Lisa Corva

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Caffè all’aperto, la mia idea di felicità.

Mercoledì, 29 aprile 2020 @09:58

"A Parigi non c’è un inverno vero e proprio, cade la pioggia, scroscia, picchia, bisbiglia sui vetri e sui tetti un giorno, due, tre. In gennaio all’improvviso arriva, verso la fine del mese, il giorno in cui tutto brilla, il tepore si diffonde, il cielo è azzurro e ai tavolini del caffè la gente sta seduta senza cappotto, e le donne vestite leggere trasfigurano la città. È come una promessa. La prima allusione al fatto che presto tutto sarà di nuovo allegro, bello e ricomincerà a scintillare".
(Nina Berberova)
Caffè all’aperto, la mia idea di felicità.

Ho sfilato un altro libro dai miei scaffali (e dire che sarebbe il momento giusto per mettere a posto e spolverare, e invece no, la pandemia non ha questo buon effetto su di me). Stavolta il libro è di una scrittrice che ho molto amato in passato, Nina Berberova, e di cui ho molto regalato un piccolo gioiello, "Il giunco mormorante". Il brano di oggi invece è tratto dalle sue memorie, "Il corsivo è mio" (anche questo Adelphi, traduzione di Patrizia Deotto). E che vita, Nina. Nata nel 1901 a San Pietroburgo, lascia la Russia dopo la Rivoluzione, nel 1922: prima "emigrée" a Parigi, poi nel 1950 va negli Stati Uniti, dove insegnerà a Princeton. Di quegli anni, gli anni Venti e Trenta a Parigi, dice: ""Ho sempre fame. Indosso sempre abiti e scarpe altrui, non ho né profumi, né seta, né pellicce; eppure non li desidero tanto come desidero le ghiottonerie esposte nella vetrina del salumiere". E ancora: "Mi trovo al centro di mille possibilità, di mille responsabilità e di mille incertezze. E se devo essere sincera fino in fondo: gli orrori e le sciagure del mio secolo mi hanno aiutata: la rivoluzione mi ha liberata, l’esilio mi ha temprata, la guerra mi ha spinto in un’altra dimensione".
Mi piacciono queste donne che hanno attraversato i secoli, gli oceani, l’esilio e lo sperdimento, e poi sanno raccontare quel momento di pura felicità in cui arriva la primavera, ti metti un abito leggero, ti siedi al caffè. Succederà presto anche a noi, una ritrovata libertà.

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La luce che entra dalle grandi vetrate a quest’ora del giorno, e mette in corsivo ogni cosa che tocca.

Lunedì, 27 aprile 2020 @09:51

"E dovrei ricordare la luce
che entra dalle grandi vetrate a quest’ora del giorno
e mette in corsivo ogni cosa che tocca"
(Billy Collins)
Questo tempo sospeso, che come luce mi investe e mi cambia.

Non è meravigliosa quella luce che entra e mette tutto in corsivo ? La poesia è di Billy Collins, ed è tratta da "Balistica" (Fazi Editore). Old Man Eating Alone in a Chinese Restaurant. E qui l'intervista che gli feci tempo fa:

A volte i libri portano ad altri libri. Così ho conosciuto Billy Collins, lui, e i suoi versi che sanno di pioggia, di caffè del mattino, dello stupore sempre intatto della prima neve ("a revolution of snow"), e di amore coniugale. L’ho conosciuto quando, intervistando anni fa una scrittrice americana, mi raccontò che, per la sua cena di compleanno, aveva deciso di farlo lei, un regalo a tutti gli invitati. E aveva scelto di mettere accanto al piatto di ogni commensale non un suo romanzo, bensì un libro di Collins. Perché, disse, abbiamo tutti bisogno di amore e di poesia. E’ stata, credo, l’unica cosa memorabile dell’intervista (era l’autrice di un dimenticabile chick-lit, "Libri e amori a Los Angeles": idea carina, la storia di una divorziata che quando è in crisi si chiude a casa, entra nella vasca, stacca il telefono e legge, ma purtroppo il risultato è un romanzo quasi noioso). Ed è andata a finire che mi sono ritrovata anch’io fan di Billy Collins.

- Una delle sue più belle poesie si intitola "Ossobuco": un elogio della cucina italiana, del matrimonio, e delle calde serate casalinghe in cui "il leone della contentezza appoggia una zampa calda sul mio petto". Ma l’ossobuco le piace davvero?
- "Ovviamente! Mia moglie ha fatto un corso di cucina in Italia, e questo è uno dei piatti che ha imparato. Adoro l’Italia; uno dei miei più bei ricordi è di un reading che ho tenuto a Ravenna, nello spazio teatrale ricavato nel monastero di Santa Chiara, a quanto pare una delle chiese preferite da Dante. Non credo mi capiterà di sentirmi più vicino "fisicamente", a lui, di così".

-I suoi sono libri da tenere accanto a letto; da leggere piano, la sera, prima di addormentarsi. Ma sul suo comodino, che cosa troviamo?
- "Un’antologia Oxford di prosa umoristica, i racconti di P.G. Wodehouse, e il saggio di Helen Vendler sulle poesie Emily Dickinson. Ah sì, e una piccola radio bianca con tre paperette di plastica sedute sopra. Mi chiedo se a volte lì non faccia troppo caldo per loro".

- Leggo da "Dettaglio": "Si faceva tardi nell’anno/il cielo era basso e nuvoloso da giorni,/e io bevevo un tè in una stanza di vetro/con una donna senza bambini,/un cancello dal quale nessuno era entrato nel mondo"… Un’immagine dura, forte. Lei non ha figli?
- "No, e mi sembra che in America non diventare genitori sia molto più diffuso, e in qualche modo normale: o perlomeno, non tragico. In quei versi volevo spiegare che non avere figli può essere appunto un’opzione, una possibilità; non è una condizione da compatire".

- Qual è il suo posto del cuore nel mondo?
"Le sembrerà banale, ma in genere è quello dove mi trovo. C’è un haiku giapponese in cui il poeta dice quanto gli manchino le montagne anche quando è in montagna; il che rivela l’assurdità – e la frenesia – di desiderare sempre un luogo migliore. Ma se dovessi scegliere un posto, uno solo, dove stare per sempre, sceglierei un tavolino all’aperto di uno dei caffè in Piazza del Campo a Siena. Il cameriere saprebbe chi sono, ovviamente, e mi basterebbe un cenno per farmi portare un’altra grappa".

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Solo una donna libera è una donna felice.

Sabato, 25 aprile 2020 @09:27

"Io sono una donna libera. Sono stata, e dunque posso essere, una donna felice…"
(Françoise Giroud)
Solo una donna libera è una donna felice.

Questa di oggi è una frase che mi è sempre piaciuta: ma che volevo ricordare oggi, 25 aprile. L’ho ritrovata e il mio primo pensiero è stato: quanti centimetri di libertà? Un metro e mezzo? Ma non è vero, libere si è dentro, libertà è un orizzonte. Quindi grazie a Françoise Giroud per le sue parole, che sono l’incipit delle sue memorie, pubblicate da Neri Pozza: "Storia di una donna libera". Françoise Giroud, che c’era, durante la Liberazione. Nata nel 1916 in Svizzera da emigrati turchi ed ebrei, cominciò a lavorare in un negozio di libri antichi a Parigi a 14 anni (il padre, un giornalista, morì ancora giovane), poi entrò nel cinema, e poi ancora divenne partigiana, militante, infine giornalista. E, più tardi, politica. È stata lei a fondare il mitico Elle nel 1945, e L’Express, nel 1953, insieme al suo compagno. Questa frase, di forza e di vitalità, che apre il libro, è stata scritta in realtà dopo che aveva tentato di suicidarsi: dopo l’abbandono forzato (forzato, perché fu lei ad andarsene, ma li amava tutti e due) sia del suo compagno, che del suo giornale. E che forza anche in quelle parole: "sono stata, e dunque posso ancora essere, una donna felice". Perché solo una donna libera può essere felice. Non dimentichiamolo.

"Je suis une femme libre. J’ai étè, donc je sais être, une femme heureuse… Qu’y a-t-il de plus rare au monde?"

Pace drammatica, ti ringrazio, per avermi messo sulla punta del tuo coltello.

Giovedì, 23 aprile 2020 @09:27

"Pace drammatica, 
ti saluto e ti ringrazio,
per avermi messo 
sulla punta del tuo coltello".
(Saša Pavček

Pensiero di oggi: trovare un nuovo equilibrio.

La poesia di oggi, sulla pace drammatica della solitudine, è stata scritta in questi giorni da Saša Pavček, attrice, poetessa, commediografa di Lubiana. È solo l’incipit , quello che ho riportato, ma mi ha colpito tantissimo, così affilato. Eccolo in sloveno, in tutta la sua tagliente bellezza:

"Dramatični mir,

pozdravljam te

in se ti zahvaljujem,

da si me postavil na konico svojega noža". 


Hai anche tu una tazza che ti sorride?

Martedì, 21 aprile 2020 @09:20

"È così ogni sera, quando chiudo dietro di me l’uscio della mia camera per andare a dormire; compio questo gesto semplice e consueto con avida ghiottoneria, assaporandolo… Poi, adagio, mi volgo e ricerco nella penombra le cose che da anni amo vedere attorno a me; ed esse, poiché finalmente siamo sole, mi riconoscono e sorridono".
(Alba de Céspedes)
Hai anche tu una tazza che ti sorride?

Stavolta il libro che tiro fuori dagli scaffali mi "chiama" per il titolo: "Fuga". Anche perché è una vecchia edizione che si sta sbriciolando (un regalo di mio padre, che sapeva quanto mi piaceva, trovato probabilmente in un robivecchi a Trieste) di una scrittrice che da ragazza ho molto amato.
Alba de Céspedes, vita avventurosa. Nata nel 1911, morta nel 1997, romana, cognome che le veniva dal padre, ambasciatore cubano in Italia. Pre-femminista (e anche antifascista: il suo nome da battaglia era Clorinda), abilissima nel disegnare i chiaroscuri della vita delle donne di allora: e quell’allora sono gli anni Trenta, Quaranta… Come in "Quaderno proibito", che avevo amato moltissimo, o "Nessuno torna indietro", una sorta di Sex and The City in epoca fascista. La frase di oggi è tratta invece da "Fuga", racconti pubblicati da Mondadori nel 1940. Stupita come sempre dalle parole ormai perdute (uno dei racconti, bellissimo, si intitola "Il pigionante", ma anche nella frase di oggi, avete notato "uscio" e "ghiottoneria"?). Perduto anche, per fortuna, molto di quello che stringeva le donne alla gola. Solo un esempio: una delle protagoniste ha quarant’anni e si sente vecchissima, non più in diritto né di amare né di desiderare… Com’è cambiato il mondo. E non solo nei sentimenti: nel 1940, quando esce "Fuga", le donne non potevano neppure votare; era vietato il divorzio, l'aborto, la pillola, decidere di sé e del proprio destino era ancora quasi impossibile. Sì, com'è cambiato il mondo. Alba, la battagliera Alba, sarebbe contenta. Per saperne di più cliccate sul suo nome, andate in biblioteca o libreria: la Mondadori ha ripubblicato i suoi romanzi, ormai introvabili, in un volume dei Meridiani. Che non amo perché hanno le pagine troppo fragili. Ma dentro c'è tutta Alba.

La tentazione del buio.

Domenica, 19 aprile 2020 @21:21

"Non voglio continuare a essere radice nelle tenebre,
vacillante, disteso, tremante di sonno,
giù, in basso, nei muri bagnati di terra,
assorbendo e pensando, mangiando ogni giorno.
Non voglio per me tante disgrazie.
Non voglio continuare a essere radice e tomba,
sotterraneo solo, cantina di morti,
intirizzito, morente di pena.
Per questo il giorno lunedì arde come petrolio…"
(Neruda)
La tentazione del buio.

Ho ripreso in mano il libro blu di Neruda e mi sono fermata su questa poesia, "Walking around". Così tanto buio, la tentazione del buio.

Saper aspettare è saper immaginare.

Venerdì, 17 aprile 2020 @09:36

"Ho disegnato una porta
e mi sono seduta dietro di lei
pronta ad aprirla
non appena arrivi."
(Dunya Mikhail)
Saper aspettare è saper immaginare.

Da qualche giorno mi tornavano in mente i versi sulla porta disegnata nel muro, di una poetessa nata a Bagdad. Erano un mio vecchio Buongiorno su City. Non solo: sono finiti anche nel mio ultimo libro, "Ultimamente mi sveglio felice" (ma quanto tempo è passato!). Così sono andata a cercarli. Sono di un Oscar Mondadori che amo molto, "Non ho peccato abbastanza", un’antologia di poetesse arabe contemporanee. Dunya Mikhail, dopo le bombe di Bagdad, ora vive in America. Mi piacerebbe incontrarla e chiederle di quella porta disegnata sul muro.

Cuore di geranio, dita di gelsomino. La mia vita è un balcone.

Mercoledì, 15 aprile 2020 @08:49

"L’odore della legna mi toccava il cuore con dita, come di gelsomino, come di alcuni ricordi."
(Neruda)

Cuore di geranio, dita di gelsomino. La mia vita è un balcone.

Non so come sia arrivato tra i miei scaffali, è un Neruda dalla bellissima copertina grafica, solo il nome in bianco su fondo blu: "Poesie", Nuova Accademia Editrice, in un’edizione che si sta quasi disfando del 1963, quindi prima che io nascessi! Probabilmente è finito qui da qualche biblioteca di famiglia (chissà, mia zia triestina). In ogni caso è qui con me, questo piccolo Neruda; con ancora il prezzo, 600 lire. E’ accanto ai libri anni Settanta con copertina psichedeliche dove ho sottolineato, e amato, da ragazza, i versi del poeta spagnolo. Neruda che mi torna sempre in mente in primavera. Anche quest’anno, quando il mio gelsomino in terrazza a Trieste è lontano, e spero che rallenti, che la primavera rallenti un attimo, che aspetti che io possa uscire, passare il confine, tornare a vedere il mare e il gelsomino.
Intanto rileggo Neruda. I versi di oggi li ho ritagliati da "Ode all’odore della legna", e in fondo al libro ci sono anche in spagnolo. Ricopio il pezzetto per allegria, anche perché il nuovo serial di quarantena per me è Casa de Papel, il thriller spagnolo Casa di carta, qualcuno qui lo vede?
"Afuera/las puntas / del cielo cintilaban/ como piedras magnéticas / y el odor de la leña/ me tocaba/ el corazón/ come unos dedos / como un jazmín, /como algunos recuerdos".

Reset.

Lunedì, 13 aprile 2020 @10:16

"Nel paradiso ho disegnato un’isola
a te uguale e una casa sul mare
con un grande letto e una piccola porta".
(Odisseas Elitis)
Reset.

In questi giorni di lockdown, cosa mi manca di più, oltre al caffè al bar, o seduta in un caffè del mondo? Il mare, ovviamente. Le isole. Nuotare. Gli ulivi sulla spiaggia. Così mi sono venuti in mente questi versi del poeta greco Odisseas Elitis (in Italia poco conosciuto, ma ricevette il Nobel nel 1979).

Dove sono finiti tutti gli abbracci?

Venerdì, 10 aprile 2020 @11:12

"Questo gesto dove si era nascosto,
questo abbraccio rotondo?
Scuro e morbido, come la notte d’estate,
in cui le stelle pulsano tutte..."
(Amy Károlyi)
Dove sono finiti tutti gli abbracci?

Il Buongiorno di oggi non viene da un libro, ma è il regalo di una traduttrice ungherese: Amy Károlyi è una scrittrice del Novecento, nata e vissuta a Budapest. Sì, Budapest dove ho amici e ricordi: ci sono stata l’ultima volta proprio lo scorso dicembre. Nevicava… Sul tetto dei bagni termali Rudas avevano costruito un igloo di vetro, con dentro una piscina termale: si galleggiava guardando le luci del Danubio e della città. Ci metto dentro anche questo, in questo Buongiorno. E sì, dove sono finiti tutti gli abbracci?

(r)esistere.

Mercoledì, 8 aprile 2020 @08:49

"Mi sveglio e dico: sono perduta.
È il mio primo pensiero all’alba.
Comincio bene la giornata
con questo pensiero assassino.
Signore, abbi pietà di me
è il secondo, e poi
scendo dal letto
e vivo come se
nulla mi fosse accaduto".
(Nina Cassian)

(r)esistere.

Ho ripreso in mano una raccolta di poesie da cui avevo sfilato molti Buongiorno: "C’è modo e modo di sparire- Poesie 1945-2007" (Adelphi), di Nina Cassian. Nina nacque come Renée Annie Cassian-Mătăsaru in Romania nel 1924, morì a New York nel 2014 (era arrivata in America nel 1985 per tenere un corso di creative writing, e decise di non tornare più in patria). Migrazioni. Anche nella scrittura: scrisse in rumeno, e in inglese. Parole per creare mondi, le prendiamo dove è possibile.

Sai vedere davvero i colori della città?

Lunedì, 6 aprile 2020 @09:43

"Nelle case, gialle brillavano le luci, come i cerchietti stellati delle fette di limone".
(Boris Pasternak)

Sai vedere davvero i colori della città?



Seguo il filo casuale (e russo) dei Buongiorno: dopo Marina Cvetaeva, dopo sua figlia Ariadna Efron, ecco Boris Pasternak, il poeta e scrittore che ci ha regalato "Il dottor Zivago". E che corrispondeva con tutte e due. Posso avere un pochino di nostalgia per le lettere di carta, quando ormai invece ci mandiamo vocali su whatsapp? La frase di Pasternak è tratta da "Il salvacondotto" (Editori Riuniti), scritto nel 1928, dove racconta anche di un viaggio in Italia, del suo arrivo a Venezia... Ma le luci gialle alle finestre sono quelle della sua Mosca: "D’inverno, la catena dei viali segava Mosca con una duplice cortina di alberi anneriti. Nelle case, gialle brillavano le luci, come I cerchietti stellate delle fette di limone. Il cielo si chinava basso sugli alberi, e ogni cosa bianca intorno si tingeva di blu".
Mi piacciono quelle fettine di limone alle finestre, che ci invitano a vedere le città – o meglio: la città in letargo fuori dalla nostra finestra - con gli occhi della fantasia.

Più che primavera, è un erbario: ben pressati tra un decreto e l’altro.

Sabato, 4 aprile 2020 @10:02

"Io mi stanco ed invecchio, divento stanca come un fiore messo in un codice di diritto penale e, primo sintomo del fatto che invecchio davvero, è che non me ne preoccupo affatto".
(Ariadna Efron)
Più che primavera, è un erbario: ben pressati tra un decreto e l’altro.

Un altro libro tirato fuori dagli scaffali. Stavolta è un piccolo libro azzurro di una piccola casa editrice specializzata in corrispondenze (proprio così: e ora chi pubblicherà i nostri whatsapp? Per fortuna finiranno tutti ingoiati dall’etere o in un telefonino rottamato). È "Le tue lettere hanno occhi, Lettere 1948-1957", quelle tra Ariadna Efron e Boris Pasternak (Rosellina Archinto Editore). Lei, Ariadna, è la figlia di Marina Cvetaeva (il mio ultimo Buongiorno, quello del 2 aprile). Sono lettere scritte dal confine in Siberia: anni duri, per la Russia, anni di condanne immotivate. Ariadna comincia a scrivere a Pasternak, il grande poeta, anche per rintracciare e ritrovare i fili di una famiglia annientata: la madre, Marina Cvetaeva, che era amica di Pasternak, morta suicida qualche anno prima; il padre… Tra i ghiacci della Siberia e i lavori forzati, trova il tempo di scrivere e sognare. Lettere che "hanno occhi". Così le scrive infatti Pasternak: "La tua lettera mi guarda come una donna viva, ha occhi, si può prenderla per mano". Mi ha colpito, di Ariadna, quel suo sentirsi come un fiore messo a seccare tra le pagine di un libro: non un erbario, ma un codice civile, come il nostro che delimita la nostra vita in questi giorni. E un po’ mi ha fatto sorridere.

Incontriamoci in sogno, lì dove ci si può abbracciare.

Giovedì, 2 aprile 2020 @09:44

"È primavera. Ho così sonno.
Questa lontananza, così sembra,
si ricongiunge nel sogno.
Lì ci incontreremo davvero".
(Marina Cvetaeva)
Incontriamoci in un sogno, lì dove ci si può abbracciare. (O almeno in coda al supermercato).

Marina Cvetaeva, una delle mie poetesse preferite quand’ero ragazza: selvaggia, onirica, visionaria. Nata a Mosca nel 1892, emigrò prima a Berlino, poi a Praga, a Parigi, fu amica – e scrisse lettere bellissime – di Pasternak e Rilke. Soffrì la fame e non solo la guerra, e morì poverissima, suicida, dimenticata, a Elabuga, nel Tatarstan. Ho aperto questo libro di Passigli Editore, "Scusate l’amore" (a cura di Marilena Rea), e ho trovato questi versi che portano, come lei spesso faceva, nei territori del sogno, un altro mondo, quello forse dove lei viveva davvero. Ma ricopiandoli sorridevo, perché pensavo agli amanti separati che in tempi di pandemia si vedono solo in sogno e si danno appuntamento, pare, in fila al supermercato…

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.