Lisa Corva

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Io scrivo proprio per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula.

Lunedì, 29 ottobre 2018 @07:19

"Io scrivo proprio per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula."
(Zadie Smith)
Scrivere per vedere nel buio.

Ultimi giorni di ottobre, ultimo #spillo su Gioia. Questa è anche l’ultima settimana che lo trovate in edicola; poi chiude (tristezza, una rivista fondata nel 1937!), si "fonde" con Elle e diventa Elle settimanale.
Mi spiace, per lo #spillo perduto. Ma so anche che i Buongiorno di City prima, e gli #spilli poi, sono stati letti, amati, a volte raccolti. È stato bello, anche per me. Io continuerò a leggere, e scrivere: per questo ho scelto, come ultima frase, questa di Zadie Smith, bella e brava scrittrice di cui avevo molto amato soprattutto il debutto, "Denti bianchi" (uscito per Mondadori nel 2009; lei l’avevo intervistata quando ancora lavoravo in Mondadori, quando non c’era Instagram né gli smartphones onnipresenti...). Allora come adesso scrivo le mie interviste a mano, su fogli di carta sciolti o su un piccolo notes, e poi le rielaboro al computer. Allora come adesso, mi rifugio (anche) nelle pagine di carta. E ne sono sempre più convinta: basta un notes, e una penna, sempre con sé. Perché leggere e scrivere, frammenti di diario e di emozioni - anche sul telefonino, certo, perché no - serve a decifrare se stessi e la vita.
Scrivere, per vedere nel buio.

Poter arrivare alla fine della vita, e ripensarla come una bella giornata di sole.

Mercoledì, 24 ottobre 2018 @21:23

"Volevo vedere tutto e guardare dietro ogni tenda. E oggi non ho rimpianti. Ho visto il mondo e la vita, è stato bello e pieno di sole. Non ho rimpianti".
(Ivana Kobilca)
Poter arrivare alla fine della vita, e ripensarla come una bella giornata di sole.

Ed eccoci arrivati all’ultimo spillo, in quest’autunno con così tante giornate di sole. Proprio oggi sono ripassata davanti alla mostra di Ivana Kobilca davanti alla Narodna Galerija di Lubiana: è lì che ho letto la frase, alla fine di una mostra che è il racconto di una vita. Nata nel 1861, morta nel 1926, è stata una delle prime e poche donne pittrici di questo angolo di mondo. Quando ancora dipingere non si faceva, era troppo osé, un mestiere da maschi. E infatti, forse non a caso, Ivana Kobilca non si è mai sposata, non ha mai avuto figli. Però ha vissuto, questo sì. Vissuto, viaggiato, dipinto. Cosa dipingeva? Giardini e donne e bambini in giardino, scene di un’altra epoca. Bellissimo, un quadro, e molti schizzi e studi, di donne che fanno il bucato e stirano (che fatica, solo a guardare il quadro, un tempo i lavori domestici erano davvero un’impresa). E poi la sorella amatissima ritratta tutta la vita, i nudi così veri; gli anni di Parigi; e poi fiori, fiori, fiori in campagna, fiori nei vasi. Io ho una passione per le donne artiste, soprattutto quelle dimenticate, quelle nelle pieghe della storia. E Ivana Kobilca è stata una scoperta. Se capitate in questo angolo di mondo, la mostra è aperta fino al 10 febbraio. Io ho già il catalogo!

Come se fosse l’ultima volta, come se fosse sempre la prima.

Mercoledì, 17 ottobre 2018 @08:24

"Ogni anno, se puoi, vai in almeno un luogo dove non sei mai stato, e torna in un luogo dove vai da tutta la vita"
(Michael Pollan)
Come se fosse l’ultima volta, come se fosse sempre la prima.

Lo #spillo di oggi è una frase che ho letto quest'estate in un’intervista sul Financial Times Weekend, uno dei miei giornali preferiti (era il numero del 21 luglio). L’ho segnata, ci ho pensato. La cosa buffa è che Michael Pollan (che non conoscevo, per questo leggo il FT Weekend ogni settimana, mi piace tantissimo scoprire cose nuove) non è un poeta, è un giornalista americano, autore di libri-inchiesta sul cibo. Ma le frasi che ci colpiscono a volte le incontriamo in luoghi inaspettati, non solo nei libri, vero?
A proposito di incontri. Ancora due #spilli e poi Gioia chiude. Quindi mi incontrerete, il sabato, anche se non ogni sabato, su D di Repubblica (avete letto il mio 48ore a Parma, sabato scorso?); su Repubblica (questo sabato ci sono!); su How To Spend It, il mensile del Sole24Ore (questo mese, ottobre, ci sono tre miei pezzi)… E poi, certo, su questo blog. Vi aspetto, sono qui: il mio luogo digitale preferito.

Amore, mettimi un like.

Venerdì, 12 ottobre 2018 @09:08

A proposito di orbiting, ghosting, e dei nuovi frammenti di un discorso amoroso che passano attraverso faccette e pollicioni. Qui i miei articoli e anche un cuore rosso: perché sì, lo faccio anch’io…

Queste sono due storie che ho raccolto per Gioia. (Era il mio ultimo articolo, sul giornale che ahimé chiude a fine ottobre!).

"Dicono che si chiama "orbiting". Una specie di malattia digitale per cui passi il tempo a girare intorno alla persona che ti piace, quasi tracciando delle orbite, mettendo un sacco di like ma senza mai interagire dal vero. Sarà. Di sicuro sono parecchi i pianeti-maschi che mi girano intorno, e alcuni non si decidono mai neppure a invitarmi fuori, non dico a cena, neppure un aperitivo. Posso dire che mi sono stufata di questi non-corteggiatori?
Vi faccio l’elenco. Uno lo possiamo cancellare subito perché è sposato. Io, c’è da dire, amo molto tutti i social, Facebook compreso, e lui ha passato l’ultimo anno a commentare i miei post, in modo abbastanza spiritoso, ammetto. Poi dev’essere successo qualcosa – forse una scenata di gelosia della moglie, che neppure conosco – e da allora non scrive più. Non in "pubblico", almeno. Ma in privato è un diluvio di messaggi, commenti a quello che scrivo e faccio, e ogni tanto qualche faccina con cui mi dice che sarebbe bello finalmente vederci… Non gli rispondo neppure. Mi sembra un atteggiamento un po’ troppo vigliacco – in tutti i sensi.
Poi c’è l’insistente. Davvero è uno che non demorde. Ci siamo conosciuti a una cena di amici, mi ha chiesto, lui sì, un paio di volte di uscire, e io ho sempre detto di no. È in gamba, un ingegnere con una brillantissima carriera, buon partito come direbbe mia mamma; ma è così bruttino… Sex appeal zero. Anche lui continua a mandarmi messaggi in privato, su Messenger; evidentemente pensa di avere una romantica corrispondenza con me, visto che mi scrive anche dopo l’una di notte. L’ho pregato di non farlo più, visto che dormo con il telefonino acceso, come del resto tutti quelli della mia generazione.
Un altro che mette solo qualche raro like, ma so benissimo che mi segue in tutto quello che faccio (vede tutte le mie storie su Instagram), è invece uno che mi piace parecchio. Anch’io lo seguo; lavora nella musica, è uno davvero molto cool. Ed è pure bello. Io credo che sia interessato. Un paio di volte mi ha mandato delle foto – anzi dei clip fatti da lui – in risposta a cose che avevo visto o commentato. Mi fa innervosire perché i video sono bellissimi, potrebbe essere la mia anima gemella. Certo, nei film di Hollywood un tempo gli uomini mandavano mazzi di fiori, ora solo foto. Però, che cosa devo fare? Azzardare il primo passo? Invitarlo fuori io?
E potrei continuare… C’è il corteggiatore respinto, con cui ho chiuso dopo un disastroso weekend (per lui romantico, per me noiosissimo), che continua a orbitarmi intorno, appunto. Immagino che speri in una seconda chance. C’è l’uomo con cui sono finita una sera a letto (ok, d’accordo, ero anche un po’ ubriaca), ma poi non c’è stato niente. Pensavo fosse uscito completamente dalla mia vita, ma l’ho incontrato un paio di volte da amici e se ne esce con "bello quel film, è piaciuto molto anche a me" o "allora cosa mi consigli di vedere alla Biennale?". Ovvio, mi segue in tutto quello che faccio: ma da lontano.
Che disastro, questi uomini fake, che ti mettono un sacco di like ma poi neppure ti toccano. E io sono ancora qui che scivolo pericolosamente – e da sola - verso i quaranta. Ogni tanto penso: e se mi togliessi dai social e cominciassi magari a sorridere a chi prende il caffè al mattino vicino a me, al bar? Il problema è che sono tutti a testa china sul telefonino…"

"No, non riesco a dimenticarlo. Perché quando facevo sesso con lui mi sentivo vibrante e viva, perché mi faceva ridere, perché mi bastava vedere il suo nome brillare sul telefonino e la mia giornata era piena di luce. Finché non mi ha tradito, una, due volte. E ci siamo lasciati. Io piangevo, lui diceva che non mi meritava… Le solite cose. L’ho cancellato dai miei amici di Facebook, stavo troppo male all’idea di sapere cosa avrebbe fatto, dove sarebbe andato, chi si sarebbe scopato. Ma poi la tentazione è stata troppo forte. Ho supplicato un’amica di poter guardare il suo profilo di nascosto, visto che loro erano rimasti in contatto. Non contenta, ho cominciato a controllare il suo profilo Instagram, che è aperto. Senza seguirlo, semplicemente guardando, prima una volta alla settimana, poi ogni giorno. No, non le stories: su quelle lasci "traccia", sei riconoscibile. È passato un anno e io sono ancora qui, a spiare la sua vita. Lo so che non dovrei, che mi fa male… Ma continuo a girargli intorno, non riesco a lasciarlo andare. Lui ogni tanto mi scrive, un whatsapp per chiedermi come sto, per dirmi che ha pensato a me (il ristorante dove andavamo sempre ha chiuso, è uscito un nuovo libro dello scrittore che ci piaceva…). Stilettate di desiderio. Ma faccio finta di niente, penso mezz’ora a che cosa rispondere, e poi gli mando un banale emoji del pollicione, non voglio che pensi che possa riacchiapparmi. E farmi male, ancora.
Alla fine – lo so, non avrei dovuto farlo - ho aperto un falso profilo Instagram, con una ragazza di spalle, capelli raccolti sulla nuca. Bionda, non come me; una foto rubata in rete, potrebbe essere chiunque. Ho messo nel profilo qualche immagine di quelle che piacciono a me – una tazza su un tavolino a Parigi, un paesaggio innevato. Niente di riconoscibile, niente che racconti davvero chi sono. E ho cominciato a seguirlo, a mettergli dei like. Ovviamente ha subito abboccato. Una misteriosa sconosciuta con un profilo così intrigante… Sta con un’altra, ma ci è voluta solo qualche settimana prima che mi chiedesse di uscire a cena e conoscerci. È incorreggibile, non cambierà mai: ha il tradimento nel Dna. E io? Un po’ ho chattato, poi gli ho detto che mi sono trasferita oltreoceano. Forse prima o poi chiuderò il profilo, quando avrò capito che quest’amore, quest’amore che è stato così vero, non potrà ritornare, mai più, neppure digitale."

E questo invece è l’articolo che è uscito su Repubblica:
Se anche voi vi siete arresi, e nelle ultime 24 ore avete mandato almeno un cuoricino spezzato, una faccetta che ride tra le lacrime, o un pollicione (in su o in giù non importa), non temete: siete in buona compagnia. Ovvero: siete insieme a quei bilioni di persone nel mondo che infilano gli emojis dappertutto, nei messaggi su whatsapp, su Facebook, persino nelle mail di lavoro. Siamo dunque condannati a vivere e comunicare per immagini? Pare di sì, visto che con più di 2 bilioni di smartphones in uso (e con Huawei che ha appena battuto Apple), e più dell’80% degli adulti che infila faccette nei messaggi (10 bilioni al giorno), gli emoji sono diventati la nuova "lingua" di comunicazione del pianeta, battendo il mandarino, lo spagnolo o l’inglese. È questa la nuova lingua franca, il nuovo esperanto. Chissà cosa ne penserebbe Ludwig Lejzer Zamenhof, il baffuto e utopico oftalmologo polacco che inventò l’esperanto alla fine dell’Ottocento. Manderebbe anche lui faccette?
Nel caso, avrebbe solo l’imbarazzo della scelta: tanto per divertirci con le classifiche, gentilmente fornite dal World Emoji Day, sono attualmente in uso 2.823 emojis (includendo le variazioni per colore, colore della pelle, della bandiera, eccetera). I più usati? Il cuore rosso (anche spezzato), ma anche la faccetta con lacrime di gioia, la faccetta sorridente con gli occhi a cuore, la faccetta pensierosa, e ovviamente "thumbs up", il pollicione. Un nuovo modo di comunicare bizzarramente simile a quello di vari millenni fa: ai pittogrammi egiziani. Ma siamo tornati indietro o siamo andati avanti?
Ne ho parlato con Michelle McSweeney, incuriosita anche dalla sua specializzazione. Giovane ricercatrice alla Columbia University, ha appena scritto "The Pragmatics of Texting – Making Meaning in Messages" (Routledge), perché studia esattamente questo, il nuovo linguaggio digitale. E sta mettendo a punto "Love Texts": un algoritmo che, analizzando i messaggi che ci scambiamo con chi ci piace, saprà rispondere – forse - all’eterna domanda: "mi ama, non mi ama"… Michelle è ottimista e dice che sarà pronto per San Valentino. Intanto dà consigli via podcast: la nuova versione della posta del cuore, per "digital daters". E degli emojis che ormai fanno parte di ogni corteggiamento, che ne pensa? "Sono un mezzo validissimo per comunicare informazioni emozionali. Se in genere li usiamo, continuiamo pure, anche per non trasmettere un’immagine falsata di noi. Il mio unico consiglio è, almeno all’inizio, di non esagerare con i cuori…".
Del resto, come smettere? Gli emojis risolvono molti problemi, non solo di ortografia ma anche di diplomazia. Sono la risposta più veloce e sicura quando siamo stanchi, di fretta, di cattivo umore. Un pollicione – che ormai sembra più gentile di un freddo ok – non si nega a nessuno. Anche se, attenzione, persino un "thumbs up" può avere dei meta-significati. "Io lo mando solo a un mio grande ex amore che, da un po’, sta tentando di riacchiapparmi", dice A. "È furbissimo: ogni tanto mi scrive, mi manda una foto, il titolo di un libro che ha appena letto… Mi chiede come sto e se andrò a un certo convegno, a un certo concerto. Mi vuole? Ma no, lo so benissimo che è fidanzato, e che tradisce la nuova vittima, come al solito. È il suo modo di tenermi legata a sé. Io all’inizio mi agitavo, non ci dormivo, cercavo per ore la frase giusta come risposta. Poi ho capito: pollicione. Che per me è il massimo del disprezzo. Un modo così banale di concludere una conversazione. Non lo uso neppure con le mie amiche!". Sembrava così facile, eppure anche un emoji non ha un significato sicuro: soprattutto non in amore, dove ogni parola, ogni segno, può voler dire tutto e il contrario di tutto. E dove ci si strugge per un cuoricino in più o in meno. In fondo è consolatorio: d’accordo che siamo regrediti, o progrediti, verso questo fluido linguaggio digitale; ma proprio perché è fluido, sta a noi decriptarlo. Almeno finché non arriverà la nuova, magica app Made in Usa.

Ti sento. L’amore è telepatia.

Venerdì, 5 ottobre 2018 @07:41

"Mentre io entravo nella stazione monumentale, tu aprivi gli occhi di colpo perché io, dall’altro capo del mattino, avevo pronunciato ad alta voce il tuo nome".
(Elena Petrassi)
Ti sento. L’amore è telepatia.

È uno degli ultimi #spilli (ne mancano ancora tre, poi Gioia, giornale che ha resistito dal 1937, chiude!) ed è tratto da un romanzo, "In giornate identiche a nuvole" (ATì Editore). E il titolo, a sua volta, è una citazione, da una bella poesia di Luis Cernuda, poeta spagnolo del Novecento (la trovate anche qui: http://www.lisacorva.com/it/view/180/ )

Ho scelto la frase forse per via di quella stazione al mattino, degli arrivi e delle partenze, di quando viaggiamo col pensiero che, come una calamita, ci porta sempre verso la persona che amiamo, che desideriamo. Ho scelto la frase perché siamo sempre in viaggio, anche quando non ci muoviamo. Ho scelto la frase perché penso alla Stazione Centrale di Milano, alle volte ampie, alle statue, alle stazioni della mia vita, anche quelle che verranno.

Lo sapevi che il mare ti parla soprattutto quando non c’è nessuno?

Martedì, 2 ottobre 2018 @17:19

"Sul mare la cerimonia del nuoto ha inizio il mattino presto, molto presto, quando ancora non c’è nessuno. C’è silenzio, e il mare è intatto e immobile ad aspettarmi".
(Valentina Fortichiari)
Lo sapevi che il mare ti parla soprattutto quando non c’è nessuno?

Lo #spillo di oggi è tratto da "La cerimonia del nuoto" (Giunti), di Valentina Fortichiari, racconti intorno al mare e al piacere dell’acqua. E’ uno dei miei ultimi #spilli (visto che ahimé Gioia chiude), e anche, forse l’ultimo bagno della stagione: che ho fatto oggi, a Trieste, al bivio di Miramare. Solo un "tocc", come dicono a Trieste, ma che meraviglia, entrare in acqua (gelida) a ottobre…

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.