Berlino, ma le sue opere d’arte sono una mappatura del mondo: Olaf Nicolai ha creato "profumi per alberi" a Roma, fatto planare boomerang per disegnare un atlante dei venti alla Biennale di Venezia, portato il suo corpo "scomposto" in tante gocce di vetro a New York e fatto "cantare" delle pietre a Innsbruck. Ora apre una sua grande mostra "diffusa" tra Vienna, Bielefeld in Germania e San Gallo in Svizzera (dove ha creato una "passeggiata lunare", in cui puoi giocare con le tue ombre). A Vienna le sedi sono molteplici: "There Is No Place Before Arrival" è alla Kunsthalle, ma anche al museo-casa di Freud, al Museo dei Bambini Zoom, in Ballhausplatz davanti al monumento che ha progettato per onorare le vittime del nazismo (e i disertori politici)... Non solo: Olaf Nicolai ha portato in città la Mercedes anni Sessanta che fu di Helene Weigel, la moglie di Bertolt Brecht, per una performance. Direttamente dal passato e dall’ex Ddr. Quasi un ritorno a casa, perché la compagna di Brecht era viennese. Ma perché così tante sedi, e tanti progetti diversi?
-Perché voglio, innanzitutto, sorprendere me stesso. E cercare di navigare meglio in quello che chiamiamo realtà.
-Un pezzo della mostra viennese è in un luogo davvero insolito, la libreria antiquaria Georg Fritsch.
-Amo i libri, soprattutto quelli vecchi: sono come batterie per ricaricare il sistema. Ti fanno credere nell’impossibile. E solo quando chiedi l’impossibile, arrivi - forse - al possibile.
-Sei nato nell’ex Ddr. Prima che cadesse il Muro, per voi era impossibile venire in Occidente. Cosa sognavi?
-Vedere le Piramidi. Pensavo sarebbe rimasto un sogno. E invece le ho viste, finalmente, l’anno scorso. Ma soprattutto volevo conoscere e vedere il mondo – e non soltanto un piccolo appartamento in una grande casa.
-Il mondo, l’Italia…
-L’Italia è il posto dove mi sento a casa davvero. Dove non sono più prigioniero della parola "Heimat", patria, che per noi tedeschi è carica di troppi, controversi significati.
-Un tuo posto del cuore in Italia, allora?
-Napoli: semplicemente esserci, e passeggiare per la città.

0 commenti

Non dormire. Per vedere il mondo al buio e capire di più.

Giovedì, 5 luglio 2018 @21:19

"Quando non riesco a dormire, come adesso, leggo leggo leggo, scrivo con la musica in sottofondo, apro la finestra se non fa freddo, spio nelle case degli altri, mando email a uno sconosciuto. Sono le possibilità che ci fanno andare avanti."
(Annarita Briganti)
Non dormire. Per vedere il mondo al buio e capire di più.

La Buonanotte, non il Buongiorno di oggi – che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia – è tratta da un libro di una donna che ama i libri: Annarita Briganti. E li scrive, questo è il suo terzo romanzo "Quello che non sappiamo" (Cairo Editore). Una mail arrivata alla persona sbagliata (o forse no), un appuntamento mancato, messaggi e messaggi… E poi, forse, un lieto fine, che è quello che tutti speriamo. Mi è piaciuta, del libro, questa frase, della protagonista inquieta e insonne, che scrive mail a un uomo che forse non incontrerà mai. E intanto guarda fuori dalla finestra e sogna.

Perché lo sai, insieme a te la felicità è un’isola.

Lunedì, 2 luglio 2018 @08:14

"Nel paradiso ho disegnato un’isola
a te uguale e una casa sul mare
con un grande letto e una piccola porta".
(Odisseas Elitis)
Perché lo sai, insieme a te la felicità è un’isola.

Estate per me vuol dire poesia greca: Ghiannis Ritsos, a cui ho sfilato tantissimi Buongiorno, e Odisseas Elitis (che nacque proprio su un'isola, a Creta, nel 1911; questo, che è anche lo spillo della settimana su Gioia, è tratto da "È presto ancora", Donzelli). Poesia greca dove ci sono finestre aperte sul mare, ulivi e ombra, il bianco e il blu abbacinante. Quello che desidero per la mia estate, insomma…
Anche se per adesso la mia estate è stata a Nord: sono stata per lavoro ad Anversa, porto del Belgio, una vera sorpresa. Riporto con me: l’architettura di Zaha Hadid come un diamante nel porto; birra macerata nella quercia e filtrata con whisky; caratteri tipografici del Cinquecento preziosi come cioccolatini; un castello di un collezionista e tanta bellezza.
E, in un piccolo museo appena aperto, Snijders & RockoxHuis, il ritratto di un pittore del Cinquecento, Snijdeers, e la moglie: lei che appoggia la mano sulla sua, un gesto di armonia coniugale e tenerezza, quasi un’isola.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.