Lisa Corva

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La mia vita è una stanza, il futuro è la finestra.

Martedì, 31 marzo 2020 @10:13

"Gli anni passeranno. Rammenterai.
E proprio questo alloggio,
il mobilio di compensato, e il cavallo
di plastica, e il mio quaderno,
dove cerco di fissare tutto questo, e le calosce fradicie
sul calorifero, e il vicino Goša
e Tomik che si ostina a pisolare
tra le fresche lenzuola, saranno per te un paradiso."
(Timur Kibirov)
La mia vita è una stanza, il futuro è la finestra.

Il Buongiorno di oggi è una poesia, tratta da un’antologia: "Poesia del Novecento in Italia e in Europa", Feltrinelli. Ho aperto il libro dove avevo messo una cartolina come segnalibro: ed eccolo, il Buongiorno di oggi, di un poeta che non conoscevo. Leggo su Wikipedia, la mia fidata enciclopedia digitale: Timur Kibirov, ovvero Timur Jur'evič Zapoev, nato in Ucraina nel 1955 da una famiglia originaria dell'Ossezia del Nord, ha preso lo pseudonimo Kibirov in onore di un suo antenato per parte materna, il colonnello dell'esercito zarista Georgij Kibirov, che godette di grande prestigio presso i cosacchi. Cominciò a scrivere poesie nella Russia underground.
Ma anche il libro, tutto consumato, ha una storia: l’ho trovato in una giornata di pioggia sull’isola di Salina, un anno fa: piccola biblioteca libera e bookcrossing. Salina, l'isola siciliana dov’ero andata (anche) per intervistare la giovane chef Martina Caruso. Salina, girare con il motorino, il vulcano di Stromboli davanti agli occhi, le granite di caffè e mandorle con la panna.. Un improvviso vento di mare è entrato nella mia stanza. Già. La mia vita oggi è una stanza, ma il futuro è la finestra. Non "alla" finestra, come adesso: il futuro è la finestra, da cui usciremo, e che già oggi possiamo aprire sul mondo.

In questo affollato e rumoroso esilio, scegli il silenzio di un pensiero nuovo.

Domenica, 29 marzo 2020 @10:35

"Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s’impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza".
(Natalia Ginzburg)
In questo affollato e rumoroso esilio, scegli il silenzio di un pensiero nuovo.

Ho sfilato un altro libro dai miei scaffali, apro le pagine e trovo un altro confino, un altro esilio forzato. È quello di Natalia Ginzburg (ricordate "Lessico famigliare"?), che nel 1940 segue il marito, Leone Ginzburg, intellettuale e antifascista, al confino in Abruzzo: tre anni, fino al 1943. (Lui sarà poi torturato e ucciso in carcere, a Regina Coeli, l’anno seguente, 1944). Eppure, qui ne "Le piccole virtù" (Einaudi, come tutti i suoi libri) lo racconta come un periodo caldo, di gratitudine per essere stati tutti insieme. Continua così:
"Accendevamo la nostra stufa verde, col lungo tubo che attraversava il soffitto: ci si riuniva tutti nella stanza dove c’era la stufa, e lì si cucinava e si mangiava, mio marito scriveva al grande tavolo ovale, i bambini cospargevano di giocattoli il pavimento. Sul soffitto della stanza era dipinta un’aquila: e io guardavo l’aquila e pensavo che quello era l’esilio. L’esilio era l’aquila, era la stufa verde che ronzava, era la vasta e silenziosa campagna e l’immobile neve".

La vita mi chiede di imparare di nuovo a vivere.

Venerdì, 27 marzo 2020 @09:26

"Il mondo vero, magnifico, orribile, atroce e divino. Accettarlo, amarlo così com’è mi sembra la gloria degli umani. Sarebbe troppo semplice amare un mondo buono".
(Banine)
La vita mi chiede di imparare di nuovo a vivere.


Piccolo libro appena uscito (insomma, appena: uscito qualche mese fa, prima che il mondo entrasse in una bolla), "I miei giorni nel Caucaso", pubblicato da Neri Pozza, è un piccolo gioiello. L’autrice? Banine. Ovvero Umm-El-Banine Assadoulaeff, nata nel 1905 in Azerbaigian, a Baku: ai confini del mondo. O almeno ai confini del mio mondo: sono dovuta andare a vedere su una mappa dov’è Baku (e dire che ci sono andata abbastanza vicino, quando, qualche anno fa, sono stata nell’incredibile Tbilisi, in Georgia).
Ma torniamo a Banine. Copio la buffa presentazione della casa editrice: " Nascere in una famiglia scandalosamente ricca – il capostipite, Assadullah, nato contadino, morì milionario grazie al petrolio zampillato dal suo campo pieno di sassi – ma allo stesso tempo altrettanto stravagante e popolata da loschi individui, porta con sé sicuri privilegi e indubbi grattacapi. Ultima di quattro sorelle, Banine viene alla luce in un giorno d’inverno movimentato da scioperi, pogrom e altre manifestazioni del genio umano. Nonostante questo, la sua infanzia trascorre felice, allietata dalle torte rigonfie di crema di Fräulein Anna, balia tedesca, e dalle perenni recriminazioni in azero della nonna paterna... ".
E poi? Poi arriva la Rivoluzione d’Ottobre, la famiglia perde tutto o quasi, il padre finisce in prigione, forse l’unico modo per ottenere un passaporto e andarsene è sposare, a quindici anni, l’uomo giusto (ovvero: quello sbagliato)… Non vi voglio raccontare troppo, ma nel 1923 Banine sale finalmente sul treno che la porterà – era l’Orient Express – a Parigi. Lì vivrà, e scriverà "Jours caucasiens". Scritto con leggerezza, brio, umorismo, da una donna che è stata quasi travolta dalla Storia, ma ha vissuto con gratitudine e allegria. Da leggere, per imparare come si fa.

Lettera dal confino.

Mercoledì, 25 marzo 2020 @07:22

"Mi sono abituato all’asma, alla solitudine e all’incertezza; vivo – se voglio (a parte il fumare) – con tre lire al giorno, sgranocchio i ricordi come pomigranati e penso che poteva andarmi peggio".
(Cesare Pavese)

Ricordi da assaporare come melograni. Bello. (Non so cosa sognasse Pavese al confino nel 1935, io sogno di uscire e ordinarmi una pizza).

Ho tirato fuori dallo scaffale della mia libreria "Vita attraverso le lettere", di Cesare Pavese (una vecchia edizione Einaudi, un libro che mi regalò un’amica, F., per un vecchio compleanno: c’è ancora, cancellato, il prezzo in lire). Lo apro. In questo periodo mi consola, non so perché, leggere pezzi di diario, pagine autobiografiche di chi ha vissuto tanto e attraversato tanto, anche la Guerra. E quindi, Pavese. L'intellettuale triste, il ragazzo nato nelle Langhe che sognava (e traduceva) l'America. Non ricordavo che fu prima incarcerato, per antifascismo, poi mandato al confine in Calabria. Lui che odiava il mare e sognava il Po… E scriveva:" Il giorno lo passo "dando volta", leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un'inutile castità".

Poter dormire, e svegliarsi quando è tutto finito.

Lunedì, 23 marzo 2020 @08:20

"Sarebbe fantastico se, svegliandosi dopo una bella dormita, si ritrovasse nella propria realtà, nuovamente se stessa. In questo momento è l’unica via d’uscita da quella stanza che le venga in mente. Varrebbe la pena tentare".
(Murakami)
Poter dormire, e svegliarsi quando è tutto finito.

Ho trovato il Buongiorno di oggi nell’ultimo libro che ho comprato in una libreria aperta: "After dark", di Murakami, uno dei miei scrittori preferiti (tutto Einaudi). Un piccolo libro che non avevo ancora letto, storie intrecciate in una notte a Tokyo; ma la protagonista è lei, una ragazza che non riesce a svegliarsi, che continua a dormire. Sonno metafora, sonno desiderio: poter svegliarsi quando sarà tutto finito.

Il pensiero felice di oggi è la primavera.

Sabato, 21 marzo 2020 @18:11

Eli e io abbiamo una routine che non cambia mai. Appena prima di addormentarsi mi racconta la sua giornata. Poi chiude gli occhi, mi stringe forte la mano e mi fa: «Pensiero felice?». 
(Jenny Offill)
Il pensiero felice di oggi è la primavera.

Ed ecco da dove ho ritagliato questa frase: trovate qui sotto l’articolo che ho scritto per il Piccolo di Trieste e che è uscito il 17 marzo. Sì, i miei Buongiorno sono tornati, e con un nuovo format li trovate su tutti i social, Instagram, Facebook, Linkedin, Twitter (aiuto!). E ovviamente tornano, più lunghi, qui sul blog, dove vi racconterò sempre dove li trovo, da dove li ritaglio. Diffondete, scrivete, scrivetemi. Pillole di speranza.

Quando cominceranno i poeti, e gli scrittori, a parlare di pandemia? Hanno già iniziato. In questi giorni – casualmente – esce un libro che è stato dichiarato "un’ottima compagnia per affrontare la fine del mondo". È "Tempo variabile" di Jenny Offill (NN Editore, con la traduzione di Gioia Guerzoni). Librerie chiuse, certo, ma si può ordinare on line, e c’è anche l’e-book. Un libro piccolo (176 pagine) e strano, prosa poetica, pensieri sparsi, quasi a zig zag: un po’ come i nostri pensieri di tutti i giorni. La storia? È quella di Lizzie, una donna come tante, in una città come tante della provincia americana; un marito, un bimbo piccolo, un lavoro qualsiasi. Ma pian piano entrano nella sua vita – e leggiamo nel libro – domande e risposte sull’emergenza climatica, sui possibili scenari di fine del mondo e di sopravvivenza. Perché Lizzie comincia a lavorare con Sylvia, esperta di cambiamento climatico, e deve rispondere alle mail degli ascoltatori del suo podcast: "Cascasse il mondo" (nell’originale inglese è un più tranchant "Hell or High Water"). Lizzie, dunque, inizia a ricevere messaggi allarmati e allarmanti sulla fine dell’umanità, domande e consigli su come sopravvivere a una catastrofe, compreso costruirsi una luce d’emergenza da una scatoletta di tonno (basta che sia all’olio!). E così, come forse accade nella vita di tutti noi, i pensieri e le paure su un mondo che sta precipitosamente cambiando si mescolano al bambino da andare a prendere a scuola o l’appuntamento dal dentista. (Beata lei, lo so, che può ancora uscire!). L’epidemia, anzi la pandemia? Non c’è, ma è come ci fosse: il libro è stato stranamente preveggente, nel registrare, come un sismografo, quello che ci sta accadendo. Tanto che il Financial Times, elogiandolo, ha parlato di una nuova tendenza in letteratura: "cli-fi", ovvero "climate fiction", letteratura in tempi variabili e imprevedibili come il nostro.
Da leggere, proprio adesso? Un libro così non amplifica le nostre paure? A giudicare da come sono diventati "virali" (scusate l’aggettivo), i versi di una grande poetessa italiana, Mariangela Gualtieri, pubblicata il 9 marzo sul sito di doppiozero - e che sono circolati ovunque, via twitter, instagram, facebook - vogliamo, abbiamo bisogno di condividere anche questo. Così la Gualtieri: "Questo ti voglio dire/ ci dovevamo fermare./ Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti/ch’era troppo furioso/ il nostro fare. Stare dentro le cose". E ci consola: "È portentoso quello che succede./ E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano./ Forse ci sono doni./ Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo".
Per caso, o forse no, il primo libro di Jenny Offill, che è americana e ha 52 anni, raccontava un altro terremoto, quello di un divorzio. In "Sembrava una felicità", rileggo questa frase: "Ogni matrimonio ha i suoi difetti di fabbrica, e anche quelli che da fuori sembrano equilibrati, sono tenuti insieme col chewing gum, il fil di ferro e lo spago". Non siamo tutti un po’ così? E già nel primo libro, ecco il suo stile. Prosa poetica, quasi a-lineare: frammenti di pensieri, pezzi di lettere indirizzate a sé, frasi sparse, come fossero segnate su un notes o un i-Phone… Non diario, perché nei diari tentiamo di dare un senso alla vita, ordine al caos. "Scrivo per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula": sono parole di una talentuosa scrittrice dei nostri tempi, Zadie Smith. Jenny Offill è invece come se scrivesse nel sonno, o in dormiveglia: e forse questo ce la rende più vicina. Con flash di humor e di tenerezza. E speranza. Come quando racconta, del figlio: "Eli e io abbiamo una routine che non cambia mai. Appena prima di addormentarsi mi racconta la sua giornata. Poi chiude gli occhi, mi stringe forte la mano e mi fa: ".  Ecco, forse è un trucco che possiamo copiare in tempi di pandemia: andare a letto accarezzando ogni sera un pensiero felice.

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Osservatorio della fine del mondo. (O dell’inizio).

Mercoledì, 18 marzo 2020 @08:34

In questi giorni in cui il mondo intero sta davvero dentro lo smartphone, ho ricevuto un messaggio che mi ha fatto molto piacere: una lettrice mi ha scritto dicendo che le mancano i miei spilli, i miei Buongiorno, le parole talismano che sceglievo. Ma dove trovare delle parole di incoraggiamento, di consolazione, in questa pandemia? Non è facile. Così ho deciso di aprire un libro a caso, dalla mia biblioteca: e vedere cosa mi dice. Ecco qui:
"Mi sto convincendo che il mondo vuole dirmi qualcosa, mandarmi messaggi, avvisi, segnali. È da quando sono a Pëtkwo che me ne sono accorto. Tutte le mattine esco dalla Pensione Kudgiwa per la mia consueta passeggiata fino al porto. Passo davanti all’osservatorio metereologico e penso alla fine del mondo che si approssima, anzi è in atto da molto tempo. Se la fine del mondo si potesse localizzare in un punto preciso, questo sarebbe l’osservatorio metereologico di Pëtkwo: una tettoia di lamiera che poggia su quattro pali di legno un po’ traballanti e ripara, allineati su una mensola, dei barometri registratori, degli igrometri, dei termografi…
Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano come decisive."


La pagina si è aperta da una vecchia edizione Einaudi, rilegata, la copertina già un po’ consumata , di "Se una notte d’inverno un viaggiatore", di Italo Calvino. Non prendevo in mano il libro da anni, direi decenni. Sono andata avanti? No. Mi basta questa pagina. Oggi cercherò segni nel mondo, ma segni di speranza. Fatelo anche voi.

Amo i libri, soprattutto quelli vecchi: sono come batterie per ricaricare il sistema.

Mercoledì, 11 marzo 2020 @08:51

"Amo i libri, soprattutto quelli vecchi: sono come batterie per ricaricare il sistema. Ti fanno credere nell’impossibile. E solo quando chiedi l’impossibile, arrivi - forse - al possibile".
(Olaf Nicolai)

Mi è tornata in mente questa frase ieri, quando chiacchieravo con le amiche (e anche con gli sconosciuti, il bello dei social) su cosa leggere in tempi di quarantena. Io non ho ancora deciso, ma sono molto tentata di riprendere in mano il mio solito Wodehouse per tempi cupi. So però che Olaf Nicolai, l’artista di Berlino che è anche il mio migliore amico (se cliccate sul suo nome potete trovarlo sul mio blog), ha ragione: i libri sono come batterie per ricaricare il sistema. Quindi leggete, leggiamo. Aspetto suggerimenti!

Fiori, amiche e altri antidoti.

Sabato, 7 marzo 2020 @18:21

La mia giornata è cominciata guardando a che punto è la fioritura dei miei giacinti: viola, sul tavolo, mi aspettano quando mi sveglio. Sono il mio buongiorno a puntate.
Sono uscita, ed ecco quello che ho raccolto per strada:

-Mi fermo davanti a un fiorista in città che ha fiori nei cesti davanti alla porta, ancora giacinti, tulipani gialli e rossi, un tripudio di colori in questa primavera ancora grigia, fredda ed esitante. Fotografo tutto (lo so, lo so, mania Instagram), e non sono l’unica, una signora accanto a me clicca anche lei. Poi mi sorride e dice: sono stupendi, vero? (La bellezza di raccogliere dei fiori nel telefonino).

-Pranzo con un’amica, il mio pranzo di consolazione da sempre: sushi (e tè al gelsomino). L’amica si sfoga, ha un dispiacere, un nodo di tristezza e di rapporti famigliari intricati. Mi chiedo cosa dirle, poi capisco che non vuole un consiglio: vuole una cosa ancora più preziosa, l’ascolto. Come una tazza di tè profumato.

-Spedisco un biglietto d’auguri, in tempi di fotocronache interminabili via whatsapp lo faccio ancora. Anche per il piacere di scrivere con penna, carta (e francobollo). Sulla cassetta della posta gialla, un piccolo adesivo di creatività urbana: "More love letters, please!" Giusto.

-Qui nel mio altrove i musei sono aperti. Al caffè del museo, musica jazz, e una ragazza seduta al tavolino mi saluta e si sbraccia. Non la riconosco, poi capisco: l’avevo incrociata tempo fa da amici. Mi fermo a chiacchierare. Solo dopo scopro che uscendo mi ha offerto il caffè, piccolo gesto gentile. Basta poco, no?

-La mostra che decido di vedere è terribile e bellissima insieme. Sono i disegni a carboncino e matita fatti nel 1945 da Zoran Mušič a Dachau, internato nel campo di concentramento: "paesaggi" di cadaveri accatastati. Lui sopravvissuto, testimone. Anche il titolo è bellissimo e terribile insieme: "Condannati a sperare". In sala ci siamo solo io e una ragazza del museo, che sta leggendo Zadie Smith. Quanto dolore, quanto orrore sospeso nei disegni. E noi due, qui da sole. Forse è per questo che mi fermo e le chiedo: ti piace Zadie? Ed eccoci qui a parlare di libri e di donne. (Passaparola scrittrici, uno dei miei preferiti).

-Sera Netflix, anzi: Amazon Prime. Guardo, una dopo l’altra, le ultime quattro puntate dell’ultima stagione di Mrs Maisel. Rido e mi dispiace lasciarla: in fondo anche lei è un po’ un’amica?

Domani è l’8 marzo. In questi tempi di parole che ci chiudono in casa (epidemia, pandemia, virus) ho deciso di organizzare un tè/caffé/whisky per le mie amiche qui. Amiche strette e meno strette: non importa, vicinanza è la parola giusta adesso. Il piacere di stare insieme e ricordare le #donneprimadinoi, tutto quello che le donne hanno sognato, conquistato, inventato. Fatelo anche voi: offrite un caffé, ascoltate un’amica, parlate con una sconosciuta, sorridete a chi fotografa fiori, scrivete una lettera, fate scoprire una scrittrice. Più che antidoti, vita.

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È che dietro le cose ci sei tu, primavera.

Mercoledì, 4 marzo 2020 @07:41

"È che dietro le cose ci sei tu, Primavera, che incominci a scrivere nell’umidità, con dita di bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna".
(Neruda)

Tornano i crochi viola nei prati vicino a casa, e mi tornano in mente, come ogni primavera, questi versi di Neruda. Com’è rassicurante quando alle stagioni sono legate delle poesie: si fiorisce anche così.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.